di Zara Kian e Luca Lòtano
Il primo passo è il rito di stendere il telo, un rito che tutti noi facciamo a piedi nudi, senza scarpe.
In un batter d’occhio, le nostre mani unite lo aprono.
Ci mettiamo in cerchio intorno al telo e ci sediamo.
Ognuno entra nella “zona” a modo suo, trovando un posto per sé.
Con sguardi di sostegno, aspettiamo l’arrivo l’uno dell’altro. Poi chiudiamo gli occhi e, molto lentamente, passiamo da seduti a sdraiati, prima rilassandoci e poi stendendoci del tutto.
Immagino quanto questa scena debba essere affascinante per chi guarda: corpi che scivolano sul telo come onde leggere, respiri che vanno e vengono come una brezza.
(Zara Kian, 18 marzo 2025 _ Lo spazio vuoto tra le cose)
Ci siamo incontrati la prima volta nel 2018 nella scuola di italiano per persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo di Asinitas1. Eravamo entrambi al primo anno in quella scuola: Zara come studentessa, Luca come insegnante. Da allora i nostri percorsi hanno continuato a incrociarsi: nella scuola, nei laboratori teatrali di Asinitas e nei laboratori di visione del progetto Re.M2.
Da anni, accanto alla scuola, Asinitas attiva laboratori teatrali aperti a studentesse, studenti e abitanti della città, diretti da teatranti della scena contemporanea e condotti insieme a un’équipe multidisciplinare. Zara li ha attraversati prima come partecipante e poi come tutor; Luca è entrato nell’équipe che li coordina insieme a Cecilia Bartoli e Federica Mezza.
Dopo diversi laboratori di visione Re.M condotti insieme, tra Attraversamenti Multipli, Interazioni Festival e le esperienze teatrali di Asinitas con Sergio Scarlatella, Fabiana Iacozzilli e Bartolini/Baronio, nel 2025 i nostri percorsi si sono incontrati di nuovo dentro il progetto europeo EX.TRE.M.: Luca coordina per Asinitas il laboratorio teatrale del progetto e invita Zara a entrare nell’équipe come tutor. Il laboratorio è durato quattro mesi e ha coinvolto 29 partecipanti, provenienti dalle scuole di italiano di Asinitas e dalla città. La direzione artistica è affidata al collettivo DOM-, Leonardo Delogu e Valerio Sirna, che porta come campo di ricerca la dimensione del picnic, ispirandosi al romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij. Dentro la stanza della scuola entra così un telo bianco di 144 metri quadrati: una superficie su cui tessere una mappa di percorsi, condividere storie, socializzare pratiche e saperi e poi incontrare il pubblico della città nella programmazione del festival Fuori Programma.
Prima ancora di iniziare il laboratorio, però, i due percorsi che avevamo attraversato insieme – quello dei laboratori teatrali di Asinitas e quello delle redazioni multilingue della Re.M – ci hanno posto davanti ad alcune domande che trovano eco in quelle che muovono questo numero dello Scandaglio: come si passa dall’essere accolti sulla scena al poter realmente incidere sulle strutture che la organizzano? Come si può essere visibili senza essere percepiti come eccezione, testimonianza, quota simbolica?
Ma soprattutto: chi racconta cosa? E da quale posizione lo racconta?
Riprendendo il claim “Nothing about us without us”, il collettivo RISE: Refugees, Survivors and Ex-Detainees ricorda che “we are whole humans with various experiences, knowledge and skills. We can speak on many things; do not reduce us to one narrative” e aggiunge una frase che per noi è diventata decisiva: “It is not about ‘giving a voice’, we already have one. What we are talking about is power and self-determination”.
Dopo aver lavorato proprio su La voce umana nell’ultimo laboratorio diretto da Bartolini/Baronio, sapevamo che non si trattava di “dare voce” a qualcuno: la voce c’era già.
Si trattava piuttosto di chiederci come organizzare le condizioni dell’ascolto e dello sguardo. Con quale modalità avremmo raccontato quel processo? Da quale punto di vista? Attraverso quali lingue? Chi avrebbe avuto il potere di scegliere che cosa conservare, che cosa nominare, che cosa lasciare andare?
Uno spunto per le risposte che stiamo ancora cercando è venuto da qui: dalla possibilità di costruire un racconto pubblico del laboratorio a partire da una soggettiva interna da pubblicare sul sito www.lerem.eu3. Non una documentazione laterale, non una testimonianza aggiunta a posteriori, ma una scrittura nata da dentro il processo, da una persona al tempo stesso partecipante e tutor, presenza coinvolta nella relazione prima ancora che osservatrice.
Il diario di Zara non è stato pensato come un materiale poetico da affiancare al laboratorio, ma come una diversa organizzazione dello sguardo, fino a diventare parte della “drammaturgia del telo” il giorno dell’apertura pubblica attraverso la stampa di fanzine che ne permettessero la lettura a chi partecipava a quel Picnic urbano. Non uno sguardo esterno sui corpi, ma una scrittura generata dai corpi stessi. Prima di guardare, sentire il proprio corpo e quello degli altri. Prima di produrre memoria, interrogare la posizione da cui quella memoria viene costruita.
Nel diario, l’esperienza dei laboratori di visione della Re.M e quella dei laboratori teatrali di Asinitas potevano così diventare, per Zara, e per tutte le persone coinvolte, un’occasione di sintesi: un modo per ridefinire le geometrie della percezione di quello spazio teatrale, per nominarlo attraverso le lingue e i linguaggi di quello spazio, per scegliere cosa sarebbe rimasto di quei giorni, di quelle presenze, di quelle forme provvisorie di convivenza.
“Immagino quanto questa scena debba essere affascinante per chi guarda: corpi che scivolano sul telo come onde leggere, respiri che vanno e vengono come una brezza”.
Abbiamo riaperto quel diario a un anno di distanza. Con Zara l’abbiamo riletto insieme e abbiamo selezionato alcuni estratti che ci sono sembrati ancora a fuoco, ancora vivi, ancora necessari. Lasciamo aperto uno spiraglio sulle giornate del laboratorio condotto da DOM- attraverso il suo racconto, provando a lasciare emergere uno sguardo dai corpi stessi. Nel passaggio tra italiano, farsi e le altre lingue del gruppo, si apre una soggettiva poetica, una voce da dentro. “La voce, la voce, la voce, è solo la voce che resta” era, in fondo, l’ultima frase pronunciata da Zara nell’esito scenico del precedente laboratorio condotto da Bartolini/Baronio.
È questa voce, ciò che resta.
Giorno 9. Prima di arrotolarlo di nuovo
Mi sono seduta piano sul telo, con la testa verso il pavimento, le cosce e i palmi delle mani appoggiati a terra. Premendo sui palmi, ho provato ad alzarmi, spostando i punti di pressione. Mi concentravo sulla pressione, la liberazione e la leggerezza.
Ho vissuto questa posizione del corpo tante volte. Ogni volta che sono caduta e mi sono seduta sulla terra, come mi sono rialzata? Come ho trovato un modo per andare avanti nelle difficoltà della vita? Quando sentivo il peso del mio corpo e affrontavo la dura realtà, la terra è sempre stata il mio sostegno.
Come dice Forugh:
و خاک
خاک پذیرنده
اشارتیست به آرامش.
E la terra,
terra accogliente,
è un cenno alla quiete.
Ho premuto le mani su di essa, con le spalle che portano il dolore con delicatezza, e mi sono alzata piano, continuando. Durante ogni momento del training, pensavo alle esperienze della mia vita. Dove e come ho cambiato il mio punto di vista? Dove ho spostato il peso dei miei dolori per renderli più leggeri? O ho resistito, lasciando che fossero parte di me, ma non tutto di me?
Giorno 12. Fare dei buchi nel tessuto
Il nostro gruppo si è riunito sul telo: io, Giulia, Shonda e Arianna. Nino e Daisy oggi non c’erano. Giulia, con coraggio, ha detto che voleva fare dei buchi nel tessuto, per lasciare che l’erba del parco entrasse nel nostro “territorio” durante il picnic. L’idea sembrava semplice, ma tagliare quel tessuto, a cui ci eravamo affezionati dopo mesi, richiedeva molto coraggio.
Quando Giulia ha preso le forbici e ha tracciato un cerchio sul telo non c’era incertezza nei suoi occhi. Il telo era la nostra terra comune, piena di ricordi degli ultimi mesi. Tagliarlo era come separarsi da qualcosa di caro. Mentre tagliava, le ho regalato una poesia. Questa poesia, sentita anni fa in un film, parlava del coraggio di un amante che, nonostante il dolore della separazione, cammina verso l’unione. Anche Giulia, come quell’amante, ha fatto un passo coraggioso con le sue forbici. Ogni taglio sembrava un addio al passato, ma in quel gesto nasceva qualcosa di nuovo: buchi che invitavano l’erba verde nella nostra terra. Saadi parlava del coraggio dell’amore, e Giulia, tagliando il tessuto, ci ha mostrato il coraggio di creare.
بیا که در غم عشقت مشوشم بیتو
بیا ببین که در این غم چه ناخوشم بیتو
شب از فراق تو مینالم ای پریرخسار
چو روز گردد گویی در آتشم بیتو
دمی تو شربت وصلم ندادهای جانا
همیشه زهر فراقت همی چِشَم بیتو
اگر تو با من مسکین چنین کنی جانا
دو پایم از دو جهان نیز درکشم بیتو
پیام دادم و گفتم بیا خوشم میدار
جواب دادی و گفتی که من خوشم بیتو. *
Giorno 13. Abbiamo parlato in tre lingue diverse, ma ho capito tutto, anche se non so spiegarlo
Apriamo il telo con delicatezza, in un gioco curioso, e ci sediamo insieme in un’area intima. Su invito di Leonardo, ci riuniamo attorno al dipinto narrativo di Adama. Leonardo chiede ad Adama di raccontarne la storia in una sua lingua madre. Ci ricorda, come ascoltatori e osservatori, di riflettere su cosa comprendiamo e quali emozioni si formano dentro di noi quando non capiamo la lingua.
Adama inizia a parlare con un luccichio negli occhi. Non capisco le sue parole, ma il sorriso non abbandona mai il suo volto. Con entusiasmo, usando gesti delle mani e indicando il suo dipinto, spiega cosa sta accadendo nell’immagine. Più volte punta il dito su qualcosa nel disegno! Qualunque cosa sia, è evidente che è un’arte in cui eccelle, perché non ho mai visto Adama così entusiasta di parlare fino ad oggi.
In un momento, Zainab e Soulaymane iniziano a fare domande ad Adama. È un momento interessante, perché pensavo che loro tre si capissero facilmente. Ma Soulaymane, con calma, dice: «Abbiamo parlato in tre lingue diverse, ma ho capito tutto, anche se non so spiegarlo!».
Giorno 8. رویا ماه است! Roya è la luna! e Giorno 15. Come se il mondo respirasse con noi “ما”
A un anno di distanza, rileggendo il diario che ho scritto, ho provato a tornare su due momenti del laboratorio non solo per ricordarli, ma per nominarne il modo in cui il corpo, dentro la lentezza, il tocco, il cucire, il canto e la lingua, poteva abitare davvero lo spazio scenico senza ridursi continuamente al ruolo identitario o testimoniale, e anzi modificare la sua stessa geometria.
Nel primo esercizio eravamo seduti in cerchio intorno al grande telo, tutti con gli occhi chiusi. Il vento caldo del pomeriggio ci accarezzava il viso e le voci di Zeynab, Shonda e Nino che cantavano ninne nanne si mescolavano nell’aria. Abbiamo aperto lentamente il telo, poi, sempre a occhi chiusi, ci siamo mossi verso il centro; a volte sfioravamo con delicatezza la mano o la gamba di qualcun altro. Il suolo sotto i piedi sembrava vivo. Ogni passo, ogni equilibrio su una gamba sola e ogni radicamento diventavano una continua negoziazione del corpo con lo spazio e con il gruppo; come uccelli in cerca del mitico Monte Qaf (قاف) ci univamo, ci fondevamo e diventavamo uno: il Simorq (سیمرغ) l’uccello mitologico iraniano. Nino stava in piedi al centro come il cuore dell’uccello, mentre noi diventavamo le sue ali. Poi, aiutandoci a vicenda, ci siamo alzati: le mani intrecciate dietro le spalle, respirando nel palmo l’uno dell’altra. Questo tocco e questa cura reciproca hanno creato un legame fisico e sensoriale che andava oltre lo sguardo sui nostri corpi. Erano tutti me, e mi rivedevo in ognuno di loro.
Più tardi, sono andata a cucire, a fare i bordi del “ما” (noi) con un nastro Firuse (turchese), il colore del cielo di Teheran, delle antiche cupole e dell’anello di mia madre. Il turchese non era qui un simbolo culturale da mostrare agli altri, ma un’estensione naturale del mio corpo e della mia memoria, cucita direttamente nella pelle collettiva del tessuto.
Nel secondo esercizio, guidati da Valerio e Leonardo, abbiamo portato i nostri corpi in un movimento molto lento e rotatorio. Le mani e i piedi rimanevano sospesi a diverse altezze, dalla posizione eretta fino al limite della caduta o del distendersi a terra. Io, dopo quattro ore di lavoro (facendo la babysitter) ero venuta direttamente alla prova e avevo bisogno di questo riposo con tutta me stessa. Con ogni respiro, la stanchezza usciva dal mio corpo e dalla mia mente. Pian piano, la voce rauca della piccola Anna, con il raffreddore, si trasformava nel cinguettio degli uccelli, e il calore delle sue mani febbrili diventava il tepore del sole.
Ero finalmente nel momento presente!
Questo esercizio mi ha costretta a rallentare drasticamente la velocità abituale della mia mente e del mio corpo – frutto delle abitudini di sopravvivenza dei corpi nello spazio. Ho dovuto confrontarmi con la mia «Zara interiore», quella parte molto timida che ha sempre voglia di nascondersi. Ma l’esperienza dolce della ‘lentezza’ è stata straordinaria. “Amo questa lentezza del tempo, questa pigrizia del corpo, questa calma della vita. Vorrei fosse sempre così”.
Successivamente, nella «Terra dei Sogni» (lo stesso grande telo condiviso), ho cucito la mia poesia con un filo verde in un angolo del «noi». Cucire era un atto fisico: ogni punto creava un collegamento delicato tra la mia memoria personale e lo spazio collettivo. Quando è arrivato il mio turno, ho raccolto tutto il mio coraggio. Il corpo mi si è scaldato, ho sentito calore, ma ho portato con me quella lentezza. Mi sono alzata, ho preso il microfono e ho letto la mia poesia in persiano:
شب ها
وقتی که ماه می تابد
من در دفتر مشقم
تمرین عشق می کنم
و هزار بار «می نویسم»:رویا ماه است!
Nelle notti in cui splende la luna,
nel mio quaderno di scuola
esercito l’amore
e mille volte scrivo: il sogno è la luna!
L’ultima questione riguarda il corpo migrante. In gran parte del diario la migrazione non è il tema principale: scrivo del respiro, del cucire, della natura, dell’amicizia, della poesia, della lentezza, del mio corpo come parte organica del corpo collettivo che si stava formando. I miei elementi culturali (il Simorgh, il turchese, l’immagine della luna, la poesia, il gesto del cucire) sono entrati nello spazio comune, ma non come esibizione di identità o testimonianza. Sono stati tessuti nel flusso del respiro, del tocco, della lentezza e dell’immaginazione collettiva. Cucire il filo turchese, il verde, recitare una poesia, è stato per me inserire la mia memoria e il mio linguaggio personale nel «noi» senza dover spiegare «chi sono». Però, negli ultimi giorni qualcosa è cambiato.
Giorno 16. I nostri rami toccheranno il sole شاخه های ما به آفتاب می رسد
La situazione in Iran è diventata più difficile e il mondo esterno è entrato dentro il laboratorio. Allora racconto che gli amici mi scrivono. Mi mandano messaggi di affetto e di sostegno. Mi fanno sentire che non sono sola. Durante uno degli ultimi incontri mi siedo sul telo e mi racconto, ma in persiano. Poi, alla fine, leggo una poesia:
من به چشم های بی قرار تو قول می دهم؛
ریشه های ما به آب
شاخه های ما به آفتاب می رسد
ما دوباره سبز می شویم .
“Io prometto ai tuoi occhi inquieti:
le nostre radici troveranno acqua,
i nostri rami toccheranno il sole,
e noi diventeremo verdi di nuovo.”
Nessuno mi chiede di rappresentare l’Iran. Nessuno mi chiede di parlare a nome di un popolo intero. Parlo come Zara. Parlo della mia esperienza, della mia vita, del mio dolore e della mia speranza. Forse questa differenza è molto importante. Perché il problema di tanti corpi non è soltanto essere esclusi. Molte volte il problema è essere chiusi dentro ruoli già scritti da altri: il migrante, la vittima, il rifugiato, il testimone.
Naturalmente questa libertà è sempre fragile. Il calore che ho sentito nel corpo mentre leggevo la poesia, la lotta con la Zara interiore e la paura iniziale lo dimostrano: questi momenti non si conquistano facilmente. Eppure queste esperienze sono sufficienti per mostrare che un laboratorio di teatro contemporaneo, quando si fonda sul corpo, sulle relazioni sensoriali, sullo scambio di conoscenze, sulla sospensione dei ruoli, può creare uno spazio in cui i corpi attraversati da processi di razzializzazione — e con essi l’intero gruppo — possano abitare davvero la scena, trasformandone il suo linguaggio, l’economia della presenza e le forme di convivenza.
- Le scuole del centro interculturale Asinitas sono aperte a Roma dal 2005 e lavorano attraverso una metodologia di ricerca-azione ispirata ai principi della pedagogia attiva e cooperativa. Al centro ci sono il desiderio espressivo, i repertori linguistici, la relazione tra i diversi linguaggi e la possibilità di costruire spazi in cui l’apprendimento della lingua non sia separato dal corpo, dalla memoria, dalla voce, dalla presenza. ↩︎
- www.lerem.eu è un progetto che propone la creazione temporanea di REdazioni Multil.ingue, visioni e linguaggi. Questi gruppi di visione interculturale seguono e raccontano festival di arti performative e stagioni teatrali, puntando all’interazione tra culture attraverso l’arte vissuta da spettatrici e spettatori
↩︎ - Qui, i sedici diari con il racconto integrali del laboratorio https://www.lerem.eu/picnic-sul-ciglio-della-strada-il-laboratorio-teatrale-di-asinitas-con-dom/ ↩︎
Luca Lòtano è giornalista pubblicista, è nato in Italia, è fondatore del progetto LEREM con la testata online Teatro e Critica, insegnante di italiano come lingua non materna e tutor teatrale per il centro interculturale Asinitas. Dottorando per l’Università di Palermo in Migrazioni, Differenze e Giustizia Sociale, come formatore è coinvolto in progetti di educazione non formale nel campo teatrale, pedagogico e narrativo all’interno di scuole, biblioteche e teatri.
Zara Kian, educatrice, artista, è nata in Iran dove ha studiato psicologia e artigianato e ha lavorato come educatrice per bambine e bambini orfani. Frequenta il centro interculturale Asinitas prima come studentessa e partecipante in diversi laboratori teatrali, e oggi come tutor. Fa parte del progetto di visione RE.M. e del progetto di teatro sociale EnzimaT. che opera a Corviale, e collabora con diverse comunità e gruppi che operano nell’ambiente dell’intercultura a Roma.
Leggi tutti gli articoli del 5° numero – Corpi razzializzati e scena. Politiche della presenza

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