YARN #1 (melbourne\naarm) | tanti elefanti per tutte le stanze che siamo

YARN #1 (melbourne\naarm) | tanti elefanti per tutte le stanze che siamo

è il venti agosto del duemila e venticinque. abito a melbourne\naarm, in australia.
è inverno o quantomeno la stagione pare essere quella invernale. che sia fredda o che sia calda, dipende da quale sia la propria geografia di riferimento, ovvero quale sia il parametro con cui. un poco come quando ci si accorda, accoda sulle dimensioni di una stanza. grande o piccola, dipende da dove si guarda. così come dipende da chi guarda cosa sia o non sia elefante. al di là dell’oceano, in quell’elefante e quella stanza che sono origine dei miei, di parametri – ovvero in sicilia – è notte fonda ed è estate. che bello. quella parte di mondo in cui sono nata sta dormendo e intanto io me la svigno per st. johnston street – che è una strada lunghissima, larghissima e, tra le varie, è indirizzo di collingwood yards. 

collingwood è il nome del quartiere e yards, ça va sans dire, ne indica i cortili: spazi abitati da gente che lavora in ambito culturale – in quel senso del pensare la cultura come incrocio, intersezione, effervescenza tra musica, arte visiva, multimediale, scultorea, e poi performance e poi danza e teatro e scrittura, editoria… lo chiamano distretto di creazione (creative precinct) in relazione al concetto di ecologie creative con cui discutono certe organizzazioni formali e informali del mondo dell’arte (Anatolitis, Frichot 2024). ovvero: quando ben governate, quando poste nelle condizioni di connettere l’industria culturale alle comunità di artisti, alle associazioni, ai singoli, quando sono supportate dal governo statale e dai suoi strumenti di pianificazione, risorse, ridistribuzioni – le ecologie creative materializzano spazi generativi di senso e interazione tra comunità artistiche e comunità locali – chi fa e chi del fare ne gode.
collingwood yards è stato disegnato-immaginato come ambiente dinamico per lo sviluppo culturale dal governo del victoria nel duemila e quattordici (più di dieci anni prima dunque che ci capitassero i miei piedi e testa) e messo in vita e in forma e in materia da un’organizzazione non-profit (the contemporary arts precints board) la cui strategia fondativa, tra rischi e aspettative, prevedeva una conversione di ampi magazzini – fino alla metà del xix secolo ad uso industriale – in spazi dedicati a una collaborazione gioiosa e mutuale tra organizzazioni artistiche e pubblico.
ora… tra queste linee, non intendo entrare nel merito della storia dei suoi cortili – che sono intricati, gentrificati, riconvertiti e spesso, volentieri o no, hanno rischiato la riproduzione di quegli artificial hells (Bishop 2012) – inferni artificiali – che non corrispondono mai del tutto all’immaginario di creativa partecipazione locale e piuttosto tendono a sodalizzarne il profitto. (sodalizi tra privati, s’intende). non entro nel merito benché, in generale, ci sarebbe tanto da scrivere, tanto da ragionare sulle direttive d’azione dei luoghi rigenerati e riappropriati e risignificati – a cui il mondo, tutto, qualunque sia il suo oceano, si presta nel tempo. sarebbe e magari sarà scritto e ragionato a un certo momento, ma in questo yarn – che è una messa appunto di pensieri – mi incuriosisce accennare alle vertigini su cui certi fili insistono per far di questo accenno un accadimento possibile anche altrove. cosa e chi siano questo altrove e questo possibile, è tutto certamente ancora da indagare. il che significa che, ancora una volta, la domanda dovrebbe e dovrà poter vertere, tanto e a lungo, sul dove e sul chi. e la stanza e l’elefante. 

riannodo i fili.
è il venti agosto del duemila e venticinque e dentro collingwood yards, una stanza – grande, intera, trasparente, simile a una sala da cabaret – è dedicata a tavole rotonde per discutere dello stato (del victoria? dell’australia?) e degli stati (economie) dell’arte. le tavole sono chiamate resilience roundtables e, dalle dieci del mattino fino a un tempo qualsiasi dello stesso giorno, si è tutte invitate a pensare-fare insieme su come poter creare e continuare a incontrarci – di fronte a esaurimento, precarietà e trasformazione? curioso interrogativo. d’altronde cosa significa esaurimento, cosa precarietà e cosa trasformazione. e poi chi sono i soggetti coinvolti? e quali sono le geografie? sì, ancora una volta, quale elefante? e quale stanza?
a rendere possibile questa giornata (possibile nella sua materialità economica e messa a disposizione di finanziamenti propri) è APHIDS. un collettivo, una compagnia, una piattaforma… – a nominarla con una sola parola – un’organizzazione di experimental art. la categoria dell’experimental, che in italiano è intraducibile nel suo senso radicale, (ovvero quello che attraversa la radice etimologica per superarla e moltiplicarla) indica lavori che attentano, tentano, esercitano forme mai del tutto pensate per raggiungere e finalizzare ciò per cui nascono. una modalità per mescolare linguaggi e lingue, dispositivi e devices, restando fuori dal mainstream e al tempo stesso confondendolo (Attridge 2018). non a caso, fondatori di APHIDS sono un regista\compositore, una scrittrice\musicista, un’artista visuale, una fashion designer – a dire, dare il senso moltiplicato dello sperimentare, sperimentale, le discipline. una postura che dal 1994 gioca, fonde musica, performance e nuove tecnologie e che nel tempo si è rimodificata con altri nomi, altre persone, facce, corpi, voci. a celebrare la bellezza di una struttura culturale che si concede di essere attraversata, consolidata negli anni da identità differenti, artiste e arti che cambiano… come nelle più belle storie pirata in cui il capitano scompare e si dissolve tra la ciurma, a suggerire che dentro una stessa barca può esistere una forma di autogoverno che si può e si sa rinnovare ogni volta. senza capi, senza capitali, senza principi ordinatori e senza tempi indeterminati.
a raccontarmi di APHIDS per la prima volta è lara thoms – attuale co-direttrice insieme a mish grigor dal 2019. il racconto, il primo, lo ascolto a una festa, a una di quelle che sarebbe bene potessimo fare in qualunque luogo del mondo ma che soltanto certuni si consentono (e la stanza e l’elefante). almeno fino ad adesso. la festa si svolge tutto il giorno dal pomeriggio fino alla notte, per il ventesimo compleanno di arts house – spazio di indagine artistica, avventura e trasformazione sociale (dicono): adibito e aperto a chi l’arte la fa e la pensa, a chi l’arte la produce e la guarda, a chi l’arte la finanzia, a chi dell’arte ne gode, ne discute, se ne commuove e ne celebra umori ed entusiasmi. e lo fa tutto il tempo da più di venti anni.
durante la festa, vengono invitate – e ben pagate – circa venticinque artiste a presentare 180 secondi (in heaven or hell, in paradiso o nell’inferno) di una qualunque loro creazione. come accade a tutte le feste che innamorano, quelle a cui ti viene sempre voglia di andare e a prescindere da chi e dove, anche a questa festa accade che ci si riconosce. ci si conosce. anche se non si sa niente, anche se si sa già tutto, anche se si è in jet lag, anche se si è appena arrivate in città, anche se è la prima volta, anche se… anche se. le facce infatti sono tutte amiche. come a volersi dare di continuo una forma di saluto, di approvazione, di senso, di riconoscimento appunto. come a non volersi fare afferrare dalla competizione, dal gioco mortifero del potere. quasi tutta la comunità di gente che si occupa – per vie traverse o dirette – di cultura, arte, creazione (performance si, ma non solo) e che abita a melbourne\naarm è lì. è lì e partecipa alla festa. e lì ci sono anche io, estranea e disinvolta.
dopo settimane e settimane, quelle stesse facce, tutte, le ritrovo tra le tavole rotonde. 

yarn

riannodo un’altra volta. 
la stanza di collingwood yards è piena. saremo circa un centinaio – tra andirivieni e permanenze. 
la discussione verte intorno all’elefante. quella storia che non si nomina mai e che in verità è il principio cardine per cui alcune persone che si occupano di cultura guadagnano bene e possono chiedere il mutuo per la casa e pagare spese sanitarie straordinarie e non leggere il prezzo nei menù, nelle etichette, negli scaffali; mentre altre persone che in verità fanno lo stesso mestiere finiscono a inventarsi il subaffitto come forma di sostentamento e\o residenza e a cambiare lavoro di continuo oppure a farne cinque di lavori oppure anche se finiscono a farne soltanto un altro solo di lavoro, quell’altro solo è sempre diverso dal desiderio e l’ambizione, la formazione (elenco che continua).
in quella stanza – un poco cabaret – siamo una marea di gente che abita in questo momento nella stessa città e siamo tutte insieme a parlare di quel grasso e grosso elefante che è il sistema economico dell’arte, delle arti – ovvero quel classico schema per cui certune di noi sono prodotte, altre meno, altre a volte, altre a metà, altre no, altre di continuo. quel giorno, ci si prende un tempo, per riconoscersi (forse), per sostenersi, per guardarsi, fermarsi, pensare insieme a cosa e come fare il dopo. tra salite e discese dal palco, tra pezzi di carta su cui scrivere, tra pensieri a voce alta che si moltiplicano nello spazio, in mezzo a pranzi vegani e anche gluten free e anche vegetariani e acqua frizzante.

ogni tavola ha al centro un mazzo di fiori freschi. verdi, rossi, fucsia.
ognuna che entra dentro la stanza sembra conoscere almeno un’altra persona. perfino io, col mio passaporto europeo e la residenza in sicilia, conosco più di una persona (benché, ammetto, melbourne\naarm è piena zeppa di gente con almeno un passaporto europeo e un qualche parente che la residenza in sicilia l’aveva e poi l’ha lasciata… per quella cosa che si chiama migrazione economica – sì gli elefanti e le stanze, ancora e ancora). 

nonostante la fatica, la stanchezza, i finanziamenti che in australia si riducono (ma mai quanto in italia); nonostante la distanza, gli obblighi e le responsabilità; nonostante i tanti altri desideri e tutti i cedimenti e i privilegi dei singoli e le tante comodità… ci si prende un tempo a ribadire «to those who work precariously and are not getting paid to be in this room: your labour is valued» che in italiano significherebbe qualcosa tipo a tutte coloro il cui lavoro è precario e che non sono pagate oggi per stare in questa stanza: il vostro labour (intesa come l’attività che conduce al soddisfacimento del bisogno e non del desiderio, ovvero non è work, non è action) è valido, è reale, è visto. il vostro sforzo, ciò che fate, noi qui lo riconosciamo tutto, tutte.
come accade in qualunque occasione pubblica, a esser pronunciata per prima è la formula di consapevolezza dell’appropriazione\occupazione\colonizzazione europea della terra su cui poggiano oggi i nostri piedi e teste (we acknowledge the Traditional Owners of the land, the Bunurong Boon Wurrung and Wurundjeri Woi Wurrung peoples of the Eastern Kulin Nation, and pay our respect to Elders both past and present and, through them, to all Aboriginal and Torres Strait Islander people). poco dopo, lara thoms introduce e ci accoglie, sostenendo e rivendicando la responsabilità che hanno coloro che oggi non sono più precarie, e si possono permettere una vita felice e comoda: ovvero, farsi carico di tutta quella gente che invece ancora precaria lo è e che quella vita felice e comoda ancora non la può.

si discute allora di resilienza con erica mccalman che ne parla, ne racconta come a dire di una comprensione incarnata, realistica e puntuale delle circostanze che e in cui abitiamo: una metodologia per supportarci l’un l’altra, infine. a seguire interviene nisha madhan con una performance sulla sopravvivenza del fare artistico e del suo senso del tempo. fino poi a comporsi, inevitabile e autonoma, la conversazione tra le tavole.
come possiamo trasformare in compost ciò che è marcio del settore culturale?
-siamo noi i vermi?
-siamo noi i vermi per i prossimi venticinque anni e ci vorrà tempo e ci vorrà spazio, ma.
-l’arte in questo momento segue un modello industriale che si basa sulla transazione piuttosto che sulla relazione.
-dobbiamo uscire dalla logica che ci impone di essere la star
(l’eroe, il capitano, il dio) e riscoprire l’arte come atto di generosità e amicizia.
-bisogna che si dica la verità sulle condizioni economiche piuttosto che continuare a infilare e farci fregare dalle storie di chi ha successo.
emily parsons-lord accende infine un piccolo fuoco d’artificio e il giorno si conclude con un resoconto di cosa si può fare adesso, di chi può farlo, di come farlo. ovvero: cosa possiamo fare succedere come artisti; cosa possono fare le piccole organizzazioni; cosa possono fare le grandi organizzazioni; cosa possono fare il governo e tutte quelle strutture – pubbliche e private – che l’arte e le arti, la cultura le finanziano. e soprattutto cosa è bene aspettarsi e pretendere e da chi e dove. e poi quando è necessario interrompersi.
un elenco, infine. posto e posizionato per ribaltare le stanze, rimettere gli elefanti, tanti e tutti interi, e imparare a guardarli e guardarci. a suggerire, forse, perfino di dover materializzare – qui e altrove – quel potenziale delle piccole comunità che abitano le isole, che dalle isole vanno e vengono, che dell’isolamento ne fanno strumento di conversazione, del pensiero nell’azione. 
e se ritorno in quella parte del mondo in cui sono nata, allora da dove e con chi cominciare.
ed ecco intanto un primo filo che parte da lontano… in questa cosa che si chiama yarn e che vuole osare a stringere nodi e alleanze, al di là di classi, religioni, lingue, geografie – attraverso un dire che prima del fare, in fin dei conti o senza nessun conto, ci mette sempre in mezzo il mare. 

di bruna bonanno


bruna bonanno (Catania, 1997) drammaturga e studiosa di filosofia, conduce un dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano Statale con una tesi su scritture e pratiche performative che interrogano la relazione tra democrazia radicale e acqua salata. Diplomata come autrice alla Scuola Civica Paolo Grassi e laureata in filosofia tra Nord e Sud Italia, al momento vive tra Venezia, Bruxelles, Melbourne, a volte anche Napoli – in un gioioso andirivieni che sempre poi diventa anche Sicilia. Il suo ultimo testo è vincitore del Biennale College Teatro di Venezia (edizione 2025).

bibliografia citata
Anatolitis, E., & Frichot, H. (2024). Collingwood Yards: The formation of a creative precinct. In J. T. Miao & T. Yigitcanlar (Eds.), Routledge Companion to Creativity and the Built Environment. Routledge.
Attridge D., (2018) ‘What Do We Mean by Experimental Art?”, Angles [Online], 6 | 2018, Online since 01 April 2018, connection on 06 June 2022. URL: http://journals.openedition.org/angles/962 ; DOI: https://doi.org/10.4000/angles.962 
Bishop, C. (2023). Artificial hells: Participatory art and the politics of spectatorship. Verso books. 

crediti fotografia articolo
resilience roundtables cover (2025), APHIDS
resilience roundtables p.5 (2025), APHIDS