DRAMMATURGIA: “L’amore coprirà una moltitudine di peccati” di Ciro Ciancio

Fine anni ’90. Battista e Giovanni sono coinquilini. Battista passa le giornate a cercare di dissuadere Giovanni, fotografo di nudi, da compiere il suo “rituale” (masturbarsi rumorosamente in bagno con la foto della donna appena conquistata e, a detta sua, uccisa). Come se non bastasse Giovanni appende in bella mostra sulle pareti del monolocale le foto delle sue conquiste. Battista per risolvere il problema regala un PC a Giovanni su cui potrà salvare tutte le foto invece che metterle per tutto l’appartamento. In ritardo col pagamento delle bollette si ritrovano senza acqua. Entrambi devono provvedere a trovare dei soldi. Battista invita a casa una donna, Elvira, che gli ha chiesto di farsi uccidere. Le ha detto di essere un killer professionista e che ha inventato una nuova tecnica che permette alle persone di scomparire. Parlando con la donna però se ne innamora e decide di “salvarla”. Riesce a convincere Elvira a non uccidersi ma lei incontra Giovanni e i due iniziano una relazione che provoca la gelosia di Battista, il quale dovrà reinventarsi per poter conquistare Elvira.

Il testo ha vinto il concorso “Shakespeare is now!” – edizione 2018. 

I COMMENTI DELLA GIURIA

“Geniale, grande fantasia cinematografica. Bello il colpo di scena finale, i personaggi rimangono soltanto accennati ma qui sta il loro bello. Non sappiamo nulla se non dei dettagli che dicono tutto.” 

“La sensazione di essere ai margini esce dalla carta. Personaggi sporchi e disperati, che parlano in modo sporco e disperato e si comportano in linea con la loro natura. Viene in mente la drammaturgia inglese della seconda metà del 900. Non succede nulla ma nei dialoghi si aprono mondi di immobilità, speranza e violenza. Il linguaggio è azione. Immagini di grande forza che descrivono l’ambiente e l’atmosfera, il disagio esistenziale dove i rapporti interpersonali si dipanano in dialoghi immediati che fanno avanti e indietro attorno ad un senso di vuoto.” 

“Personalmente quando ho letto il tuo testo ho subito pensato che funzionasse come struttura, come personaggi, come indagine sotterranea del banale tema dell’amore che tu hai dimostrato non essere banale, funzionano i dialoghi e il gioco tra le varie coppie comiche. Mi ricorda Sara Kane, sicuramente efficace e di una cruda poesia. Padroneggiando la forma e la dialettica tra i personaggi come fai tu, si possono raggiungere alti risultati. La vicinanza ad altri autori è ancora presente, normale per un autore che formandosi assorbe chi è venuto prima di lui. Ti ho votato come prima scelta.”

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Biografia dell’autore

Nato il 26/09/1994 a Napoli, ha conseguito la laurea in Lettere Moderne presso la Federico II con una tesi su Michel Foucault dal titolo: La parresìa come “cura” nell’epoca della post-verità. Nel 2017 inizia a studiare drammaturgia presso la Civica scuola di teatro Paolo Grassi di Milano studiando tra gli altri con Renato Gabrielli, Emanuele Aldrovandi, Maria Grazia Gregori, Marco Maccieri. Ha lavorato come tecnico elettricista sia per il teatro che per il cinema partecipando alle produzioni di spettacoli quali “Calderòn” da Pier Paolo Pasolini per la regia di Francesco Saponaro prod. Teatri Uniti, “MDLSX” regia dei MOTUS. Inoltre ha partecipato a vari allestimenti per il teatro Galleria Toledo a Napoli. Finalista al premio “Il Nasso” nel 2015 per la sceneggiatura del cortometraggio “La sigaretta” e vincitore del concorso “Shakespeare is now!” per il testo “L’amore coprirà una moltitudine di peccati”.

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DRAMMATURGIA: “Il cielo è cosa nostra” di Francesco Colombo

Nota dell’autore

“Il Cielo è cosa nostra – La vera storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso”  racconta le losche attività post mortem dei tre fondatori delle mafie: Osso, Mastrosso e Carcagnosso e dei loro altrettanto mostruosi avversari. Mettere in scena il male comporta spesso dei rischi. Ciò che volevo evitare era rendere il male una cosa distante dallo spettatore che, rassicurato dall’ “altro da sé”, dal non essere chiamato in causa direttamente, avrebbe potuto limitarsi a giudicare. Sarebbe stata una scrittura più comoda.

Abbiamo quindi scelto un’altra strada: da bambino, nel buio, c’era un mostro che mi terrorizzava e mi costringeva immobile sotto le coperte. Dopo un po’ mi facevo coraggio e raggiungevo l’interruttore. La luce mi faceva scoprire che il mostro era una semplice ombra. Poi però per tornare a dormire dovevo spegnere la lampadina e insieme al buio tornava la paura…
La luce che oggi ho voluto accendere sulla scena è quell’interruttore schiacciato dal bambino, una luce che oggi Illumina questi personaggi diabolici nel loro quotidiano, con i loro vizi, i loro capricci, la loro “normalità”, pur restando mostruosi. E, volontariamente o meno, comici. Come tutti gli uomini.

“Il Cielo è cosa nostra” è una rappresentazione del male sotto la forma della commedia nera e surreale che veicola un messaggio forte e definito di avversione alla mafia, ma sfrutta i binari veloci dell’ironia. Per far questo, il lavoro con gli attori ha richiesto da parte di tutti un particolare impegno. Sono molto esigente e chiedo loro la cosa più difficile: la libertà. Siamo partiti dalle improvvisazioni per arrivare al testo. A quel punto gli attori avevano già la carne dei personaggi.

Lo spettacolo “Il cielo è cosa nostra –  La vera storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso” della compagnia The Ghepards è risultato vincitore de “L’Italia dei Visionari” (2017).

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Biografia dell’autore

Regista e drammaturgo nato a Lecco nel 1981, Francesco Colombo ha studiato al Centro Internazionale La Cometa di Roma e ha frequentato seminari con: Nicolai Karpov, Claudio Conti, Natalia Zvereva, Peter Clough, Aurelio Grimaldi, Bernard Hiller, A. Woodhouse, A. Bergamo, P. Zuccari, P. Sepe, F. Albanese. A teatro ha lavorato con M. Belli, G. Innocenti, L. Nicolaj, V. Salvi, G. Cobelli. Ha avuto anche esperienze di Arte di Strada con due spettacoli da lui ideati e realizzati: “Il ritratto della fortuna” (estate 2006-2014) e “La ballerina” (estate 2015 ).
È autore di poesie e testi teatrali: “Anche l’indice parla”, Edizione Nuova Cultura 2009 (Poesia) , “20 poesie disperate e una canzone d’amore”, Edizione Nuova Cultura 2009 (Poesia) , “Io ne so qualcosa”, 2010 (teatro) , “La fanciulla con la cesta di frutta” 2015 (teatro) e “Il cielo è cosa nostra”, 2016 (teatro). Nel 2016 fonda la compagnia “The Ghepards”.

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DRAMMATURGIA: “Goghgauguin” di Biancanives Togliani

Premio Fersen alla drammaturgia 2015, in GOGHGAUGUIN Biancanives Togliani – come afferma la Giuria del Premio – “mette in scena con ottimo ritmo teatrale il complesso sentimento di profonda amicizia che lega Vincent Van Gogh e Paul Gauguin, inficiato tuttavia dall’insopprimibile gelosia di Paul verso Vincent, che egli è costretto a riconoscere superiore a lui. In un dialogo immaginario a posteriori, i due raccontano e confrontano il ricordo di quel burrascoso periodo di vita in comune a cui dà il suo contributo, da saggia moderatrice, anche Sien, la prostituta amante e modella di Van Gogh”.

Il dramma di Biancanives Togliani racconta di quando i destini di Vincent Van Gogh, Paul Gauguin e Sien Hoornik (la prostituta amante di Van Gogh) si incrociarono nel periodo della Casa Gialla ad Arles dando vita ad un ménage à trois.

“Alla realtà storica dell’incontro tra i due artisti – afferma l’autrice e regista Biancanives Togliani – ho inserito il personaggio di Sien. Vincent aveva realmente vissuto una storia con lei a Parigi e le aveva dedicato alcuni disegni, il più celebre intitolato “Sorrow”, ma nella realtà non è mai stata con loro ad Arles. Nella mia visione Sien, dopo anni da quella notte che se ne andò da casa di Vincent sparendo nella pioggia tra i vicoli di Montmartre, va a cercarlo ad Arles proprio mentre Paul è suo ospite nello “Studio del sud”. Alchimia e tensioni di una grande amicizia tra i due famosi pittori alla presenza di una donna che si muove nelle loro esistenze, in un periodo indimenticabile dopo il quale non si sarebbero più rivisti e che ha segnato la loro vita. Paul invidia a Vincent di essere il vero genio tra i due, ammettendo che sarà lui “quello ricordato dalla storia” e insidia Sien, non per amore, ma per estorcerle informazioni sul lavoro artistico dell’amico. Vincent sacrifica il suo sentimento per Sien e accetta che lei si dia a Paul, perché lo adora. Sien incarna la funzione dello storyteller, colei che osserva e che racconta. I tre personaggi -prosegue Biancanives Togliani – sono sempre in scena e si muovono in un luogo che rappresenta sia il “vissuto”, sia il mondo del ricordo, rimandando allo spettatore la percezione del dubbio: questi momenti li stanno vivendo adesso, o li stanno solo ricordando? Sia quando le loro strade si sono divise, sia quando non si sono ancora incontrate, i personaggi sono “già” o “ancora” in scena a osservare i nodi del loro rapporto che si forma, si sviscera o finisce? L’assenza di cronologia serve a sfumare il confine tra l’ ‘agìto’ e ‘il ricordo’. L’opera è divisa in capitoli che scandiscono i temi piuttosto che il tempo. Le ambientazioni sono risolte come fossero la materializzazione dei bozzetti disegnati di getto da un pittore, mantenendo la scarsità di informazioni di uno schizzo a matita. Sedie, quadri, valigie, un letto, un baule entrano ed esconodi scenamentre la luce riveste un ruolo importante nei cambi di spazio e degli stati d’animo, per mantenere fluido il senso cui è affidato l’aggancio tra un dialogo e l’altro.”

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BIANCANIVES TOGLIANI:

A 21 anni si laurea in regia alla facoltà di Scienze dei Beni Culturali con Marco Sciaccaluga con la tesi: Tre Sorelle- un’ ipotesi di regia e successivamente accompagna il regista come assistente in due produzioni al Teatro Stabile di Genova (Misura per Misura, La Moscheta). Durante gli studi lavora come assistente anche di Maria Pia Paglierecci, Antonio Sixty, Margò Volo, Corrado d’Elia e Loredana Butti, frequenta la Scuola di Teatro Arsenale e un corso di regia in Paolo Grassi. Nel 2012, durante il programma Erasmus del corso di laurea Magistrale segue corsi di teatro e cinema all’ Università di Łódź in Polonia e l’anno successivo cura la regia di La Doleur di Marguerite Duras con Regula contra Regulam Teatro al Grotowski Instiute di Wrocław. Nel 2015 si diploma alla Mountview Academy of Theatre Arts di Londra in un Master in Theatre Directing presentando una regia di The Dumb Waiter di Pinter dove recita nel ruolo di Gus. Tornata a Milano fonda con architetti, musicisti e teatranti il collettivo autogestito Locus che si occupa della riqualificazione e valorizzazione dello spazio urbano mediante l’auto-costruzione, il dialogo col quartiere e performance site-specific che lei progetta e realizza. Nel 2015 vince il Premio Fersen alla drammaturgia con Goghgauguin e nel 2016 consegue la Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo con la tesi Arte e vita: il contagio.

Portfolio > http://biancanives.wixsite.com/portfolio

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DRAMMATURGIA: “I tre lati dell’assurdo” di Lorenzo Cammisa

INTRODUZIONE AL TESTO DELL’ AUTORE:

“I tre lati dell’assurdo” è un testo teatrale suddiviso in sette macro-scene che raccontano, in maniera spietata, l’essenza concreta delle nostre interrelazioni, la condizione umana senza filtri, in due parole: che niente ha senso.

Questo testo è la summa di diversi anni di sperimentazione dell’autore, alla ricerca di un nuovo linguaggio teatrale fondato su mondi verosimili, che vivono di proprie regole che alterano il senso complessivo delle cose che ci accadono quotidianamente: immersi come siamo nel mondo “reale” siamo assoggettati e sottomessi alle regole del buon senso e della consequenzialità. Nel testo le situazioni vivono il deliberato abbandono di un costrutto drammaturgico razionale e un rifiuto quasi totale del linguaggio logico. La successione degli eventi, legati fra loro da una labile e fragile traccia apparentemente senza alcun significato, diviene il cardine degli episodi che lasciano interdetti, fanno sorridere e riflettere: il tutto ci restituisce la radiografia dell’animo umano al di sopra delle nostre sovrastrutture, “noi” spogliati dal senso comune.

L’obiettivo è quello ambizioso di presentare una proposta teatrale vera, portare sul palco una nuova prospettiva di “teatro dell’assurdo” mantenendone i canoni primitivi e sovvertendone la struttura tradizionale in cui trama di eventi, concatenazione e scioglimento degli stessi diventano, in questo caso, fondamentali. I sette episodi fanno parte di un vastissimo repertorio di sketch “assurdi” del trio che prendono ispirazione dai classici Ionesco e Beckett, citano Durrenmatt e Shakespeare passando per il timbro irrazionale e contraddittorio del “circo volante” dei Monty Python.

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LORENZO CAMMISA:

Regista, sceneggiatore, attore e scenografo. Laureato in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli ha conseguito il diploma d’attore all’Accademia d’Arte Drammati­ca del Teatro Le Maschere per poi studiare Regia Cinematogra­fica alla Scuola di Cinema Pigrecoemme. Lavora come sceno­grafo per le rassegne teatrali “Museum” accanto a registi come Renato Carpentieri e Lello Serao per poi diventare punto di rife­rimento della compagnia del Teatro Le Maschere come sceno­grafo, attore e primo aiuto alla regia di Nunzio Zuzio. Comincia un forte sodalizio nell’ambito cinematografico con Angelo e Giuseppe Capasso di cui è scenografo e primo aiuto alla regia per “Terrible Truth”. Realizza le scene per lo spettacolo “Edith Piaf – lo spettacolo” con Daniela Fiorentino.

Ottiene una prima importante consacrazione come sceneg­giatore scrivendo, con Angelo e Giuseppe Capasso, “108.1 FM Radio” interpretato da Dario Biancone e Fabrizio Monaldi, cortometraggio indipendente che vince numerosi premi nei migliori festival in­ternazionali e una nomination come “Miglior Film Straniero” a CANNES IN A VAN nel 2012. L’esordio alla regia è con “Moon of Alabama”, pre­miato come “MIGLIOR OPERA PRIMA” al XXX ROUND FILM FESTIVAL.

Continua ad essere co-sceneggiatore e aiuto-regia dei fratelli Capasso per “Silence”, episodio del lungometraggio “P.O.E. Poetry of Eerie”. “Silence” vince diversi premi tra cui “MIGLIOR FILM STRA­NIERO” al “15th MINUTES OF FAME FILM FESTIVAL” a Hollywood nel 2012.

Il suo secondo lavoro da regista, “La Rapina” – con Giuseppe De Rosa e Giovanni Antinolfi – diventa un habitué dei maggiori festival italiani ed ha un seguito importante anche oltre i confini nazionali (in onda su Coming Soon Television nel contenitore “Short Stories” e su iLike TV nel programma “ShortBuster”- “MIGLIOR FILM” al “CORTO DINO DE LAURENTIIS FILM FESTIVAL” nel 2012 ed è proiettato alla New York University per la rassegna “41° PARALLELO”).

Si occupa di video arte – collabora ed espone per “VUOTOCICLO” rassegna di arte e nuove tecnologie al PAN, organizzata da Agata Chiusano e UNISOB – e di produzione di videoclip musicali – ha scritto e diretto “Kill the Killers” primo singolo del secondo album dei THE COLLETTIVO e “Vivo così”, singolo di debutto dei DIVER­SAMENTE ROSSI, con Antonello Cossia (MIGLIOR VIDEOCLIP “VISIONI CORTE 2013”) oltre che a “Un’altra estate” e “Misteriosamente” per Enzo Gragnaniello e Raiz. È l’aiuto regia per “Alone” dei fratelli Capasso, episodio del lungometraggio “P.O.E. Project of Evil” premiato come “MIGLIOR FILM” al “FANTAFESTIVAL “2013”. “Vita di Vì” di cui è sceneggiatore, regista e inter­prete, arriva in finale al festival “L’immagine del Suono” indetto da Cinevox. Nell’ultimo anno scrive e gira con Giovanni Del Prete “Circle”, cortometraggio musicale con Simona de Rosa e Dominic Chianese (Il Padrino, I Soprano) e si occupa della regia del videoclip “Happines is a loaded gun” degli australiani Leaf Crown. Per il teatro, scrive, dirige e interpreta “Bisturi” vincitore del concorso UP2U! indetto da La Stampa. “Gradito a me” è arrivato al secondo posto nel concorso nazionale per corti teatrali del Teatro San Prospero di Reggio Emilia nel 2015 e inserito nella rassegna “Autori sul comò” del Teatro Lo Spazio di Roma con diverse date nello stesso anno.

Lavora come copywriter per l’agenzia di comunicazione Safari ed è docente di cinema, teatro e comunicazione presso VisiOnAir, agenzia leader nel settore dell’alternanza scuola-lavoro. Tra le altre cose lavora come insegnante di recitazio­ne, operatore camera, disegnatore di storyboard e montatore.

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DRAMMATURGIA: “Lacerazioni” di Fabio Pisano

Introduzione al testo 

Mito della Caverna; Platone. Schiavi di una società che ci inietta insicurezze, paure. E ci costringe a scelte estreme. Come quella fatta da Oud. E cioè, passare tutta una vita rinchiuso nella sua roulotte; vivendo, e credendo che il tempo lì, non passi. Che il consumo lì non esista. Oud, e poi Amanda. I due si amano, si odiano, si rallegrano e s’intristiscono le esistenze, in una stanza centro del “loro” mondo e al contempo fuor dal mondo vero. Lasciando che il tempo passi e logori tutto. La paura del “fuori” o del “dentro”, la paura di uscire dalla caverna, fa dello schiavo, schiavo prima di tutto di sé stesso. Questo è Oud; uno schiavo di sé. Padrone d’una esistenza tormentata, d’una esistenza ridotta all’osso, esaltazione dell’ essenza stessa del vivere. Questo è “lacerazioni”. O almeno, ci vuol provare.

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Premi

-Selezione in RABBIA#11 – dispositivo di produzione di nuove scritture prodotto dal Teatro Valle Occupato e diretto da Cristian Ceresoli, con contributi esterni di Emanuele Trevi e Simon Boberg, presso Spin Time Lab, Via Santa Croce in Gerusalemme – Roma.
– Novembre 2015 – Vincitore del biglietto d’oro – UT.35, nell’ambito della rassegna teatrale UT.35, svoltasi al Nuovo Teatro Sancarluccio – Napoli.
– Ottobre 2016 – Segnalazione di merito per il testo “Lacerazioni_” al Premio di Drammaturgia DCQ – Giuliano Gennaio, VII Edizione.
– Marzo 2017 – NOGU – Drammaturgia in movimento; focus sul testo Lacerazioni_ dal 14 al 19 Marzo presso il teatro Argot Studio – Roma.

Nota biografica

 Fabio Pisano nasce a Napoli, il 27 Settembre 1986. Studia e si laurea in Scienze Biotecnologiche; durante il periodo universitario, studia recitazione presso il teatro Totò, e, contemporaneamente, coltiva la sua passione per la scrittura teatrale e non solo, seguendo numerosi stage di scrittura con alcuni autori e registi teatrali internazionali (Mark Ravenhill, Martin Crimp, Oskaras Korsunovas, Lluis Pasqual, Emma Dante, Massimiliano Civica); nel 2010 presenta il suo primo lavoro da autore, “Silenzio in Aula”, commedia comica in due atti che vince il premio come miglior testo inedito nell’ambito della rassegna organizzata dal teatro “Le Maschere”; dopo di ciò, continua la messa in scena dei suoi testi, in particolare dal 2011 va in scena oltre trenta volte con “Sala d’Attesa”, una commedia leggera ma dai toni amari, incentrata sulla memoria delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Altri lavori di rilevante importanza sono “Beato tra le Donne”, un varietà in scena in alcuni dei principali teatri napoletani (Cilea, Acacia), “Gang Bang”, in cartellone al teatro De Poche di Napoli e poi incluso in diverse rassegne estive. I testi che più hanno suscitato interesse di critica, sono in particolare “Gang Bang”, finalista al Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro presso l’accademia di Udine “Nico Pepe”, “Binari”, menzione speciale al premio di drammaturgia teatrale “Emma Sorace” 2016, “Vetiver” (anch’esso finalista al Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro l’anno successivo, 2014), il corto teatrale “Oltre La Striscia”, vincitore del Primo Premio “Aldo Nicolaj” e il corto teatrale “Le (S)confessioni”, quest’ultimo vincitore e finalista di diversi concorsi teatrali nazionali, tra cui “S…Corticando” del TeatrOltre di Sciacca (Ag). Nell’ultimo anno, con “Eden”, vince il premio Salvatore Quasimodo, il premio Nicola Martucci – Città di Valenzano e il premio “Teatro Aurelio”. 

 

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DRAMMATURGIA: “Lei non è” di Luca Trezza

Introduzione di Luca Trezza, autore del testo:

“LEI NON È” nasce dalla visione di un murales, visibile su molti muri di Roma, in cui appariva la figura di Pierpaolo Pasolini che teneva in braccio se stesso. Da lì un gioco di parole e dialetti mi ha portato a formulare la frase “TENCO UN PASOLINI TRA LE BRACCIA” e ad unire le due figure artistiche, quelle di Luigi Tenco e di Pier Paolo Pasolini come simboli di una resistenza artistica.
Mentre mi accingevo a scrivere questo spettacolo, la rielaborazione personale e dolorosa di un lutto mi ha riportato al tema della Memoria, sia personale che storica. Cosa resta di noi? Cosa ci portiamo? Cosa lasciamo? Queste le domande.
Da tali presupposti ho iniziato a scrivere il testo dello spettacolo che si compone drammaturgicamente in tre quadri. Il Titolo era diventato TENCO UN PASOLINI TRA LE BRACCIA e LEI NON È. Successivamente abbreviato in LEI NON È.
Per LEI si intende la Memoria, la Mamma, l’Italia, la Patria, la Voglia disperata e disperante di vivere e la Domanda sul futuro incerto di questa generazione Millennials ( termine usato per descrive la generazione anni 80-2000).

LEGGI L’ESTRATTO DI “LEI NON È”

FORMICHE DI VETRO TEATRO

L’ Associazione Culturale “Formiche di Vetro Teatro” nasce nel 2008 dalla volontà di Luca Trezza di dar vita a un percorso autonomo di ricerca e di sperimentazione drammaturgica e teatrale insieme ad altri allievi dell’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. Il Gruppo si rinnova con nuovi inserimenti provenienti dal Progetto Allenamento diretto dallo stesso Luca Trezza. Dal 2014 L’Associazione Culturale “Formiche di Vetro – Teatro” si stabilisce in Via dei Vascellari ( Trastevere- Roma) dando il via a numerose collaborazioni.
Tra gli spettacoli si ricordano: WWWW.Testamento.eacapo, spettacolo vincitore del Premio Roma capitale 2013 e del Festival voci dell’Anima 2014, Trittico del mio Byte, monologo sul contemporaneo, Generrazione Emmoticoon e Le Sante e Sedute Stanti.

LUCA TREZZA

Nato a Salerno, si diploma come attore nel 2007 presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Segue contestualmente laboratori di approfondimento con Emma Dante, Jurij Aischitz, Giancarlo Sepe, Dario Manfredini, Roberto Latini, Ilaria Drago, Luca Ronconi, Valerio Binasco, Nikolaj Karpov ed altri. È diretto da Giancarlo Sepe in Napoletango, Shakespeare low e Favole di Oscar Wilde; da Piero Maccarinelli in Il romanzo di Ferrara e da Armando Pugliese in La cucina, di Harold Wesker. Lavora, tra gli altri, anche con Enrico Maria Lamanna, Massimiliano Farau, Cristina Donadio e Enzo Moscato.
Si classifica al terzo posto nel 2008 al Concorso Nazionale Prova d’Attore di Torino. Nel 2008 fonda la Compagnia Formiche di Vetro, sotto la cui egida inizia un percorso autonomo come autore e attore, tra riadattamenti e drammaturgie originali.

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DRAMMATURGIA: “Figlie d’Egitto ovvero Le Supplici” di Sofia Bolognini

Figlie d’Egitto ovvero Le Supplici di Sofia Bolognini, autrice e regista teatrale classe 1992, vincitore del premio Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea 2016 con la seguente motivazione:

“Un testo compatto, organicamente strutturato, appoggiato su modelli drammaturgici focalizzati sul gender, che riesce, seppur attraverso una struttura formale e ritmica per così dire classica, a reinterpretare il mito senza perdere la forza originaria dei grandi tragici e a proporre temi contemporanei quali il conflitto tra Oriente e Occidente, il corpo della donna come luogo di guerra e sopraffazione e il confronto/scontro tra due tipi contrapposti di potere. Un’opera nella quale l’antico favolistico e l’allusiva contemporaneità mediatica si amalgamano quasi sempre con equilibrio. Un testo che ben si adatta ad essere rappresentato nel teatro greco di Segesta senza stravolgerne il forte impianto scenografico naturale, puntando sulla parola, sul lavoro degli attori e le relazioni archetipali tra i personaggi.”

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Nota di Sofia Bolognini, autrice del testo:

Figlie d’Egitto ovvero Le Supplici vuole esserne una sintesi, un rimescolamento, una ricostruzione per frammenti, una reinterpretazione poetica. Rispetto alla tragedia classica, l’ordine degli eventi è stato invertito: le supplici sbarcano sulla spiaggia di Argo dopo aver ucciso i propri mariti, non prima. Esse dunque scappano dalla pena di morte, non dalle nozze. Il linguaggio è un tessuto di sperimentazioni e innesti. L’impianto generale procede per scansioni ritmiche solenni rispettando la sonorità classica. Alcune citazioni particolarmente efficaci dell’opera antica sono state inserite organicamente nel testo, opportunamente segnalate da asterisco. Non mancano innesti moderni, volutamente isolati e stridenti, pensati per disarcionare di colpo l’orecchio dello spettatore. Un’indagine sul conflitto tra Oriente e Occidente, sintentizzati nelle figure del Principe d’Egitto e del Sovrano di Argo. Figure archetipiche, protagoniste di uno scontro sleale e fratricida. Argo è industriale, democratica, senza déi. Egitto è brutale, integralista, tirannico. Con la stessa violenza combattono per il dominio economico sul mondo: i giagimenti di petrolio, che compaiono anacronicamente nella piece assieme a cacciabombardieri e smartphone, confondendo epoche storiche, rimescolando gli eventi.  Uno studio sul conflitto di genere, sintetizzato in chiave filosofica. Il rifiuto delle nozze e l’uccisione dei propri mariti significano l’impossibilità del riconoscimento all’interno di una cultura maschilista e imperialista, fondata sul possesso e sull’oggettivazione del mondo (in questo caso, del corpo femminile). Il maltrattamento delle donne che nel testo subiscono le peggiori umiliazioni tanto in Egitto quanto in Grecia, è stigmatizzata in una denuncia filosofica che oltrepassa i confini di genere. Di contro al capitalismo dell’Io e alla lotta per la supremazia, si auspica il ritorno ad una visione più mite del mondo, basata sul rispetto reciproco, la coappartenenza e la cura, della madre verso il figlio, della terra verso gli uomini. Ovunque esiliate e respinte, le Supplici non sono più donne, ma ideali. Non portano frasche d’ulivo, ma una nuova visione del mondo. La Corifea diviene simbolo archetipico della Concordia tra gli uomini, fertile grembo che partorirà l’ultimo Dio. Come una sorta di Madonna pagana attraversa le terre cercando il luogo adatto per dare alla luce suo figlio. Senza riuscirvi.

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