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Riaprire i teatri. Drammaturgie per la ripartenza di Monica Capuani

Monica Capuani è traduttrice, scout e promotrice culturale. Lo scorso ottobre ha avviato una serie di laboratori dal titolo WWTT, Women Writers in Today’s Theatre, dedicati esclusivamente alle donne: attrici, drammaturghe e registe. I workshop riprenderanno in presenza appena le disposizioni in merito alla pandemia lo consentiranno, con appuntamenti itineranti in diverse città italiane, in collaborazione con l’acting coach Federica Rossellini. Tradotto da Monica Capuani, è in libreria e acquistabile online The Spank di Hanif Kureishi, edito dalla milanese Scalpendi. In uscita anche le sue nuove traduzioni di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams, Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee.

Contrariamente a quanto annunciato, non si leverà il sipario del teatro italiano il prossimo 27 marzo. I teatri restano chiusi e chissà ancora per quanto. Ma quando riapriranno, quali drammaturgie sapranno disegnare il dolore che quest’anno ha generato? Quali autori e autrici saranno in grado di farci riflettere, per mezzo delle loro penne, su questioni che necessitano l’urgenza del dibattito?

Risponde Monica Capuani, tracciando in questo editoriale l’itinerario internazionale di un viaggio introspettivo che culmina in generosi consigli di lettura (e di messinscena).

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Donna che legge con parasole – Henri Matisse

Chiusi. Da un più di un anno. I teatri sono chiusi da più di un anno. Mai avremmo potuto pensarlo. Lesi nel nostro senso di onnipotenza, riapriremo. Riapriremo perché il teatro è una creatura tenace, che ha a che fare con il desiderio, e finché c’è vita il desiderio non muore. Il problema – che è però anche una grande opportunità – è che non si potrà riaprire facendo finta di niente. Con spettacoli in cartellone che non segnino in modo deciso una discontinuità. Quando sento qualcuno dire: “Dopo, la gente avrà voglia di ridere”, mi si accappona la pelle. Per me, “dopo” la gente avrà bisogno di pensare, di confrontarsi con i propri simili, di identificare affinità e intimità, di combattere il futile, l’inutile, la superficialità suicida. Avremo bisogno anche di ridere, sì. E tanto. Ma anche nel ridere dovrà esserci discontinuità. Dovrà essere una risata vitale, empatica, intelligente.

Il 2020 per me è stato un anno importante. Perché ha visto nascere progetti significativi, proprio nel senso di cui sopra. Un sogno che si avvera, per me, è la produzione di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, nella mia nuova traduzione (la prima dopo sessant’anni), che Antonio Latella sta provando in questi giorni a Spoleto con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Paola Giannini, Ludovico Fededegni, prodotto dallo Stabile dell’Umbria. Il tema del crollo delle illusioni, che può purificarci prima che sia troppo tardi, è di estrema, dolorosa attualità.

Albee, che aveva 34 anni quando nel 1962 il testo sbancò a Broadway con 664 repliche, diceva che gli spettatori erano diventati “mucche placide” e intendeva riportarli a un coinvolgimento intenso in quel rito che è il teatro, impossibile senza la partecipazione attiva del pubblico. Sono certa che Latella non tradirà questo mandato, soprattutto nell’era post-Covid. Il testo è uno dei più grandi capolavori del teatro americano e quando qualche estate fa lo traducevo mi sembrava denso come il nucleo incandescente dell’universo prima del Big Bang. Sarà questa l’impressione che spero farà al pubblico di oggi: uno shock violento ma vivificante.

The Spank di Hanif Kureishi è un altro spettacolo che non vedo l’ora di vedere. Avevo incontrato Kureishi anni fa a Londra per un’intervista. Il taxi aveva fatto una strada sbagliata, arrivai tardi. Lui era molto seccato, io in imbarazzo per essermi macchiata del cliché del pressappochismo italiano. L’ho rivisto tempo fa, sempre a Londra. Conoscevo da anni Isabella D’amico, la sua attuale compagna, frequentata in ambito editoriale. Lei ha parlato a Hanif del lavoro di scouting, traduzione e promozione di testi di drammaturgia contemporanea che sto facendo in questi anni.

Mi ha detto: “Sto scrivendo un two-hander. Ti interessa leggerlo?”. E ha cominciato a inviarmi il work-in-progress. Poi mi ha invitato a un reading di The Spank in un teatro di Londra. Da noi era appena iniziato il lockdown, così mi ha fatto solo leggere il testo. L’ho tradotto, con la condizione stabilita dai suoi agenti che avrebbe dovuto debuttare prima a Londra. Durante l’estate Hanif e Isabella sono passati per Roma. La prima bozza di traduzione era pronta. Ho lanciato l’idea: “Se riesco a trovare due ottimi attori amici, ti interessa sentirla?”. “Assolutamente sì”, ha risposto.

Così io, Isabella e Hanif ci siamo trovati sulla terrazza a Trastevere di Viola Graziosi e Graziano Piazza, insieme a Tommaso Ragno, e abbiamo ascoltato il testo. La storia di un’amicizia di lunghi anni tra due uomini di mezza età, le cui famiglie sono intrecciate come i rami di due alberi vicini, che si incrina per un incidente di vita. Che gioia, ascoltare quel testo in piena pandemia. Hanif mi ha detto che, se avessi trovato un bel debutto, The Spank sarebbe potuto andare in scena prima qui. Ho telefonato a Filippo Fonsatti, che 36 ore dopo mi ha chiamato per dirmi che lo Stabile di Torino avrebbe prodotto il testo, mettendo in campo il direttore artistico Valerio Binasco e il regista residente Filippo Dini.

È cominciato un bellissimo lavoro sul testo, con Filippo e Hanif, il lavoro che il drammaturgo inglese fa sempre con gli attori e il regista per collaudare la pièce e portarla al suo meglio. “Il teatro è un’arte collettiva”, dice Hanif, e Dini ha potuto sperimentare che non sono solo parole. Il debutto continua a slittare, ma è appena uscita la traduzione, che inaugura – un vero miracolo! – una nuova collana di teatro dell’editore milanese Scalpendi. Il docu-film di Lucio Fiorentino, accessibile sul sito dello Stabile di Torino, è un’incursione nel “making of” dello spettacolo, che andrà in scena quando si riaprirà. Si parlerà di famiglia, di figli, d’amore, d’amicizia, di vita, di senso, di paura della morte. Tutti temi, credo, su cui per forza ci siamo dovuti interrogare in questo dolorosissimo anno di prigionia forzata.

Altri due testi necessari, sono quelli prodotti dal Teatro Nazionale di Genova, nella nuova direzione di Davide Livermore. Era il 2019 quando, a Ortigia, ho preso un caffè con Linda Gennari. Cercava un monologo. L’ho vista in scena qualche sera dopo nell’Elena diretta da Livermore. Autorevole, di una femminilità forte, contemporanea. Mi è tornato in mente un testo che avevo visto qualche mese prima a Londra, al Gate Theatre, e che avevo intenzione di tradurre: Grounded di George Brant. Lo aveva anche interpretato con grande successo Anne Hathaway a NewYork. È la storia di una donna che pilota un caccia da guerra e si è fatta faticosamente strada in un mondo di maschi. Innamorata del volo, del suo aereo, del suo mestiere. Poi resta incinta, di un uomo che la apprezza, che capisce chi è. Così decide di tenere quel bambino, anche se era l’ultima cosa che aveva in mente, ma è una bella sorpresa.

Per regolamento, viene destinata a terra, “grounded”. Che però significa anche “punita”, “messa in castigo”. Esattamente la sua percezione quando viene assegnata alla guida di un drone da guerra e prende pian piano consapevolezza di ciò che fa: mettere fine a delle vite, spesso di civili innocenti, anche bambini. Purtroppo, non sono potuta andare alle prove, ma chi le ha viste mi dice che Livermore ha costruito uno spettacolo mozzafiato e che Linda Gennari è stellare. Ne sono felicissima, perché il teatro degli ultimi dieci anni ha molto penalizzato le attrici e io ci tengo particolarmente a cercare testi con grandi ruoli femminili. E poi in Grounded si parla di acquisire consapevolezza di chi siamo, e oggi mi sembra un tema ineludibile.

Mentre scrivo, da Genova sono appena tornata: mi sono concessa due giorni alle prove di Solaris, il romanzo di Stanislaw Lem nel bellissimo adattamento del drammaturgo inglese David Grieg. Altro progetto nato durante il primo lockdown. Federica Rosellini, che è un’attenta lettrice e un’amica, a volte leggeva qualche mia traduzione al telefono. Un modo per continuare a lavorare – e a sognare – in cattività. Questo testo l’ha toccata particolarmente. Mi ha chiesto di poterlo dare ad Andrea De Rosa, che molti anni fa aveva diretto nella mia traduzione Molly Sweeney di Brian Friel, quest’anno rimesso in scena da Valerio Binasco. “Certo”, le ho detto. Andrea ne è rimasto folgorato: l’idea di questo pianeta, di cui noi siamo il virus, che ci rimanda persone morte con cui in vita abbiamo avuto rapporti traumatici, irrisolti, gli è sembrata da cogliere al volo. I Nazionali di Genova e Napoli sono entrati subito in co-produzione.

E in questi giorni ho avuto il privilegio di vedere le immagini forti che De Rosa sta costruendo: l’interno dell’astronave imbrattata di nera sostanza aliena, il grande oblò da cui invece di Solaris si vede la nostra povera Terra, Federica Rosellini/Kelvin alle prese con il suo struggente visitatore Ray/Giulia Mazzarino, e i due scienziati provati da due anni di vita a bordo della stazione che orbita intorno al pianeta – Sandra Toffolatti/Sartorius e Werner Waas/Snow – segnati dalla morte del comandante Gibarian/Umberto Orsini, che si vede solo in video ma con quale potenza. Un’incursione ipnotica nel cuore di questioni cardinali: identità, amore, umanità. Chi siamo, quanto abbiamo ferito il nostro pianeta, quanto siamo insignificanti nel contesto dell’universo infinito. Virus, noi stessi, banalmente. Destinati, come il Covid19, a sparire dopo un piccolo grande exploit.

Un evento epico, che sono felicissima di aver contribuito a creare, sarà il ritorno di Franca Nuti a 92 anni sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano (che è anche produttore) con Una vita tedesca di Christopher Hampton. La Nuti è la più grande attrice/attore del nostro teatro e incarnerà il ruolo di Brunhilde Pomsel, la segretaria di Goebbels, che parlò del nazismo solo a 105 anni. È un monito a tutti noi sul pericolo dei fascismi e dei fondamentalismi. Adoro i testi per attrici molto anziane, ci possono insegnare molto. Chissà se Lisa Natoli riuscirà a portare in scena Escaped Alone della gigantesca Caryl Churchill, andato in scena al Royal Court nel 2016, un quartetto di anziane che si alternano in una partitura di saggezza, leggerezza, lucida follia sull’orlo dell’abisso.

In questi giorni sto traducendo per MaMiMò di Reggio Emilia 4000 miglia di Amy Herzog, un’altra drammaturga americana che mi interessa molto. C’è il ruolo di una nonna newyorkese novantunenne che accoglie in casa per un po’ il nipote ventenne, che arriva in bici dal Minnesota, in crisi, in cerca di risposte. Il confronto con la generazione dei vecchi è qualcosa che dovremmo assolutamente recuperare. Tutto il teatro che cerco altrove – ad oggi sono arrivata a quota 126 testi teatrali tradotti – è quello che vorrei vedere in scena in Italia.

Dopo questa pandemia, però, ci sono testi più urgenti. Il primo che vorrei fosse prodotto subito è The Contingency Plan di Steve Waters. È composto di due testi – On the Beach e Resilience – e il tema è quello del “climate change”. Sono andati in scena la prima volta al Bush Theatre di Londra nel 2009. Quest’anno sarebbero dovuti tornare in scena al Donmar Warehouse, totalmente revisionati e aggiornati. Sono riuscita a chiudere le due traduzioni solo con l’aiuto di un climatologo, Sandro Calmanti, che si è molto appassionato al progetto perché ha visto in questi due testi teatrali una possibilità straordinaria di comunicare informazioni di non semplice veicolazione. Ne ho letti degli stralci durante i miei laboratori, e ho visto la presa potentissima che hanno sulle giovani generazioni, giustamente molto sensibili ai temi dell’ecologia e della tutela del pianeta.

Un altro testo che vorrei si facesse presto è Gli antipodi di Annie Baker. Americana, classe ’81, premio Pulitzer nel 2014 per The Flick, è una delle grandissime della drammaturgia americana di oggi. Ne Gli antipodi mette in scena un gruppo di sceneggiatori che devono concepire una nuova serie tv di successo. Il tempo passa, le idee scarseggiano, la dimensione si fa sempre più surreale e claustrofobica: forse siamo alla fine della specificità umana, perché forse non siamo neanche più in grado di raccontare storie, una delle caratteristiche distintive degli umani.

Un’altra questione che mi piacerebbe vedere affrontata sui nostri palcoscenici è quella del gender. Due testi inglesi l’hanno di recente attraversata in modi diversissimi. The Writer di Ella Hickson, andato in scena all’Almeida nel 2018 con Romola Garai protagonista, è un’incursione nel patriarcato che ancora vige nei teatri. Protagonista della pièce è una giovane drammaturga che vediamo lottare, sia nella vita privata sia in quella professionale, per affermare la propria originale idea di teatro contro quella degli uomini che ancora per lo più gestiscono tutte le posizioni di potere e manovrano le leve del mercato.

Anche The Doctor di Robert Icke, enfant prodige della scena londinese oggi conteso dai più grandi teatri d’Europa, è un tuffo nel cuore degli stereotipi di genere, razza, religione. Liberissima riscrittura di Il professor Bernhardi di Arthur Schnitzler, è la storia di un medico (una strepitosa Juliet Stevenson) che fonda una clinica all’avanguardia nella cura del morbo di Alzheimer. Un giorno ricovera una ragazzina che ha tentato di praticarsi un aborto in casa per nascondere la gravidanza ai genitori ultracattolici, partiti per un viaggio. L’infezione è irrecuperabile e il dottore vuole assicurare alla paziente una morte ignara e pacifica. Arriva un prete, su richiesta dei genitori che stanno rientrando, ma il dottore si rifiuta di lasciarlo passare. La ragazzina muore e scoppia uno scandalo che porterà alla luce temi caldi come etica, misoginia, oscurantismo delle religioni, linciaggi mediatici.

Vorrei anche vedere Come trattenere il respiro di Zinnie Harris, drammaturga scozzese di grande talento. È un Faust al femminile: una ragazza è perseguitata dal diavolo che ha contratto un debito con lei e tenta in modo sempre più violento di liberarsene. In un contesto futuro ribaltato, in cui la gente tenta di andare da Berlino ad Alessandria d’Egitto sui barconi. E poi vorrei vedere due testi di Nathalie Fillion, che riesce a far ridere in maniera intelligente parlando di temi di un peso specifico non da poco. In Sulla luna, i nipoti fanno appello alla nonna, energica mater familias, perché intervenga sul figlio bipolare che, avendo cambiato farmaci, minaccia di sperperare il patrimonio di famiglia accumulato da generazioni. Il problema è che lui mantiene un’allegra famiglia allargata di figli che vivono tutti a casa, laureati e nullafacenti, e così deve continuare a essere.

In Spirit, tre sorelle figlie della stessa madre e di padri diversi, vanno a vivere insieme in un appartamento dove ha abitato per qualche tempo Lenin con la moglie, visitato spesso dall’amante. Tra funghetti allucinogeni e fisica quantistica, le epoche si mescolano con esiti comici, sì, ma anche estremamente sofisticati. Fillion ci porta a riflettere sugli esiti della storia, la perdita degli ideali sociali e politici che animavano la società di cent’anni fa, la teoria delle stringhe, Tre sorelle di Čechov. E non mi sembra poco.

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Nuovo Cinema Palazzo

Nuovo Cinema Palazzo, cronaca di una resistenza culturale

Nella sua decennale vita, il Nuovo Cinema Palazzo ha rappresentato e continua a rappresentare per il quartiere San Lorenzo e per la città di Roma, un hub culturale, una fucina di idee, un laboratorio esperienziale e il fulcro di un processo partecipativo capace di abbracciare età anagrafiche diverse.

La storia di questo spazio è divenuta, nel tempo, la storia di una resistenza culturale. Resistenza, perché il fiorire del Nuovo Cinema Palazzo e il suo affermarsi come considerevole punto di riferimento cittadino, ha dovuto subire — e sventare con il sostegno del tessuto sociale romano tutto —, numerosi attacchi.

Per ripercorrere questa esperienza e per dar voce a coloro che animano le mura del civico 9 a di Piazza dei Sanniti, abbiamo chiesto al collettivo del Nuovo Cinema Palazzo di condensare in un Editoriale quanto ancora necessita di essere ribadito circa il ruolo ricoperto da questo avamposto culturale.

Nuovo Cinema Palazzo

Il 25 novembre 2020, mentre a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, decine di blindati dei reparti della Celere sgomberavano il Nuovo Cinema Palazzo come se si trattasse di un covo di pericolosi criminali, in Italia migliaia di persone morivano per gli effetti della pandemia di Coronavirus, molte di più avevano perso il lavoro, altrettante erano in attesa della cassa integrazione, chissà quante erano rassegnate a non poter avere nulla perché lavoravano in nero, le scuole erano chiuse, gli uffici erano chiusi, gli ospedali quasi al collasso.

Il piano su cui giaceva il già torbido sistema economico italiano vacillava da mesi, e la cosiddetta “seconda ondata” dimostrava che la pausa estiva che il virus ci aveva concesso non era stata usata per riorganizzare o migliorare i settori più in crisi, ma semplicemente per posporre il problema. Se in primavera ne dovevamo uscire tutti “distanti ma uniti”, con una sorta di slancio collettivo (che ha dato anche molti esempi positivi), in autunno era già chiaro che non c’era più molto spazio per l’ottimismo.

Dunque, mentre il Paese soffriva la chiusura degli esercizi commerciali, gli stipendi dimezzati, il collasso delle reti sociali con gli adolescenti chiusi nelle loro stanze tutto il giorno e i genitori in grave difficoltà, il futuro segnato da una nefasta incertezza e chissà quante persone affrante per la perdita dei propri cari, a Roma gli illuminati dirigenti dell’Ordine Pubblico cittadino, nella loro infinita saggezza, hanno pensato bene che l’unica priorità in quel momento fosse distruggere un luogo di cultura e sgomberare il Nuovo Cinema Palazzo.

Entrava in scena l’ottusità, la grettezza dei governanti romani, che in dieci anni non avevano saputo né valorizzare e né tanto meno capire la spinta vitale che alimentava un luogo come quello. Sembrava quasi che nessuno si fosse domandato per quale motivo nel 2011 un gruppo di cittadini avesse deciso di impedire che, in barba a tutte le norme vigenti, si aprisse un casinò in un quartiere già segnato da molti problemi.

Che si ignorasse deliberatamente che un cinema-teatro a ridosso del centro costituisse una ricchezza per tutti, una fucina di idee e di cultura in grado di attirare artisti internazionali, di ospitare rassegne di ogni tipo, dibattiti, assemblee, mostre e concerti. Inoltre, e su questo non si può che essere diretti, sembra che ai tutori della legalità non interessasse affatto che nella realtà quotidiana, quella vissuta dalle persone al di fuori degli scandali proclamati a mezzo stampa, il Cinema Palazzo costituisse un argine all’imbarbarimento dettato dalle logiche di mercato, della criminalità e della gentrificazione.

No, tutto ciò non è interessato. Poco importa se gli stessi tribunali dello Stato si erano pronunciati contro le autorizzazioni che avevano concesso, tutt’ora non si sa come, a una ditta di iniziare i lavori per aprire una sala bingo dove, secondo il piano catastale, tale attività non avrebbe mai dovuto aprire. Non è stato giudicato rilevante che le sale slot, come dichiarato dalla Commissione Antimafia:

“nei periodi di crisi economica si denota ancor più tale fenomeno degenerativo (gioco d’azzardo ndr) in quanto, nella impossibilità di un aumento della tassazione, si accentua il ricorso ad incentivazioni della malattia del gioco, un meccanismo che, quanto più cresce, tanto più è destinato a favorire forme occulte di prelievo dalle tasche dei cittadini, mascherando tale prelievo con l’ammiccante definizione di gioco, divertimento e intrattenimento”.

Oltre a essere da sempre un valido strumento di riciclaggio del denaro sporco e di usura per ogni tipo di organizzazione criminale.
Eppure, lo sanno anche i bambini che nella “Sala Palazzo”, come la chiamano gli abitanti di San Lorenzo, dieci anni fa stava per compiersi un atto di “genocidio sociale”.

Volevano farci ammalare, inquinarci di ludopatia, e lasciarci marcire. Volevano costruire un orrendo Moloch a due passi dal più grande ateneo d’Europa, a meno di cinquanta metri da una scuola elementare. Ma questo processo criminoso nel 2011 era stato arrestato dalla ferrea volontà di uomini e donne che, armati della loro etica, vi si erano opposti. Il quartiere di San Lorenzo si era rifiutato di divenire una Cartagine dopo il passaggio dei romani, non aveva voluto soccombere ma invece aveva dato vita così ad una delle più straordinarie realtà socioculturali dei nostri tempi.

Non è necessario soffermarsi a ripetere i nomi degli artisti né tanto meno elencare l’altissimo numero di iniziative che in dieci anni hanno preso vita in quel teatro, per questo gli attivisti hanno prodotto un dossier che si sforza di restituire l’impronta del Nuovo Cinema Palazzo sulla realtà storica e circostante. Fin dalla sua nascita il NCP è stato plasmato per dare voce a tutte le discipline della produzione del cosiddetto “immateriale” e tale si presentava, seppur con tutte le difficoltà della contingenza, il 25 novembre 2020.

Ora, tutti si chiedono, di chi sono le responsabilità? Chi ha dato l’autorizzazione a quest’atto scelerato? Come si può attaccare chi durante la pandemia organizza pacchi per le famiglie più in difficoltà, chi organizza spettacoli per bambini, chi resta aperto per accogliere lo sport popolare e gli anziani del quartiere? Il sindaco di Roma, dopo aver esultato per il trionfo della legalità al mattino, essersi resa conto dell’errore alla sera e aver scaricato tutte le responsabilità sulle forze dell’ordine, ha poi riconosciuto che si poteva evitare.

Quest’ultime si sono presentate con un’imponente quanto insolito dispiegamento di mezzi (circa quaranta camionette e chissà quante centinaia di agenti allertati) che ha messo un tragico punto su ogni possibilità dialettica. La cosiddetta “società civile” ha risposto nei fatti, accorrendo in massa e riempiendo per ore le strade del quartiere gridando con decisione “giù le mani dal Cinema Palazzo”.

Ma le istituzioni culturali e politiche perché hanno taciuto per tutti questi anni? È mai possibile, che l’idea che la cultura sia sempre relegata a materia da museo, o al massimo da evento mondano esclusivo, sia spesso alla base del dibattito pubblico sul tema?

Sembra ormai scontato che cultura e arte “non possano farcela da sole” e quindi necessitino dei finanziamenti dello Stato e delle fondazioni private come un corpo necessita d’aria. Tale ragionamento sottende due importanti, quanto drammatiche, implicazioni: la prima è che siccome si tratta (secondo questa logica) di un investimento infruttuoso, non si può destinare a questo settore se non una parte marginale del bilancio di spesa delle Istituzioni.

E qui, spesso, vince la retorica, che in Italia funziona sempre, della scala di valori: gli ospedali vanno ristrutturati, le scuole sono in sottorganico, le infrastrutture devono essere ammodernate…come si può pensare a un teatro in un contesto generale così difficile? Tale obiezione è, per lo meno, tendenziosa, in quanto la situazione difficile di molti dei settori dello stato non dipende sicuramente dai pochi fondi residuali destinati al Mibact, né dal finanziamento straordinario per puntellare le case romane che rischiano di crollare a Pompei.

La decadenza è lenta e spesso subdola, non te ne accorgi fin quando non esplode un’emergenza che ti porta ad aver bisogno di quello stesso servizio che per anni il tuo Paese ha de-finanziato nel silenzio generale. A quel punto si prova a rimediare, spesso goffamente, e si finisce per agire sempre nello stesso modo, vale a dire spostando risorse da un settore all’altro in una sorta di gioco delle tre carte che finisce per impoverire tutto e acuire i problemi di ogni singolo settore. La seconda implicazione riguarda il merito di quanto viene prodotto.

Lo stato comatoso implica la dipendenza dai farmaci e dai macchinari, il pericolo che il corpo sia dato per spacciato e che qualcuno stacchi la spina è sempre dietro l’angolo. Ed è proprio così che muoiono festival storici, che si depauperano rassegne internazionali, che si orienta la produzione artistica secondo le preferenze di un personaggio piuttosto che di un altro. Allo stesso modo, come piccoli fuochi fatui, lo stesso meccanismo, ma all’inverso, fa sì che si creino fotocopie di scarsa qualità solo perché tale sindaco voleva la sua dose di prestigio o perché il ministro aveva bisogno di dimostrare che l’Italia è un Paese che ancora conta nel contesto culturale internazionale.

Si perde il valore in sé della cosa a discapito del valore attribuito dalla convenienza, dall’idea politica, dalla risonanza mediatica e da tutta una serie di fattori esterni che impoveriscono fino alla miseria l’intero segmento. I tagli strutturali al Fus degli ultimi anni sono solo la punta dell’iceberg in questo discorso che avrebbe bisogno di molto più spazio per essere sviluppato ma che a noi interessa contestualizzare in termini di fruizione e produzione culturale.

Iniziamo con una domanda: se la cultura è una terra arida, poco attrattiva, vecchia e infruttuosa, com’è possibile che esperienze come il Cinema Palazzo siano in grado di raccogliere migliaia di persone? Forse, i profeti del pragmatismo assoluto, quelli che professano che le nostre società non sentono più il bisogno di uscire di casa per assistere a uno spettacolo teatrale, ballare a un concerto o prendere parola a un seminario non hanno chiaro il contesto. Potrebbe anche darsi – manteniamo il beneficio del dubbio, s’intende – che forse l’offerta culturale non sia adeguata.

D’altronde, l’idea che gli eventi culturali siano generalmente noiosi perché condotti secondo una logica scolastica o ministeriale potrebbe avere una parte di colpa. Allo stesso modo, la necessità di agire al ribasso per la mancanza di fondi e di adeguarsi a una sorta di estetica del bisogno (legata a chi tali fondi li eroga), che fa oscillare il prodotto finale tra la cosiddetta “cultura istituzionalizzata” e la ripetizione di modelli che hanno funzionato in passato, non può non influire sulla scarsa risonanza di tali eventi. O ancora, il fatto che intorno alla cultura, se non per rare eccezioni che pure esistono, non si riesca a creare socialità né temporaneamente né in modo duraturo, potrebbe essere un altro aspetto da considerare.

Da ultimo, il circolo vizioso che ha portato i biglietti degli eventi culturali a costare cifre proibitive forse avrebbe bisogno di una revisione che lo riporti a livelli accettabili, togliendo all’uscita culturale quell’aurea da evento isolato da permettersi una volta al mese quando possibile.
Noi sappiamo che tutte queste ipotesi sono in realtà postulati nel contesto italiano e romano, le abbiamo confutate direttamente in nove anni di attività culturale continuativa e le abbiamo condivise con chi si occupava di arte e spettacolo da prima di noi e continua a farlo oggi, nonostante le difficoltà e i tempi grami.

Siamo coscienti del fatto che se l’individuo è reso parte integrante di qualcosa che in cambio gli chiede solo di essere sé stesso e di portare la propria storia, i processi diventano giocoforza partecipativi. Da ciò si genera socialità, condivisione, azione collettiva, che non rima con un detrimento della qualità ma istituisce dinamiche differenti. Ospitare residenze teatrali non in cambio di un pagamento ma di un processo condiviso di restituzione alla collettività, è un esempio lampante di questa pratica.

Per questo rivendichiamo l’esperienza e la pratica del Nuovo Cinema Palazzo e invece di piangere sul corpo di un amore morto leviamo alto il grido che ci ha spinto a continuare per dieci anni e ci spinge tutt’oggi: “la cultura e l’arte sono uno strumento attivo di cambiamento sociale”.

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