14mila repliche annullate e 2mila laboratori saltati: la crisi del teatro per ragazzi

ASSITEJ International è un’organizzazione mondiale che opera dal 1965 e riunisce centinaia di teatri e organizzazioni artistiche e culturali nei centri nazionali di oltre 80 Paesi. Raggruppa artisti e compagnie teatrali che si dedicano professionalmente alla creazione di un teatro per il pubblico giovane e intende promuovere la qualità e il significato culturale del teatro per l’infanzia e la gioventù.

ASSITEJ Italia, sezione italiana dell’associazione mondiale, riunisce ad oggi 107 soci su tutto il territorio nazionale. Recentemente ASSITEJ Italia ha condotto un’indagine sulle conseguenze della crisi epidemica sul settore del teatro per ragazzi (con un focus dedicato agli spettacoli e ai laboratori formativi).

Oltre quattordicimila repliche sfumate e più di duemila laboratori annullati con una stima di oltre due milioni tra bambini e adolescenti che non hanno potuto accedere al teatro nel 2020. Sono questi i dati che emergono dal confronto con i numeri del 2019 relativi alle attività svolte dai soci di ASSITEJ Italia.

“Bisogna considerare che il Teatro Ragazzi – spiega Linda Eroli, presidente Assitej – è stato tra i primi settori ad essere interrotto dalla pandemia: per la specificità del suo rapporto con il pubblico, per la sua relazione privilegiata con il mondo della scuola, per la peculiarità delle sue creazioni artistiche e culturali rivolte all’infanzia e all’adolescenza”. Uno dei compiti principali che si è dato Assitej in questo lungo anno pandemico è stato quello di aprire delle linee di confronto, sia interne all’associazione sia esterne, che mettessero al centro il ruolo del teatro ragazzi nel superamento di questa fase. La pandemia – continua Linda Eroli – è stata per molti aspetti una cartina tornasole che ha fatto emergere fragilità pregresse. Qual è l’investimento che si vuole fare sull’infanzia e sui giovani? Quali le competenze e le alleanze necessarie per una visione strategica che superi disparità territoriali, progettualità e contributi intermittenti o di breve periodo, che fotografi l’esistente e che riconosca lo spettacolo come servizio essenziale per la comunità?”. 

Come ha dichiarato il report delle Nazioni Unite del 15-04-2020 dedicato all’impatto della COVID-19 sui bambini: «I bambini non sono i più colpiti da questa pandemia, ma rischiano di essere le sue più grandi vittime».
Assitej Italia vorrebbe andare ancora più a fondo in questa ricerca e provare a conoscere meglio tutto il panorama del teatro ragazzi professionale italiano. Da qui il lancio di un questionario (qui il link https://forms.gle/fh7JeYmFW2SuoCq1A) destinato alle realtà che si occupano professionalmente di teatro ragazzi per approndire ulteriormente il censimento.

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Scala

Le stelle del Teatro Alla Scala, monadi sul palcoscenico

Scala
Teattro alla Scala – Ph Giuseppe Cacace

La prima del Teatro alla Scala di Milano, trasmessa il 7 dicembre su Rai 1, è stata sicuramente un grande spettacolo televisivo con uno share del 14,65% e 2 milioni e 600 mila spettatori televisivi, dati leggermente in flessione rispetto allo scorso anno (15% di share e 2,9 milioni di spettatori di media). Un’operazione mastodontica, che però ha lasciato qualche incertezza rispetto alla tradizionale prima scaligera.

Prima del Teatro alla Scala o Gran Galà?

È stata una prima anomala questa del 7 dicembre 2020 del Teatro Alla Scala, destinata sicuramente a dividere, ma soprattutto a rimanere come un evento eccezionale. Era infatti dal 1946, data di riapertura del teatro milanese dopo la Seconda Guerra Mondiale con l’immenso Toscanini, che la Scala non inaugurava la propria stagione con un’opera. Nel finale, il regista Davide Livermore ha cercato di mettere in continuità i due eventi, forse osando un po’ troppo; due tragedie senza dubbio, ma anche due eventi differenti quelli della Seconda Guerra Mondiale e della pandemia attuale.

Se allora il concerto fu un’occasione di ritrovo, di recupero di uno spazio sociale e culturale come quello del Teatro, ieri è stato un momento di speranza di recupero, attraverso un’operazione culturale forse un po’ troppo grande che puntava ad intrecciare le diverse anime della cultura, come la musica, la danza, il teatro, la letteratura, la vita civile e che alla fine ha prodotto un evento senza dubbio spettacolare ma anche confuso. 

La successione di arie dell’opera lirica europea, tra le quali è saltata l’esecuzione di Winterstürme da Walküre di Wagner probabilmente a causa delle tempistiche televisive, è sembrata una sequenza di monadi teatrali, inanellate una dietro l’altra, sottolineata anche da un palcoscenico inondato d’acqua su cui affiorava una piattaforma di legno modulabile sulla quale cantavano i cantanti. Probabilmente l’intenzione era quella di mettere in scena un Gran Gala della musica lirica e del teatro poiché la drammaturgia costruita al contorno dei nuclei tematici scelti, più che creare connessioni spezzava il ritmo, appesantendo il tutto. 

Intersezione tra attori, musica, politica e arte

I temi della la serata sono stati assolutamente di primo livello. Le arie tratte da  Rigoletto, opera in cui si tratta lo scherno dell’uomo e la violenza sulla donna, sono introdotte dai versi de Le Roi s’amuse dello stesso Hugo, da cui è tratta l’opera verdiana, attraverso la recitazione di Caterina Murino.  A seguire l’elogio degli ideali di Giancarlo Judica Cordiglia introduce le arie tratte dal Don Carlo di Verdi, mentre il ruolo fondamentale delle eroine operistiche è raccontato da Michela Murgia che ribadisce l’attualità ancor oggi dell’opera all’interno della società, come fonte di dibattito pubblico.

La scrittrice introduce i personaggi e le arie della Lucia di Lammermoor di Donizetti e della Madama Butterfly di Puccini; all’intersezione tra opera e cinema, con il ricordo di Federico Fellini, ci pensa Massimo Popolizio, che introduce alcuni brani tratti dal Don Pasquale e da Elisir d’amore  di Donizetti; lo Schiaccianoci è presentato dalle parole di Caterina Murino mentre il tema del dramma e del ruolo femminile all’interno della società, hanno il viatico dei versi della Fedra di Racine, recitati da  Laura Marinoni; i brani operistici scelti sono tratti dalla Turandot di Puccini e dalla Carmen di Bizet, un po’ carente di mordente passionale.

Sax Nicosia, invece introduce con i versi de Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, di Pavese il tema dell’ineluttabilità della morte violenta nell’opera, anticipando i brani di Un Ballo in Maschera di Verdi; ancora una volta la letteratura italiana, questa volta con Montale e la sua Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, che attraverso la voce di Laura Marinoni porta sulle scene l’amore passionale e romantico del Werther di Massenet.

Un estratto poi della Lettera alla Danza di Rudolf Nureyev, recitata da Maria Chiara Centorami, Alessandro Lussiana e Marouane Zotti, introduce il bellissimo spettacolo di danza e luci di Roberto Bolle e le coreografie realizzate su alcuni ballabili da I Vespri siciliani, Jérusalem e Il Trovatore di Verdi. Un famoso passo di una lettera verdiana in cui si esplicita il suo faro drammaturgico, Shakespeare, e il suo modo di agire sulla scena, ovvero inventando il vero, è letto da Cordiglia e conduce il pubblico al tema delle illusioni della realtà, con il famoso Credo di Jago tratto dall’Otello verdiano.

Anche Gramsci trova posto nella drammaturgia della prima, il suo Odio gli indifferenti letto da Massimo Popolizio introduce inevitabilmente il tema politico con brani tratti dall’Andrea Chenier di Giordano. Le parole di Sting, recitate da Caterina Murina introducono di nuovo il tema della morte con E lucean le stelle, dalla Tosca di Puccini.

Il penultimo intervento è di Maria Chiara Centorami, Alessandro Lussiana e Marouane Zotti che portano sul palcoscenico galleggiante il tema della speranza, lasciando spazio al Nessun Dorma (Turandot) e a Un bel dì vedremo (Butterfly) di Puccini, mentre la conclusione è affidata allo stesso Davide Livermore, che firma la regia dello spettacolo, con un suo monologo che porta direttamente verso il finale occupato dal Tutto cangia, del Guglielmo Tell di Rossini

Come si è potuto vedere tanta la carne al fuoco, forse troppa per un evento di Gala come è stata questa prima. Non dando una direzione tematica unica alla serata, purtroppo, si è incorsi nel rischio di toccare marginalmente tanti, troppi temi, restituendo al pubblico un po’ di caos, purtroppo senza trasmettere quel gran messaggio artistico, politico, culturale che inevitabilmente da ogni prima della Scala ci si attende.

Performance, scene e orchestra

Arrivando alle performance della serata la notazione di merito da fare senza ombra di dubbio è all’orchestra. Non era semplice mettere insieme in poco tempo un repertorio così vasto, che comprendesse così tanti stili e compositori. Merito senza dubbio anche del suo direttore Riccardo Chailly, di spalle a palco e cantanti, che sa sempre tirare fuori il massimo, soprattutto nella musica pucciniana, dai maestri e professionisti di questa orchestra disposta ieri in platea. 

Seconda notazione di merito va indubbiamente all’esibizione di Roberto Bolle, sulle note di Waves di Boosta-Satie. La sua performance è un vera e propria riscrittura spaziale della danza, un passo a due con la luce laser che lo circonda, lo attraversa, viene respinta e allo stesso tempo si unisce ai tempi, ai movimenti e alle figurazioni dell’etoile italiano.

A brillare invece tra i cantanti sono indubbiamente Benjamin Bernheim nel Werther, di Massenet, Lisette Oropesa magnifica, soprattutto nelle coloriture finali di Regnava nel silenzio, della Lucia di Lammermoor di Donizetti e Rosa Feola che oltre a un’eccelsa prova di canto, dà anche un’ottima prova di recitazione nell’aria Son anch’io la virtù magica in un’ambientazione da vacanze romane del Don Pasquale donizettiano. Ottima prova anche di Elina Garanca, Ludovic Tézier e dell’intramontabile Placido Domingo, in Nemico della Patria, dall’Andrea Chenier, di Giordano. 

Non convincono infine alcune ambientazioni, che sembrano decontestualizzare le opere scelte, come quella del Don Carlo in treno o del Credo di Jago– cantato magistralmente da Carlos Alvarez – con la Casa Bianca che brucia o infine le immagini di Aldo Moro, Borsellino e Falcone, Gandhi e Papa Giovanni, che scorrono dietro le spalle di Domingo durante la sua esibizione. 

A stupire e a lasciare la pelle d’oca è sicuramente il finale, con le note del Guglielmo Tell rossiniano, che sembrano voler buttare giù i muri della Scala e far entrare questa esibizione, materialmente e fisicamente in tutte le case degli italiani, per fargli rivivere ancora una volta la magia del teatro, della musica e della cultura.

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Faber

Faber Teater: artigianato (vs) online

«Non esiste il teatro on-line». Questo è il punto di vista di Faber Teater, compagnia di Chivasso. «Non per snobismo culturale, non per complesso di superiorità, non per fare i duri e puri». Lo sostiene un gruppo che da vent’anni sperimenta, spostando il teatro fuori dal teatro. Sì, anche loro si stanno attrezzando con tecnologie video per adeguarsi alla situazione presente. No, la soluzione non è univoca, e può essere davvero soltanto temporanea. 

Faber come fabbro: un teatro artigianale, su misura, fatto con la cura, la manualità e l’esperienza di chi dedica tutto se stesso alla realizzazione della sua opera. Faber Teater nasce nel 1997 a Chivasso, nel Torinese, grazie ad Aldo Pasquero, a lungo il direttore artistico della compagnia, e al suo collaboratore Giuseppe Morrone.

Nella compagnia, quattro attori e due attrici: Sebastiano Amadio, Lodovico Bordignon, Marco Andorno, Francesco Micca, Lucia Giordano e Paola Bordignon. Chiara Baudino all’ufficio stampa e moltissimi collaboratori. Tra spettacoli di gruppo e individuali, la compagnia ha viaggiato per tutt’Italia, buona parte d’Europa e fatto alcune tappe in Asia e in America Latina. 

Lo spettacolo storico: Emigranti

Già da molti anni, per Faber Teater il concetto di spettacolo non è legato strettamente al luogo del teatro. Emigranti è uno spettacolo che nasce da un’idea del 2001, cresce nel tempo e si perfeziona fino alla sua forma attuale. I sei attori vestono abiti ispirati alla cultura mediterranea in senso lato, che rievocano numerose tradizioni senza appartenere a nessuna in modo esclusivo. 

Lo stesso vale per le canzoni: canti popolari in molte lingue diverse, dal portoghese al francese, dallo yiddish al piemontese, accompagnate da una grancassa, una fisarmonica, un paio di bacchette e talvolta una chitarra. Tra i personaggi si sviluppa un filo narrativo che vive di questa musica eterogenea anziché di dialogo, e si trasforma di volta in volta in azioni sceniche, mimo, acrobazie, balli di coppia o di gruppo che arrivano a coinvolgere il pubblico.

Emigranti è lo “spettacolo da bagaglio a mano” della compagnia: tutto il necessario può essere trasportato facilmente, servono pochi metri quadrati di spazio; pensato per spazi aperti, può essere eseguito anche al chiuso. Grazie a tutto ciò, lo spettacolo ha preso parte a festival internazionali in Svezia, in Russia, in Ecuador e a Santo Domingo. E in ogni posto, il pubblico si chiedeva chi fossero questi “Emigranti”, senza poter trovare una risposta, se non che tutti, in un certo senso e in una certa misura, lo siamo.

Stabat Mater

Uno spettacolo non da teatro, ma da spazio sacro: Stabat Mater. Creazione per sei voci e un duomo è stato studiato dalla compagnia, con la collaborazione della compositrice Antonella Talamonti, per sperimentare l’acustica dei grandi edifici religiosi. Mentre il pubblico siede sulle panche, i performer-cantanti si muovono nello spazio, proiettando il canto in modo da provocare risonanze ogni volta diverse, variando le distanze e le direzioni, sfruttando la forma dell’arcata di un transetto, la lunghezza di una navata o l’elevazione di un pulpito.

Stabat Mater permette di abitare in un modo nuovo ambienti normalmente dedicati, e circoscritti, a funzioni religiose o visite turistiche. 

Teatro in bici

Ne Il campione e la zanzara sono tutti in bici, attori e pubblico – cosa che ha permesso di accogliere un maggior numero di spettatori-ciclisti nelle repliche di fine estate. Attraverso un viaggio nel tempo, di cui gli attori mascherati sono i guardiani, si racconta la storia del campione Fausto Coppi, dalla sua nascita ai suoi principali successi, fino al suo ultimo viaggio in Burkina Faso. Pedalando tutti insieme si attraversa la storia, si va avanti nel tempo, e le tappe sono tanto spaziali quanto temporali, ciascuna dedicata a un momento nella vita del ciclista. 

In questo spettacolo, il pubblico è coinvolto a tutti i livelli sensoriali: non è spettatore ma partecipante (a tratti costituisce esso stesso l’unica scenografia), ma soprattutto vive le stesse sensazioni, fisiche e muscolari, degli attori e del protagonista stesso della vicenda. Il campione e la zanzara ricrea l’incanto del teatro nei giardini pubblici o nei cortili dove si fa tappa, grazie a intuizioni registiche eccezionali, ma lo porta con sé anche mentre si pedala, quando ogni passante diviene spettatore, e ogni ciclista diviene parte dello spettacolo.

Essere “Faber” ora

«Non esiste il teatro on-line», dichiara la compagnia nella sua newsletter, subito dopo questo secondo arresto dello spettacolo dal vivo. Le esperienze che si creano in scena, la vitalità di un ritmo popolare, gli echi di un canto polifonico, l’essere parte attiva di un omaggio a un grande campione italiano non sono emozioni che possano essere trasmesse attraverso lo schermo di un computer o di una televisione. Questo è il messaggio di speranza lanciato dalla compagnia: il teatro non morirà, il teatro continuerà a vivere perché al suo centro c’è la relazione con il pubblico, che noi cerchiamo di mantenere viva.

«Ora, che ce ne facciamo di queste competenze, di questa maestria costruita con così tanta ricerca, per lavorare on-line? Non sono domande retoriche, anche se possono sembrare paradossali. Ce lo stiamo davvero chiedendo»

Ho chiesto a Chiara Baudino, responsabile dell’ufficio stampa, che cosa voglia dire “essere Faber” in questo momento. La risposta è stata sfaccettata, provo a riassumerla. Essere artigiani per Faber Teater significa creare un prodotto di qualità, che duri nel tempo e sia sostenibile. Uno spettacolo che possa viaggiare ed essere agile, e che possa sopravvivere a lungo. Significa anche, allo stesso tempo, evitare di chiudersi su se stessi, nella propria “bottega”, ma anzi continuare a porre interrogativi e a confrontarsi, perché si è tutti parte di un meccanismo più grande. “Essere Faber” è mantenere vive le relazioni e proporre la propria visione, artistica e poetica, del mondo.

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europe

Steps & Strategies for a Creative Young Europe: dai modelli ideali alle prassi concrete per un’Europa (più) Giovane e Creativa

Sabato 5 dicembre 2020, in concomitanza con la Giornata mondiale del Volontariato, ovvero la ricorrenza internazionale lanciata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1985 con il titolo International Volunteer Day for the Economic and Social Development, ha preso avvio il percorso Steps & Strategies for a Creative Young Europe, una delle sezioni nelle quali si articola la seconda edizione del festival Ideas for a Creative Young Europe nel suo formato digitale, al quale hanno partecipato più di 40 persone da 12 regioni italiane e 8 paesi europei ed extra-europei.

Si tratta di un percorso costruito da quattro facilitatori e facilitatrici – Sara Curioni, Anna Lodeserto, Gianluca Rossino e Yuri Michieletti – attivi/e nell’ambito delle politiche giovanili e della mobilità transnazionale con diverse specializzazioni e vocazioni che stanno cooperando per costruire attività variegate tanto da offrire a un pubblico altrettanto diversificato un’esperienza dinamica e costruttiva.

Il culmine del percorso sarà rappresentato da un momento di confronto tra giovani generazioni e responsabili decisionali in un ideale scenario telematico che ospiterà, nelle giornate conclusive, una sessione plenaria nella quale saranno presentate le proposte e le idee emerse dalle due sfide intorno a cui sono state costruite le prime due puntate: la giornata del volontariato del 5 dicembre, dedicata all’introduzione della Scala della Partecipazione e dei relativi gradini ovvero la sfida “Steps” ispirata dalla letteratura legata alla “Scala della Partecipazione Giovanile” (The Ladder of Youth Participation) come concettualizzata dallo psicologo e docente statunitense Roger Hart nel testo Children’s participation – From Tokenism to Citizenship (UNICEF, 1992) e l’approfondimento Quali politiche europee per l’Europa del futuro? del 12 dicembre.

Il lavoro di Hart costituisce un riferimento essenziale per tutta l’evoluzione dei processi partecipativi e delle prassi che facilitano, analizzano e promuovono la partecipazione giovanile attraverso metodologie perfezionate nel corso del tempo, grazie all’esperienza concreta e alle costanti evoluzioni di coloro che le attuano in modalità interattive in tutto il mondo. 

Anna Lodeserto, coordinatrice del gruppo di lavoro che supporta la compagnia Sciara Progetti Teatro nella conduzione di Steps & Strategies for a Creative Young Europe, approfondisce tematiche e modalità di svolgimento del percorso.

Partendo dalla letteratura scientifica citata, quali sono gli strumenti in grado di favorire e i processi partecipativi e come avviene l’evoluzione di tali processi?

Il coinvolgimento – e tutte le metodologie finalizzate a stimolarlo e tutelarlo – costituisce una delle basi dei processi partecipativi promossi da studi fondamentali come quelli di Roger Hart e dalle evoluzioni successive di modelli che si basano sulla sua Scala della Partecipazione.

È proprio attraverso il coinvolgimento diretto e consapevole delle giovani generazioni, ovvero di coloro che entrano per la prima volta in scena in un gioco le cui regole, scenari, personaggi e persino il copione sono scritti da coloro che ne facevano parte in precedenza, dunque gli adulti, e che spesso non possiedono né la volontà, né la predisposizione o gli strumenti per condividere un angolo del loro palco, che si può attuare un percorso autentico di partecipazione e realizzazione del potenziale latente

La nostra azione concretizzata attraverso l’itinerario comune proposto, così come tutte le altre iniziative che si basano sulle metodologie partecipative atte a coinvolgere le persone più giovani, non soltanto dal punto di vista meramente anagrafico, ma riferendosi a coloro che accedono per la prima volta a un nuovo contesto e che in lingua inglese definiamo “newcomers”, parte da tali presupposti e li sviluppa ulteriormente anche grazie all’apporto prezioso delle nuove idee e dei suggerimenti che emergono grazie alla ricettività nei confronti di contributi diversi e all’esercizio del pensiero critico.

In questo modo la prospettiva del/lla principiante si rivela preziosa non soltanto in chiave inclusiva, ma soprattutto in prospettiva creativa a partire dagli spunti nuovi, privi di condizionamenti, di strutture consolidate e di dinamiche spesso autoreferenziali. Anche in virtù di tale riconoscimento e presa di coscienza, la “Scala” di Roger Hart, in tutto il lavoro che da molti anni contribuisco nel mio piccolo a costruire e a proporre in dinamiche collettive, rappresenta un vero e proprio spartiacque tra logiche conservative e processi pronti a rigenerarsi e ad aprirsi alle contaminazioni, contaminazioni imprescindibili per tendere a qualsivoglia obiettivo di sviluppo.

È proprio ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) contenuti nell’Agenda 2030 promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e, parallelamente, agli Obiettivi contenuti nella “Strategia europea per la Gioventù 2019 – 2027”, ovvero gli 11 Youth Goals (YG), che guarda la seconda sfida contenuta nel percorso e intitolata “Strategies” ovvero le “Strategie”. Queste rappresenteranno gli strumenti e i riferimenti grazie ai quali sarà possibile far convogliare le idee, le proposte e i contributi creativi dei/lle partecipanti tramite la metodologia “4 Steps Into My Room” che sarà proposta a partire da quattro grandi ambiti tematici:

  • Creatività, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e salvaguardia delle professioni di impieghi tra arte, potenziamento digitale e cultura;
  • Educazione, innalzamento delle competenze e formazione di qualità per le società del futuro;
  • Ambiente e sostenibilità verso la società del benessere esteso a misura di infanzia e di gioventù;
  • Inclusione sociale, prevenzione e contrasto delle discriminazioni, uguaglianza di genere e di opportunità.
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Quali risultati comporta il diretto coinvolgimento dei giovani nell’ideazione e nella gestione progettuale?

Nel lavoro sui contenuti e sugli ambiti tematici più specifici, e non soltanto sul piano delle metodologie e degli strumenti, il coinvolgimento diretto di giovani e, possibilmente, anche di adolescenti, di bambini e bambine è imprescindibile. Su temi come l’ambiente, l’antirazzismo e l’inclusione sociale, per citarne soltanto alcuni, le generazioni più giovani sono già in grado di incarnare quel protagonismo che, nel modello di Roger Hart, rappresenta la cima ideale della scala. 

Soltanto sentendosi parte integrante dei processi è possibile ipotizzare in maniera autentica  la gestione di progetti semplici quanto complessi. Se gli obiettivi di tali “progetti”, termine purtroppo molto abusato nelle società contemporanee nelle quali sta aumentando a dismisura la tendenza a sommergere i giovani con una moltitudine di azioni di tale tipo spesso di dubbio valore, scarsa o nulla aderenza ai bisogni e limitata originalità, non sono ideati dagli stessi giovani, questi ultimi non riusciranno a manifestare interamente le proprie competenze in nuce né avranno ragioni per esserne parte e per trarne opportunità di apprendimento e di crescita.

Uno degli obiettivi del percorso Steps & Strategies è proprio quello di conferire valore concreto all’elemento del coinvolgimento diretto, affinché la partecipazione giovanile non resti sul piano dei modelli teorici sepolti nel tempo e costituisca invece la chiave per avvicinare giovani e meno giovani alla definizione e implementazione di politiche pubbliche, vicine ai bisogni della cittadinanza, tanto sul piano locale quanto europeo (Strategia europea per la Gioventù) e internazionale (Agenda 2030), verso società realmente attrezzate per affrontare le sfide del futuro.

Quanto è rilevante la coerenza con i valori e le politiche dell’Unione europea in riferimento a progetti, programmi e iniziative di carattere pubblico e transnazionale?

Molto, troppo spesso sentiamo menzionare le istituzioni europee e quelle internazionali come contesti astratti e lontani ai quali rivolgersi, come se si trattasse di istituzioni di carattere esclusivamente finanziario. Se resta, purtroppo, vero che tali istituzioni, in particolare quelle dell’Unione europea (che non coincidono necessariamente con l’Europa intesa in termini geografici, dunque ben più ampia), si consolidano su basi legali prettamente economiche anziché su trasformazioni politiche complete  – che richiedono molto più tempo e slanci culturali tramandati di generazione in generazione – tutte le volte che si fa riferimento ai progetti, ai programmi e alle iniziative di carattere transnazionale pubblico, sarebbe necessario avere saldamente in mente un elemento imprescindibile: si partecipa a una competizione pubblica per contribuire all’implementazione di politiche di interesse comune, tramite risorse altrettanto comuni, dunque collettive, non alla richiesta di un finanziamento per un’attività di stampo privato, per quanto valore quest’ultima possa racchiudere per molte altri aspetti, anche di carattere maggiormente indipendente. 

La coerenza con i valori e le politiche di competenza unionale è, dunque, fondamentale quanto frequentemente trascurata prima della partecipazione a qualsiasi competizione, ponendosi sul piano di quello che potrebbe essere un concorso per una posizione professionale, attraverso la quale si esercita un servizio pubblico nel quadro di determinate politiche di competenza. Per i/le cittadini/e più giovani tali aspetti generano, solitamente, entusiasmo e senso di appartenenza a una dimensione più ampia e condivisa anziché lo sconforto di stampo individualista che spesso caratterizza le dinamiche standardizzate da buona parte delle generazioni precedenti. 

Proprio sull’onda del fermento e della predisposizione nei confronti della “cosa pubblica”, senza pregiudizi e senza eredità specifiche, è importante preparare il terreno affinché i più giovani, e idealmente anche i/le bambini/e, non perdano neanche un’occasione per concretizzare le proprie idee rispetto ai temi rilevanti per gli ambiti sociali, educativi e culturali, in un momento di grande trasformazione come quello che le società contemporanee stanno attualmente attraversando e che necessita una partecipazione nutrita, appassionata e consapevole.

La partecipazione al percorso Steps & Strategies for a Creative Young Europe, così come per tutti gli eventi del festival Ideas for a Creative Young Europe, è gratuita e aperta a persone di tutte le età, in particolare giovani e coloro che lavorano con e per le future generazioni, residenti in qualsiasi regione e paese del mondo, senza alcuna discriminazione e richiedendo semplicemente la preventiva iscrizione online per ragioni organizzative.

La seconda edizione del festival Ideas for a Creative Young Europe è promossa dalla compagnia teatrale Sciara Progetti Teatro, in collaborazione con il Comune di Fiorenzuola d’Arda (PC) e lo Sportello Decentrato di Piacenza del Servizio “Europe Direct”, grazie al cofinanziamento ottenuto dalla Regione Emilia-Romagna, attraverso la Legge Regionale n. 16/2008 in merito a interventi di promozione e sostegno della cittadinanza europea. 

Quest’anno, nonostante le restrizioni e relative necessità di adattamento, sono già stati realizzati oltre 20 momenti di incontro online rivolti alla popolazione studentesca di tutta Italia e a operatori culturali e sociali che hanno finora coinvolto oltre 12.000 persone, riuscendo a non perdere l’entusiasmo e l’interesse del pubblico per i temi trattati anche in una modalità sperimentale come si sta rivelando quella virtuale. L’attenta programmazione e l’ascolto delle necessità del pubblico attraverso modalità all’avanguardia, testate nel corso degli ultimi dieci anni, hanno permesso alla compagnia teatrale di arricchire ulteriormente la programmazione e non risentire della trasposizione nel mondo digitale necessaria a causa delle misure di contenimento della pandemia globale ancora in corso.

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Presidi

Conferenza stampa dei Presidi Culturali Permanenti di Roma: la proposta dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo

Giovedì 3 dicembre si è svolta la conferenza stampa del gruppo Presidi Culturali Permanenti di Roma. Una realtà nata di recente e in maniera spontanea, subito dopo il decreto che ha imposto la chiusura di cinema, teatri e sale da concerti lo scorso 26 ottobre. Dal giorno successivo numerose lavoratrici e lavoratori, afferenti a tutto il settore dello spettacolo dal vivo — tecnici, attori e attrici, addetti all’organizzazione, alla produzione, alla comunicazione — hanno iniziato ad incontrarsi fuori dal Teatro Argentina, lo stabile di Roma.

Giorno dopo giorno ha preso vita un presidio permanente che non solo continua ad andare avanti, con l’appuntamento fisso alle 11.30 della mattina, ma che si sta diffondendo anche in altre città: a Milano davanti a Il Piccolo Teatro a cui si sono aggiunte di recente Napoli e Padova.

La conferenza stampa cade nel trentaquattresimo giorno di presidio che viene definito dal gruppo un periodo di studio, di riunioni, di mobilitazioni. All’indomani della chiusura, i lavoratori e le lavoratrici hanno sentito l’urgenza di esserci e incontrarsi, non tanto per richiedere la riapertura ad emergenza in corso quanto per essere riconosciuti come categoria e per affermare i propri diritti, contro una narrazione che vorrebbe il settore tradizionalmente disunito e poco informato.

Il riconoscimento, sostiene il gruppo, potrà avvenire solamente se verrà sancita la natura intrinsecamente intermittente delle professioni dello spettacolo. Serve un progetto di politica culturale che immagini un modello lavorativo inedito, in grado di sostenere periodi di inattività, a prescindere della crisi sanitaria che stiamo attraversando. Ed è proprio per i momenti di non attività che i Presidi Culturali Permanenti hanno la loro proposta più specifica e concreta.

Un programma di formazione retribuito e permanente è lo strumento individuato per garantire tanto un aggiornamento professionale quanto un reddito di continuità. Il progetto prevede un insieme di corsi formativi che coprano tutte le mansioni interessate, così da rendere i momenti di inattività momenti di crescita e allo stesso tempo assicurare un salario con regolari contributi sia ai formatori che ai frequentanti. Nella proposta viene ipotizzata la creazione di una commissione formata da lavoratori e lavoratrici, esperti e critici insieme ai membri delle istituzioni, che possano di concerto fissare le regole per l’avviamento dei corsi. 

Quelle suggerite dal gruppo riguardano un tetto massimo del reddito come criterio per l’ammissione e la parità di genere per la scelta dei formatori e delle formatrici. L’ente a cui si rivolgono direttamente i Presidi Culturali Permanenti è la Regione Lazio, chiedendo che il progetto venga inserito nei programmi finanziati dai fondi europei per gli anni 2021-2027, a cui si potrebbe aggiungere l’apporto del FUS. La formazione, sottolineano, sarebbe permanente come lo è attualmente il presidio: una buona pratica da estendere a tutto il territorio nazionale.

Oltre agli interventi più tecnici di Elena Vanni e Barbara Folchitto, nella conferenza stampa c’è spazio anche per spunti più poetici. Nell’introduzione, Giuseppe Filipponio evidenzia come siano passati nove mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria, il tempo giusto per una nascita. Il terreno fertile è stato proprio l’assenza, dove perdita e amore si fondono.

Lì è cresciuta spontaneamente la determinazione per unirsi e trasformare le fragilità in forza. In chiusura, Angela Saieva cita il filosofo Gilles Deleuze: «Vivere è sentire a fondo la potenza liberatoria, la pretesa che nasce quando i corpi si distendono nella gioiosa capacità di inventarsi reciprocamente alla vita». Un buon auspicio per il futuro, affinché il tempo sospeso della pandemia possa generare risultati inattesi.

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MaMiMò

Stanze aperte agli spettatori. Viaggio nel teatro di figura con la compagnia MaMiMò

“La necessità aguzza l’ingegno”, ricorda l’antico proverbio latino. Una constatazione che si affaccia spontanea, quando si osserva come lo spettacolo dal vivo stia reagendo alle attuali circostanze, con idee e formati innovativi per sopperire al vuoto lasciato dalla chiusura dei teatri e dalla sospensione di qualsivoglia performance dal vivo.

Come sempre, ultimamente, è il digitale a consentire nuove opportunità d’incontro, come quella raccolta da Fertili Terreni Teatro – progetto torinese di Acti Teatri indipendenti, Cubo Teatro, Tedacà e Il Mulino di Amleto – che ha organizzato Apriamo le Stanze, connessioni teatrali, il ciclo di appuntamenti (ogni giovedì alle 19:00, a partire dal 26 novembre, su Zoom) in cui gli artisti apriranno virtualmente le stanze della loro mente e dei laboratori fisici agli spettatori. 

Il primo della serie, dal titolo L’uso della fiaba nella ricerca dell’identità attraverso il teatro di figura, ha introdotto il pubblico negli spazi creativi del teatro di figura con la compagnia MaMiMò e il loro spettacolo d’ombre La meccanica del cuore (La mécanique du cœur, 2007), tratto dal romanzo francese di Mathias Malzeiu.

È Marco Maccieri – direttore artistico del centro teatrale insieme ad Angela Ruozzi (che si è occupata di condurre e moderare l’evento) – a parlare di come è nata questa idea, ma gli spettatori ne vengono a conoscenza solo dopo aver assistito al trailer: una visione contemporanea e condivisa che ha permesso di venire a contatto con la performance un po’ a scatola chiusa, senza sapere ancora nulla al riguardo.

Maccieri racconta dunque a grandi linee della suggestione che ha colto durante un viaggio in treno, accompagnato dalla lettura di questo breve romanzo. Una favola, sostanzialmente, una storia molto semplice nella trama, pop e popolare (a cui il loro teatro aspira per poter essere accessibile a tutti), che proprio per queste caratteristiche ha colpito nel segno, costituendo un punto di partenza per riflessioni profonde attorno al tema dell’identità.

Alla scoperta della storia e dei laboratori creativi

È il 1874 e, nella notte più fredda del mondo, in una casetta sulla più alta collina di Edimburgo, il piccolo protagonista Jack nasce con un cuore completamente ghiacciato; sarà la levatrice un po’ strega Madeleine ad applicare a quel cuore difettoso un congegno, per salvarlo: un orologio a cucù, la cui meccanica perfetta potrebbe però essere danneggiata rovinosamente dalle emozioni, in particolare da quelle scatenate dall’amore. 

Ma è impossibile per Jack, come per qualsiasi altro essere umano, tenersi al riparo da un sentimento a tal punto potente, cosicché, all’età di dieci anni, il suo cuore inizia ticchettare fin troppo forte per la cantante andalusa Acacia, contesa col suo rivale Joe; una passione che lo condurrà in giro per l’Europa in compagnia di Georges Méliès, un consigliere personale d’eccezione. La sua figura di regista e in particolare di illusionista, modello archetipo della storia del cinema, in aggiunta alle atmosfere dark e burtoniane presenti nell’opera, si riconnette perfettamente al genere peculiare dello spettacolo. 

MaMiMò
Ph Nicolò Degl’Incerti Tocci

«Le ombre sono infatti illusioni e allusioni» – spiega Fabrizio Montecchi, direttore artistico insieme a Nicoletta Garioni del Teatro Gioco Vita di Piacenza, il centro di produzione specializzato in teatro d’ombre che si inserisce come aiuto fondamentale nel tradurre visivamente l’idea, ancora solo astratta, dei MaMiMò. La collaborazione diviene qui un incastro esatto, laddove Fabrizio, pur possedendo gli strumenti, dopo aver letto il medesimo romanzo, non aveva sentito quel clic necessario che lo spronasse a farne uno spettacolo.

Viene esplorata, dunque, con la guida degli artisti, la dimensione pratica del lavoro, svolto a partire dallo studio sul corpo, sul ritmo e sulle posizioni, e in obbedienza ai tempi limitati dell’ombra, aspetti difficilmente comprensibili al pubblico, che si è quasi sempre limitato a osservarli dalla platea. Qui, invece, è stata data la possibilità di addentrarsi fin dentro il laboratorio dell’Officina delle Ombre, accompagnati da Nicoletta Garioni.

È stata lei a occuparsi infatti della costruzione delle sagome, per rendere apparentemente immateriali oggetti fatti di cartone e policarbonato, traducendoli in personaggi e stati emotivi, attraverso la ricerca di una certa grafia nello stile: «come tradurre, dunque, le pulsazioni di un cuore meccanico?» – è una tra le tante domande che ha dovuto porsi durante il processo di creazione.

Per rendere tutto più comprensibile, Nicoletta mostra allora i suoi disegni, illustrando il suo immaginario sorto attorno ai personaggi: i grandi occhi di Acacia tutta dipinta di nero, il cuore incastonato dentro il marchingegno, un grande intrico di vene e arterie come rami o radici di una foresta, e il personaggio di Madeleine, immaginato come quello di una matrona e dunque, infine, di una montagna.

Dentro il teatro e l’atto performativo

Dopo essere entrati in connessione con questa fase creativa, è il momento di approfondire l’atto performativo, con l’attore dei MaMiMò, Fabio Banfo, che recita il monologo finale affidato a Méliès. La sala del Teatro del Piccolo Orologio di Reggio Emilia, che la compagnia ha in gestione da anni, vista da una prospettiva inconsueta, con l’attore di spalle alla platea e gli spettatori a guardarla frontalmente, potrebbe fare uno strano effetto, con le sedie rosse e vuote sullo sfondo.

Il breve monologo dà lo spunto a Banfo per raccontare meglio la figura del celebre regista, che si colloca a metà strada tra teatro d’ombra e cinema; cruciale, diventa inoltre la relazione tra l’arte e la vita e la ferita che si evince nel testo, dove i consigli di Méliès a Jack diventano alla fine consigli dati a sé stesso, toccando un senso di paura che accomuna in egual modo esseri umani e quasi-umani.

In teatro, è presente  anche Cecilia Di Donato, attrice della compagnia, che rivela invece ciò che avviene al di qua del telo, tanto differente nelle dinamiche rispetto a ciò che si vede al di là. «A volte lo spettatore ha la sensazione che la mia ombra si trovi appena dietro, e invece io sono lontanissima!» – esclama. È lei, inoltre, a mostrare le sagome pensate da Nicoletta, i movimenti affidati alle sue mani, svelando qualche trucco del mestiere e raccontando quanto il lavoro sia stato un momento – a tratti anche faticoso fisicamente – di formazione, attraverso il quale ha imparato a “respirare con l’ombra”

Uno studio che, ricordano, è stato approfondito materialmente dai residenti in Emilia-Romagna durante il corso di formazione in tecniche e i linguaggi del teatro di figura: Animateria del Teatro Gioco Vita che, per la sua seconda edizione 2020, si è svolto in modalità mista: a gennaio, in presenza, per concludersi in primavera, inevitabilmente, a distanza.

A tal proposito, l’ultima cosa che gli artisti regalano al pubblico sul finire di questo incontro virtuale è un momento inedito, una chicca tirata fuori durante il periodo del lockdown; li si ri-invita, infatti, a guardare un breve sketch, dove il testo, rimaneggiato in senso ironico, restituisce i personaggi di Jack e Acacia ai tempi del Covid, ossessionati dall’ansia del contatto e da questo nuovo, bizzarro modo di approcciarsi all’altro. Anche un modo per stemperare con la leggerezza il difficile momento che il teatro sta attraversando.

Aprire le stanze per dialogare, superare il pregiudizio ed esplorare nuovi mondi

Trascorsi i sessanta minuti prefissati, gli artisti, che hanno ospitato la piccola folla invisibile per un tempo ben speso, si congedano, ma non prima di chiedere se qualcuno ha le classiche, eventuali, domande. Era infatti anche, soprattutto, questo il senso dell’incontro.

I dialoghi, ormai sempre meno rari col pubblico, offrono infatti la grande opportunità di conoscere aspetti dello spettacolo dal vivo mai indagati prima, ancor meno, probabilmente, se si tratta di teatro di figura e d’ombra, genere che – ci ricorda Fabrizio Montecchi – è ancora ammantato da un nebuloso pregiudizio: così popolare nel Settecento e Ottocento, poi decaduto, e oggi collocato in quella che può essere definita la “preistoria del cinema”. 

Incontri come questo dovrebbero servire allora a scavalcare il preconcetto, che si accompagna spesso all’idea che questi siano soltanto spettacoli per bambini. Niente di più sbagliato. E pare quasi incredibile, quando si è costretti a chiudere per troppo tempo la porta di casa dietro di sé e passarci dentro tutto questo tempo, di poterne invece aprire altre, impensate, che danno su mondi fantastici, finora rimasti nascosti.

Prossimi appuntamenti in programma:

CANDY-Do – Compagnia ContrastoGiovedì 3 dicembre ore 19:00 
 FAHRENHEIT – Compagnia Il Mulino di AmletoGiovedì 10 dicembre ore 19:00
INSIDE PERSPECTIVE/DIREZIONE PUBBLICO – Sciara ProgettiGiovedì 17 dicembre ore 19:00
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Voci da Contamina – Il documentario del festival di arti performative

Voci da Contamina è un documentario diretto da Mattia Mura (Video alla fine dell’articolo), regista e filmmaker che ha raccontato il festival di arti performative svoltosi a Piombino dal 30 luglio al 1 agosto, sostenuto dall’assessorato alla cultura, organizzato dall’associazione Lotus con la direzione artistica di Chiara Migliorini. Il festival ha rappresentato uno dei primi momenti, a livello nazionale, di incontro tra artisti, pubblico e istituzioni dopo il lockdown ed è stato occasione di confronto, discussione e scambio di opinioni all’interno dei dibattiti che ogni giorno hanno preceduto i momenti di spettacolo. 

Contamina ha rappresentato l’occasione, dal vivo, per portare alla luce le problematiche che riguardano i lavoratori della cultura e dello spettacolo che si sono ritrovati in una situazione di emergenza senza tutele, per confrontarsi sulla loro definizione nel mondo, sulle mancanze del passato e del presente.  La riflessione della condizione degli artisti in Italia ha radici lontane e l’emergenza Covid 19 ha inaugurato un processo di risveglio e di messa in connessione tra regioni, realtà e artisti provenienti da esperienze diverse. 

La recente chiusura tuttavia, insieme allo stop di molte attività collegate alla cultura, all’arte e allo spettacolo, come il teatro, la danza e la musica, hanno fatto sì che quelle reti, nate in primavera per cercare un terreno solido, si frantumassero di nuovo. L’attuale situazione di emergenza e la mancanza di una tutela che possa comprendere sotto uno stesso cappello una parte più ampia di lavoratori dello spettacolo in cui rientrano attori, tecnici, registi, operatori e molti altri, hanno generato una nuova frammentazione, anche tra gli stessi addetti ai lavori. 

“Il mondo dell’arte è variegato e troppo spesso nell’immaginario collettivo circoscritto alle superstar che riempiono le prime pagine dei giornali, c’è invece un intero mondo di operatori culturali e maestranze che l’emergenza Covid 19 ha palesato. La pandemia, come la sabbia negli ingranaggi di una macchina, ha bloccato il mondo che rotolava indisturbato da secoli portando a galla vizi e virtù dell’uomo e da questo tempo sospeso, da questa bassa marea indotta, che ha portato a galla un mondo sommerso, che parte l’idea alla base del festival Contamina, che come assessore alla cultura del comune di Piombino ho sposato, perché ci sono momenti storici che vanno colti, momenti dove le coscienze sono più scoperte e gli uomini più ricettivi”, così commenta Giuliano Parodi, vicesindaco e assessore alla cultura.

Il documentario racconta i giorni del festival e raccoglie le riflessioni di chi ne ha fatto parte, con contributi di artisti del panorama nazionale come Francesca Della MonicaClaudio Collovà, Teatro nelle foglie, gli Omini, Agita Teatro e le musiche dei Melody Laughters, giovani artisti del territorio piombinese. Si tratta di una importante testimonianza per salvare il mondo dello spettacolo indipendente, per permettergli di esistere, evolvendosi, trasformandosi e inserendosi in nuovi spazi e nuove fruizioni. Per non lasciare che muoia. 

Il documentario è distribuito in collaborazione con Theatron 2.0 

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Torinodanza

La resistenza attraverso l’ascolto. Viaggio all’interno di Torinodanza

Torinodanza

Esserci, resistere e avere fiducia. Attraverso queste tre azioni il festival TorinoDanza ha portato avanti e concluso l’edizione 2020 in mezzo alle ben note difficoltà produttive, creative e logistiche che hanno indebolito il già delicato e precario sistema dello spettacolo dal vivo. Il festival invia una chiamata al suo pubblico, rilancia uno sguardo sul futuro che per un momento ci aiuta a comprendere in che direzione stiamo andando.

Tra i lavori presentati in questa edizione troviamo Toccare. The White Dance di Cristina Kristal Rizzo. La coreografa porta sul palco un lavoro che risponde tacitamente a molte condizioni e riflessioni nate dall’isolamento del lockdown. In una dimensione dove la prossimità dei corpi e il contatto sono elementi esclusi dalla costruzione coreografica, Rizzo ridefinisce il “toccare” come modalità di condivisione comunicativa che non passa attraverso l’imposizione di una presa o la costruzione di gesti definiti e leggibili, ma si affida totalmente a una dinamica di equilibri fra spazio vuoto e corpo, accelerazioni e sospensioni.

Immagini aeree, eteree, fragili – con un rimando esplicito alle atmosfere da ballet blanc – che non temono di fermare il movimento e si lasciano decifrare come schemi iconografici ricorrenti. Si avvicendano, immersi nelle luci taglienti di Gianni Staropoli, le corporeità di Annamaria Ajmone, Jari Boldrini, Kenji Paisley-Hortensia, Sara Sguotti e la stessa Rizzo, attraverso continui rimandi a una co-presenza fra dimensione reale e virtuale, evidente nella presenza degli smartphone. I performers instaurano un rapporto di ascolto delicato e sensibile della partitura di Jean-Philippe Rameau (Pièces de clavencin) eseguita da Ruggero Laganà, Antonella Bini ed Elio Marchesini.

Un panorama totalmente diverso viene mostrato nel mixed bill composto dagli spettacoli di Alan Lucien Øyen, Wang Ramirez e Hofesh Schechter. Øyen presenta due pièce di repertorio, And…Carolyn (2008), su musiche di Thomas Newman e Sinnerman (2014). Il primo è un duetto che riporta lo spettatore a una visione della danza come atto coregrafico attraverso una modalità compositiva molto chiara, di sapore nordeuropeo.

Due corpi, quelli di Daniel Proietto e Mai Lisa Guinoo, in sintonia perfetta e che ci riportano ad un momento in cui la vicinanza e il contatto erano una prassi comunicativa consueta. Sempre Proietto danza l’assolo Sinnerman, infrangendo il virtuosismo accademico sulle note della cantante Nina Simone.

AP15 (2010) è il titolo del duetto composto da Honjji Wang e Sébastien Ramirez: una relazione ironica costruita attraverso il linguaggio dell’hip hop, come un ipercinetico processo di conoscenza fra due individui che raccontano contrasti, affetti e sfaccettature emotive senza mai cedere dalla precisione tecnica e musicale.

Schechter presenta invece Untitled (2005) ed è la sua stessa voce a raccontare “about life, love and death”. Un dialogo cadenzato come un metronomo attraverso il corpo della danzatrice “Elisabetta” (Rachel Fallon), rimettendo allo sguardo molteplice e solidale dello spettatore che si ritrova nella somiglianza con le altre persone, nella condivisione di uno spazio e di un respiro comune.

Dimitris Papaioannou riconferma con il nuovo progetto Ink. An inbetween project la propria statura di artista visionario e mai scontato, in bilico tra l’estasi del corpo e creazione di un immaginario emotivo che si presta alla contemplazione. Il palco è invaso dall’acqua, il silenzio interrotto dal ritmo accelerato di un irrigatore e dal getto che colpisce i fluttuanti teli di plastica che chiudono la scatola scenica.

In questo spazio umido e in penombra lo stesso Papaioannou gioca con l’irrigatore, ne sperimenta le possibilità e lascia che questo getto inzuppi completamente i vestiti: un eremita, un individuo che pare affidare a questa abluzione lo scorrere dei pensieri e la cancellazione della memoria, in una sospensione temporale che pare eterna.

Papaioannou inizia una lotta nel tentativo di dominare uno strano elemento, una figura indefinita che emerge dal pavimento, come un rettile. Questa lotta svela un corpo nudo (Šuka Horn), dalla carnagione chiara che, liberatosi dalla trappola, ribalterà questo rapporto di sopraffazione, piegandolo a una danza di corpi che si tratteggia talvolta di seduzione e morbosa dipendenza reciproca.

L’immaginario della cultura mediterranea viene ribadito da un polipo – all’interno di una boccia di vetro –che diventa da feticcio, testa di neonato da accudire e poi distruggere per mantenere il potere. La bocca di vetro segna un rito di passaggio, un battesimo verso un nuovo immaginario.

Il viaggio che Papaioannou intraprende in questa creazione sospende il tempo in una dimensione cinematografica, attraverso un uso minimale di musiche d’antan, le cui note si percepiscono appena grazie al suono di un giradischi. Rappresenta una stanza della psiche, tra archetipi e oscure presenze della mente, costruendo una dimensione della memoria e del desiderio più recondito, tra immagini surreali che richiamano l’Ulisse di Giorgio De Chirico e chiari riferimenti a Vollmond di Pina Bausch.

Dimitris Papaioannou non cerca ispirazione, ma dialoga e recupera, attraverso la soglia tra due mondi, la weltanschauug della celebre coreografa, come già dimostrato nello stück creato per il Tanztheater Wuppertal dal titolo Seit Sie (Since She, 2018).

A 250 anni dalla nascita di Beethoven, Simona Bertozzi con il quartetto d’archi torinese NEXT porta al festival una creazione in cui la Die Groβe Fuge op.133 diventa ispirazione per un lavoro di sperimentazione sulla materia sonora: le tonalità contrastanti, le interruzioni inaspettate e il virtuosismo emozionale di questo quartetto si infrangono con le fluttuazioni e le intermittenze di Zwischen Den Zeilen di Wolfgang Rihm e con la calma apparente di Ad io di Riccardo Perugini.

Tra le linee di Bertozzi si costruisce attorno ad un potente incontro tra questo complesso organismo musicale e una dimensione coreografica estremamente lucida: custoditi all’interno di bolle fluttuanti di nylon, cinque corpi (Giulio Petrucci, Manolo Perazzi, Sara Sguotti, Oihana Vesga, Simona Bertozzi) creano una ouverture che risuona come una eco, un’attesa che prelude all’impetuoso attacco.

Perazzi e Petrucci aprono a questo scenario definendo una partitura ricorrente e segnando con il corpo una precisa spazialità e una precisa caratterizzazione, lasciando spazio all’energico duo Sguotti/Vesga e alla danza tagliente e sempre al limite dell’equilibrio di Bertozzi. Le cinque traiettorie si tagliano, si intersecano e a volte trovano direzioni inaspettate in un dialogo con la musica che talvolta ridiscute, si oppone, cerca un’altra strada.

In dialogo con Anna Cremonini, direttrice dal 2018 del festival, si è discusso sulla sua personale esperienza nella progettazione e riprogrammazione degli spettacoli in questo periodo di emergenza sanitaria. Quali limiti sono emersi e cosa hanno permesso di scoprire? Cremonini vede nei limiti delle nuove possibilità, e sottolinea il fatto che il Teatro Stabile di Torino ha tenuto aperte le porte anche durante i mesi estivi con una programmazione ad hoc, dando un segno importante alla città e confermando la stagione di Torinodanza.

Anna Cremonini: La mia attitudine è stata di rivolgermi agli stessi artisti che erano stati invitati, confermando gli italiani previsti in programma, dando loro una “carta bianca”: stando insieme nella stessa situazione, possiamo ripensare alla programmazione con qualcosa di nuovo o attraverso la ripresa del repertorio.

Rinviare le date per gli artisti è dura, quindi l’idea di riconfigurare la loro presenza è importante. Ed è altrettanto prioritario poter mantenere la cifra internazionale che il programma ha sempre avuto, perché vedere ciò che viene realizzato all’estero aiuta anche la nostra coreografia a crescere. C’è chi infatti ha portato a sorpresa una produzione nuova come Sidi Larbi Cherkaoui e Dimitris Papaioannou.

Quali riflessioni sono emerse come programmatrice e quali sensazioni hanno caratterizzato questa esperienza?

AC: Sto capendo una cosa: noi stessi programmatori forse siamo meno tesi al “risultato a tutti i costi”; possiamo prenderci il gusto di lasciare più spazio agli artisti, di condividere con loro uno spazio di ricerca e sperimentazione che forse prima, con l’ansia di arrivare allo spettacolo, riceveva un’attenzione più limitata.

Questa cosa ha sottolineato i tempi e le modalità del processo, ci ha reso più complici con gli artisti anche verso l’ignoto. Io mi sento molo più partecipe di un percorso creativo: la situazione ci ha privato di un’ansia di prestazione e ha restituito al processo creativo una funzione più originaria.

E il pubblico?

AC: Anche il pubblico impara che ogni processo è ignoto e che il risultato può essere relativo: si insinua la sensazione di essere tutti in un terreno non familiare in cui dobbiamo scoprire quello che accadrà. Il distanziamento che vive il pubblico rende la sensazione dello “stare insieme” molto più rarefatta, e quasi si chiede aiuto al palcoscenico per restituire questo “respiro comune”.

Si sta affidando ad ogni individuo il proprio ruolo: all’operatore di rischiare sui progetto, all’artista di rischiare sulla propria identità e ricerca e al pubblico di essere il tramite e destinatario finale. Nel momento di difficoltà la funzione che svolgiamo nella società diventa determinante.

E gli artisti?

AC: Una delle cose più toccanti è stato vedere i danzatori entrare in scena dopo otto mesi che non calcavano un palco, è stato commovente, e questo trascolora nelle produzioni: ad esempio, in tutta la sua formalità lo spettacolo di Papaioannou è forse il più drammaturgicamente compiuto tra quelli che ha prodotto.

Questa esperienza dovrebbe aiutarci a essere forse meno autoreferenziali e ci invita a non fare finta che nulla sia successo. La menzogna in palco non è prevista: se menti in scena le cose non funzionano. Bisogna avere l’onestà intellettuale di guardarci dentro, nel microcosmo del teatro abbiamo la possibilità di farlo.

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Primavera dei Teatri

Anche a ottobre può essere primavera. Conclusa la XXI edizione di Primavera dei Teatri

Articolo a cura di Caterina Giangrasso

Primavera dei Teatri

Anche a ottobre può essere primavera.

In quest’anno poi, così particolare per tanti aspetti, il senso della “stagione teatrale” è stato completamente capovolto, calpestato e superato. Per cui nulla in contrario se anche la “stagione climatica” le fa eco, dando vita così – e nonostante tutto – a uno degli appuntamenti più attesi per il mondo teatrale contemporaneo: Primavera dei Teatri si è svolto dall’8 al 14 ottobre a Castrovillari (CS)

La XXI edizione dello storico festival ha ospitato venti compagnie, tra debutti e spettacoli ospiti, con uno sguardo sempre puntato sul presente. Un programma intenso che riflette su relazioni, tecnologia, politica e sulle conseguenze generate dal Covid-19, evento che ha inevitabilmente segnato l’inizio di una nuova epoca socioculturale. 

Primavera dei Teatri è, da ormai oltre vent’anni, un punto di riferimento al Sud per i nuovi linguaggi della scena contemporanea e la nuova drammaturgia.  

Il festival diretto da Scena Verticale si avvale della direzione artistica di Dario De Luca e Saverio La Ruina e della direzione organizzativa di Settimio Pisano, i quali hanno nonostante tutto deciso di confermare la città ai piedi del Pollino un punto di riferimento dei nuovi linguaggi scenici e un luogo privilegiato di confronto tra artisti e operatori, anche di generazioni diverse. 

«Non abbiamo pensato mai, nemmeno per un attimo di poter saltare l’edizione numero 21» hanno commentato in apertura di festival gli ideatori Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano.

7 giornate di Primavera dei teatri 

7 giornate per 7 prime nazionali, un’anteprima, ma anche performance, mise en éspace, progetti internazionali all’interno di più spazi e luoghi all’aperto e al chiuso: il Castello Aragonese; il Teatro Sybaris; l’Accademia dei Saperi e dei Sapori (Ex Mattatoio); il Chiostro S. Bernardino a Morano; il Chiostro del Protoconvento; il Circolo Cittadino.

Sono state ospitate 20 compagnie teatrali, tra le più innovative e premiate d’Europa e tra le più riconosciute tra gli emergenti dell’ultima generazione: Angelo Campolo / DAF Teatro; LAB121 / Fabrizio Sinisi / Claudio Autelli; Teatro delle Ariette; Angelo Colosimo; Anagoor; Lopardo-Russo / Nostos Teatro/ Collettivo ITACA; Gianluca Vetromilo / Mammut Teatro; Compagnia Oyes; Piccola Compagnia Dammacco; Maurizio Rippa; Marcello Cotugno / Teatri Associati Di Napoli/ Interno 5; Liberaimago; Eco Di Fondo; Paolo Mazzarelli; I Sacchi Di Sabbia/ Roberto Latini; Babilonia Teatri; Scena Verticale / Saverio La Ruina; Agrupación Senõr Serrano; Teatro Delle Albe.

Ad arricchire il cartellone artistico incontri, laboratori, concerti e Primavera Kids, programmazione dedicata ai piccoli spettatori. 

Un programma intenso quello di Primavera dei Teatri 2020 che, tenendo fede al fulcro della drammaturgia contemporanea, ha seguito il tema dell’indagine sui rapporti e sulla crisi delle relazioni, in senso largo.

L’8 ottobre, in apertura, c’è stata l’anteprima nazionale del nuovo lavoro di Fabrizio Sinisi, diretto da Claudio Autelli, La fine del mondo, opera inedita che riflette sull’emergenza ambientale, in cui la catastrofe climatica si intreccia a quella della vita privata dei protagonisti. Tra le prime nazionali, la Compagnia Oyes ha presentato Vivere è un’altra cosa, drammaturgia collettiva liberamente ispirata a Oblomov di Ivan Gončarov, con l’ideazione e la regia di Stefano Cordella. Un racconto a cinque voci sul tempo sospeso vissuto durante l’emergenza sanitaria in corso. Due compagnie napoletane hanno presentato due prime nazionali.

Marcello Cotugno ha curato la regia di un testo tedesco, di Roland Schimmelpfennig – Peggy Pickit Guarda Il Volto Di Dio  scrittura sincopata con una serie di stop&go narrativi, nel tempo di un aperitivo, tra i quattro di una doppia coppia. Un progetto a cura di Marcello Cotugno, Valentina Acca, Valentina Curatoli prodotto da Teatri Associati Napoli. Fabio Pisano, già premio Hystrio per la drammaturgia, con Liberaimago ha presentato A.D.E.,A.lcesti D.i E.uripide, una riscrittura di Pisano che ne ha curato anche la regia. In scena Francesca Borriero, Roberto Ingenito, Raffaele Ausiello e le suggestioni sonore, eseguite dal vivo, di Francesco Santagata. 

In prima nazionale anche la compagnia Eco di Fondo con La notte di Antigone; scritto a quattro mani da Giacomo Ferraù e Giulia Viana. Lo spettacolo diretto da Ferraù si ispira alla figura contemporanea di Ilaria Cucchi. 

Paolo Mazzarelli ha presentato una rieaborazione di Shakespeare sotto forma di monologo in musica con Soffiavento. Una navigazione solitaria con rotta su Macbeth

Ha debuttato, inoltre, Into Latino Roberti, un ensemble inedito che vede insieme I Sacchi di Sabbia e Roberto Latini. Una miniserie ispirata al film di fantascienza di Isaac Asimov che coniuga scrittura e performance – quella in presenza di Latini e de I Sacchi in remoto – in cui si torna a riflettere, con misurata ironia, su questo particolare momento storico. Una produzione della Compagnia Lombardi-Tiezzi realizzata con il sostegno di Primavera dei Teatri. 

La compagine che ha ideato il festival e da sempre lo cura – Scena Verticale – ha presentato l’ultima creazione di Saverio La RuinaMario e Saleh, la storia di un occidentale cristiano e un musulmano che si ritrovano a convivere. Una convivenza che si muove tra differenze e agnizioni, opposizioni e conciliazioni. 

Tra gli spettacoli ospiti, quello premiato a In-Box 2020, Stay Hungry. Indagine di un affamato di e con Angelo Campolo e Trent’anni di grano. Autobiografia di un campo  del Teatro delle Ariette. Il lavoro di Paola Berselli e Stefano Pasquini, in scena insieme a Maurizio Ferraresi, è nato per Matera 2019 ed è ispirato ai pani del Mediterraneo. 

Nostos Teatro ha presentato Trapanaterra, spettacolo ideato da Dino Lopardo, in scena insieme a Mario Russo. Anagoor, invece, ha portano a Castrovillari l’ultima creazione, Mephistopheles. Un viaggio per immagini – scritto, diretto e montato da Simone Derai – in cui video inediti, raccolti in otto anni di ricerche, trovano nuova composizione nella forma di concerto cum figuris, con il live set elettronico di Mauro Martinuz. 

Lilith, la performance ideata da Gianfranco De Franco, Cecilia Lentini e Massimo Bevilacqua, ha dato vita a una visione sulla figura della donna simbolo della patologia sociale della repressione. 

Piccola Compagnia Dammacco ha presenta Spezzato è il cuore della bellezza, spettacolo scritto, ideato e diretto da Mariano Dammacco, con Serena Balivo, Mariano Dammacco ed Erica Galante.

In scena anche lo spettacolo vincitore della VI edizione de I Teatri del Sacro 2019, Piccoli Funerali di e con Maurizio Rippa accompagnato alla chitarra da Amedeo Monda e Babilonia Teatri con Natura Morta di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani. In chiusura il debutto del nuovo lavoro del Teatro delle Albe, un poemetto scenico scritto da Marco Martinelli  Madre – che tiene a battesimo un processo di creazione, nato dall’incontro di Ermanna Montanari, Stefano Ricci, Daniele Roccato (tutti e tre in scena) tra testo e illustrazioni live a cura di Stefano Ricci e la musica dal vivo del contrabbasso di Daniele Roccato.

L’ultimo giorno di festival ha visto anche la presenza del gruppo catalano Agrupación Senõr Serrano con il loro The Mountain. L’originale creazione di Àlex Serrano, Pau Palacios e Ferran Dordal parte dalla montagna come metafora che ripercorre la storia delle idee per interrogarsi sul mondo e sul concetto di verità.

Come è nella tradizione di Primavera dei Teatri c’è stato spazio dedicato per le nuove drammaturgie europee e la produzione artistica calabrese con Europe Connection il progetto realizzato da Primavera dei Teatri in collaborazione con Fabulamundi. Playwriting Europe, quest’anno in versione ridotta: Angelo Colosimo, diretto da Roberto Turchetta e in scena con Rossella Pugliese e Peppe Fonzo ha presentato una mise en éspace di Se io vivessi tu moriresti. L’opera dell’autore portoghese Miguel Castro Caldas si pone come indagine su uno dei limiti del teatro: il testo. 

Gianluca Vetromilo ha portato in scena, invece, in prima assoluta uno studio di Corpo/Arena, dal testo dell’autrice portoghese Joana Bértholo. Mauro Failla, Riccardo Lanzarone e Francesco Rizzo interpretano tre uomini, in una dimensione sospesa, alle prese con una delle grandi sfide del corpo contemporaneo: la fame.  

Gli eventi collaterali di Primavera dei teatri 2020

Tra le grandi novità dell’edizione numero 21 del Festival, l’installazione ALLA LUCE DEI FATTI. FATTI DI LUCE. Opera di teatro/architettura in cinque atti simultanei di Giancarlo Cauteruccio. Un’opera realizzata per Primavera dei Teatri 2020 dall’artista, fondatore di Teatro Studio Krypton, che ha segnato la storia della seconda avanguardia teatrale italiana. Cauteruccio ha ideato per la città un viaggio di percezioni rappresentato da alcune realtà architettoniche cittadine, che raccontano le particolarità più rappresentative del sistema urbano, non solo dal punto di vista estetico e storico ma anche sul piano delle funzioni che svolgono.

Numerosi gli incontri e gli spazi di riflessione, tra cui Lo stato dell’arte a cura di C.Re.SCO e La scena dell’incontro. Dialoghi di civiltà nella drammaturgia italiana contemporanea a cura di Dario Tomasello con interventi di Luca Doninelli, Marco Martinelli e Saverio La Ruina. Uno spazio a parte ha avuto il progetto BeyondtheSud, alla sua 2° edizione e che quest’anno, in via del tutto eccezionale per le sua modalità di svolgimento, ha visto la restituzione dei lavori creati durante la pandemia da giovani registi e drammaturghi.

BeyondtheSud (aka BETSUD), vincitore del bando MiBAC “Boarding pass plus”, è realizzato in rete da Teatro della Città – Catania (capofila del progetto); Teatro Libero Palermo – Palermo; Scena Verticale – Castrovillari; Nuovo Teatro Sanità – Napoli;  Sardegna Teatro – Cagliari, con l’obiettivo diffondere buone pratiche e di favorire il percorso di internazionalizzazione di giovani artisti e operatori under 35.

Spazio dedicato ai piccoli spettatori con Primavera Kids, un cartellone realizzato in collaborazione con Menodiunterzo e Apustrum che ha visto in scena il Pinocchio di Teatro della Maruca, un laboratorio dedicato al riciclo, due mostre e la presentazione del libro L’alfabeto di Gianni di Pino Boero e Walter Fochesato.

La XXI edizione del Festival si è conclusa con il live delle Glorius4. Il quartetto siciliano tutto al femminile presenta brani tratti dal loro disco PLAY e dal Tour virtuale intorno al mondo nato durante il lockdown.

Nonostante la difficoltà è stato possibile percepire la gioia degli ideatori e direttori Dario De Luca e Settimio Pisano che, insieme a Saverio La Ruina, guidano il festival e ne stabiliscono le molteplici direzioni da seguire.

In particolare, per Settimio Pisano «è stato fondamentale poter dare continuità al progetto dopo 20 anni e 20 edizioni di festival nella sua naturale configurazione primaverile. A maggio era impossibile capire quali direzioni seguire. Abbiamo ragionato sulle modalità, sulla quantità e anche sull’ipotesi di rimodulare e stravolgere la nostra solita modalità operativa. Il festival per noi continua ad essere un miracolo e quest’anno forse lo è stato ancora di più. Un modo per dare un segnale e per confermare di essere parte integrante di un mondo che ha sofferto, soffre e continuerà a soffrire ma che nonostante questo non molla.

Abbiamo deciso di prenderci la responsabilità nei confronti di tutti quegli artisti, tecnici e maestranze che quest’anno hanno visto un’intera stagione di spettacoli annullati, tour e produzioni saltate. Abbiamo fatto in modo di lavorare e far lavorare comunque e nonostante tutto, rispettando tutti i protocolli. Ora più che mai è fondamentale darsi un orizzonte di lavoro e provare ad arginare le difficoltà, per dare una degna prosecuzione a quei tanti lavoratori che devono poter continuare a fare il proprio mestiere». 

Dello stesso parere anche Dario De Luca: «è stato importante fare il festival anche quest’anno, soprattutto nei termini del coraggio che ha richiesto. Primavera dei Teatri, del resto, ha il coraggio nel proprio DNA, poiché è nato e cresciuto con l’intento di dare un senso al mondo del teatro inteso come un mondo fatto da persone e per persone che lavorano e credono in qualcosa.

A edizione conclusa posso dire che è stata un’edizione piena e densa nonostante il momento storico. La risposta del pubblico è stata buona, c’è stata attenzione e rispetto e una grande prova di civiltà».

La XXI edizione di Primavera dei Teatri è stata realizzata grazie al sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo e a valere sull’avviso pubblico della Regione Calabria per l’attribuzione del marchio regionale dei grandi eventi calabresi annualità 2020. 

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Piccoli comuni si raccontano

PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO: teatro, musica, danza in 35 comuni del Lazio

Piccoli comuni si raccontano

Inizia oggi la seconda edizione di PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO, un progetto pensato per 35 piccoli comuni, comunità al di sotto di 5000 abitanti, un patrimonio storico culturale per la Regione e memoria storica delle nostre tradizioni. Per loro nasce il progetto PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO della Regione Lazio realizzato da ATCL in collaborazione con LazioCrea, nella sua seconda edizione per la quale si sono sviluppate collaborazioni con importanti istituzioni: Teatro dell’Opera e Conservatorio di Santa Cecilia. Dal 2 ottobre ai primi giorni di novembre l’intero territorio sarà attraversato da concerti, spettacoli, attività per bambini, nuovo circo: un caleidoscopico calendario di eventi che disegnerà un itinerario “fantastico” di riscoperta del piccolo/grande territorio.

Dopo l’anteprima a Castel San Pietro Romano con Michele Placido ed a Ventotene con il Teatro Bertolt Brecht, dal 2 ottobre partirà la programmazione di Piccoli Comuni si raccontano con 33 nuovi appuntamenti in altrettanti Comuni del Lazio.

Ampio spazio alla musica di qualità a partire dal Jazz con una formazione d’eccezione: IMPERFECT TRIO con l’ecclettico Roberto Gatto alla batteria, Pierpaolo Ranieri al basso e contrabbasso, Marcello Allulli al sax per due grandi appuntamenti (Piglio 4 ottobre; Poggio Nativo 18 ottobre). Con questo trio Roberto Gatto si muove all’insegna della sperimentazione legata alle nuove sonorità e conduce il pubblico nel mondo dell’elettronica, del progressive rock e dell’improvvisazione, dando vita ad una performance multiforme.

Dopo l’incredibile consenso di pubblico nella passata edizione, è confermata la collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia nell’ottica di presentare quei giovani talenti che già stanno ottenendo successi nella carriera professionale. Sono 3 le formazioni che si alterneranno in diversi Comuni: dal quartetto d’archi con RACCONTO DI UN QUARTETTO D’ARCHI, TRA CONTRASTO E ARMONIA (Colonna 2 ottobre, Castelforte 9 ottobre, Maenza 11 ottobre, Roccagiovine 30 ottobre), al quartetto di chitarre con QUATTRO CHITARRE SUONANO LA GIOIA (Norma 31 ottobre, Capranica Prenestina 1 novembre), al duo CHITARRE A PASO DOBLE (Cantalupo 23 ottobre, Cerreto Laziale 24 ottobre, Collevecchio 25 ottobre). 

Importante la collaborazione avviata per questa edizione con “FABBRICA” YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera destinato a talenti nella produzione di opere liriche provenienti da tutto il mondo che abbiano già terminato un percorso di studi attinente o già maturato delle prime esperienze in palcoscenico. Saranno 3 concerti intimi e raffinati per presentare i giovani cantanti accompagnati al pianoforte in LE PIU’ BELLE ARIE D’OPERA (Castiglione In Teverina 2 ottobre, Allumiere 9 ottobre, Poggio Moiano 16 ottobre).

Per la sezione teatro, Sebastiano Somma ci porterà nelle pagine indimenticabili della grande letteratura americana con un reading tratto da IL VECCHIO E IL MARE di Ernest Hemingway con Cartisia J. Somma e accompagnato al violino il M° Riccardo Bonaccini (Oriolo Romano 3 ottobre, Roccasecca Dei Volsci 4 ottobre).

Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo danno voce e corpo ad una delle più belle storie mai raccontate, OMERO, ILIADE, e la musica dal vivo di Pino Cangialosi diventa suggestiva complice ed elegante compagnia di questo viaggio tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco (Sant’Angelo Romano 25 ottobre) 

Un omaggio allo scrittore americano Charles Bukowski quello di Jacopo Ratini in SALOTTO BUKOWSKI, in cui le poesie saranno affiancate ai grandi successi della canzone d’autore italiana suonati, cantati e reinterpretati da Gianmarco Dottori. Al pianoforte il Maestro Luca Bellanova, curatore degli arrangiamenti musicali dello spettacolo (Canepina 31 ottobre, Mazzano Romano 1 novembre).

Spazio anche alle compagnie professioniste più interessanti che svolgono nel territorio laziale un’importante azione di diffusione teatrale e culturale. Venti Chiavi Teatro con COMPILATION, spettacolo/concerto, presenta un racconto generazionale per indagare il tema delle relazioni, un percorso sulla memoria e sulla creazione della nostra identità (Farnese 31 ottobre). Matutateatro in GARBATELLA. VIAGGIO NELLA ROMA DI PIER PAOLO PASOLINI ambientato nella Roma degli anni Cinquanta, esplora la lingua sperimentale di Pasolini e le canzoni romane di una volta, in una nuova modalità di teatro di narrazione (Forano in Sabina 4 ottobre, Città Ducale 18 ottobre).

Giannino Stoppani in arte Burrasca di Settimo Cielo è ispirato in parte alla mitica figura di Gianburrasca, un bambino di dieci anni nella Toscana di fine ‘800 (Montopoli 17 ottobre). Per i bambini una sezione dedicata al nuovo circo, con artisti che operano sia in Italia che all’estero, in grado di utilizzare varie tecniche come il teatro, la danza, la clownerie, l’acrobatica. Eugenio De Vito e Leonardo Varriale sono i protagonisti della slapstick comedy Backpack (Ponza 9 ottobre, Roiate 10 ottobre, Piansano 30 ottobre); Ivan Perretto in Bubble Concert si esibisce in un concerto con bolle di sapone (Fontechiari 3 ottobre, Vico Nel Lazio 11 ottobre, Vallerano 16 ottobre, Camerata Nuova 17 ottobre); Niccolò Nardelli in Mercante di Gravità è un giovane venditore con poteri straordinari (Esperia 23 ottobre, Torre Cajetani 24 ottobre, Poli 25 ottobre). 

I 35 Comuni coinvolti nelle 5 Province: Allumiere, Camerata Nuova, Canepina, Cantalupo, Capranica Prenestina, Castel San Pietro Romano, Castelforte, Castiglione in Teverina, Cerreto Laziale, Città Ducale, Collevecchio, Colonna, Esperia, Farnese, Fontechiari, Forano in Sabina, Maenza, Mazzano Romano, Montopoli, Norma, Oriolo Romano, Piansano, Piglio, Poggio Moiano, Poggio Nativo, Poli, Ponza, Roccagiovine, Roccasecca dei Volsci, Roiate, Sant’Angelo Romano, Torre Cajetani, Vallerano, Ventotene, Vico nel Lazio

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