#FocusOn: Orientheatre, teatro urbano a Torpignattara

In programmazione all’interno del Festival Labirinto II presso il Teatro Studio Uno il 21 e 28 maggio 2017 abbiamo partecipato alla prima assoluta di Orientheatre: giro di vite, ispirato al romanzo “Il giro di vite” di Henry James. Prendendo spunto dalla disciplina dell’orienteering, o orientamento, che consiste nell’effettuare un percorso caratterizzato da punti di controllo chiamati “lanterne” e con l’aiuto esclusivo di una cartina topografica, gli attori del Gruppo della Creta hanno ideato l’evento urbano Orientheatre. Sostituendo le “lanterne” con attori, gli spettatori sono invitati ad orientarsi nel quartiere di Torpignattara, come dentro ad una drammaturgia spaziale. Seguendo le più moderne correnti di “riappropriazione territoriale”, che consistono nella valorizzazione delle zone depresse urbane ed extraurbane, messe in moto in più parti del mondo dai più svariati gruppi di ricerca teatrale e artistica, il Gruppo propone una possibilità esperienziale di spettacolarizzazione dell’impianto urbanistico, che diventa scenografia e set delle narrazioni degli attori disseminati nella zona.

Con queste premesse artistiche ha inizio il viaggio attraverso Torpignattara, periferia a sud-est di Roma; in una stanza oscura del Teatro Studio Uno una donna dal sembiante diabolico accoglie i viaggiatori impartendo loro le direttive della missione all’interno del labirinto urbano e fornendo alcuni oggetti che dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari – attori da raggiungere durante l’esplorazione della città. Una volta fornite le necessarie indicazioni per recarsi al primo punto di incontro, può cominciare l’iter attraverso le strade di una città oscura, avvolta nel caos calmo di un mistero che vive fra la realtà quotidiana e l’illusione drammatica.

Un percorso itinerante, ideato dall’estro registico di Alessandro Di Murro, che ci conduce attraverso le vie affollate di Torpignattara per conoscere i luoghi, le storie e le persone che compongono l’eterogenea realtà periferica di Roma. Così camminando accanto ai palazzi decadenti che fiancheggiano la strada, per quei marciapiedi multietnici dove si respirano altri profumi e si ascoltano nuove lingue, si può vivere una strana ed eccezionale sensazione di disorientamento. Attraversando gli archi dell’acquedotto Alessandrino si giunge al parco, luogo nevralgico di aggregazione sociale della zona in cui famiglie con bambini in festa colorano il verde inaridito e oppresso dall’incuria e del degrado depositatisi in cumuli di immondizia e di barbarie. Qui viene a costituirsi la scenografia naturale dell’incontro con il primo attore della performance di Orientheatre. Alla vista di uno degli oggetti della nostra refurtiva teatrale balenano in lui i ricordi di una giovinezza perduta, storie di amicizie ormai compromesse dall’avvento di nuove persone e nuovi interessi, di una nostalgia insostenibile a cui è condannata la memoria, la paura estrema di chi è costretto ad avventurarsi in solitaria per la propria strada.

Con la morte nel cuore salutiamo e continuiamo il tragitto arrivando davanti al Mausoleo di Sant’Elena, monumento funerario in cui furono deposte in un sarcofago le spoglie di Sant’Elena madre dell’imperatore Costantino. Un nuovo incontro segna la seconda tappa di questa avventura: una giovane ragazza dalle dolci ed esili forme ci invita a restituirgli ciò che le appartiene – alla vista dell’oggetto riemerge un passato lontano eppure così vivido nei suoi occhi color ebano in cui vivono i ricordi rimasti offesi dall’oblio del tempo come quelle anfore o pignatte – da qui il nome Torpignattara – inserite per alleggerire il peso della cupola del Mausoleo, oggi ben visibili a causa del crollo della volta.

Non c’è tempo per fermarsi a pensare e senza far domande saliamo su una macchina lì vicino parcheggiata, subito in moto sulla Casilina in direzione ostinata e contraria: il conducente, fermandosi in una via stretta ci ordina di entrare al civico 17. Ad aspettarci una giovane fanciulla dai capelli d’ambra che ci fa accomodare sulla terrazza di casa; incanta gli ospiti con un monologo di grande tensione drammatica, incarna la parabola esistenziale di chi non ha smesso di sognare, di chi ha avuto il coraggio di riprovare, a vivere, a sbagliare, ad amare, a ricercare il bene nonostante tutto il male del mondo. Accende il giradischi e la musica di Jimmy Fontana fa vibrare l’aria, la ragazza in un attimo scompare – al posto suo ne appare un’altra che ci conduce fuori dall’uscio di casa nella meraviglia di una scena surreale.

Non si ha nemmeno il tempo di realizzare ciò che accade che con un telefono in mano siamo pronti a seguire altre indicazioni per giungere al nostro prossimo obiettivo. Dopo un lungo peregrinaggio per le strade di Torpignattara, arriviamo a destinazione. Sotto i portici di un palazzo con una chitarra in mano un musicista di strada intona una lirica d’amore, struggente nella sua passione crepuscolare; mentre ci lasciamo ammaliare dalle note arriva d’improvviso una ragazza invasata dalla paura di essere sfrattata dal garage in cui abita. Ci racconta la sua vita travagliata, le promesse e le speranze affidate alle parole vacue di un promesso sposo ormai scappato altrove. Nella disperazione ci rivela la maestosa pittura murale di Nicola Verlato dedicata a Pier Paolo Pasolini al lato di un palazzo della borgata; consegnandoci una chiave, si congeda con l’invito a riportare i nostri umili resti in teatro dove il viaggio era iniziato, lì dove un altro viaggio presto ricomincerà.

 

 

ORIENTHEATRE

giro di vite

TEATRO STUDIO UNO

21 e 28 Maggio 2017

drammaturgia: Tommaso Cardelli, Alessandro Di Murro

regia: Alessandro Di Murro

aiuto regia: Francesco Ippolito

con

Jacopo Cinque, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao

DURATA PERFORMANCE: 50 minuti.

Il primo turno ha inizio alle ore 17.00, l’ultimo alle ore 20.00 ed è prevista una partenza ogni 20 minuti. La prenotazione è obbligatoria.

Teatro Studio Uno

Via Carlo della Rocca, 6 00177 Roma

tel  +39 349/4356219 – +39 329/8027943 – email info.teatrostudiouno@gmail.com

Orari evento: primo turno ore 17.00 – ultimo turno ore 20.00 (partenza ogni 20 minuti)

Prezzo biglietti: intero €10,00 (prenotazione obbligatoria)

 

[Orientheatre non è solo un ibridazione ben ingegnata fra uno spettacolo teatrale e una performance urbana ma soprattutto un tentativo di conoscenza dello spazio che ci circonda attraverso la connessione della propria persona con il circostante: è una possibilità unica per smarrirsi nelle strade di Roma in un artificio drammatico realizzato ad hoc come se fosse un tentativo necessario per perdersi e ritrovare sé stessi attraverso la scoperta della bellezza di nuovi spazi sconosciuti ai nostri occhi, di altri colori, di altri volti che questa Roma meticcia ha da offrirci. ]

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#FocusOn: Roberto Gandini e il Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli

Il Laboratorio Teatrale Integrato “Piero Gabrielli” è un’attività promossa e realizzata in collaborazione tra Roma Capitale – Assessorato al Sostegno Sociale e Sussidiarietà – l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio e il Teatro di Roma. Il Laboratorio è tenuto da professionisti del Teatro e della Scuola con la collaborazione di specialisti della riabilitazione ed è rivolto a ragazzi con e senza disabilità. L’obiettivo del laboratorio “Piero Gabrielli” è quello di promuovere un percorso di integrazione attraverso lo strumento teatrale, coinvolgendo professionalità e istituzioni diverse.

Abbiamo intervistato Roberto Gandini, coordinatore artistico del progetto:

• Ciao Roberto, da quale esigenza nasce il Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli, progetto rivolto a ragazzi con e senza disabilità?

All’inizio nasce per dare una possibilità reale di integrazione ai ragazzi con disabilità. Poi con il tempo si è evoluto e cerca di dare a tutti i ragazzi la possibilità di accettare le proprie difficoltà e farle convivere con quelle degli altri attraverso il teatro. Il Laboratorio Gabrielli è diventato un modo di pensare, di vivere, di fare cultura.

• Quali tappe sono state fondamentali per la gestazione di questo progetto dal 1995 fino ad oggi?

Direi che la più importante è stata trovare una sede dove rendere visibile, passato il momento dello spettacolo, questa esperienza e chi la fa, ragazzi, teatranti e docenti. In questi 23 anni abbiamo vissuto fasi alterne, perché quando cambiano i referenti politici e istituzionali devi ricominciare da capo. Ti devi far conoscere, devi far capire che tipo di lavoro fai e con quali procedure. Insomma uno stress. Ma  la posta in gioco è alta e quindi occorre giocare con attenzione e coraggio. Per adesso è sempre andata bene. Diceva un mio vecchio Maestro (Franco Parenti) che il vero lavoro del teatrante è cercare lavoro, in questi anni abbiamo lavorato molto.

• Venerdì 28 Aprile 2017 è stato presentato il trailer de La grammatica del lavoro. Saremo curiosi di avere delle anticipazioni sull’uscita del documentario e sulla tua linea registica.

La Grammatica del lavoro non ha ancora una data di presentazione proprio per quelle difficoltà di cui accennavo prima. Il video ultimato da diversi mesi è stato girato  in collaborazione con Gian Luca Rame che ne ha curato le riprese e il montaggio. Racconta l’esperienza di un gruppo di giovani attori cresciuti all’interno del Laboratorio Gabrielli che ora fanno parte della “Piccola Compagnia del Piero Gabrielli”. Le immagini raccontano le difficoltà, le gioie e i risultati ottenuti durante il percorso delle prove e degli spettacoli. Le riprese sono anche  avvenute durante gli incontri “Lezioni di Grammatica della fantasia” che i giovani, con e senza disabilità, facevano nelle scuole. Per questi incontri, come per gli spettacoli della Piccola Compagnia,  i ragazzi sono stati scritturati dal Teatro di Roma, e questo è sicuramente un grande risultato, per loro e per il Gabrielli.

• Giovani attori e ragazzi disabili: che relazioni hanno sviluppato durante questo progetto?

Le relazioni dei ragazzi sono alla pari, nel senso che spesso si tratta con le pinze o non  si tratta per niente la disabilità perché se ne ha paura. Ma la disabilità non esiste, esistono le persone che hanno la disabilità. Come io e lei, che se avremo la fortuna di diventare vecchi, saremo un po’ disabili, o una donna incinta che è meglio che non faccia i cento metri. Potremmo dire che la puerpera ha una disabilità alla corsa. Ecco esistono le persone. Persone che vogliono vivere e per vivere qualche fatica tocca farla. Noi stiamo affrontando l’impegno di andare in scena all’Argentina e le garantisco che è molto difficile come prova, più delle relazioni fra disabili e no.

• Quale aggettivo può identificare il tuo “Teatro” e perché?

Direi necessario e gioioso, perché chi va in scena al Gabrielli, ci va con una voglia, con una necessità di comunicare che prescinde qualsiasi altro aspetto. Spesso vedendo dei professionisti notiamo che spicca l’esibizione del se, delle doti tecniche recitative. Nella nostra esperienza quello che conta è la storia che raccontiamo, e se questo raccontare fa stare bene noi e il pubblico al quale ci rivolgiamo. Il resto è silenzio o noia.

• Quali progetti sono in procinto di nascere per il prossimo anno?

Presentare il video “La grammatica del lavoro”, poi dovremmo avviare le prove del nuovo spettacolo della Piccola Compagnia che dovrebbe essere uno Shakespeare, forse Amleto. Poi in estate partirà un laboratorio sulla fiaba, rivolto a piccoli e grandi. Sempre però che arrivino le risorse economiche. Quest’anno non sono partiti i dieci laboratori decentrati che da sempre coinvolgono tantissimi ragazzi di tutta Roma e noi speriamo di poterlo fare a settembre.

Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli

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#FocusOn: TEATRODEKÈ, azioni urbane e contesti possibili

Articolo di Iris Basilicata

Abbiamo intervistato Riccardo Balestra, classe 1988, attore e regista formatosi nel 2006 presso il teatro stabile delle Marche. Nel 2013 incontra Federico Maugeri e insieme creano il collettivo Teatrodeké. Il nome del progetto nasce dalla volontà stessa di trovare un’identità ad un collettivo che ponesse come fulcro del proprio lavoro le relazioni umane, siano esse esperienziali, visive o sonore. La linea di pensiero del collettivo riprende quella della rivoluzione teatrale del Novecento: nuove tipologie di teatri (per pochi spettatori, terapeutici, di strada, per le masse, politici) non riscoprendo una propria funzione generale, moltiplicano le proprie funzioni possibili. Teatrodekè segue una propria volontà di creare una distinzione tra teatro e spettacolo, delineandone un diverso modo d’essere. Come ripete lo stesso Balestra “Ogni luogo diventa un contesto possibile dove far avvenire teatro”, ritornando a quello che Jerzy Grotowski definisce “teatro povero”, ossia quello che avviene tra attore e spettatore. Il fulcro di tutto è la relazione che si crea.

Ciao Riccardo, perché il nome “teatrodekè”, qual è il vostro concetto di teatro?

Il nome Teatrodeké è nato nella fase laboratoriale. Eravamo con gli allievi di un liceo a fare un sopralluogo in un centro commerciale, dove avevamo pensato di realizzare il nostro primo intervento artistico. Bisognava trovare un nome al progetto partendo dall’identità del progetto stesso, e ogni proposta sembrava non soddisfare a pieno gli intenti del gruppo (tra cui erano presenti aspiranti attori, scenografi e musicisti).  Che nome dare a un progetto di cui non erano chiare le linee guida, le modalità di intervento? Era una fase aperta del lavoro, ogni cosa avrebbe potuto essere realizzata. Come chiamare questi interventi?

“Gruppo de che”? “Teatro!” “Sì, ma teatro de che?”: qui ci siamo fermati e abbiamo cominciato ad agire. Teatrodeké è nata come, ed è rimasta, una domanda continua che contraddistingue il nostro lavoro.

Nel tuo lavoro parli spesso di “azioni urbane”. Cosa intendi e come lo applichi al tuo modo di fare teatro?

Affinché ci sia teatro è necessaria e sufficiente una relazione umana (visiva, sonora o comunque esperienziale).  Il teatro, e l’arte in generale, ha per noi l’obiettivo di offrire, a chi ne usufruisce, un sogno a occhi aperti. Il sogno in questo caso diventa una sospensione, a breve o medio termine, dalla propria gabbia cerebrale. Un brano musicale, un quadro, un’installazione e qualsiasi altra proposta artistica devono dare la possibilità di guardare la realtà da altri punti di vista, goderne, emozionarsene, rifletterci.

Chi decide di utilizzare il linguaggio teatrale può avvalersi di sistemi di produzione, distribuzione e circuitazione molto validi come bandi specifici, premi, associazioni di categoria, e quindi attingere la propria economia da organizzazioni e meccanismi governativi come il Fondo Unico per lo Spettacolo, trovare finanziatori privati, o riuscire a farsi produrre da qualche teatro o da qualche compagnia con il sistema dello “scambio”. Questi sistemi, però, non possono oggettivamente gestire tutte le proposte, seppur qualitativamente meritevoli, che ogni giorno cercano i loro spazi. Compito dell’artista è “piazzare” l’arte ovunque sia possibile, evitando la spocchia per colpa della quale, purtroppo, molti artisti rinunciano a proseguire la propria attività adducendo le cause o a loro stessi, o alla mala gestione delle attività distributive di cui sopra.

Vuoi recitare? Credi che il tuo intervento sia in qualche modo utile a te stesso o a qualcun altro? Lo fai. “In un teatro non riesco ad esibirmi”, si può andare dentro la vetrina vuota di un negozio sfitto. “A teatro non viene mai nessuno, se non i teatranti”, si va dove le persone già stanno, come la piazza o una struttura turistica nella stagione estiva. Se si vuole onestamente fare il proprio lavoro le occasioni non devono mancano, e non si andrà a inficiare sulla qualità soltanto perché in questi contesti “non c’è la gente che conta”. Ci sono persone. Possono nascere relazioni umane e quindi teatro. Nei limiti del rispetto verso l’altro e verso la società in cui mi esprimo, posso proporre qualsiasi cosa in qualsiasi contesto, e le possibilità ovvero i mezzi con cui realizzarle sono numerose.

Ogni luogo diventa un “contesto possibile” dove far avvenire teatro. Il contesto è e rimane un contesto (un Cum+textum) su cui agire e con cui agire. Tutti i contesti sono possibili. Il teatro è relazione. A questo proposito tutto ciò che contribuisce a creare una relazione (artistica o simbolica) con l’essere umano, noi la consideriamo azione, teatro. Urbano identifica ovunque l’uomo abbia possibilità di accesso.

In questo senso chiunque può sentirsi autorizzato a proporre o ad agire. Se c’è onestà d’intenti l’arte è sempre contemporanea e l’azione crea relazione.

Mi racconti qual è la “linea di pensiero” dei vostri progetti?

La nostra linea di pensiero risponde a due valori (o princìpi) fondamentali per l’arte: il valore artistico, e il valore commerciale.

Il valore artistico dell’arte ci spinge a creare azioni libere, senza commissioni, dettate soltanto da un’esigenza espressiva, da un desiderio, da un sogno. Il teatro libero ci dà la possibilità di realizzare un evento con i mezzi che abbiamo a disposizione, o di cercarne e trovarne liberamente altri. Non ci blocca il pensiero di non avere risorse (economiche, umane, politiche). Il valore commerciale dell’arte ci porta, attraverso un filtro artistico, al servizio di una comunità, sotto forma privata o pubblica. In base a questo principio il teatro diventa un mezzo efficace attraverso cui creare relazione.  Se parti dal pregiudizio che l’arte legata al commerciale sia un’arte “venduta” e di basso valore, sottovaluti un aspetto efficace del fare arte: la sua potenza come mezzo di comunicazione. Se il lavoro che svolgi è onesto e segue il tuo gusto per rispondere alle esigenze del commercio, ben venga. La sponsorizzazione di una compagnia telefonica attraverso il teatro, in questo senso, potrebbe essere un buon esempio di cooperazione.

Quando ci troviamo di fronte a un lavoro da svolgere cerchiamo di rispondere ad alcune domande principali:

-cosa dobbiamo fare

-che pubblico vogliamo raggiungere

-quante risorse abbiamo già

-cosa ci serve

-di cosa possiamo fare a meno.

Queste domande ci pongono in una conversazione preliminare in cui ogni pensiero è libero di essere espresso, in cui ogni cosa pensata può essere realizzata e modellata. Cerchiamo di avere la resa migliore con il minimo di mezzi, e questo lavoro di sottrazione è molto stimolante e divertente, perché ti accorgi di quanto sia più efficace una buona idea che l’accanimento a realizzare qualcosa di cui non si ha possibilità.

A cosa state lavorando ultimamente?

Stiamo lavorando a un progetto di riqualificazione di un quartiere considerato degradato nel Comune di Ancona. Il degrado è considerato tale per via di una presenza massiccia di immigrati nel quartiere.

Come può l’arte essere al servizio di un progetto simile? L’importante per noi è stato subito ideare gli interventi senza sottolineare le differenze etniche e razziali. Ogni progetto realizzato (installativo o performativo) deve tendere a essere il più “pop” possibile, comprensibile ed estraneo (o al di sopra) rispetto a qualsiasi caratteristica etnica. In ambito performativo abbiamo ad esempio previsto l’intervento di un extra-terreste, un alieno appunto, estraneo a tutto e a tutti, non italiano, non nigeriano, non senegalese, ma alieno, di un altro pianeta. Questo essere si muoverà nel quartiere rispettando le regole, attraversando la strada sulle strisce pedonali, andando al bar aspettando il proprio turno etc…

Quando si riqualifica un quartiere per noi è importante considerare anche la durata degli interventi per non rischiare di creare iniziative fini a sé stesse. La riqualificazione è gettare un seme di cui poi prendersi cura, far sì che la sua efficacia resti tale nel tempo.

Presentazione Teatrodeké :

Teatrodeké è un collettivo artistico nato dall’incontro tra Riccardo Balestra e Federico Maugeri nel 2013. La prima opera realizzata è stata Città Viva, classificandosi al II° posto al contest P.A.C. di InteatroFestival. Nel 2014 si è aggiunta Antonella Spirito, ed è stato l’anno in cui Teatrodeké ha deciso di lavorare con 15 ragazzi del liceo e permettere loro di esprimere la propria creatività in contesti extra – teatrali, nel loro libero arbitrio. Sono così nate 3 azioni performative: ConSumErgoSum, performance sul consumismo realizzata all’interno delle Gallerie Auchan di Ancona e centro storico. Carnevaledeké, manifestazione di carnevale volta alla riapertura di Via dellaPescheria (Ancona). I7Vizi, in collaborazione con la Blu Nautilus S.r.l. e realizzata durante la Fiera di San Ciriaco 2015. Nel 2015 ha realizzato all’interno del progetto SottoSopra di Save The Children Italia Onlus un laboratorio sulle performazioni artistiche volte alla riqualificazione territoriale, lavorando con 70 ragazzi provenienti da tutta Italia. Nel 2015 realizza Welcome Back Dorica, spettacolo di musica e poesia per il Grand Tour dei Musei, presso il Museo della Città di Ancona. Sempre nel 2015 prende parte alla Giornata Internazionale dei Diritti Dell’Infanzia e dell’adolescenza in collaborazione con Save The Children Italia Onlus – sede Ancona, realizzando un’installazione all’interno della Mole Vanvitelliana. A Natale 2016 realizza Flöten aus dem Fenster, performance musicale sulle finestre di Via degli Orefici (An). Nel 2017 il Comune di Ancona affida a Teatrodeké la realizzazione del Carnevale in Via degli Orefici, Carnevaledeké II°ed.

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#FocusOn: Festival Labirinto e il Gruppo della Creta

Il Festival Labirinto nasce nel 2016 per volontà degli attori del Gruppo della Creta. Concepito come un’intersezione culturale dove poter incontrare artisti provenienti dalle discipline e dai contesti più vari, il Festival è all’alba della sua seconda edizione che si svolgerà dal 15 al 28 maggio presso il Teatro Studio Uno (Torpignattara – Roma).

Abbiamo intervistato Alessandro Di Murro del Gruppo della Creta per scoprire il concept del progetto:

• Ciao Alessandro, cosa cela il nome Labirinto?

Il Labirinto è un luogo dove perdersi, di cui non si conosce né l’entrata né l’uscita e in cui si cerca disperatamente il centro, luogo probabilmente irraggiungibile se non addirittura inesistente. Nel binomio tra cercare l’uscita e raggiungere il centro si sono delineate la nostra poetica e le nostre scelte artistiche. Infatti, se da una parte le diverse arti o i diversi stili artistici rappresentano gli infiniti percorsi che si possono intraprendere all’interno del labirinto, dall’altra il tema del festival, ogni anno diverso, rappresenta quel centro cercato invano. La consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere il centro è fulcro del progetto: questa consapevolezza permette di fuggire dal giudizio e dall’illusione di dover trovare una risposta definitiva.

• Dunque perdersi nella RICERCA.

Esattamente! Siamo convinti che la perdita dell’orientamento sia fondante e fondamento della nostra contemporaneità. Non combattiamo lo straniamento con risposte e grandi verità, ma lo affrontiamo nella ricerca: non ricerca fine a se stessa e alienante, ma ricerca vera perché concreta e tangibile per lo spettatore, formata da spettacoli, installazioni e performance che lo accompagnano nella sua perdita di senso. In poche parole, il filo d’Arianna a noi non interessa. Questo elemento instabile, non fissato, la voglia di fuggire da verità rivelate e incontestabili è parte fondante della poetica del Gruppo, che ha fatto della caratteristica malleabilità e mutevolezza della creta la reificazione della sua espressione artistica, sia nella recitazione che nella regia, sia nelle scelte organizzative che di produzione.

• Come nasce il vostro progetto?

Labirinto è nato come una casualità. Prima di tutto da un punto logistico fu una circostanza economica che ci fece avere tra le mani un teatro per tre settimane. Non è una vergogna raccontarlo: il teatro è legato ad aspetti economici, sociali e politici in egual misura. Per questo può parlare del reale. Dover gestire un teatro per un periodo così lungo ci ha portato alla creazione del Festival. Ogni festival che si rispetti ha un nome che si ricordi. Abbiamo impiegato un sacco di tempo per trovare il nostro e l’unica chiave di volta che ci ha permesso di definirlo è aver preso coscienza della nostra condizione. Il nome del nostro collettivo, Gruppo della Creta, da sempre ci riporta a mondi classici e a mitologie greche. Già con uno dei nostri spettacoli, Cassandra, eravamo stati rapiti dal fascino di quel periodo. D’altra parte, la sensazione di trovarsi sempre in un luogo ostile, dove le pareti che ti proteggono sono le stesse che ti ingabbiano, era nota. L’immagine di un Labirinto fatto di paure, provini, ansie e incertezze ci stava indebolendo. Finché, dato il carattere solidale della nostra compagnia, ci siamo domandati se non fosse stato più utile popolare questo labirinto: “Se non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo”.

Abbiamo deciso di raccontare la nostra condizione con il nostro teatro, non solo sulle tavole del palcoscenico, ma attraverso una struttura a tutto tondo. Ecco che nasce Labirinto: un luogo non di esibizione, ma di condivisione. Condivisione con il pubblico. Condivisione con altri artisti. Condivisione con il territorio che lo ospita. Perché anche se è vero che ci troviamo dentro un Labirinto dove l’ingresso è introvabile e il centro irraggiungibile, i percorsi per viverlo sono infiniti e tutti ricchi di una bellezza da scoprire.

• Quale riscontro c’è stato dalla prima edizione del Festival?

A 10 giorni dall’inizio della prima edizione del Festival (febbraio 2016) non eravamo pronti ma, come lui non aveva aspettato a nascere, non aspettò neanche a cominciare. Tutto funzionò, ovviamente con mille riserve! Per tre settimane abbiamo avuto la fortuna di avere tanti ospiti come Luigi Mezzanotte, attore di Orgia con la regia di Pasolini nel 1968, Giancarlo Sammartano, Federico Vigorito e Ninetto Davoli, che gentilmente ha recitato per noi il prologo del Vantone.

Tanti registi hanno portato il proprio lavoro nei meandri del nostro festival: Sergio Basile ha messo in scena un testo di Elena Fanucci, Lorenzo De Liberato ha diretto Chiara Poletti e Massimo Cinque, con Senza Confini, uno spettacolo sulla prima guerra mondiale. Senza ancora sapere cosa fosse esattamente Labirinto, avevamo un festival delle arti al cui interno convivevano video arte (grazie ai lavori del regista Mattia Mura), teatro ragazzi (Il magico mondo di Maka è stato il fiore all’occhiello della nostra creazione), un concorso di pittura, che abbiamo chiamato Minotauro, curato da Enea Chisci e sponsorizzato da Artemisia Lab. Sintesi di questa grande commistione di arti è stato il nostro primo spettacolo completamente auto prodotto dal Gruppo della Creta: Per sei dollari l’ora.

• Cosa bolle in pentola in vista della seconda edizione ?

Nel 2016 abbiamo partecipato al bando indetto dalla SIAE per finanziare progetti, vincendolo. Grazie al loro sostegno abbiamo deciso di ripetere l’avventura, producendo la seconda edizione di Labirinto. Questa volta siamo cresciuti e abbiamo scoperto nuovi percorsi in cui perdersi. Per ora mi fermo qui, non svelando nulla sulla programmazione, ma vi invito alla conferenza stampa del 10 maggio (ore 11.30 Teatro Studio Uno).

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#FOCUSON: Contatto, un teatro nel carcere di Lecce

Archistart insieme all’associazione Prospettive Teatrali sta condividendo la visione e il sogno della compagnia teatrale “Io Ci Provo” e del Carcere di Lecce: scavalcare il muro, oltrepassare le sbarre e realizzare il Nuovo Centro Teatrale Aperto. Un luogo vissuto dalla comunità, dove uomini liberi e detenuti avranno l’occasione di vivere esperienze culturali insieme.

Archistart propone un workshop di autocostruzione che coinvolga cittadini, professionisti, studenti, detenuti, istituzioni e organi territoriali nella realizzazione del Nuovo Centro Teatrale Aperto all’interno del Carcere di Lecce. Durante il workshop verranno trasmesse le tecniche dell’autocostruzione e l’uso dei principali attrezzi da lavoro. Ci sarà uno “contatto” diretto con i detenuti che aiuteranno in tutte le fasi realizzative. L’associazione Prospettive Teatrali si occuperà della sensibilizzazione verso il teatro e le tematiche teatrali che animeranno il nuovo spazio.

Abbiamo intervistato Davide Tartaglia, membro dell’associazione Archistart:

 

• Ciao Davide, come nasce l’idea di CONTATTO e quali sono i soggetti coinvolti nel progetto? 

Contatto nasce dalla volontà di realizzare uno spazio vissuto dalla comunità all’interno di un luogo alienato come il Carcere. La compagnia teatrale Io Ci Provo da anni lavora all’interno del sistema Carcere ed ha come attori i detenuti stessi. Ad oggi la compagnia si esibisce e lavora all’interno di una sala polifunzionale che non è dotata di attrezzature sufficienti alle attività teatrali. Archistart, Io Ci Provo, Prospettive Teatrali e il Carcere di Lecce collaborano per questa ambiziosa iniziativa.

• Quali sono i connotati della vostra proposta e quali gli obiettivi attesi?

Contatto è un progetto ambizioso perché punta alla totale condivisione di un obiettivo al quale partecipano detenuti, uomini liberi e associazioni. La parte fondamentale è la fase partecipativa sia nelle fasi progettuali che realizzative. Archistart si aspetta grande partecipazione non solo dalla propria community ma da tutte quelle persone sensibili a questo tema sociale. La realizzazione del nuovo spazio rientra tra quelle attività di reintegrazione sociale dei detenuti e di abbattimento di alcuni preconcetti che ci sono oggi sul sistema carcere e di chi lo vive.

• Quali sono le azioni strutturali nelle quali si articolerà il progetto?

I fondi raccolti verranno impiegati nella realizzazione di parte del nuovo spazio in autocostruzione, acquisto dei materiali, attivazione di un contest internazionale di idee per raccogliere proposte giovanili e innovative da integrare al progetto già presentato al Carcere e derivato da giornate partecipative tra Archistart ed i detenuti. Ogni singola donazione sarà utile anche per la realizzazione di video e documentazione fotografica, stampa di un libro in formato A3 con i contenuti del progetto e attivazione della campagna formativa per gli studenti a contatto con il teatro. Qualora si superasse il traguardo prefissato di 10000 euro, si utilizzeranno gli ulteriori fondi a disposizione per la realizzazione di altre parti del progetto.

• L’associazione culturale Archistart ha come mission la valorizzazione dei giovani progettisti internazionali nel periodo tra studio e lavoro. In che modo agirete rispetto alla realizzazione del Nuovo centro teatrale aperto?

Archistart grazie anche al suo nuovo portale consultabile su www.archistart.net bandirà un contest internazionale finalizzato alla progettazione di parte del nuovo spazio. Il team vincitore potrà partecipare alla diretta realizzazione del proprio progetto insieme ai Detenuti del Carcere di Lecce e al team Archistart. Verà garantito un premio di 500 euro, vitto e alloggio per 5 giorni a Lecce. Una grande opportunità di visibilità per ogni giovane studente o professionista che ha l’opportunità di confrontarsi anche con i costi e la realizzazione diretta di un progetto.

• CONTATTO è stato selezionato per il bando #crowdfunder di Funder35. Da pochi giorni è stata lanciata una campagna crowdfunding a supporto del vostro progetto. Perché contribuire alla realizzazione di CONTATTO ?

Cotatto è un’opportunità di reinserimento sociale per i detenuti che contribuiranno alla costruzione dello spazio e di presa di coscienza per tutti gli uomini liberi che entreranno per la prima volta nel sistema carcere. Contribuire a questa iniziativa è aiutare chi ogni giorni lotta per una nuova possibilità nel mondo. Inoltre scegliendo tra le nostre ricompense sarà possibile acquistare a prezzi agevolati biglietti teatrali a spettacoli nel Carcere, prendere parte all’autocostruzione e molto molto altro su: https://www.eppela.com/it/projects/13153-contatto-un-teatro-nel-carcere-di-lecce

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#FOCUSON: Ruggero Cappuccio. Evocazioni simboliche della Sicilia da Lighea a Desideri Mortali

«E la scrittura partiva come una larga spirale di lingue, rassodate o liquefatte fra gli echi della grazia ineffabile del francese, della malia barocca dello spagnolo, di certi fiati e certe assonanze arabe. Palermo e Napoli, l’Etna e il Vesuvio, i Borbone e Garibaldi, diventavano specchi onirici deformati, riflessi infedeli di città deflorate da cento culture che arrivavano dal mare inesauste, a celebrare matrimoni di suoni, oscure danze di idee. Nella sospesa dimensione della morte di Lampedusa poteva ancora sognare, con disincantato distacco, senza scampo né appello. E il sognare si convertiva nel dolcissimo supplizio del desiderio» (R. Cappuccio, Desideri mortali, pp. 6-7)

Palermo è metonimia della Sicilia, isola di scrittori illustri, da Jacopo da Lentini, a Verga, Capuana, Pirandello, Quasimodo, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Vittorini fino a Consolo, Bufalino, Buttitta e Camilleri. Numerose sono le immagini della Sicilia e di Palermo che, per l’intrinseca forza simbolica, sono diventate ormai vere e proprie allegorie viventi di quella “sicilitudine”, intesa come categoria dell’anima così come ne parlava Sciascia. La Sicilia e in particolare Palermo sono un tòpos dominante anche nell’opera di Ruggero Cappuccio come emerge da alcuni suoi scritti teatrali come Desideri mortali e Lighea, i silenzi della memoria.

In esclusiva per Theatron 2.0, pubblichiamo un saggio scritto da Carmen Lucia volto a tracciare un excursus sull’opera del drammaturgo e registra teatrale Ruggero Cappuccio, attuale direttore artistico del Napoli Teatro Festival :

LEGGI IL SAGGIO > Evocazioni simboliche del Gattopardo e della Sicilia nell’opera di Ruggero Cappuccio. Di Carmen Lucia

Nota biografica su Ruggero Cappuccio:

Dopo la laurea in Lettere all’Università di Salerno con una tesi su Edmund Kean ed un breve esordio come critico teatrale, si cimenta (1996) con Leo de Berardinis e Alfonso Santagata nella co-regia di Re Lear. Come autore di teatro esordisce nel 1993 con l’opera Delirio marginale. Ulteriore prova di maturità la dà con Shakespea Re di Napoli che debutta nel 1994 al Santarcangelo dei Teatri – Festival Internazionale del Teatro in Piazza. In esso, per usare le parole dell’autore: <<Il più grande drammaturgo di tutti i tempi e quel Basile che Italo Calvino definisce un deforme Shakespeare napoletano, si sono dati appuntamento, una notte, nel labirinto dei sensi e dei suoni>>. Nel 1997-98 cura per il Teatro di Roma, diretto da Luca Ronconi, la riscrittura e la regia del Tieste di Seneca e delle Bacchidi di Plauto. Ha curato la regia di Nina pazza per amore nel 1999 e del Falstaff nel 2001, con la direzione musicale di Riccardo Muti. È anche pubblicista sulle pagine della cultura del quotidiano napoletano Il Mattino. Con La notte dei due silenzi – storia d’amore al tempo del Regno delle Due Sicilie – è finalista alla 62ª edizione Premio Strega 2008. Con Fuoco su Napoli vince il Premio Napoli 2011. Attualmente Cappuccio è direttore artistico dell’associazione teatrale Teatro Segreto.

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#FocusOn: Il Festival Labirinto secondo il Gruppo della Creta

Dopo il successo della prima edizione il Gruppo della Creta presenta il secondo capitolo del Festival Labirinto. La kermesse si svolgera dal 15 al 28 maggio al Teatro Studio Uno di Torpignattara (Roma). Come nella prima edizione lo spettatore potrà orientarsi tra diverse forme artistiche: il teatro, la video arte e l’arte visiva. Le novità di quest’anno saranno l’inserimento della drammaturgia, di eventi musicali, di una serie di incontri culturali, cinematografici e una performance che sfrutti l’ambiente urbano circostante al teatro.

IL FESTIVAL SECONDO IL GRUPPO DELLA CRETA:

Abbiamo concepito Labirinto nel 2016 , spinti dal desiderio di trovare un luogo dove cultura e creatività possano esistere senza giudizio. Per questo, il Festival è un’intersezione culturale dove poter incontrare artisti provenienti dalle discipline e dai contesti più vari, un porto franco dove esibire e condividere le proprie creazioni. Questa idea si concretizza nell’immagine di un labirinto:  un luogo dove perdersi, di cui non si conosce né l’entrata né l’uscita e in cui si cerca disperatamente il centro, luogo probabilmente irraggiungibile se non addirittura inesistente. Nel binomio tra cercare l’uscita e raggiungere il centro si sono delineate la nostra poetica e le nostre scelte artistiche. Infatti, se da una parte le diverse arti o i diversi stili artistici rappresentano gli infiniti percorsi che si possono intraprendere all’interno del labirinto, dall’altra il tema del festival, ogni anno diverso, rappresenta quel centro cercato invano. La consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere il centro è fulcro del nostro progetto. Tale consapevolezza ci permette di fuggire dal giudizio e dall’illusione di trovare una risposta definitiva. Siamo convinti che la perdita dell’orientamento sia fondante e fondamento della nostra contemporaneità. Non combattiamo lo straniamento con risposte e grandi verità, ma lo affrontiamo nella ricerca: non ricerca fine a se stessa e alienante, ma ricerca vera perché concreta e tangibile per lo spettatore, formata da spettacoli, installazioni e performance che lo accompagnano nella sua perdita di senso.
In poche parole, il filo d’Arianna a noi non interessa! Questo elemento instabile, non fissato, la voglia di fuggire da verità rivelate e incontestabili è parte fondante della poetica del Gruppo, che ha fatto della caratteristica malleabilità e mutevolezza della creta la reificazione della sua espressione artistica, sia nella recitazione che nella regia, sia nelle scelte organizzative che di produzione. ( È possibile supportare il progetto contribuendo alla CAMPAGNA CROWDFUNDING)

NOI GIOVANI DEL FUTURO:

Per la seconda edizione del festival, abbiamo scelto un tema, una chiave di innesco, un polo magnetico verso il quale orientare la nostra ricerca. Noi giovani del futuro è una condizione, la presa di coscienza di un dato di fatto, il contesto in cui si ergono le mura del nostro labirinto.

Sono doverose due precisazioni. La prima: “giovani” non è una condizione anagrafica. Con il termine “giovani” indichiamo tutti gli individui che stanno vivendo questo determinato momento storico. Le prove evidenti si celano, ben in mostra, nella realtà del quotidiano: i dispositivi elettronici sono sempre più piccoli ed accurati, le soluzioni tascabili e a portata di clic, ogni apparecchio è raramente monofunzionale. La “giovinezza” di cui parliamo è di tipo esperienziale. Noi tutti vediamo continuamente il presente raggiungere la propria idea di futuro, di innovazione in innovazione. In questo continuo slancio da una stabilità provvisoria verso la prossima, la giovinezza di cui parliamo diventa condizione storica. Una sorta di basso medioevo, un primo romanticismo, una sorta di post modernismo in nuce. Più semplicemente: giovani del futuro. Seconda precisazione: la nostra idea di futuro.
Il futuro è ciò che sta davanti a noi, ciò che non è ancora accaduto. Oggi la realtà sembra soffocarci di accadimenti: viviamo rincorrendoci su un piano inclinato dove non è possibile trovare stabilità economica, sociale o affettiva, perché erosi da un
insaziabile consumo del nuovo che costringe il soggetto alla consapevolezza di non “essere in tempo”. L’ambito socio-economico condiziona quello esistenziale. Questa non vuole essere una critica, ma una constatazione. Viviamo in una realtà fantascientifica, eternamente inappagata dal presente che continua a superarsi. Noi giovani del futuro vuole essere la bussola che aiuta artisti e spettatori a orientarsi nel labirinto. Non tematica castrante, ma terreno fertile dove coltivare. Le opere che
saranno presentate sono dunque create da quegli stessi giovani del futuro e di loro dovranno parlare.
È come dire: vediamo che sanno fare questi ragazzi fantascientifici?
Troppo facile concludere così. Ci deve essere dell’altro. Questo “altro” potrebbe essere il desiderio di smuovere la nostra generazione ad accettare che il futuro non deve arrivare, ma è già qui. Non aspettiamo la scoperta di una nuova America che cambi la nostra realtà. Internet è già stato inventato da un pezzo.

IL GRUPPO DELLA CRETA:

Il Gruppo della Creta è composto da giovani attori uniti per costruire un teatro collaborativo dove le abilità di ognuno possano sostenere il lavoro di tutti. Fuori dagli schemi del teatro ufficiale, più vicini alla cooperativa e al teatro indipendente, i membri del Gruppo credono in un teatro di ricerca che si basa sul lavoro di palcoscenico e sulla ricerca di nuovi format e modalità per creare un dialogo diretto con il pubblico. Il nome del gruppo si ispira ad un esercizio che Vittorio Gassman faceva fare ai suoi
allievi con la creta e alle doti di questo materiale malleabile che, se bagnato, può cambiare forma, trasformandosi e trasformandosi ancora, finché, cotto, non manterrà la sua forma immutabile. Così i giovani attori si rifanno a questa immagine per l’idea del proprio teatro, ancora da scoprire, da modellare e da fare e disfare senza mai cristallizzarsi in una forma convenzionale. Componenti: Jacopo Cinque, Cristiano Demurtas, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, Pamela Massi, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci, Bruna Sdao.

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#FOCUSON : Progetto “CANTA CON ME!”

Il canto corale come momento di incontro tra centro e periferia. Così più di 200 bambini di quattro scuole dell’area urbana di Roma hanno la possibilità di arricchire la loro formazione grazie al Teatro dell’Opera e a BASF. Parte proprio in questi giorni la II edizione di “Canta con me!”, il progetto finalizzato alla costituzione di una rete di cori di voci bianche.
Protagonisti oltre 200 bambini degli Istituti Comprensivi di “Via Casalbianco” (Settecamini), “Via Olcese” (Centocelle), “Pablo Neruda” (Selva Candida), “Via Cutigliano” (Magliana). Ad affiancarli, gli allievi della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma, un’eccellenza del canto a livello nazionale. Ciascuno dei quattro istituti scolastici costituirà un proprio coro di circa 60 elementi che, con la direzione di quattro direttori, intraprenderà un percorso formativo disegnato e curato dal Dipartimento Didattica e Formazione del Teatro dell’Opera, avvalendosi anche del contributo di José María Sciutto, Direttore del Coro di Voci Bianche.
Un’iniziativa unica nel suo genere, dall’elevata valenza educativa cui la Fondazione ha dato vita grazie al contributo di BASF, sponsor unico del progetto. Attraverso la pratica del canto corale il bambino sviluppa la sensibilità melodica, le abilità ritmiche e acquisisce la consapevolezza dell’importanza di perseguire un obiettivo condiviso e comune.

Il coro è un’orchestra a più voci. È scambio di emozioni, di energie. È ascolto e rispetto dell’altro. È un modo creativo di educare alla relazione attraverso la ricerca di equilibrio e di sintonia” dichiara Laura Baldassarre – Assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale del Comune di Roma. Il valore educativo di questa II edizione di “Canta con me!”, mi offre l’opportunità di esprimere apprezzamento e gratitudine a quanti hanno voluto realizzare l’iniziativa, con l’augurio che questo progetto possa rappresentare un modo nuovo di far collaborare Arte e Istituzioni. Un modo che favorisca l’attuazione di forme espressive capaci di coinvolgere le nuove generazioni a sostegno di valori come la ricerca dell’armonia e la convivenza pacifica, necessarie per la realizzazione di una società a misura di persone.”

Il progetto ha anche l’obiettivo di “far uscire” la musica dal Teatro e creare occasioni di aggregazione sociale. Per questo la Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera sarà protagonista di quattro concerti nei quartieri in cui insistono le scuole, mentre a fine anno scolastico è previsto un saggio di ogni coro all’interno della propria struttura.
A conclusione del percorso formativo, saranno assegnate quattro borse di studio, una per ciascun coro scolastico, messe a disposizione da BASF per i bambini più meritevoli che intenderanno proseguire i propri studi musicali all’interno della Scuola di Canto Corale.

Andreas Riehemann – Amministratore Delegato BASF Italia ha dichiarato: “L’entusiasmo e la gioia dei bambini che lo scorso anno, insieme alle loro famiglie e al corpo docente, hanno partecipato a “Canta con me!”, ci hanno spinto a rinnovare il nostro sostegno per questa seconda edizione. Come BASF siamo profondamente impegnati a creare valore nei territori in cui operiamo attraverso progetti che abbiano impatti concreti e tangibili. “Canta con me!” dà la possibilità di vivere un’esperienza unica e autentica dal forte carattere educativo e culturale.

Le attività del progetto avranno la loro conclusione nell’evento finale programmato per lunedì 29 maggio 2017, presso il Teatro dell’Opera: un Open Day aperto alle famiglie e alla città nel corso del quale i cori scolastici si esibiranno, nel saggio di fine percorso, sul prestigioso palcoscenico del Teatro Costanzi, accompagnati dagli Allievi del Coro di Voci Bianche della Scuola di Canto Corale del Teatro in una manifestazione conclusiva all’insegna della coralità e dell’integrazione.

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#FocusOn: “ContraBBando” al Nuovo Cinema Palazzo

Mala tempora currunt per centinaia di realtà romane su cui si sta abbattendo una pioggia di lettere di sgombero e messa in mora che il dipartimento patrimonio continua a notificare a tutte le associazioni e gli spazi autogestiti che in questi anni hanno salvato dall’abbandono e dal degrado molti beni comuni garantendone un utilizzo pubblico e di reale utilità sociale.  Un processo inaugurato dalla giunta Marino, a partire dalla delibera n. 140 del 2015 sull’alienazione del patrimonio pubblico che è stata concretizzata durante il mandato plenipotenziario di Tronca attraverso il DUP (Documento Unico di Programmazione 2016-1018) in continuità con la delibera n. 219 del 2014 in cui era prevista anche l’introduzione del bando pubblico come dispositivo di normalizzazione dell’autogestione.

Eclatante fu il caso dell’Angelo Mai, fresco vincitore del premio Ubu 2016, accusato ingiustamente nel 2014 di “associazione a delinquere” e posto sotto sequestro. Una storia sbagliata a cui pose fine un’importante sentenza che scagionò tutti i militanti coinvolti riconoscendo loro la legittima attribuzione dello spazio mettendo così l’Angelo Mai al riparo da una prima offensiva istituzionale prodroma della dissennata gestione del patrimonio pubblico del presente. Lo scorso 15 ottobre il CSOA Corto Circuito veniva sgomberato dopo 26 anni di autogestione. Dopo una vasta mobilitazione cittadina in sostegno dello spazio autogestito, il 15 dicembre 2016 gli attivisti e i solidali del Corto Circuito hanno occupato la direzione dell’Assessorato al Patrimonio dopo che il Tribunale del riesame aveva stabilito con un’ordinanza l’annullamento del sequestro preventivo. Poche settimane fa era toccata la stessa sorte anche ad Alexis Occupato esperienza di occupazione socio-abitativa nell’ex deposito Atac di San Paolo che continua a resistere. Negli scorsi giorni, l’ultimo fatto che riguarda il Rialto Sant’Ambrogio, storico spazio dedicato alla produzioni culturali e alle arti performativi già sotto parziale sequestro dal febbraio 2015, che ospita, tra gli altri il Forum dei movimenti per l’acqua, Attac!, il circolo Gianni Bosio, Transform, il Forum ambientalista. Ancora più grave dal momento che nonostante la votazione della recente mozione dell’assemblea capitolina che impegnava la Sindaca e la Giunta comunale a una moratoria degli sgomberi in attesa di un nuovo regolamento per gli spazi sociali, il nucleo Fenomeno Degrado urbano e Sociale del I Gruppo Trevi ha eseguito un’ordinanza del tribunale di Roma e sequestrato il primo e parte del secondo piano dello stabile. Spiegano gli attivisti: « Sono mesi che insieme alla rete Decide Roma e a decine di associazioni ci siamo battuti per trovare una soluzione alla vicenda patrimonio del Comune di Roma e riordino delle concessioni e chiedendo il riconoscimento del valore sociale delle nostre attività in questi spazi, che come l’acqua non possono essere messi a profitto. La mozione approvata all’unanimità la scorsa settimana dall’assemblea capitolina deve trovare immediata applicazione con una delibera di giunta che blocchi gli sgomberi di tutti gli spazi e che restituisca il Rialto a coloro che ne hanno avuto cura in questi anni».

Replica dell’assessore Mazzillo, bilancio e patrimonio di Roma Capitale: «Domani verrà sottoposta all’approvazione della Giunta Capitolina una memoria che, sostanzialmente, recepisce l’ordine del giorno approvato all’unanimità dall’Assemblea Capitolina lo scorso 9 febbraio. Sulla base del provvedimento che verrà approvato, daremo mandato agli uffici di sospendere i provvedimenti di rilascio degli immobili dati in concessione per attività senza fine di lucro, nelle more dell’approvazione del nuovo Regolamento sulle concessioni attualmente in discussione presso la competente commissione Patrimonio di Roma Capitale». In merito allo sgombero spiega che «si tratta di un’attività già programmata da tempo dal dipartimento competente per riacquisire al patrimonio comunale un bene necessario allo svolgimento delle attività istituzionali del Municipio e ridurre quindi i fitti passivi a carico di quest’ultimo».

A San Lorenzo anche la Libera Repubblica sta rispondendo alle minacce che pendono su alcuni spazi sociali come Esc Atelier, il Grande Cocomero e la Palestra Popolare qua una lettera aperta alla città. Il Nuovo Cinema Palazzo non fa, per così dire, eccezione essendo oggetto di una continua rimostranza che ha come intento quello di eradicare una realtà libera e produttiva dal territorio romano per dare spazio a un luogo riservato al gioco d’azzardo che si andrebbe ad aggiungere agli altri Moloch della collezione privata ludo-mafica lungo la dorsale di via Tiburtina ( per approfondire il casiNO). Il Nuovo Cinema Palazzo è il luogo del possibile, dove viene riconosciuto il lavoro artistico, l’impegno, il desiderio e la creatività tramite la messa in condivisione di mezzi e saperi e attraverso la valorizzazione dei tempi di produzione, originale ed inedita, in grado di stimolare l’arte, uno dei presupposti della crescita culturale. Uno spazio autogestito, la cui sfida, sin dall’inizio è stata quella di tessere una storia collettiva per ricostruire un luogo, aperto e attraversabile, un laboratorio artistico, culturale e politico, per tracciare una tendenza tra resistenza e creatività, tra impegno, arte e cittadinanza attiva.

Il ContraBBando si configura come uno strumento politico con il quale il Nuovo Cinema Palazzo propone una modalità di fare cultura, inserendosi, in tutte le sue fasi, nel processo di produzione artistica e permettendo ai soggetti attivi – artisti, collettivo, tecnici e pubblico – di essere parte di questo progetto e di rendere ancora più permeabile l’incontro e la condivisione. L’ambizione del ContraBBando è stata quella di sovvertire il concetto stesso di bando e la normalizzazione dell’utilizzo dello stesso nella gestione politica e amministrativa della città applicando, contrariamente, una modalità volta al superamento dei criteri di mercato e di profitto valorizzando la dimensione complessiva delle realtà che costituiscono l’essenza dell’esperienza stessa. La programmazione del Nuovo Cinema Palazzo è infatti costruita sul confronto e sulla relazione, e nello specifico queste esperienze residenziali ci permettono ancor più di entrare nel tessuto, arricchendo lo spazio e consolidando quello che abbiamo già praticato con i festival e le rassegne musicali e teatrali. In questo senso il Contrabbando nasce, invece, dall’esigenza di affermare la capacità politica collettiva di sperimentare dal basso forme d’espressione artistica indipendenti – sia nell’elaborazione che nella costruzione – e di auto-gestione degli spazi.

Il Cinema Palazzo ha messo a disposizione i propri spazi per le residenze artistiche proponendo l’esperienza come strumento di partecipazione attiva e di produzione culturale. Dieci momenti di residenza per altrettante realtà artistiche che si alterneranno sul palco lungo tutto l’anno. Questa settimana ci sarà la prima restituzione artistica del ContraBBando 2017! : si parte con Offline di Mirko Felizani il 17 e il 19 Febbraio ore 21:30 impegnato in una conferenza-performance, volta a indagare la traslitterazione e la trasfigurazione di frammenti/detriti biografici ai tempi della rete e dei social network all’interno di un atto performativo prolungato.

 

 

SEASON | Davide Sportelli

Una pura sperimentazione (legata all’incontro con la comunità cittadina e del quartiere San Lorenzo) su una visione drammaturgica composta da elementi eterogenei quali: il testo, il suono, la danza come composizione istantanea e scrittura, la danza come movimento collettivo di una piccola folla.”

Un progetto di teatro-danza che vuole relazionarsi al territorio con un progetto performativo condizionato dallo spazio.

Restituzione residenza: 26 e 27 Febbraio 2017

DOMINI | Taha El Ouaer

L’intera opere si dà il compito di mettere in parallelo la crisi del ’29 negli Stati Uniti (e conseguenti flussi migratori interni) descritti da Stainbeck con quelli odierni che viviamo oggi in Europa.

Un progetto del tutto embrionale che ricerca nello spazio uno studio che metta in scena, attualizzando, i primi dieci capitoli di The Grapes of Wrath di Johne Stainbeck.

Restituzione residenza: 11 e 12 Marzo 2017

CANTIERI INCIVILI: RANCORERABBIA | BologniniCosta

“Uno studio sul tema della precarietà e della disoccupazione giovanile nel mondo dello spettacolo, parte di un progetto più ampio e articolato dal nome Cantieri Incivili: un contenitore di percorsi e azioni che ruotano tutti attorno allo stesso nodo tematico.”

Un progetto di ricerca sociale che si lega al territorio, connettendo esperienze e competenze immaginando percorsi alternativi di possibile fuoriuscita dalla crisi e dal mercato del settore.

Restituzione residenza: 30 e 31 Marzo 2017

MACBETH – La notte dell’anima | BrigataNapoli

“Si sceglie il Macbeth, con tutte le sue pieghe, i suoi inciampi e i suoi pericoli, come trampolino per cadere dentro di noi e scoprire cosa nascondiamo, dentro il limite, dentro le nostre bassezze.”

Un lavoro teatrale che ricerca nuove modalità di messinscena e nuovi codici espressivi per affermare l’utilità sociale e il bisogno antropologico del teatro.

Restituzione residenza: 23 e 24 Aprile 2017

NERABILE | Collettivo Urc!

“La malinconia. O secondo gli antichi: la bile nera, un liquido nerastro che ha origine nella milza e naviga placido nelle vene determinando lo stare e reagire al mondo.”

Una commistione tra il teatro e la danza che ha il fine di intrecciare il linguaggio del corpo con quello verbale in un progetto che parli della malinconia in chiave scientifica, quindi oggettiva, e parallelamente in chiave personale, quindi soggettiva.

Restituzione residenza: 13 e 14 Maggio 2017

LIGHT MOTIV | RGB Light Experience – Roma Glocal Brightness

Il progetto tende a sperimentare la tecnica del light painting, dove fotografia e luce si fondono per creare un’immaginario fantastico e allo stesso tempo onirico.”

Un lavoro dove viene meno la definizione delle categorie imposte, quali quelle di artisti e tecnici; dove in funzione del territorio si mescolano competenze ed espressioni artistiche per la realizzazione di una messa in scena sperimentale ed innovativa.

Restituzione residenza: 20 Maggio 2017

FAMIGLIA | Forte Apache Teatro

“Una pièce che prova a scandagliare l’anima di uomini che nei lunghi anni di reclusione hanno sofferto per gli affetti lontani, per i figli distanti, per gli amori perduti, e si trovano ora a tentare una ricostruzione emotiva di un rapporto difficile fatto di rivendicazioni e ribellioni, alla ricerca del significato universale dell’essere padri e dell’essere figli”

Un progetto di riscatto sociale, dove ex detenuti e detenuti in misura alternativa sono gli attori di uno spettacolo che  coinvolge gli stessi in un percorso di inserimento professionale nel mondo dello spettacolo.

Restituzione residenza: 17 e 18 Giugno 2017

CAPITOLO ZERO | Compagnia Bertha

“ Il rapporto di coppia è così simile, a volte, a un combattimento. Ispirato a un testo di Jean Genêt intitolato ‘Il funambolo’, il tema centrale sarà quello del rischio che comporta mettere il primo piede su una corda tesa nel vuoto, che corrisponde al rischio di intraprendere una carriera artistica, o una relazione amorosa.”

Un progetto di realizzazione per la prima parte di un lavoro più ampio, che proporrà in questa produzione inedita e del tutto indipendente performance dove danza e coreografia sono le forme più evidenti.

Restituzione residenza: 15 e 16 Luglio 2017

IL DITTATORE | Collettivo Neonati

Ascoltare un discorso di un qualsiasi politico in televisione è come sentire l’oroscopo”.

Ispirato dal “Peer Gynt” di Ibsen, il progetto si focalizzerà sulla retorica del linguaggio della politica e su come esso si modifichi attraverso il medium televisivo e i social network, con il desiderio di smascherare le sue sfaccettature e distorsioni.

Restituzione residenza: Settembre (data in aggiornamento)

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