20 anni di Attraversamenti Multipli: ogni cosa, ogni persona è connessa

20 anni di Attraversamenti Multipli: ogni cosa, ogni persona è connessa

Non è stata la superstizione legata alla numerologia o alle date nefaste e nemmeno il rischio di temporali, la pioggia a fermare il debutto, la serata inaugurale del Festival Attraversamenti Multipli, venerdì 17 settembre.
Il consueto appuntamento, preludio d’autunno, curato da Margine Operativo con la direzione artistica di Alessandra Ferraro e Pako Graziani, è un progetto artistico che si è sviluppato, fin dal 2001, in una serie di eventi crossdisciplinari, condivisi e vissuti all’interno di spazi urbani.

Gli spettatori sono ritornati numerosi a vivere il rituale collettivo del Teatro, nell’agorà di Largo Spartaco a Roma e, infatti, il tema di quest’anno mette al centro la relazione tra i corpi insieme alla convergenza tra spazio e tempo. Tra l’arte e la dimensione della socialità. Tre anni fa sarebbe risultato come un aspetto troppo scontato su cui porre l’attenzione, ma è bastata una pandemia globale, una lunga fase di emergenza sanitaria per svuotare quella corrispondenza erotica tra artisti in scena a pubblico. Cosa è cambiato nel frattempo? Cosa è rimasto uguale? 

Di certo possiamo affermare che è una sensazione entusiasmante ritrovarsi per un assistere a un evento, confrontarsi nel dialogo, bere una birra. Possiamo anche ribadire che abbiamo compreso tutti la differenza tra distanziamento fisico e distanziamento sociale. Abbiamo applicato il primo per correggere il secondo, in modo pieno e consapevole, anche quando andiamo al teatro o partecipiamo a un evento pubblico.

È bello vedere differenti generazioni che si riuniscono ancora tra di loro, incrociandosi e cercando di contrastare l’inclinazione alla disumanizzazione, alla segregazione. È bello ritrovare la speranza di poter cambiare una o più vite, nella traiettoria di quella linea di pensiero e di comunicazione che mette in relazione persone, culture, provenienze, età, generi e condizioni sociali diverse. Nella consapevolezza di aver vissuto uno o più eventi traumatici, ma di non essere per questo dei sopravvissuti.

La prima delle novità che il pubblico, ma anche la comunità del quartiere ha trovato ad Attraversamenti Multipli nell’edizione 2021 è stata Rainbow, “un’opera da abitare” di street-art ideata da Bol, ovvero Pietro Maiozzi, storico pittore muralista di Roma. Un progetto che è anche una metafora, quella dell’arcobaleno, realizzato per il Festival e per l’isola pedonale di Largo Spartaco. Linee colorate che si estendono in orizzontale, sul lato interno della muraglia di recinzione. Concepita anche come una seduta che accoglie tante persone diverse, ogni giorno. Un simbolo concreto e resistente di inclusione sociale.

Un’altra iniziativa da segnalare è La rivoluzione dei libri un progetto ideato da Alessandra Crocco e Alessandro Miele, prodotto da Progetto Demoni/ Ultimi Fuochi Teatro. Si tratta di una installazione di QR Code letterari, accompagnata da una mappa, disseminati e sparsi un po’ ovunque nel quartiere Quadraro. Un ulteriore modo di fare e dare accoglienza al pubblico in tutte le serate del festival, ma anche ai passanti occasionali che avranno così modo di ascoltare le parole vive di tanti autori. Lungo un percorso che comprende anche luoghi simboli come Garage Zero, il centro sociale Spartaco, Lucha y Siesta, la biblioteca Cittadini del Mondo.

Le voci della rivoluzione che hanno letto e interpretato altrettante clip letterarie sono quelle di Alessandro Argnani, Michele Bandini, Michele Baronio, Tamara Bartolini, Consuelo Battiston, Elena Bucci, Ruggero Cappuccio, Nadia Casamassima, Andrea Cosentino, Alessandra Crocco, Claudio Di Palma, Rita Felicetti, Roberto Latini, Roberto Magnani, Ignazio Oliva, Alessandro Miele, Laura Redaelli, Alessandro Renda.

Un’altra installazione che è diventata una costante di Attraversamenti Multipli, programmata per la serata di apertura è Teleradio Metropoli. Concepita come una “street-tv” e una radio open air, racconta il festival in diretta streaming con un flusso incessante di immagini, notizie e aggiornamenti, musica, racconti e poesie. La voce del conduttore/performer è quella di Andrea Cota, in arte Mondocane che cura anche la selezione dei contenuti insieme con Margine Operativo. La sezione video è curata da Pako Graziani.

Due sono stati gli eventi di punta della serata inaugurale del 17, la performance Asta al buio con Antonio Rezza come banditore e Mash-up di Carlo Massari/C&C Company. Un formato, il primo, strutturato e realizzato in altre occasioni per una finalità benefica. Rezza è al centro di un grande tavolo, davanti al pubblico vivo e vivace di Largo Spartaco che commenta, ride, applaude. Decide la base d’asta di oggetti che non sono visibili. Non sono esposti, possono essere reali o astratti, di volta in volta vengono soltanto descritti dall’attore-regista nato a Novara, ma nettunese d’adozione. E le sue descrizioni sono originali e molto generiche, spesso fuorvianti, difficile avere la certezza di avere fatto un affare o meno, si scoprirà soltanto alla fine.

Il banditore Rezza spende il suo estro e il suo eclettismo nel gioco-dialogo con il pubblico, in una dimensione goliardica, surreale ma al tempo stesso anche genuina e di grande empatia. Una volta effettuato il pagamento, i premi vengono mostrati e consegnati agli acquirenti con la lettura delle expertise.

L’opening si avvia alla sua conclusione con il secondo evento previsto per la serata, la prima nazionale dello spettacolo di danza Mash-Up. Nonostante la sua breve durata (25 minuti), esso contiene tracce e preziosi contenuti da sviluppare ed espandere fino a raggiungere una sua definizione e completezza. Carlo Massari continua la sua narrazione, il suo racconto sulla miseria umana. Due aspetti che caratterizzano le sue opere, la cifra della compagnia C&C Company.

Le note che accompagnano la presentazione della performance contengono una calzante citazione che appartiene al filosofo e scrittore tedesco, Ernst Fischer.
«In una società decadente, l’arte, se veritiera, deve anch’essa riflettere il declino. E, a meno che non voglia tradire la propria funzione sociale deve mostrare un mondo in grado di cambiare». L’arte sta mostrando un mondo in grado di cambiare? Il mondo è in grado di cambiare?

Massari porta in scena questa tensione emotiva. Il disturbo ossessivo-compulsivo di misurare quasi tutto: parti del corpo, spazi e ambienti, attività umane. Il consumismo. La carne, compresa quella dell’artista. Una combinazione potente a livello drammaturgico. Una voce fuori campo racconta di quanto il consumo di carne animale sia eccessivo oltre ad essere crudele, e di come gli allevamenti intensivi hanno un impatto devastante in termini di consumo di risorse.

Ecco allora che la carne cruda diventa il simbolo peculiare del cedimento strutturale, del crollo della società. Carne che divora carne. Non cresce su un albero come un frutto e nemmeno tra le piante dell’orto. Viene asportata, brutalmente, da un essere vivente, un animale che, morendo, verrà macellato per poter essere confezionato. In una catena di produzione che è diventata sempre più sorda e sempre meno etica, anche perché la domanda è più alta di ciò che la natura offre.

Mash-up è la metafora dell’indifferenza, ma in modo più esplicito dell’avidità. Un desiderio smodato e insaziabile che si è riversato in ogni settore umano, anche nell’arte. Nella ricerca spasmodica di nuove forme di espressione e di movimento, Nei rapporti sociali e nelle dipendenze di ogni genere. Nei legami di sangue. È singolare come un fonema, simile a un muggito, diventa la parola “mamma”. Carne che genera altra carne. Ma quel suono, però, sembra letale come un grido di disperazione e di morte.  

In chiave filosofica e drammaturgica, Mash-up di Carlo Massari è vicino alla pittura di Mark Rothko. La forza embrionale di questo progetto consiste nella capacità di svelamento, di penetrare zone inaccessibili. Spogliarsi per immergersi negli strati più profondi delle cose. La direzione della “conoscenza diversa” in fondo è la stessa e accomuna il pittore al coreografo.

La docente e storica francese Annie Cohen-Solal menziona un aneddoto, una confessione fatta da Rothko allo scrittore John Fischer, suo amico, che riflette la sua inquietudine di poter tradire i principi nei quali credeva. L’artista era stato incaricato di realizzare una serie di grandi tele per ricoprire le pareti della sala più prestigiosa di un ristorante molto esclusivo nel Seagram Building di New York. Lui accettò la sfida con l’intenzione di realizzare qualcosa che rovinasse l’appetito di tutti i ricchi e potenti che avrebbero mangiato lì. E per raggiungere l’effetto opprimente utilizzò colori dai toni più cupi di quelli che aveva solitamente usato. Quei dipinti non vennero mai appesi ma Rothko aveva ottenuto, disse a Fischer, l’effetto claustrofobico che Michelangelo aveva creato nella sala della scalinata della Biblioteca Medicea: «Far sentire agli spettatori che sono intrappolati in una sala nella quale tutte le porte e le finestre sono murate, in modo che l’unica cosa che possono fare è trovarsi faccia a faccia con la parete».

Le loro voci stavolta. Le artiste africane e afrodiscendenti a Short Theatre

Le loro voci stavolta. Le artiste africane e afrodiscendenti a Short Theatre

Raccontare nella sua totalità l’edizione appena conclusa di Short Theatre 2021 non è semplice per la molteplicità di traiettorie che l’hanno caratterizzata. Ci sono stati i numerosi interventi nello spazio pubblico, le affissioni che hanno modificato l’ambiente interno della Pelanda e i muri della città, oppure la performance di Amanda Piña che si è svolta in Piazza Testaccio. Ci sono state le presentazioni di libri e le sonorizzazioni, l’inaugurazione di un nuovo palco per i dj set e i concerti, la formula Cratere per abitare WeGil, le proiezioni, i laboratori partecipativi e naturalmente gli spettacoli, tra cui l’attesissimo debutto dei Motus con Tutto Brucia.

Volendo scegliere un filo per sorvolare le giornate trascorse crediamo però di non tradire lo spirito del festival dando risalto alla forte presenza di artiste africane e afrodiscendenti che ha caratterizzato questa edizione. Performer che teniamo insieme più che per la semplice origine geografica per la condivisione di un problema, di un ostacolo, di un’ingiustizia ereditata. Short Theatre negli ultimi anni si è andato caratterizzando per l’attenzione e il coinvolgimento verso quel brulicare di istanze emancipative entrate in rotta di collisione con le arti performative, ospitando gruppi, progetti e persone che se ne sono fatte portatrici. Riprendendo quindi il titolo di questa edizione ovvero «The voice this time» e le parole della co-direttrice Piersandra Di Matteo — che nella nostra intervista affermava l’importanza di garantire uno spazio di ascolto — ci concentriamo sulle loro voci stavolta, che urlano spesso un’accusa nei confronti della cattiva coscienza occidentale.

L’accensione al festival l’ha data Sofia Jernberg, con un’operazione dal significato potente. L’edificio WeGil, situato tra Trastevere e Testaccio, è un lascito del fascismo i cui segni parlano in maniera fin troppo esplicita delle aspirazioni imperialiste della dittatura made in Italy. Ebbene, sotto la scritta «Necessario vincere, più necessario combattere» Jernberg si è affacciata dal balcone — le sue origini etiopi rendono l’atto ancora più pregnante — dando un assaggio del suo percorso di ricerca sulla vocalità, sotto il titolo Chasing Phantoms. Un momento toccante tutto all’insegna del détorunement: del bel canto, della tradizione canora africana, della pesante eredità coloniale fascista; non possiamo far finta che i fantasmi non esistono, ma la loro evocazione deve servire a scacciarli, a depotenziarne il lascito.

Muna Mussie è una performer bolognese con origini eritree. Questa doppia identità è alla base del lavoro Curva Cieca, un viaggio alla riscoperta della lingua materna tigrina con la guida della voce di Filmon Yemane, ragazzo non vedente anch’egli eritreo. Gli excursus di Yemane per spiegare i termini sono estremamente affascinanti, rimandando all’inevitabile intraducibilità e allo stesso tempo al terreno comune tra le lingue, mentre Mussie in scena invita a riflettere sui confini con movimenti minimali ed enigmatici. Indossa una maschera, come a simboleggiare l’involucro che ogni cultura costituisce, quando poi la maschera si fa doppia è evidente il richiamo alle due identità di cui si parlava sopra, ma anche un riferimento a Giano, dio delle soglie e dei passaggi, non sarebbe fuori contesto.

Quella di Cherish Menzo, artista olandese di origini surinamesi, era forse una delle performance più attese per il suo linguaggio estremamente attuale. Il bersaglio critico di Menzo in Jezebel è infatti l’immaginario sessista dell’hip hop e se i codici sono cambiati rispetto a quelli di vent’anni fa, non sono certo pochi i trappers di oggi a ricalcare ancora quegli stereotipi. Nella prima parte dello spettacolo Menzo corre forse il rischio di farsi risucchiare da quello stesso immaginario giocando sul lato provocante e attraente, il twerking però viene spinto all’estremo delle possibilità fisiche così come il testo della canzone cantata rigorosamente in autotune è un’esplicita dichiarazione di sottomissione al maschio alfa gangster rap. 

La musica è sicuramente una parte importante della performance, estremamente curata rispecchia questo stare nella contemporaneità pur contestandola; non c’è infatti un’alternativa nello spettacolo di Menzo ma piuttosto una critica interna. L’artista comunque non risparmia le energie sul palco fino alle ultime scene, in cui si trasforma in una enorme bambola gonfiabile dorata.

Nadia Beugré è una coreografa e danzatrice ivoriana che a Short Theatre ha portato una rivisitazione del suo lavoro Quartiers Libres originariamente concepito nel 2012 ma adattato stavolta alla specifica architettura della Pelanda. È una performance che può avere molteplici letture, quella che forse più ci affascina è l’intralcio dell’eredità. Beugré fa il suo ingresso in abito da sera e tacchi a spillo, intonando dei canti tradizionali africani, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Il cavo del microfono si confonde con le treccine e diventa presto un legaccio in cui la danzatrice rimane impigliata. 

Con rabbia e allegria allo stesso tempo si scaglia contro i politici, cercando il coinvolgimento attivo di un pubblico a dire il vero piuttosto restio. Come elemento di passaggio per la seconda parte, Beugré inserisce tra le labbra e spinge in profondità una busta dell’immondizia. L’eredità che ostruisce così potrebbe essere anche quella dei rifiuti di cui siamo sommersi, poco dopo infatti lei e alcune ragazze e ragazzi che hanno partecipato al suo laboratorio nei giorni precedenti, si ricoprono di bottiglie di plastica mentre intonano «A far l’amore comincia tu». Un’interrogazione stimolante che rimane gioiosa nonostante incorpori momenti di segno opposto.

Tra la fine del festival e il suo inizio c’è un ideale punto di contatto, perché le ultime battute sono riservate ad artiste con radici africane, ma soprattutto perché come in apertura si parla di fantasmi legati alla storia coloniale, seppure di ispirazione diametralmente opposta.

Dopo l’appuntamento conclusivo alla Pelanda, il dj set massimalista di Crystallmess, francese dalle origini guadalupe-ivoriane, è andato in scena il gran finale, l’opera Nehanda di Nora Chipaumire al Teatro Argentina (mostrarla in quel contesto ha senz’altro un valore importante). Un grande progetto diviso in otto capitoli di cui abbiamo visto l’ultimo, incentrato appunto sullo spirito Nehanda venerato nello Zimbabwe in cui chipaumire è nata e cresciuta. 

L’opera è fortemente politica perché ad incarnare lo spirito alla fine dell’800 fu una leader rivoluzionaria che lottò contro l’occupazione e lo sfruttamento dei britannici. All’inizio assistiamo ad un concerto con degli abilissimi musicisti e una corista che ripete incessantemente «No justice, no peace», il potente slogan utilizzato da diversi anni nelle proteste degli afroamericani diviene quasi un mantra. Nel frattempo chipaumire al microfono intreccia la storia con pungenti invettive, anche indirizzate specificamente a noi: «L’Italia ha una particolare relazione con l’Etiopia», ricorda. Sul finire va in scena una vera e propria manifestazione di piazza, il cui messaggio e la cui energia arrivano forte e chiaro: lo spirito di Nehanda non si assopirà fin quando giustizia non sarà fatta.

Strabismi in Wonderland: al via la VII edizione del Festival

Strabismi in Wonderland: al via la VII edizione del Festival

Strabismi – Festival di teatro e danza, è quest’anno giunto alla sua settima edizione. Dal 18 al 26 Settembre, nove giorni di spettacoli, incontri, laboratori, mostre, presentazioni di libri e concerti.
Strabismi ha luogo a Cannara, città storica nel cuore dell’Umbria, caratterizzata da un’atmosfera intima e festosa e immersa nella natura.
Come nelle passate edizioni, il Festival pone al centro i giovani emergenti della scena teatrale contemporanea dando loro lo spazio principale nel cartellone. Persone-personaggi, reali, finti, sognati, ricordati creano un’occasione di confronto, scambio e contaminazione.

Il tema di Strabismi 2021 è Alice nel Paese delle Meraviglie, prendendo spunto dal nome dell’artista di riferimento di quest’anno, Alice Conti, che presenterà al pubblico gli spettacoli La foresta e STRAtroia.
Strabismi in Wonderland, meraviglioso come la cornice in cui il festival viene ospitato: bucolica e onirica come l’incanto di una storia da divulgare, affinché “non si leggano solo i libri con le figure”, perché i linguaggi siano molteplici e abbiano tutti uno spazio di riflessione.

Il festival, come anticipato, ha un fuoco su una delle artiste più valide del panorama teatrale nazionale: Alice Conti e la sua compagnia ORTIKA.
Coerentemente con la linea del festival che ha a cuore i giovani artisti abbiamo deciso di dedicare proprio a lei un ruolo centrale, per poter approfondirne la storia, la ricerca artistica. Come spiega Alessandro Sesti direttore del Festival – normalmente questo ruolo viene dedicato ad artisti con una carriera pari all’età anagrafica di Alice, eppure sono convinto che tale spazio andrebbe lasciato, a volte, a chi sta dimostrando un chiaro percorso artistico anche prima dei quarant’anni.

Inoltre, è stato introdotto il premio SceMARIO, un concorso folle e poco ancorato alla realtà. Un’iniziativa promossa dal Teatro Thesorieri di Cannara, struttura che ha sempre fatto da casa a Strabismi.
Con il premio SceMario – ci spiega Mario Maria Mario, direttore del concorso – è stata data voce a chi voce non ha, per attribuire al concetto di “artisticità” una sfumatura più “disinvolta”. In un mondo-tempo-spazio in cui tutto viene preso terribilmente sul serio, questo concorso serve a ricondurci a una delle essenze del teatro: il gioco.
Quest’anno, per quella che definiremo l’edizione zero – prosegue Mario Maria Mario – gli artisti scelti, in modo assolutamente scorretto, un meccanismo basato soltanto su raccomandazioni e conoscenze, saranno chiamati a rielaborare l’opera di L. Carroll “Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio”.

Strabismi è riconosciuto dal Ministero della Cultura e riceverà il contributo FUS (Fondo unico per lo spettacolo). Un traguardo importante dopo il sostegno ricevuto dalla Regione Umbria, dal Comune di Cannara e dalla Fondazione Carifol.

Leggi il programma completo.

Valle dell’Aniene, culla d’arte e comunità. L’esperienza di Portraits On Stage – Paesaggi

Valle dell’Aniene, culla d’arte e comunità. L’esperienza di Portraits On Stage – Paesaggi

Evanescenza e imperitura memoria sono i due poli entro cui si originano le esperienze di contatto tra le arti dal vivo e le arti figurative

Il teatro, la musica, la danza, la performance – tralasciando i sistemi di fissazione che nei secoli sono stati scoperti e adottati, e scostandoci dal contesto pandemico odierno in cui sono state prodotte sperimentazioni artistiche con strumenti digitali –, godono e insieme risentono dell’hic et nunc dell’accadimento spettacolare. 

Lo spettacolo dal vivo, con la sua mutabilità dovuta al perpetuo rigenerarsi di forme nell’incontro spettatoriale, può certamente avvalersi di una consegna mnemonica che ne preservi la sopravvivenza nel tempo, ma rimane evanescente poiché non da vita a un prodotto tangibile e fruibile al di fuori del contesto in cui si origina.

Al contrario, le arti figurative tendono a un’opera concreta, in cui il l’azione generatrice dell’autore resiste al passare delle epoche. Ecco perché le arti figurative, pur non prevedendo una relazione presenziale, mantengono intatta la connessione con l’osservatore: anche in assenza dell’artista, posare lo sguardo su un’opera d’arte travalica la dimensione spazio-temporale, annullando distanze storiche e fisiche.

In che modo, dunque, è possibile stabilire una frequentazione dialogica tra le arti dal vivo e le arti figurative? Una soluzione è la co-creazione

Portraits On Stage 2021, organizzato dalla compagnia SettimoCielo con la direzione artistica di Gloria Sapio e Maurizio Repetto, nelle sue due diramazioni progettuali “Arte in cammino” e “Paesaggi” ha costruito la propria proposta artistica insinuandosi in quest’immaginifico intercapedine e lo ha fatto puntando sul coinvolgimento diretto del pubblico.

I laboratori formativi della rassegna Paesaggi, svoltasi dal 28 agosto al 5 settembre ad Arsoli, nel cuore della Valle dell’Aniene, hanno infatti avuto un esito spettacolare, agito con il sostegno degli artisti e delle compagnie ospiti. 

La figura dell’immenso Kandinskij è stata fertilizzante creativo del laboratorio Lettere dalla valle, di Percorsi accidentali, che a partire dai componimenti poetici dell’artista, ha realizzato una narrazione dalle tinte astratte. Il reading Lettere poetiche dalla valle, esito del percorso laboratoriale, ha visto la declamazione di tali versi da parte dei partecipanti, accompagnata dalla proiezione delle celebri opere del Kandinskij.

Pierino in Blues, il laboratorio rivolto a bambine e bambini che mescola musica e pittura, tenuto da L’Arca di Corrado  e Proloco Arsoli, ha contribuito alla realizzazione delle scenografie dello spettacolo omonimo di Nata Teatro, ispirato alla favola musicale Pierino e il lupo di Prokofiev. Un fantasioso viaggio nel mondo animale, tratteggiato da descrizioni sonore folk e blues in grado di raccontare ai più piccoli, in maniera profonda e al contempo giocosa, le difficoltà del presente.

Importante spazio alla poesia e all’arte è stato riservato durante Odissea Workshop, diretto da DiesisTeatrango che ha allietato il pubblico della suggestiva e arroccata Piazzetta Belmonte con Il canto delle Sirene. Lo spettacolo della compagnia toscana è una ricerca tra danza, musica, poesia e teatro sul tema del viaggio, che affonda nell’epica popolare e nell’incontro comunitario, capace di coinvolgere i partecipanti in un toccante momento performativo.

La maestosa Pina Bausch ha ispirato Dipingere nell’aria, percorso laboratoriale a cura di Percorsi Accidentali. Riprendendo la celebre Nelken Line della coreografa tedesca, Walking with Pina ha invaso il Teatro La Fenice di Arsoli con una sfilata gioiosa, lasciando al corpo il compito di dipingere festosi mudra, in segno di rinascita e resistenza.

La commistione artistica della rassegna di SettimoCielo non ha trascurato la musica, regina del raffinato concerto per chitarre Ritratti in musica di DodiciSuoni, duo composto dal M° Alberto Montano e dal M° Federico Briasco, che ha eseguito brani di diverse epoche e diversi stili, componendo un repertorio riarrangiato con sapienza.

L’opera “The Ambassador” di Hans Holbein ha attivato in Andrea Cauduro, giovane e talentuoso musicista e compositore, l’idea di realizzare Niebloh, una performance di improvvisazione musicale, a partire da una partitura appena visibile nel dipinto. In un’atmosfera rarefatta, i componimenti di Cauduro hanno rivitalizzato l’antica opera con moderne sonorità.

La storia della rivoluzionaria fotografa Tina Modotti, è stata l’epicentro della pièce Fino all’ultimo sguardo di Teatri d’imbarco che ha portato in scena dolori e sacrifici di una donna che ha saputo conquistare il proprio ruolo d’artista nel mondo, contro pregiudizi e avversità. Un racconto cantato da Chiara Riondino e narrato da Beatrice Viselli, tratto dal romanzo biografico Tina di Pino Cacucci.

Ultimo spettacolo a chiudere Portraits On Stage2021 – Paesaggi, Non è dato sapere di e con Antonio Sanna. Attore e doppiatore di fama, Sanna si esibisce in un monologo colto, introspettivo, sulla ricerca di paesaggi umani attraverso gli incontri della sua vita, esplorando il senso delle immagini.

Importanti momenti di riflessione sullo stato dell’arte nella Valle dell’Aniene e sulle esperienze artistiche al femminile, sono stati ospitati al Teatro La Fenice di Arsoli, estendendo alla cittadinanza tutta la possibilità di fornire il proprio punto di vista, in uno scambio partecipativo tra artisti e pubblico.

Portraits On Stage 2021
, riconosciuto dal Ministero della Cultura come primo assegnatario in ex aequo tra i Festival Multidisciplinari beneficiari dello stanziamento del FUS – Fondo Unico per lo Spettacolo,  ha saputo valicare l’evanescenza dello spettacolo dal vivo creando, per mezzo della co-creazione, una durevolezza emotiva capace di riverberare nella mente e nel cuore di quanti e quante abbiano attraversato la Valle dell’Aniene in queste giornate dedicate all’arte e alla comunità.

Portraits On Stage 2021 – Paesaggi, porre l’arte sul cammino altrui

Portraits On Stage 2021 – Paesaggi, porre l’arte sul cammino altrui

A un riflettere distratto, la maestosità della Storia è tale da estromettere i grandi personaggi che l’hanno costituita dalla costellazione di piccoli centri abitati che puntellano lo stivale italiano. Con le sue bellezze paesaggistiche e architettoniche, i suoi capolavori artistici, le sue tradizioni popolari, l’Italia non ha solo donato i natali alle illuminate menti che l’hanno resa culla di un inestimabile patrimonio umano e culturale, ma ha inoltre visto i suoi borghi affermarsi quali luoghi d’ispirazione e di ritrovo per artisti e intellettuali. 
Le città tutt’intorno – metropoli nascenti, dai ritmi assennati e dal grigiore ruggente – hanno rappresentato fin dalle epoche passate l’epicentro delle attività industriali e cittadine, raddoppiando, talvolta triplicando, il passaggio di lancette dell’orologio biologico dei suoi abitanti.

Se da un lato le grandi città, con i loro vivaci circoli artistici, hanno determinato l’affermazione nazionale e internazionale dei fautori e delle fautrici del nostro ingente bagaglio culturale, dall’altro ne hanno favorito il ritorno a realtà immacolate, rimaste immutate nella spontaneità del vivere e nel verde brillante dei paesaggi, alla ricerca di rinnovato estro. Sulla strada che conduce a questi disseminati eden, s’incontra un piccolo paesino – che conta oggi 1400 abitanti – d’indiscutibile fascino medievale, incastonato nella Valle dell’Aniene
Luogo del cuore di Luigi Pirandello, da lui stesso ribattezzata “la piccola Parigi“, Arsoli ha accolto e nutrito l’immaginazione di intellettuali e pittori, attratti dall’armonica bellezza delle sue modelle e dei suoi paesaggi. 

Tra le innumerevoli esperienze artistiche originatesi in questo territorio in tempi passati, si annovera l’operare contemporaneo di una compagnia teatrale, Settimo Cielo, insediatasi alcuni anni fa negli spazi del Teatro La Fenice di Arsoli, divenuto uno dei più importanti riferimenti regionali nell’ambito delle residenze artistiche di ricerca. 

Se già nei secoli passati era accentuata  la percezione dei differenti ritmi vitali tra la città moderna e la romantica provincia, la scelta di muovere oggi verso mete dall’arrugginito slancio culturale è segno di una volontà di riqualificazione degna di nota.

Non accontentandosi del grande lavoro di attivazione culturale del territorio condotta nel tempo, Gloria Sapio e Maurizio Repetto, fondatori di Settimo Cielo e direttori artistici del Teatro La Fenice, hanno accettato un’ulteriore sfida avviando, a seguito della pandemia, un festival multidisciplinare. 

Nel 2021 Portraits On Stage – Arte in cammino è giunto alla sua seconda edizione, raccogliendo grande partecipazione in tutti i comuni della Valle, attraverso una programmazione capace di unire la storia pittorica del luogo con le manifestazioni artistiche odierne. Il festival poggia sulle competenze acquisite attraverso la rete nazionale Rete Portraits on Stage che collabora con musei, accademie, istituzioni pubbliche e private. 

Con un approccio itinerante, Portraits on Stage – Arte in cammino ha ospitato, tra giugno e luglio, spettacoli, performance, installazioni, conferenze, tra teatro, danza e musica, collegati dal fil rouge dell’arte, nei Comuni di Licenza, Anticoli Corrado, Marano Equo, Gerano e Subiaco.

Quattordici spettacoli di indubbia qualità sono stati presentati da artisti e compagnie quali Guascone Teatro, Compagnia Stalker Teatro, OperaPrima, Settimo Cielo, Drogheria Rebelot/BIBOteatro, Anonima Teatri/TWAIN CPD, Collettivo ClochArt, Pollution, Ilinx Teatro, Mario Perrotta, L’Arca di Corrado e I nuovi Scalzi. Tramite una call diretta a giovani artisti, sono inoltre stati selezionati progetti meritevoli che hanno animato la rassegna accanto ad altisonanti nomi del teatro italiano, confermando il processo di sostegno messo in campo da Settimo Cielo a favore della creatività emergente.

L’enorme falla relazionale che si è generata con la diffusione dell’epidemia, è stata contrastata dall’azione decisiva di un Festival come Portraits on Stage che ha saputo avvicinare nuove anime e nuovi corpi e rinsaldare l’interesse di quanti fossero già consapevoli della spinta comunitaria che il teatro è in grado di apportare.

Ripercorrere la memoria dei luoghi, per mezzo dell’arte, offrire occasioni di conoscenza e convivialità, significa oggi, in un piccolo borgo come Arsoli e nei comuni circostanti, incidere sulla crescita della cittadinanza tutta, favorendo un indotto culturale ed economico insieme, con ricadute positive per l’intero territorio. La bonarietà dell’operazione ideata e condotta da Gloria Sapio e Maurizio Repetto, trova conferme nel prosieguo di Portraits on Stage – Arte in cammino nella nascente edizione della rassegna Portraits On Stage 2021 – Paesaggi, costola progettuale del Festival, al via nel comune di Arsoli a partire dal 28 agosto. 

L’attivazione territoriale, questa volta, vede un coinvolgimento diretto dei cittadini e delle cittadine di ogni età, invitati a prendere parte ai numerosi laboratori che, insieme a una ricca programmazione, costituiscono il cuore pulsante di PaesaggiDiesis Teatrango, Percorsi accidentali, Nata Teatro, Andrea Cauduro, Dodici Suoni, Teatri d’Imbarco, Pilar Ternera, L’Arca di Corrado, Proloco Arsoli prenderanno la scena tra incontri, spettacoli, reading e concerti.

Un festival da sostenere, per la sua capacità di mettere l’arte in cammino e contestualmente porre l’arte sul cammino altrui

Digital bodies: il doppio virtuale all’insegna dell’etica post-umanistica

Digital bodies: il doppio virtuale all’insegna dell’etica post-umanistica

VirtualeReale, il percorso di analisi e ricerca sulle integrazioni di tecnologia, arte e nuove forme di narrazione, oggi vi porta a esplorare le nuove entusiasmanti prospettive dei Digital Bodies. Ma cosa sono questi corpi digitali?

All’interno dell’universo digitale, il corpo diventa qualcosa che non possiamo più toccare o sentire. Esso si distacca dalle nostre azioni, costringendoci a nuovi modi di associare, osservare e pensare alla sua relazione con lo spazio. Nonostante il corpo umano abbia dominato per secoli le visioni artistiche in ogni espressione, con l’emergere di nuovi strumenti digitali, arrivano nuovi modi di esplorare quale ruolo gioca il corpo negli ambienti sia fisici sia virtuali. I confini fluidi in cui ci alterniamo tra la nostra vita reale e quella virtuale implicano che la nostra comprensione del corpo sia distaccata e superata. Inspiriamo profondamente e gettiamoci in questo mondo misterioso e ancora tutto da costruire:


DANZA

Forse il cambiamento più vivido sta arrivando nell’arte più vicina al corpo umano: la danza. Se la danza è l’arte più incarnata, intimamente dipendente dallo stato del corpo… e ogni forma d’arte va verso il suo opposto, allora il futuro della danza deve essere trovato nella disincarnazione.

– Marcos Novak

L’acclamata compagnia di danza digitale britannica di Wayne McGregor, Random Dance Company, celebra la trasformazione corporea nel virtuale, esplorando la complementarietà tra i corpi dal vivo e virtuali in una memorabile trilogia multimediale ispirata agli elementi naturali: acqua (The Millenarium, 1998), fuoco (Sulphur 16, 1999) e terra/aria (Aeon, 2000). The Millenarium crea un ambiente futuristico di corpi digitali, uno spazio virtuale con straordinaria computer grafica per l’epoca, in un mondo simile a un acquario, dove il “dal vivo” presente incontra il “dal vivo” non presente in un dialogo vulcanico, mentre Sulphur 16 offre momenti ancor più straordinari e mozzafiato unendo danzatori live e proiettati. 

La performance si apre con una scintillante immagine gigante di una danzatrice proiettata su una fine tela di garza al centro del palco. Le luci gradualmente la illuminano per rivelare la sua controparte reale retrostante a centro palco. Due danzatori virtuali performano un duetto sensuale e fluido muovendosi all’interno e attraverso l’uno con l’altro. Mentre si spostano diventano interconnessi e sembra che avanzino uno nel corpo dell’altro. In una routine esuberante l’intera compagnia di danzatori viene raggiunta da loro doppi virtuali: il palco è riempito con danzatori reali e digitali, le immagini si dividono e si doppiano sulle varie superfici presenti in una sequenza al cardiopalma. Nonostante sia stata creata alla fine del 1999 è uno dei primi esempi di congiunzione sublime e mesmerica teatrale di performer live e virtuali all’interno di un palcoscenico. La ricerca della compagnia enfatizza come la tecnologia, stimolata attraverso ogni aspetto del palco, imprima la sua estetica futuristica sulla coreografia e sul design. Le coreografie rapide e inusuali di McGregor creano un vocabolario fisico “alieno” che mischia il personale, l’organico e la macchina. Egli lo descrive come un tentativo di “collocare il concetto del corpo, del tempo e dello spazio all’interno di nuove dimensioni” e “spingere i danzatori verso incredibili nuovi limiti di articolazione, esplorazione e dubbio nelle idee circa la tecnologia e il corpo umano”. Il coreografo approfondisce maggiormente questa idea in Nemesis (2002) dove i danzatori in tempo reale vestono ampie braccia prostetico-meccaniche propulsive. 

VIDEO: https://www.numeridanse.tv/videotheque-danse/chrysalis

VIRTUAL/MIXED REALITY

E lungi dallo svanire nell’immaterialità del nulla, il corpo sta complicando, replicando, sfuggendo alla sua orfanizzazione formale, gli organi organizzati che la modernità ha preso per normalità. Questa nuova malleabilità è ovunque: nei cambiamenti del transessualismo, nelle perforazioni di tatuaggi e piercing, nei segni indelebili di marchi e cicatrici, nell’emergere di reti neurali e virali, vita batterica, protesi, inserti neurali, un gran numero di matrici vaganti.

– Sadie Plant

In un famoso articolo del 1994, Creare uno spazio: esperienze di un corpo virtuale, una delle artiste britanniche più rinomate di danza e tecnologia, Susan Kozel, riflette a lungo sul corpo digitale e la telepresenza, a seguito della sua performance di quattro settimane nell’installazione di Paul Sermon dal nome Telematic Dreaming (1992). Lavorando per svariate ore al giorno in un periodo conciso di tempo, simultaneamente come corpo reale (nel proprio letto) e come corpo virtuale (la sua immagine proiettata poteva interagire con la presenza telematica degli altri), Kozel ha esplorato in profondità la relazione tra il proprio corpo carnale e la sua controparte virtuale. Videocamere, monitor e proiettori interconnessi collegavano due letti in camere separate utilizzando una videoconferenza ISDN. Ogni silhouette di persona appoggiatasi sul letto blu veniva separata dal proprio background, utilizzando ChromaKey e tecniche di Blue Screen, e veniva trasmessa e proiettata all’interno dell’altro letto, e l’immagine composita veniva mostrata all’interno dei monitor. I due corpi, uno reale e uno virtuale, quindi, si incontravano su entrambi i letti con l’integrazione di alcune immagini preregistrate ricche di colori e texture per creare un’atmosfera onirica e immaginifica. Kozel descrive un’iniziale stranezza di relazione attraverso le proprie azioni, come ad esempio muovendo braccia e corpo da sola nel letto, come se si trovasse all’interno di qualche rituale ipnotico di danza; contemporaneamente instaurando un’intensa e intima improvvisazione con altri corpi sconosciuti proiettati sul letto. La performer testimonia di sentire piccole scosse elettriche in risposta alle carezze virtuali, rendendo evidente l’impatto delle connessioni telematiche. L’esperienza del suo corpo diviso diventa come un rito di passaggio mitico mentre ripercorre i suoi ricordi di tenere esperienze sessuali che la eccitano o la fanno sentire colpevole, andando ad esplorare anche possibili incidenti di violenza e contaminazione: “Posso essere desensibilizzata dell’attrito di una relazione con le persone che amo davvero?”. 

La sua esplorazione si basa sulle nozioni di McLuhan così come sulla ricerca di Frederik Brooks nell’ambito della Intellingence Amplification, per sollecitare il corpo elettronico come amplificatore ed estensore del corpo carnale, al quale è estremamente connesso. Piuttosto che rendere il corpo materiale obsoleto, la telematica offre una una quarta dimensione che rende possibili cose che il corpo fisico non può fare, come mappare se stessi all’interno di qualcun altro, o sparire, e quindi sfidare le idee di che cosa due corpi possano o meno fare: possiamo passare attraverso l’altro e renderci infinitamente mutevoli, ma non cessando mai di appartenere ai nostri corpi.  La telepresenza è considerata un’esperienza Out-of-Body: ciò che intriga non è solo il cambio radicale della percezione umana, ma l’inevitabile ritorno del corpo a cui si appartiene. Questo movimento extracorporeo e la sensazione che lascia una volta che si è tornati in se stessi, è la dimensione politica che risiede nella Virtual Reality. 

VIDEO: Telematic Dreaming v 2

TEXTURING/MOTION CAPTURE 

Nel bestiario culturale, il corpo è polverizzato e divaricato, come una “dissolvenza”; un viaggiatore del tempo, dove dal punto di vista delle avanzate tecnologie cibernetiche del panorama mediatico, è sempre un grande fallimento nel disperato bisogno di protesi tecniche supplementari.

– Arthur Kroker

Il motion capture è una tecnica di animazione avanzata molto frequente e richiesta sia nelle grandi produzioni cinematografiche che in quelle videoludiche. Spesso viene utilizzata per agevolare il compito degli animatori di rendere in maniera iperrealistica i personaggi digitali. La tecnica del Motion Capture (MoCap), fortunatamente, sta diventando sempre più accessibile grazie a progetti di crowdfunding e startup anche nell’ambito dell’industria indipendente: un esempio tra tutti è la Smartsuit Pro di Rokoko, che grazie al suo prezzo conveniente, costituisce una sezione fondamentale di questa ricerca. La tecnologia del MoCap nasce per soddisfare l’esigenza di voler campionare e rappresentare numericamente i movimenti di soggetti umani, animali o inanimati. Non a caso le prime aree di utilizzo di questo processo sono state nel settore clinico e militare, dove la registrazione dei movimenti del soggetto in esame permettevano di valutarne eventuali problemi di postura o di analizzare la prestazione fisica. 

La nascita di veri e propri sistemi di motion capture avviene dall’inizio degli anni Ottanta, negli ambienti universitari e di ricerca, dove lo studio del movimento favorì lo sviluppo di sistemi utili allo scopo. 

Nel 1982 al MIT viene presentata la Graphical Marionette, un sistema ottico che prevedeva l’uso di una serie di led posizionati su una tuta in corrispondenza dei giunti delle articolazioni, e quello di un paio di camere in grado di registrare le informazioni di movimento e visualizzarle real-time su una marionetta digitale. Pochi anni dopo, nel 1988, Silicon Graphics e Pacific Data Images (PDI) presentarono al pubblico Waldo, un sistema che permetteva di gestire in tempo reale i movimenti della bocca di un personaggio a bassa risoluzione: in un video della rubrica Jim Henson Hour, viene spiegato che “per una scena di due minuti di Waldo, al computer servono 120 ore per creare l’immagine finale ad alta risoluzione”. La metodologia più seguita e più affidabile rimane ad oggi quella dei sistemi marker based, spesso oggetti sferici di piccole dimensioni fissati in posizioni strategiche delle articolazioni su una tuta indossata dall’attore, che possono emettere o riflettere la luce per l’acquisizione del movimento. I dati vengono processati dal calcolatore che fornisce una curva continua del movimento. 

Storicamente il motion capture nell’industria dell’animazione è associato alla tecnica del rotoscoping, sviluppata nel 1914 da Max Fleischer, ovvero un processo che permetteva agli animatori di ricalcare le pose a partire da immagini registrate di attori reali che venivano proiettate su un pannello di vetro traslucido: il prodotto più celebre di Fleischer a dimostrazione di questa tecnica è la serie animata Out of the Inkwell dove i suoi personaggi apparivano molto fluidi nei movimenti. Nel 1921 fondò insieme a suo fratello i Fleischer Studios, che diedero vita a un personaggio importante per i cartoni animati di quegli anni, Betty Boop (1931), tanto da diventare i diretti concorrenti di Disney. 

Disney d’altra parte, si mostrò subito interessata al rotoscoping e produsse come primo film d’animazione con questa tecnica Biancaneve e i Sette Nani, che debuttò sul grande schermo nel 1937. 

Ma non fu una sperimentazione priva di problematiche. Traducibile come “la zona perturbante”, l’Uncanny Valley è uno studio degli anni ‘70 nell’ambito della robotica, secondo cui la visione di replicanti e automi antropomorfi, generi un senso di familiarità e agio tanto più questi sono somiglianti alla figura umana. La ricerca nell’ambito del texturing, quindi, punta alla “vestizione” del corpo del performer di un altro doppio digitale, che possiede caratteristiche anche completamente innaturali: è la capacità del performer che, conoscendo il risultato e la qualità del movimento che dovrebbe avere, adegua il proprio corpo al proprio doppio. Il MoCap si è sviluppato drasticamente nell’industria cinematografica, riscuotendo forse ancora più successo: si pensi nell’ambito delle storie di J.R.R. Tolkien alle performance del pioniere della performance capture Andy Serkis e le successive dell’attore britannico Benedict Cumberbatch nei panni del drago Smaug.


VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=sXN9IHrnVVU