Elio Germano in Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR al Teatro Argot Studio

Con Elio Germano nelle vesti di protagonista, arriva a Roma Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, uno dei primi esperimenti mondiali di teatro in realtà virtuale, dal 4 al 16 febbraio presso il Teatro Argot Studio. Un evento unico che fonde spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality. Dopo il grande successo de La mia Battaglia, l’opera teatrale di Elio Germano e Chiara Lagani diventa un film in realtà virtuale, diretto da Elio Germano e Omar Rashid, in cui il vincitore della Palma d’Oro a Cannes parla alla e della nostra epoca.

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Un attore, o forse un comico, ipnotizzatore non dichiarato, durante uno spettacolo di intrattenimento, manipola gli spettatori in un crescendo di autocompiacimento, anche verbale, fino a giungere, al termine del suo show, a una drammatica imprevedibile svolta. Portatore di un muto volere collettivo diffuso nell’aria, l’artista da figura autorevole si farà a poco a poco sempre più autoritario, evocando lo spettro di un estremismo di ritorno travestito da semplice buon senso. Appellandosi alla necessità di resuscitare una società agonizzante, tra istanze ecologiste, nazionaliste, socialiste, planetarie e solitarie, mutuali e solidali, tra aneddoti e proclami, tra appelli appassionanti e affondi lirici deliranti, l’attore-mattatore trascinerà l’uditorio, in un crescendo pirotecnico, a una straniata sospensione tragica fino a condurlo a una terribile conseguenza finale. Un soliloquio che parte dalla democrazia, dal valore dell’autorità e della responsabilità e termina in un proclama idealista.

Attraverso e grazie alla VR il pubblico si immergerà nell’opera teatrale diventandone parte, fino a confondere immaginario e reale. Si troverà in sala, in prima fila, insieme agli altri spettatori. Cercherà lo sguardo di chi è seduto accanto, perfino i gesti. Assisterà a un monologo che sarà un crescendo e allo stesso tempo una caduta verso il grottesco, partecipando attivamente al dibattito politico, in un gioco metateatrale e al contempo metacinematografico. Segnale d’Allarme racconterà una storia vera, la nostra.

Per info e prenotazioni: info@teatroargotstudio.com / 06 5898111

Per acquistare il biglietto: http://bit.ly/SegnaleDallarme

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L’Indifferenza di Pablo Solari al Teatro Argot Studio

Dopo il successo delle date milanesi arriva al Teatro Argot Studio di Roma dal 19 al 21 dicembre, L’INDIFFERENZA, thriller che indaga le conseguenze delle nostre azioni, prodotto da Centro Teatrale MaMiMò e Teatro i. Scritto e diretto da Pablo Solari, lo spettacolo vede in scena Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò alle prese con un passato da affrontare, in una lotta metaforica tra il progresso della civiltà occidentale e la sua natura bestiale e sanguinaria.

Che si tratti di fare una carezza a un neonato, di dare un bacio a una sconosciuta o di schiacciare il pulsante che sgancerà la bomba su Hiroshima, è impossibile fuggire alle conseguenze delle nostre azioni. Si può provare a far finta di niente, a rimanere indifferenti, cercando di nascondere anche le peggiori colpe così bene da quasi dimenticarsene, inevitabilmente però, queste riemergeranno, presto o tardi, costringendoci ad affrontarle. In una mattinata come tante, un ospite inatteso costringerà Franco a fare i conti con il proprio passato, con la persona che era e che pensava di essere riuscito a dimenticare. L’indifferenza è un thriller che costringe lo spettatore a prendere costantemente posizione su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia bene e cosa sia male.

L’indifferenza è una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male. L’azione si svolge in uno spazio tempo allucinato, che sfida il realismo; prima una casa, poi un museo, un mondo interiore in cui verità e finzione si confondono e in cui i personaggi, tra vendette e ossessioni, si denudano delle proprie bugie, rimanendo da soli con la propria natura, imperfetta e pericolosa. Nonostante la cornice contemporanea, L’indifferenza sembra essere ambientato al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve, e la sterilità fertilità. Ma davvero il nostro mondo è così lontano da quello delle sacre scritture? Da quell’umanità così timorosa e sperduta?

Pablo Solari

Pablo Solari, regista e drammaturgo, classe 1989, si diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, vive tra Lima e Milano. Nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia (2016) con la regia di Antonio Latella, vincitore del Premio Ubu 2016 come Spettacolo dell’anno e vincitore del Premio della Critica 2016. Nel giugno 2018 è responsabile dell’adattamento drammaturgico dei Cavalieri di Aristofane rappresentato durante il cinquantaquattresimo Festival Nazionale di Dramma Antico di Siracusa. È finalista del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale di Venezia – Teatro 2018. Nel 2019 è regista di Contenuti Zero Varietà, con cui firma una serie di sette spettacoli presso il Teatro Leonardo di Milano. Nel luglio scrive e dirige in collaborazione con il musicista Roy Paci lo spettacolo Carapace che ha debuttato presso Festival delle Orestiadi di Gibellina (PA). In ottobre debutta come regista d’opera dirigendo due atti unici inediti all’interno della serata 4 one-act operas in chiusura della Biennale di Venezia – Musica 2019. È finalista del Premio Riccione Tondelli 2019 con il testo Woody è morto.

Il Centro Teatrale MaMiMò è un polo culturale nato nel 2005 che gestisce il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia e al cui interno sono attive una Compagnia, che produce spettacoli di prosa, teatro ragazzi ed eventi culturali, e una Scuola di Teatro. La forma artistica è quella di un teatro colto e popolare insieme, atto collettivo di un gruppo riunito da una visione comune. Il Centro Teatrale MaMiMò è sostenuto dal 2012 dalla Regione Emilia Romagna come Organismo di produzione di spettacolo, ed è riconosciuto dal MiBAC come Impresa di produzione teatrale di Innovazione nell’ambito della Sperimentazione. 

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Piccoli comuni incontrano la cultura: il nuovo progetto di valorizzazione del territorio della Regione Lazio e di ATCL

Il terzo week-end di “Piccoli comuni incontrano la cultura” tra musica e teatro

La chitarra tra sogno e gioia - Conservatorio Santa Cecilia di Roma
La chitarra tra sogno e gioia – Conservatorio Santa Cecilia di Roma

Per il terzo week-end di programmazione della Rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura, Atcl Lazio e Regione Lazio, invitano a visitare le province di Roma e Viterbo per due imperdibili serate di musica e teatro.

La chitarra tra sogno e gioia a Poli (RM)

Si inizierà venerdì 18 ottobre alle ore 21:00, presso la Chiesa di San Pietro Apostolo a Poli (RM), con La chitarra tra sogno e gioia: gli studenti laureandi presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, ci condurranno in un percorso onirico e gioioso, proponendo brani di Bach, Haendel, Pachelbel, Vivaldi, Giuliani, in un tripudio di energia benefica. Sognare e gioire della Musica, suonata in quest’occasione da quattro dolcissime chitarre può aiutare a vivere un’esperienza meravigliosa, rilassante e rigenerante.

Requiem for Pinocchio a Vallerano (VT)

Requiem for Pinocchio - Leviedelfool

Sabato 19 ottobre, alle ore 19:00, presso la Sala Otello Benedetti di Vallerano (VT), si terrà lo spettacolo Requiem for Pinocchio della compagnia Leviedelfool. Simone Perinelli, attore e regista, racconta l’attualità attraverso la favola per bambini più famosa del mondo:

Nel dare voce al famoso burattino, abbiamo lavorato cercando di immaginare un possibile percorso che desse un seguito alla favola stessa raccontando la vita che Pinocchio “vivrà” nel mondo reale. Pinocchio diventa così un pretesto, uno sguardo preso in prestito dal quale osservare con occhio limpido, infantile e ribelle il mondo che ci circonda e la vita che affrontiamo quotidianamente.

Così ci siamo concessi questa chiave di lettura per andare più a fondo nell’affrontare le tematiche del lavoro totalizzante e precario, dell’emancipazione, della mercificazione del tempo e dell’essere, dell’anestesia dei sogni e del consumismo di ennesima generazione per operare un’analisi attenta e reattiva rispetto ad un quesito significativo della vita: cosa significhi essere umano. Il burattino diventato umano suo malgrado si stacca dalla classica messa in scena del testo di Collodi, per destreggiarsi nel nostro mondo dove la favola non è che un lontano ricordo, una delle tante versioni dei fatti.

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Respiri e pensieri da CastellinAria – Festival di Teatro Pop

Questo articolo è stato prodotto durante il laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling con gli studenti e le studentesse dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Cos’è stato e cosa sarà “Castellinaria”?

Il Castello di Alvito, un piccolo gioiello nella valle di Comino, ha ospitato per la seconda volta il Festival Castellinaria avvicinando i giovani e gli abitanti del territorio a una delle più antiche arti della storia: il Teatro.  La cerimonia d’inaugurazione ha dato il via a una settimana di festa, arte, musica e scoperta delle tradizioni e delle bellezze paesaggistiche locali. Ogni sera è stato proposto uno spettacolo, andato in scena en plein air sotto un bellissimo cielo stellato: un momento per ridere, emozionarsi, imparare, vivere il teatro da protagonisti.

Leonardo D’Alessandro

Formarsi sul territorio, vivere l’evento e narrare l’esperienza tramite il digitale

Sono questi i tre punti che mi danno modo di descrivere il mio tirocinio formativo con Theatron 2.0 a Castellinaria. Il territorio diventa un’aula e un laboratorio in cui formarsi ed esercitarsi sul Digital Storytelling. Una produzione di contenuti digitali ricavata dall’esperienza vissuta durante l’esplorazione del territorio e la visione degli spettacoli inscenati nel Castello di Alvito. L’evento non viene vissuto da spettatore, ma da membro interno alla grande comunità sentendosi parte di ciò che viene realizzato a Castellinaria.

I contenuti digitali non vengono emarginati dallo spirito dell’evento; al contrario, sono pervasi dall’atmosfera del Festival in tutti i loro aspetti. Narrare gli eventi del Festival tramite il digitale è un lavoro di gruppo e di confronto. Solo tramite la discussione produttiva, si possono produrre materiali di qualità. Collaborare e condividere le idee è il modo più idoneo per portare avanti e realizzare un progetto. La settimana trascorsa insieme, durante il Festival Castellinaria, ci ha regalato nuove amicizie, risate, discussioni e la possibilità di imparare a ragionare intorno all’arte teatrale senza mai perdere la libertà di emozionarsi.

Gianluca Faella

Tra i monti di Alvito, in un’atmosfera magica, all’insegna del divertimento e della partecipazione

Ogni serata è stata caratterizzata da performance dal vivo da parte di musicisti e attori a livello nazionale, capaci di intrattenere il pubblico attraverso le loro abilità artistiche. Otto giorni festivalieri da cui il pubblico non poteva che uscirne arricchito, consapevole più che mai di quanto il teatro consenta di trovare sé stessi, entrando in contatto con le emozioni più intime e profonde, di quanto quest’arte millenaria possa essere lo specchio dell’anima.

CastellinAria vuol dire concretizzare i propri sogni, ma anche quelli altrui: si costruisce insieme, si impara insieme, si realizza infine un sogno che da individuale diventa collettivo, tante menti e cuori che si uniscono e ne diventano uno. Il teatro diventa portatore di solidarietà e fratellanza, il tutto collegato dalla passione per l’arte.

Simona Rella

CastellinAria è ‘n’avventur rent a n’ munn parallel, addò s’cred’ agl’sugn ch’ c’fav’ viv’ e ‘uarda’ luntan’

CastellinAria c’porta rent a n’ munn addò s’spera ancor, addò s’ascota gl’pruopria cor. CastellinAria è n’viaj ch’fà divertì ma pur’ maturà, n’viaj ch’fà r’nasc gl’ommn. Fa sci’ ‘n legam paricchie stritt’ tra gl’viecchie e gl’mammuoccie, tra gl’spettator’ e gl’artist’. C’fa capì gl’valor d’n’piccl paesin comm Alvit e d’trouà la bellezza rent alla semplicità.  CastellinAria permett d’s’ in contatt’ co’ l’cos’ essenzial’ della wita, gl’valor ch’fav’ buon all’anim. C’fà rtruà l’amicizia: l’importanza d’accogl’ tutt’ gl’ tip’ d’prson, la libertà d’esse chi s’vuo e d’ n’n s’ sntì mai for dalla tribù. C’fà capì l’importanza degl’sacrific, sacrific d’tutt’ chigl ch’ tiev’ gl’coragg’ d’stà a scommatt co’ l’pruoprie passion’. CastellinAria accucchia l’esigenz e gl’desiderie dlla gent’: CastellinAria semm’ nu’.

Valeria Amata
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Circo, Cabaret e Clownerie a ScupLAB con Vladimir Olshansky e Stazione Circo ScupLAB è la sala polifunzionale di Scup - Sport e Cultura Popolare

Circo, Cabaret e Clownerie a ScupLAB con Vladimir Olshansky e Stazione Circo a sostegno di ScupLAB, nuovo spazio polifunzionale di teatro e arti performative a Roma.

Nel quartiere Appio – Latino Tuscolano, all’interno di Scup – Sport e Cultura Popolare, presso i locali di via della stazione Tuscolana 82-84, sta nascendo ScupLAB, un nuovo spazio culturale polifunzionale di teatro e arti performative, su iniziativa di giovani attrici, attori, registe e registi emergenti. Il nascente progetto prevede 56 mq di spazio scenico adatto sia per il Teatro sia per il Circo e la Danza contemporanei. Uno spazio trasformabile, aperto alle esigenze, desideri e proposte della cittadinanza, adattabile perché Scup non è solo circo-teatro-danza-musica, ma anche luogo di mercato solidale e del libero scambio, centro di aggregazione intergenerazionale, fucina di assemblee, dibattiti ed elaborazione politica.

Il 4 maggio in occasione del lancio del nuovo progetto e della campagna di raccolta fondi SìAmo Scup, si è aperto uno spazio pubblico di confronto sulle politiche culturali nel territorio del VII Municipio e nella città di Roma con un incontro in cui si sono condivise le esperienze, le buone pratiche nate dal basso e le prospettive future nel territorio e nella città; all’incontro hanno partecipato l’Assessora alla Scuola, Cultura, Sport e Politiche Giovanili del VII Municipio Elena De Santis, l’assessore alla Cultura del III Municipio Christian Raimo, Giorgio De Finis direttore del progetto Macro Asilo,  Carlo Infante tra i fondatori del giornale partecipato del VII Municipio ALT oltre che fondatore di Urban Experience,  il progetto Eccoci e il centro sociale Spartaco. È in questo ragionamento sulle prospettive e sulla necessità di aprire nuovi spazi che ospitino le istanze culturali della cittadinanza che si inseriscono le serate del teatro e del Cabaret romano in spettacoli di grande valore artistico a sostegno di un nuovo progetto di teatro e arti performative:


📌 20 giugno alle 21.30 – SìAmo Scup Cabaret (per maggiori info cliccare sul link)

Da sempre la cultura indipendente romana si è espressa anche con la formula del Cabaret. 10 anni fa ai tempi del Volturno Occupato gli esperimenti erano pochi e isolati, negli ultimi anni si è formata una rete costituita da Teatranti, Circensi e Spazi che propongono moltissimi cabaret e che si aiutano e sostengono fra loro: Scup con Stazione Circo, Teatro Furio Camillo con il C.A.B.AR.È., la Circofficina del Porto Fluviale, il Circo Quadro con i cabaret nel tendone al Quadraro Vecchio, per citare solo alcune delle situazioni più giovani. Il Cabaret è un momento di grande sperimentazione e condivisione. Permette agli artisti, anche alle prime armi, di presentare e provare le loro idee davanti ad un pubblico e di condividere in maniera orizzontale, secondo principi mutualistici, uno spazio di creazione collettiva. Il cabaret del 20 giugno sarà a sostegno della campagna di raccolta fondi SìAmo Scup, finalizzata proprio alla costruzione dello spazio polifunzionale di teatro e arti performative ScupLAB. Il programma della serata sarà molto ricco,saranno previste artiste provenienti dal più grande circuito circense del mondo di cui però non possiamo svelare ancora il nome.

📌 23 Giugno alle ore 21 – The Laughter di Vladimir Olshansky / Art De La Joiе

Vladimir Olshansky è stato Clown Guest Artist del Cirque du Soleil. Ha ricoperto il ruolo principale in Slava Snow Show di Slava Polunin. Attualmente è il Direttore Artistico di Soccorso Clown. A Scup presenterà lo spettacolo “The Laughter”:

Cos’è un clown? Un clown non è una maschera di carnevale, che può essere indossata da chiunque ne abbia voglia.Il clown è un attore dallo spiccato talento comico, con l’impulso a dedicarsi a sviluppare questo dono per tutta la vita. L’arte della clownerie è un’arte tutt’altro che facile. È molto frequente che il clown sia anche l’autore, il drammaturgo, del suo repertorio. Oggi voi potrete vedere un ampio spettro di questa arte, dalla semplice entrée in una pista da circo fino alle vette della filosofia e della poesia. Siete pronti? Allora cominciamo. È l’arte della pantomima a dare una maggiore libertà di azione, non costringendo l’attore a rapportarsi all’attrezzeria di scena: infatti il clown può creare il proprio mondo ricorrendo alla propria fantasia e alla fantasia degli spettatori.

Anche il mondo interiore dell’individuo, i suoi problemi, la sua psicologia, possono essere la fonte di alcune scenette: l’uomo comune alle prese con un mondo insolitamente grande e complicato.

ScupLAB

Per maggiori info su  #SìAmoScup – la raccolta fondi per ScupLAB cliccare qui.
Per visitare il sito e le pagine facebook di Scup e ScupLAB.

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La Giara di Roberto Zappalà dal 12 al 22 giugno al Teatro Regio di Torino

Il nuovo progetto di Roberto Zappalà e della sua Compagnia porta in scena in prima assoluta dal 12 al 22 giugno, sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino, La Giara, creazione in atto unico liberamente ispirata all’omonima novella di Luigi Pirandello. Lo spettacolo che vede protagonisti undici interpreti maschili, su partitura musicale di Alfredo Casella, suonata dal vivo da orchestra e tenore del Teatro Regio di Torino. Lo spettacolo è parte di una serata a due titoli infatti viene eseguite insieme alla Cavalleria Rusticana per la regia di Gabriele Lavia. La Giara è una produzione di Scenario Pubblico CZD – Centro Nazionale di Produzione della Danza in collaborazione con il Teatro Regio di Torino.

La Giara che Pirandello scrisse nel 1906 (pubblicata nel 1909 sul Corriere della Sera) e dalla quale successivamente nel 1916 trasse un atto unico, nasce in qualche modo con intenzioni d’avanguardia. Il balletto infatti è una commedia coreografica in un atto commissionata a Casella da Rolf de Maré per i suoi Ballets Suédois, una compagnia dalle scelte musicali e artistiche innovative. A partire da Pirandello Roberto Zappalà realizza un pezzo di danza dove le atmosfere e i temi vengono filtrati come sempre alla luce della propria sensibilità contemporanea.

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Resistenze. Racconti in serie, Storie in Parallelo a SpinOff

È tutto pronto per “premere il pulsante” e dare ufficialmente inizio a Resistenze, un festival- evento in un’unica data. Il giorno dopo la festa nazionale della Liberazione dell’Italia, il 26 aprile. Un’unica parola il titolo, declinata al plurale. Segno dei tempi, di quelli che da sempre sono corsi e ricorsi storici. Significa forse che sono diventate tante le lotte, non più una sola. Ogni anno che passa diventa sempre più duro e difficile. Ecco allora che il contesto è quello in cui la deriva nazionale, europea, mondiale tende ad ingrossarsi, come il trend di un fenomeno sociale e di massa.

Spin time labs è lo spazio che ospiterà le attività e le persone coinvolte. In un circuito e in uno scambio di idee, u-topie ed espressioni artistiche. Una sede, quella di via Statilia a Roma, che vuole essere una realtà che “si sta trasformando in un luogo”. Vissuta, dalle persone coinvolte in questo progetto, come un laboratorio, un “cantiere di rigenerazione urbana”, una casa e una comunità. In palazzo occupato di cinque piani convivono 18 nazionalità diverse. Le abitazioni sono nei piani alti, mentre i livelli sotterranei vengono adibiti a dedicati a tutte le attività culturali. Molto è quello che viene fatto da un gruppo di sognatori che sentono ancora la necessità, l’urgenza e l’orgoglio di definirsi così.

Un collettivo di 25 persone circa, quello di Spin Off. Un nucleo efficiente e cooperativo, costituito da generazioni ed età differenti, dai 20 anni in su. L’auditorium di 180 posti è diventato un teatro, con un cartellone di spettacoli che è iniziato il 17 febbraio e proseguirà fino a giugno. L’intenzione che ha ispirato tutto ciò era quella di muovere e scuotere la realtà romana. Vengono Inoltre realizzati e sviluppati anche progetti di co-housing a cura della facoltà di Architettura di Roma3. È anche lì che ha la sede la redazione del giornale Scomodo.

Spin Time Labs è l’ambiente di riferimento da cui nasce Resistenze, la prima produzione di Spin Off, con un sottotitolo: Racconti in serie- Storie in parallelo. Saranno molti gli artisti che verranno coinvolti in diversi momenti della giornata. Si inizierà con la presentazione del libro di Simone Amendola Teatro nel diluvio, Editoria & Spettacolo 2019. Il testo racconta l’esperienza e la “resistenza” teatrale di Amendola, vissuta insieme con Valerio Malorni. Interverranno con l’autore Il giornalista e critico Sergio Lo Gatto, il drammaturgo Giacomo Sette e l’operatrice culturale Floriana Pinto. Teatro nel diluvio è un libro composto da cinque testi che spaziano dalla vita della periferia urbana, dalla violenza maschile sulle donne, al sogno dell’Europa che muove i migranti, passando per argomenti universali come l’amore, lo stare al mondo.

“Sopra il livello del mare” è un’installazione a cura di Emiliano Valente e Roberto Andolfi per Spin Off. Mostra una buona parte di tutto quello a cui siamo inevitabilmente sottoposti. Un’altra forma di resistenza quotidiana, la contraddizione assurda dei nostri tempi. Aiutare chi soffre per alcuni è ancora un dovere morale, un valore e una traccia di umanità. Per molti altri, invece, è riprovevole è inaccettabile. Resistere agli slogan “Aiutiamoli a casa loro”, “La pacchia è finita”, “Prima gli italiani” è diventato un atto di coraggio o di eroismo quasi, nella consapevolezza che ad essere intollerabile è solo l’intolleranza verso ogni forma di discriminazione e di razzismo.

Giuseppe Fenoglio, detto Beppe, è stato uno scrittore, traduttore, drammaturgo e partigiano d’Italia. Alla sua opera letteraria si ispira lo spettacolo Milton, prodotto dalla compagnia Teatro Macondo. Fenoglio nacque nel cuore delle Langhe, in Piemonte, la regione che è stata la matrice, la cellula dell’Unità d’Italia. Dopo l’esperienza della lotta armata e della Liberazione, ritornò definitivamente nella sua amata città, Alba. Il suo esordio letterario, la sua prima pubblicazione risale al 1952 : “I ventitré giorni della città di Alba”. Il suo romanzo principale “Il partigiano Johnny”, vincitore del premio Prato nel 1968, è stato trovato nei manoscritti conservati nel Fondo Fenoglio e pubblicato postumo, dopo la sua morte.

Autore della drammaturgia di Milton è Emilio Barone, presente in scena insieme con Francesco Petti. Alessandra Chieli cura la regia. Il protagonista è un ragazzo ventenne che parte alla ricerca del suo amico Giorgio, partigiano come lui, e per scoprire tutto sui rapporti con la ragazza di cui sono entrambi innamorati, Fulvia. Quella verità, per quanto dolore possa arrecare, è il pretesto per un’indagine sul Sé, ben più consistente di quanto il ritrovamento di una persona fisica possa rappresentare. La ricerca di Fenoglio è caratterizzata dall’utilizzo di un linguaggio crudo che restituisce immagini nitide sulla vita dei Partigiani, sulle condizioni rilevabili di un ambiente rurale come quello delle Langhe. E ciò permette, a distanza di più di settant’anni, alle nuove generazioni soprattutto, un contatto senza retorica con quella esperienza letteraria e con quel periodo storico.

In chiusura ci sarà Giorgia Frisardi con un concerto per voce e organetto. Una combinazione originale tra ricerca sonora e performance poetica. Anche perché solo la musica può mettere insieme, unire definitivamente le identità con le provenienze. Le voci e i volti possono essere diversi, ma le emozioni sono universali. Tutti hanno conosciuto l’amore e il dolore. Il grido, i suoni e i silenzi rappresentano una condivisione che abbatte le differenze. In fondo è anche questo l’obiettivo di Emiliano Valente e dei venticinque sognatori di Spin Off. Non solo storie di partigiani e di memoria, ma continuare a resistere a tutte le nuove, incresciose forme di resistenze. Di assalto e di aggressione al bene più grande dell’umanità: la libertà.

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Secret Show di Internoenki Teatro Incivile a Scup – Sport e Cultura Popolare

Secret Show è un format a cura di Internoenki Teatro Incivile creato per sostenere la raccolta fondi del teatro di Scup – Sport e Cultura Popolare

Il format prevede la presentazione alle ore 21.30 di uno spettacolo segreto, con un cast a sorpresa, presso la grande casa di Scup – Sport e Cultura Popolare.

Una scelta che nasce dalla volontà di condividere solo con chi decide di partecipare all’iniziativa i contenuti dello show, che devono rimanere assolutamente segreti prima e dopo la rappresentazione. Lo spettacolo non si potrà filmare né recensire, non si potrà diffondere in nessuna forma mediatica o scritta. Si potranno condividere solo le sensazioni, le emozioni e le impressioni, derivate dall‘esperienza condivisa e partecipata.

Un incontro “carbonaro” che unirà i presenti in un’esperienza unica nel suo genere; dove il motivo della condivisione non sarà il titolo o il tema, o il nome di punta, ma la voglia di ritrovare il valore della partecipazione e della consociazione civile, il valore dell’appartenenza a quella Polis che fu modello di struttura per i greci, per un’attiva partecipazione da parte di tutti i cittadini liberi alla vita politica del paese.

Internoenki, compagnia vincitrice nel 2013 del Premio Scenario per Ustica, da sempre lavora controcorrente, non inseguendo regole conclamate e modaiole, ma solo la necessità di espressione. Un collettivo che non produce arte assecondando i tempi ministeriali ma solo il bisogno di testimoniare la resistenza artistica.

Interno Enki Teatro Incivile
Internoenki Teatro Incivile

Prima della rappresentazione, alle ore 20.00, sarà possibile degustare le prelibatezze gastronomiche preparate per cena dai mitici cuochi di
Cucinare con lentezza, la trattoria autistica (e non) più rinomata della capitale!

Info sul progetto: frama.link/CucinareSenzaFretta

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Dittico Manfredini, dal 26 febbraio al 3 marzo al Teatro India

Dal 26 febbraio al 3 marzo il Teatro di Roma – Teatro Nazionale dedica il palcoscenico del Teatro India al Dittico Manfredini, composto dai due spettacoli Luciano (dal 26 al 28 febbraio) e Al presente (dall’1 al 3 marzo), ideati e diretti da Danio Manfredini, una delle voci più intense del teatro contemporaneo che, con la sua arte d’attore e regista, sfiora stazioni umane intrise di ironica malinconia, solitudini e marginalità, decadenza e rassegnazione, attraverso il personalissimo percorso creativo che ha intrapreso tra spazi occupati, laboratori con i disabili psichici e radicalità artistica. Autore e interprete di capolavori come Miracolo della rosa (Premio Ubu 1989), Tre studi per una crocifissione e Al presente (Premio Ubu come miglior attore), lavori più corali come Cinema Cielo (Premio Ubu come miglior regista) e Il sacro segno dei mostri. Nel 2010 si confronta con il repertorio e debutta nel 2012 con lo spettacolo Il Principe Amleto dall’Amleto di Shakespeare, una produzione italo-francese (La Corte Ospitale, Danio Manfredini, Expace Malraux- Chambery, Aix en Provence). Nel 2013 riceve il Premio Lo Straniero come «maestro di tanti pur restando pervicacemente ai margini dei grandi circuiti e refrattario alle tentazioni del successo mediatico». Sempre nel 2013 riceve anche il Premio Speciale Ubu. Dal 2013 al 2016 è direttore dell’Accademia d’Arte Drammatica del teatro Bellini di Napoli. Nel 2014 debutta a Santarcangelo con Vocazione. Dal 2010 collabora con continuità con La Corte Ospitale dove dal 2012 prendono forma e vita le sue creazioni.

Luciano, primo spettacolo del dittico, in scena dal 26 al 28 febbraio, è il delirio di un folle tra pensieri, stati d’animo, suoni, visioni, voci lontane e presenze che rompono il silenzio e la solitudine. Dai corridoi della psichiatria, Luciano entra nel teatro della sua mente, intorno a lui si materializzano oggetti e presenze dell’immaginario. La spinta del desiderio lo conduce all’evasione verso luoghi abitati da chi vive ai margini. Un popolo di fantasmi torna a visitarlo in certe notti e nelle giornate senza speranza. Con aneddoti e versi poetici illumina le sue visioni. Con uno sguardo intriso di saggezza, apre spiragli di pensiero fuori da un ordinario modo di vedere. Come un visitatore che appartiene ad un altro pianeta, guarda, patisce, attraversa ciò che incontra, nel destino ineluttabile di veder passare le cose, le persone come fantasmi: apparizioni e sparizioni. «Con Luciano riattraverso i temi dell’omosessualità, della follia, della solitudine già trattati in Cinema cielo, come del resto anche nel Sacro segno dei mostri e in Tre studi per una crocifissione, per vedere come sono cambiati i tempi negli ultimi venti anni intorno a tematiche a me care – racconta Danio ManfrediniOggi osservo come il gioco si è fatto ancora più aspro e se la Samira di Cinema Cielo era più integrata in quel mondo e lo idealizzava, ora disegno una figura come Luciano che risulta un alieno anche in un mondo di marginalità. L’allucinazione di Luciano, ricreata con gli artifici del gioco teatrale, non è altro che la rivisitazione in scena di una realtà cruda, a tratti anche crudele, fatta di solitudine e di emarginazione, che è il mondo reale a cui attingo. Appunti presi dalla mia vita, disegni preparatori e dialoghi sono stati il materiale di partenza per addentrarci in questa avventura teatrale. I quadri emersi nelle prove chiedevano uno sguardo diverso dal mio per essere affrontati. Mi affido alla figura di Luciano, ritratto di un uomo del mio tempo colto in una solitudine invasa di presenze. La dimensione del tempo abbraccia la totalità di un’esistenza e rende tutto in un presente sulla scena».

Al presente, secondo spettacolo del dittico, in scena dal 1 al 3 marzo, è uno spaccato della mente e della sua inafferrabilità. In scena, un uomo e il suo doppio: una parte è immobile, assorta, riflessiva, una parte è inquieta e si identifica con i fantasmi che popolano la sua mente. Entra attraverso l’immaginazione in un flusso di associazioni inarrestabili che lo conducono in diversi spazi, in diversi tempi della sua vita. Nella solitudine rincorre i pensieri, quel dialogo interiore ininterrotto che lo accompagna, l’inquietudine provocata da ricordi, voci di persone care, immagini di un passato vago ma sempre presente e suggestioni dal mondo contemporaneo. Prende a prestito dalle patologie psichiatriche gli atteggiamenti fisici che esprimono tensioni, le amplifica attraverso quelle forme, porta alla luce le pulsioni più nascoste, cerca di dare ordine, forma, al caos della sua mente. «Il teatro è una modalità di esperienza che ti permette di vivere la vita in maniera anche più amplificata di quello che la vita stessa ti può offrire – sottolinea Manfredini – Nel tempo cresce un’affezione rispetto a questa capacità che il teatro ha di aprire delle porte, degli stati d’animo, delle condizioni mentali che molto spesso la vita non ti permette di esplorare. Nella vita, se le esplori, poi non hai più una via di ritorno. Invece nel teatro hai la possibilità di esplorarli e tornare indietro. Puoi esplorare l’assassinio senza per forza uccidere. Ti permette di ascoltare non solo la tua vita, ma anche le vite delle persone che abbiamo intorno, e di farne esperienza e capire che cosa significa avere quel tipo di destino. Però poi c’è il ritorno al sé. È un’opportunità di conoscenza straordinaria».

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Marco Plini porta in scena Turandot con l’Opera di Pechino. Dal 5 al 10 febbraio al Teatro Argentina

Dal 5 al 10 febbraio sul palco del Teatro Argentina, Marco Plini si confronta con la tradizione dell’Opera di Pechino nella rivisitazione del classico della Turandot. Lo spettacolo è un sottile gioco di specchi tra due mondi, lontani in apparenza, ma reciprocamente attratti e affascinati l’uno dall’altro, perché entrambi eredi di civiltà antiche, sofisticate e misteriose a un tempo. Da un lato, dunque, la raffinata arte attoriale dell’Opera di Pechino, sublime mescolanza di recitazione, danza e canto, tesa a una continua perfezione del gesto artistico; dall’altra, invece, lo sguardo prospettico d’invenzione tutta italiana, il gusto visionario e la lunga sapienza d’ordire scene illusionistiche, abilità divenuta patrimonio del teatro europeo. Con Turandot prosegue la fortunata esperienza italo-cinese del Faust, rinnovando il vivo confronto tutto teatrale tra Asia ed Europa.

Favola per antonomasia dell’esotismo orientale, ricca di colpi di scena, agnizioni e promesse ferali, Turandot è divenuta nel tempo – da Gozzi a Puccini – l’emblema del nostr o immaginario sulla grande Cina. «Tūrāndokht», ovvero la fanciulla di Tūrān: la storia della principessa bella e temibile, orditrice di inganni, prende le mosse nella terra dei tur, una parte sterminata di quella che oggi chiamiamo Asia centrale, in un angolo imprecisato a nord dell’Iran. Nel pieno medioevo, sul finire del 1100, la nostra eroina vive tra Persia e Russia, frutto della penna del poeta Niẓāmī e quarta protagonista del suo poemetto Le sette principesse: è la principessa della Slavonia che rifiuta il matrimonio con ogni pretendente giunto alla sua porta. All’inizio del Settecento l’orientalista François Pétis de la Croix traspone la favola in lingua francese, ed è così che quella vicenda, tanto violenta e intrisa di passioni doppie e contraddittorie, giunge nelle sapienti mani di Carlo Gozzi, che – in continua sfida con Goldoni – trasforma Turandot in una principessa cinese e ne fa una delle sue mirabili fiabe teatrali per le scene veneziane, gioielli della narrazione meravigliosa affidati alle cure dei comici dell’arte. Dalla Venezia di Gozzi, Turandot giunge pure nelle pianure della Germania di Schiller, che le ridona una veste poetica, e i suoi versi ammaliano le successive generazioni di compositori, fino a che Giacomo Puccini ne consacra la vicenda sul palcoscenico del Teatro alla Scala. È il 25 aprile 1926, quando i cuori degli spettatori milanesi sono travolti dalla potenza del Nessun dorma, in cui il pretendente Calaf, vincitore dei tre enigmi e custode con Liù e Timur del suo segreto, rigonfia il petto e intona a noi tutti il suo «all’alba vincerò».

«Il fascino dell’Opera di Pechino è il fascino di una bellissima favola per bambini animata da imperatori, principi e principesse tutti molto rispettosi dei loro ruoli – racconta Marco PliniÈ così che l’ho approcciata, nel rispetto di un teatro secolare che porta sul palcoscenico un’antropologia viva, con la soggezione del novizio invitato a partecipare a un rito antico e misterioso. Turandot nasce da questo rispetto, da questa curiosità e da questo mistero. Ho immaginato di portare il pubblico europeo a entrare in un sogno bellissimo e colorato che non possiamo capire fino in fondo, ma le cui immagini ci attraggono e risucchiano in un vortice di colori brillanti e suoni rumorosissimi, che man mano prendono senso, un senso profondo, atavico, che ci colpisce nel profondo ma a cui non riusciamo a dare un nome. Come i principi che si recano a palazzo per cercare di risolvere gli enigmi nella speranza di poter sposare la principessa di incomparabile bellezza, restiamo stregati da un’immagine che incanta. Ma Turandot è una favola nera, fatta di sangue, teste tagliate, vendette e paure. Il sogno, atto dopo atto, si trasfigura, diventa sempre più violento, più spaventoso: la fiaba diventa allucinazione. Un sogno così non può avere un lieto fine, la morte di Liù non può essere dimenticata nel nome dell’amore per quanto folle e principesco esso sia. […] Ho immaginato un giardino della classicità che potrebbe ricordare i quadri di Delvaux, in cui sorge un palazzo fatto solo di colonne di marmo. In questo giardino, anziché gli uomini piccolo-borghesi di Delvaux, arrivano i personaggi mitici della tradizione cinese, un po’ spiazzati, certo, ma ugualmente compresi nel loro ruolo di imperatori e principesse, con i loro movimenti codificati e immutabili nel tempo per rappresentare il desiderio di vendetta e la follia omicida di Turandot. In questo mondo entrerà un Calaf che, come Pinocchio nel Paese dei Balocchi, arriva in un luogo di favola e ne viene ammaliato come in un incantesimo che lo fa sentire un eroe fino alla morte della fedele Liù. Il sacrificio della serva che sceglie il suicidio piuttosto che rivelare il nome a Turandot, cambierà irrevocabilmente l’atmosfera del sogno. Turandot è una meravigliosa figura, il nume tutelare di questo mondo colorato e inquietante che sembra essere la sua stessa emanazione, irraggiungibile nella sua bellezza, è crudele e fragile come una bambina, estrema nelle sue posizioni come i personaggi dei sogni e, come tale, è destinata a restare per sempre imprigionata nel mondo delle fiabe».

La Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino, fondata nel gennaio 1955, è una organizzazione nazionale che fa capo direttamente al Ministero della Cultura della Repubblica Popolare Cinese. Il primo presidente fu il grande maestro Mei Lanfang. Attualmente l’Opera di Pechino consiste di tre troupes. Lo scambio culturale è uno dei maggiori obiettivi della compagnia, che si è esibita in tutto il mondo, in oltre 50 paesi e in 5 continenti, guadagnando una straordinaria fama internazionale. Attraverso la sua attività l’Opera di Pechino ha contribuito a promuovere gli scambi culturali fra il popolo cinese e i popoli del mondo intero.

MARCO PLINI:

Marco Plini debutta come regista nel 2002 con lo spettacolo Risveglio di Primavera di Frank Wedekind al Teatro Stabile di Torino. Nel 2004 presenta alla Biennale Teatro a Venezia, Purificati di Sarah Kane. Dirige Il lutto si addice a Elettra di Eugène O’Neil (2005) al Festival del Teatro Romano di Trieste, Turisti e Soldatini di Wole Soyinka e Benvenuti in California di Francesca Angeli per il Centro Teatrale Bresciano. Dal 2005 alterna l’attività di regia all’insegnamento, iniziando a collaborare continuativamente come docente di recitazione per la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano e nei Corsi di Alta Formazione Teatrale organizzati da Emilia Romagna Teatro Fondazione. Nel 2012, sempre per ERT Fondazione, dirige il Cantiere per attori di formazione/produzione che ha come esito lo spettacolo Ifigenia in Aulide da Euripide. Stretta è dunque la sua collaborazione con ERT, per cui nel 2011 realizza lo spettacolo Freddo di Lars Noren, cui segue La Serra di Harold Pinter (2015) in coproduzione con il Teatro Metastasio di Prato. Per il Centro Teatrale MA MI MO nel 2012 firma la regia di Himmelweg di J. Mayorga e nel 2016 di Coriolano di W. Shakespeare. Per il Teatro Stabile dell’Umbria ha diretto nel 2015 Thyssen di Carolina Balucani. Nel suo percorso artistico continua ad alternare l’interesse per la drammaturga contemporanea alla rivisitazione dei classici in un’ottica moderna e strettamente collegata al presente e alla riflessione sulla società.

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