Cartografia del possibile. L’orizzonte artistico e politico de lacasadargilla

Gen 9, 2023

Un processo creativo lungo due anni, nel mezzo una pandemia. Un gruppo di lavoro che si costituisce e perde pezzi, che si riforma, che crea, tra collage esistenziali, fotografie del passato e del domani, urgenze ed esorcismi. Pagine di storia personale e collettiva a delineare cinque figure in scena che, scontrandosi e incontrandosi, generano universi di solitudine sempre nuovi. Allo spettatore è affidato il montaggio intellettuale di quel che accade in una teca di vetro da cui sbirciare questa moltitudine umana.

Agli esordi del gennaio 2018 il Governo britannico annuncia la nascita di un “Ministry of Lonliness”. La solitudine in Gran Bretagna diventa un problema di salute pubblica. Il Ministero della Solitudine inglese, esperimento fallimentare – e premonitore – è ancora in vigore.
La vicenda ha ispirato la riflessione sulla solitudine proposta da lacasadargilla in Il Ministero della Solitudine, spettacolo prodotto da Emilia Romagna Teatri, Teatro di Roma e Teatro Metastasio, presentato in anteprima a VIE Festival e debuttato nel novembre 2022 al MET di Prato.
Dopo aver inanellato un’importante serie di riconoscimenti, lacasadargilla torna, con Il Ministero della solitudine, a cimentarsi con la scrittura originale. Una scrittura antropologica, che si erge a partitura drammaturgica e fisica a un tempo, costruita dal gruppo di interpreti, sotto la guida letteraria di Fabrizio Sinisi, su tangenti di biografie, storture, desideri.

Gli inneschi di tale scrittura sono confluiti in un diario di bordo a cura di Maddalena Parise, lacasadargilla e Fabrizio Sinisi, pubblicato da Luca Sossella editore per la collana Edizioni Linea/Ert, che riporta in appendice un glossario di parole-talismano.
Un processo produttivo inedito, diramato, diffuso, a intessere una rete teatri che si fa sostegno e fonte di dialogo.
A coordinare questa complessa architettura progettuale, Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, co-registi de Il Ministero della Solitudine.

Ma come si posiziona questo spettacolo nel percorso quasi ventennale della compagnia? Ne abbiamo parlato con Lisa Ferlazzo Natoli che, in questa intervista, racconta l’orizzonte artistico e politico de lacasadargilla, incastonandone la storia in una «splendida cartografia».

Tra i primi “click” di questo lavoro due domande: cos’è il ministero? Cos’è la solitudine? Ti chiedo, dunque, qual è il tuo Ministero della Solitudine?

Sono domande che ci siamo posti anche individualmente. La domanda ha come due risposte che fanno parte di una bascula: il nostro è il tentativo di una riflessione sulla solitudine che da un lato è straziante e dall’altro prova a essere liberatoria, perché la solitudine è positiva e negativa a un tempo. Non c’è nessun intento morale. Abbiamo provato a poggiare uno sguardo e una scrittura sulla solitudine come scandalo. Scandalo sociale, antropologico, relazionale. Ma abbiamo anche cercato di chiederci, in questa solitudine scelta, cosa si scopre di necessario e radicale. 
In che modo la capacità di stare soli aiuta a non soggiacere alle regole, alle pressioni che noi stessi contribuiamo a costruire nella nostra vita pubblica e privata?

Sono una persona di comunità. Sono nata nel teatro dei miei genitori, SpazioZero, in cui venivano spesso realizzati progetti collettivi per “riannodare” riflessioni politiche e pratiche artistiche. Il mio ministero della solitudine – in senso negativo – si manifesta quando mi accorgo che dobbiamo riaccordarci come piccola e grande comunità, soprattutto in virtù della scelte che facciamo individualmente, che vanno a nostro vantaggio ma che di fatto rischiano di usurare il percorso collettivo. Che poi in qualche modo attiene all’etica. Allora mi sento sola, in maniera atomica. Perché appunto non ci si riesce a riallacciare: quella è una solitudine enorme, un silenzio enorme. È la stessa solitudine che abbiamo definito acquario, che si tratti di un acquario che vedi o in cui ti muovi, in cui, in ogni caso sei scollato dal reale.

D’altrocanto ho la sindrome di Emily Dickinson, potrei stare nel mio giardino a guardare le creature per ore: quando non sto bene ho bisogno di fare la cova, di ripiantarmi da qualche parte. È un vuoto che ha un valore fondativo per me, è come se germogliassi. Ecco la solitudine in senso positivo. Ma questa nozione positiva di solitudine ha a che fare con un privilegio e durante il lockdown è stato chiarissimo: io potevo essere felice della mia solitudine in una casetta con un giardino. 
Esiste però un altro tipo di solitudine, quella di una famiglia numerosa costretta a vivere in una stanza, sperimentando una prossimità fisica che produce un’assoluta mancanza di espressione del sé e nessuna quiete intorno. Un solitudine molto affollata, insomma. C’è sempre ambivalenza in questa nozione. E la solitudine positiva, a volte, è un privilegio per pochi

Sono una persona che non possiede niente, che ha felicemente investito tutto nel teatro tenendo fede anche alle responsabilità che questo comportava ma ho comunque una matrice e una provenienza borghese, come tutti. E la mia casetta per quanto minuscola è stata ed è un privilegio.

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Il Ministero della Solitudine – ph Claudia Pajewski

Il Ministero, «non un luogo-funzione ma un principio drammaturgico» su cui si innestano le scritture. Seguendo il principio del glossario, come definiresti la scrittura de Il Ministero della Solitudine

All’inizio del lavoro abbiamo usato un processo peculiare: far trovare ai nostri interpreti cinque buste chiuse su delle sedie. Il compito consisteva nel rispondere, in tempo reale, alle richieste contenute nelle buste e contestualmente coabitare in quella drammaturgia istantanea con gli altri quattro attori. 
In queste buste c’era il principio della scrittura: la burocratizzazione, le richieste costanti che in maniera più o meno visibile ci fa il mondo, piccoli tratti di biografie, immaginazioni e desideri. Ecco perché Il Ministero è anche un principio di scrittura. Volevamo raccontare che il nostro stare al mondo non compone un monologo ma una coabitazione di soliloqui. Questo riguarda l’intero lavoro de lacasadargilla, perché intendiamo il teatro come una moltitudine

D’altrocanto, abbiamo sfruttato il meccanismo burocratico tipico del mondo contemporaneo capitalista per approfondire lo Stato funzionale, il “potere dolce”, rappresentato nello spettacolo da Tania Garribba, secondo cui se non rispondi a una misurazione non puoi ottenere risposta. È come se lo Stato ci chiedesse di fare una grande recita di noi stessi.
All’interno di questo principio di scrittura, il glossario, che poi è confluito nella pubblicazione del volume intorno allo spettacolo immaginato da Maddalena Parise (edizioni Linea/Ert a cura di Debora Pietrobono e Sergio Lo Gatto), è stato una calza della befana – nel senso in cui Garboli definiva la lingua di Shakespeare –, una raccolta di parole-talismano che si sono inesorabilmente sedimentate nel tempo e ne hanno definito orizzonti e affezioni. 

Ecco il valore positivo del tempo del processo. In questi due anni non abbiamo lavorato costantemente ma in piccole tappe. La cosa importante era prevedere momenti di cova, lasciando che queste folgorazioni concettuali lavorassero dentro tutti noi, anche attraverso tantissime letture. 

Il principio di scrittura di cui parli mi aiuta a dire che questo glossario è vero e falso. La glossa è completamente vera, mentre in corsivo è riportato il significato che ha per noi uno specifico termine, significato narrativo, immaginifico e preso in prestito a scrittori e filosofi. Si è trattato di scritture nel senso ampio che intende Barthes quando si insedia alla cattedra di Semiologia dell’École pratique des hautes études e domanda: «Che cos’è scrittura?». Tutto è scrittura. Scrittura è un combattimento contro il linguaggio e per il linguaggio. In questo senso il glossario è stato una prova di scrittura collettiva, abbiamo scelto chi si sarebbe occupato delle glosse secondo un principio affezione e pertinenza, perché il mondo ha bisogno anche di pertinenza.
Insomma in virtù del suo lunghissimo processo, il Ministero della Solitudine è come un grande acquario in cui sono immerse le nostre vite, i nostri desideri, i ricordi, ha riattivato affezioni e formazioni.

Nel novembre 2019 scrivevi alla Direzione Artistica di ERT: «Questo progetto ha risvegliato tutti i miei, i nostri desideri e talenti e so che potremmo fare un lavoro inusuale, di certo per l’Italia […]». Come si posiziona Il Ministero della Solitudine nel percorso de lacasadargilla?

Si posiziona in una nuova postura su più livelli, ad esempio: Alessandro Ferroni ha curato insieme a me la regia di When the rain stops falling, de L’amore del cuore, come di molti altri lavori ma decidere di cofirmare Il Ministero della Solitudine, dunque optare per la nominalità, è stato molto importante. Come spesso succede per molti ensemble, in ciascun progetto ci sono competenze e pulsioni diverse e viene un tempo in cui si devono rendere nitide. Il testo di When the rain stops falling lo avevo scelto io, ho dato io l’innesco. In Il Ministero della Solitudine è stato soprattutto Alessandro a insistere sul ritorno a una scrittura originale che, in tempi passati, avevamo già frequentato molto. In questo senso, Alessandro è un “frangitore”, rompe muri e resistenze per farci vedere quello che c’è dietro. 

Abbiamo fatto When the rain stops falling, poi L’amore del cuore, nella forma di piccola produzione indipendente assieme al Teatro Vascello, per tornare alle basi, per tornare a noi, perché la storia di una compagnia è anche sempre una storia politica, di posizionamento. Abbiamo il privilegio di avere dei rapporti virtuosi con dei teatri che non sono una controparte, ma domani potrei ritrovarmi in una cantina ed è lì che devo capire se voglio ancora fare teatro. Se ci si abitua a farlo sempre con grandi strutture, cosa che è certo un diritto degli artisti, si può però rischiare di disperdere quella capacità di fare da innesco. 
Dopo When the rain stops falling ci aspettavano al varco, tutti si aspettavano un altro spettacolo come quello, un piccolo gioiello di equilibrata perfezione, con un testo mirabolante riscritto in maniera radicale dalla regia, ma tutto sommato ‘apollineo’, che non poteva non piacere.

Il Ministero della Solitudine è ancora più radicale, ha qualcosa di ‘movimentato’ e completamente imprevedibile, ‘inclina’ verso il raccontare una storia come fosse percepita dal nostro cervello: in sincronia, in pezzi spezzati, in frammenti di trame, senza dare esattamente conclusioni o agnizioni, ci spinge verso il pubblico, dandogli però l’enorme responsabilità di fare il proprio montaggio. 
Allo stesso tempo, Il Ministero della Solitudine radicalizza anche la drammaturgia del corpo, la coreografia non intesa esattamente come movimento danzato, che è parte del DNA de lacasadargilla e che è fiorita in questo lavoro fin dal primo incontro con Marta Ciappina.

Nel parlare di intelligenza collettiva ci riferiamo a ciò che ci ha dato il coraggio di spingerci oltre. Il Ministero della Solitudine non è uno spettacolo di prosa. Ecco perché parlavo di “vocazione europea”. Il punto non è che il resto d’Europa faccia meglio ma che di fronte a spettacoli internazionali l’Italia non si domanda se si tratti di prosa o di danza, come invece fa con le compagnie italiane. 
Per noi non esiste la drammaturgia del corpo e la drammaturgia della parola, sono una cosa sola: anche quando parliamo soltanto, i corpi continuano a scrivere. Anche quando i corpi si fermano, la parola continua a tintinnare.
Con un inizio di cinque minuti in totale silenzio e un tale livello di radicalità, il giorno del debutto a me e ad Alessandro tremavano le gambe: siamo andati fuori rotta rispetto a ciò che il sistema si aspetta da una compagnia.

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Il Ministero della Solitudine – ph Claudia Pajewski

«Il Ministero della Solitudine ha innescato il più comunitario dei processi creativi […]». Come si è svolto, invece, il lavoro sull’impianto registico? Che Direttrice sei stata per il Ministero della Solitudine?

Sono stata una ‘direttrice’ con dei grandi privilegi. Innanzitutto, perché l’altro ‘direttore’ si è inventato un dispositivo scenico che è come la pianta mobile dell’acquario. Se dovessi raccontare il rapporto che c’è tra me e Alessandro direi che lui immagina le case, i mondi e mi lascia libera di abitarli secondo regole e parametri che condividiamo. Questa è una fortuna perché l’intellettuale mitteleuropea che è in me, e che ha scritto tanto del percorso di lacasadargilla, è stata liberata finalmente: io amo il karaoke ma senza Alessandro Ferroni ed Emiliano Masala non avrei mai avuto il coraggio di fare quella scena.

Percepisco lo spazio come un reticolato e percepisco l’interpretazione come un lavoro minuto. Abbiamo montato lo spettacolo in 12 giorni, quindi abbiamo fatto anche degli errori che poi abbiamo messo a punto nelle date a Prato. I nostri attori, dato il grande periacto, l’elemento scenico centrale che fa da perno mobile nel cosiddetto acquario, non vedevano quello che facevano gli altri. Seguendo il principio della multifinestra hopperiana, da una parte è inevitabile e corretto, dall’altra ci voleva tutta la loro intelligenza per fidarsi del percorso, delle traiettorie e dei parametri che avevamo discusso insieme, sapendo che in tempo reale avrei dato loro nuove indicazioni. Hanno avuto una memoria e una capacità di scrittura scenica formidabili. 

Noi, dall’altra parte, siamo stati concentrati come forse mai prima, perché ci rendevamo conto che questa meraviglia richiedeva tutto. Si percepiva il privilegio assoluto di questo organismo costruito da noi e dagli attori in scena in tempo reale che bisognava afferrare e guidare facendo però in modo di lasciarlo abbastanza libero perché crescesse, mutasse, si staccasse da terra.

Un processo creativo così dilatato, già di per sé lontano dalle logiche di sistema del teatro italiano per lo più in un momento di forte crisi come quello generato dalla pandemia ha comportato la costruzione di un processo produttivo ad hoc che ha coinvolto numerose realtà. Una nuova pratica di lavoro e un possibile modello di investimento economico?

Assolutamente sì, se le persone che compongono il nucleo originario del progetto – nel caso de Il Ministero della Solitudine mi riferisco a lacasadargilla come ensamble, a Marta Ciappina e Fabrizio Sinisi – sono state disposte a pagare un prezzo.
Pagare un prezzo significa avere pazienza, comprendere e far comprendere il lavoro, coinvolgere Teatri e compagni di strada perché comprendono il processo, perché veramente ti piacciono e non in maniera strumentale. 

ERTEmilia Romagna Teatri che ha capito veramente i bisogni di questo progetto e gli ha letteralmente dato forma; il Teatro di Roma che ci ha accompagnato anche in momenti difficili e ha messo a disposizione gli spazi del Teatro India per tutte le fasi intermedie; Carrozzerie N.O.T (dove Città Sola ha mosso i suoi primi passi) e ATCL – Circuito multidisciplinare del Lazio. 

Tutte realtà con cui abbiamo attraversato la meravigliosa fatica della condivisione. Delle volte un artista vorrebbe solo stare nella propria stanza, e lavorare senza dare conto a nessuno. Il che è certo giusto ma si perde l’occasione di un incontro, di quella commistione di teste e anime che rende il lavoro teatrale ciò che è. La qualità delle tue domande, ad esempio, mi rende più intelligente. Una eventuale scarsa qualità intorno richiede di essere intelligenti abbastanza da cavarcela, mentre la permeabilità costante a cui è stato costretto questo progetto ci ha resi più lucidi.

Come lacasadargilla abbiamo deciso di non pagarci o di associare delle repliche di altri lavori per investire poi ne Il Ministero della Solitudine. Se non avessimo voluto investire una lira, questo progetto non si sarebbe potuto fare. Con questo non voglio assolutamente dire di essere Santa Maria Goretti; sto solo dicendo che per realizzare una cosa come Il Ministero della Solitudine occorrono alleanze, investimenti, conversazioni, lealtà, c’è bisogno di fare rete. 
Secondo me è in certo modo una modalità nuova, che andrebbe migliorata, messa a sistema, e attiene anche a quanto i teatri riescano a forzare i tempi, i modi per allearsi e aprirsi. La rete dei teatri e degli spazi teatrali è anche questo. 

Quale futuro per Il Ministero della Solitudine? Quando può dirsi concluso un lavoro di ricerca in cui l’apporto di ogni componente del gruppo è mutevole come mutevole è la sua stessa condizione? Insomma, il Ministero della Solitudine deve chiudere o deve rimanere aperto?

Il Ministero della Solitudine è aperto. Giocandoci: al di là del fatto che sia ancora aperto quello inglese che è meravigliosamente e drammaticamente fallimentare, Il Ministero della Solitudine come nodo di riflessione, come spettacolo, ci sfugge di mano. A volte li odio quei cinque (gli interpreti ndr), perché continuano nel lavorio, ma non posso negare che lo stia facendo anche Alessandro. Abbiamo cambiato già molte cose che non erano risolte e questo accade anche perché, mentre nella giovinezza cambiare significa non essere mai soddisfatti di sé stessi, quando si è un più maturi significa sapere quando fermarsi. 

Come dici giustamente anche tu, questo accade perché attiene alle vite. Niente di personale, perché quello sarebbe un arrotolamento, ma il processo è tutto delle e nelle persone che continuano a riflettere. Se c’è una ragione per cui abbiamo scelto questi compagni di viaggio e pochi altri, è proprio perché procedono inesorabili in un lavorio. So che posso distrarmi. In questi lunghi due anni ho avuto periodi, anche per ragioni personali, in cui non ero tanto in forma e loro continuavano il brulichio. Che bello!

Provando a tirare le fila dei discorsi fatti, ti andrebbe di parlarmi dei progetti in arrivo de lacasadargilla?

Partirei dalla tua domanda su dove si inscrive Il Ministero della Solitudine nel percorso de lacasadargilla.
Desideriamo sempre alternare la relazione con testi strutturati e preesistenti, che ci convincono per motivi molto precisi, e testi originali. Non è esattamente vero che abbiamo un’inclinazione solo per il teatro anglosassone. La verità è che il teatro anglosassone produce così tanti testi che è inevitabile raccoglierne alcuni che ti cambiano la vita, che danno parole e strutture a quello che stavi cercando. 

Non hai idea di quanto siamo sorpresi e felici dell’accoglienza che ha ricevuto Il Ministero della Solitudine. Il punto a cui siamo arrivati con Il Ministero della sSolitudine forse ci permetterà di continuare a fare ciò che vogliamo, ovvero alternare scritture originali a testi perché gli uni informano gli altri: la scrittura originale insegna al regista a lavorare in maniera radicale, a dargli quattro dimensioni, perché il testo insegna alla scrittura originale a scriversi ancora meglio, a sapere cosa vuoi e cosa non vuoi. Si tratta di un dialogo. Non potrebbe esistere una cosa senza l’altra, e finalmente possiamo dirlo a cuore più leggero. Ci sono voluti 15 anni. Ma prima non eravamo pronti. 

A proposito del gioco che stavamo facendo io e te “lo chiudiamo questo Ministero della Solitudine?”, intanto non si chiude perché non vuole essere chiuso, ma c’è anche il privilegio di sapere che quando lavori in un ensamble, quando non riesci a ‘tirare la carretta’ per ragioni tue, lo fanno gli altri, innanzitutto lo fa l’altro co-regista. Ecco che torna la nominalità, che impone a chi guida una responsabilità più che un privilegio. 

È il caso di Anatomia di un suicidio di Alice Birch, testo incontrato prima della decisione di realizzare Il Ministero della Solitudine, mentre però cresceva in noi il desiderio di lavorare su una scrittura originale. Lo abbiamo letto, ci ha folgorato, ce lo ha dato Margherita Mauro, che ci conosce molto bene avendo tradotto When the Rain Stops Falling e con cui collaboriamo da anni, ed era chiaro che ci stesse aspettando. La compagnia ha comprato i diritti – sempre a proposito di politica e processi – perché nessuno possa imporci come, con chi e quando farlo.
Abbiamo lasciato il testo lì, dormiente, intanto Margherita Mauro ne ha fatto una prima traduzione che abbiamo pagato con i soldi della compagnia – che sono personali perché noi non partecipiamo al FUS per scelta – perché sapevamo che prima bisognava andare verso Il Ministero della Solitudine

Anatomia di un suicidio è un testo mirabolante, scritto come una partitura di musica contemporanea, con tre storie messe in scena in modo sincretico pur appartenendo a una linea temporale successiva. Birch scrive facendoci vedere tre donne sulla scena: una ispira la sigaretta, una chiude il telefono e l’altra dice “ciao”, ma sono in tre situazioni diverse di cui via via capiremo il rapporto diacronico. Una madre, una figlia e una nipote, tre donne in tre momenti storici diversi: fine anni ’70, fine anni ’90, e 2040. Queste tre donne, madri e mogli, le prime due, nipote l’ultima, con una vocazione al suicidio, nel senso alto e numinoso di Virginia Wolf. 

Un bellissimo, luminoso testo sul diritto a farsi fuori, sul diritto a non riuscire a essere. La domanda è anche come ci orientiamo nel mondo a prescindere da ciò che ci richiede, è come diamo senso al mondo, e qui c’è lo scandalo del suicidio. Questo progetto debutterà a febbraio al Piccolo Teatro di Milano, ed è, per ragioni legate alla pandemia, molto prossimo temporalmente a Il Ministero della Solitudine. Io, c’è poco da fare, sono monogama. Allora ha tirato la carretta Alessandro durante la tournée di When the rain stops falling e incredibilmente è il primo che ha scelto questo testo ed è un testo al femminile. Alessandro ne lacasadargilla è l’unico uomo e coabita con altre tre donne. È un uomo che conosce profondamente la linea femminile e conosce le pieghe tragiche, meravigliose, fragili dell’antropologia al maschile. 

A luglio abbiamo deciso di fare un prologo del lavoro, una settimana di lettura fuori produzione, seppure al Piccolo Teatro di Milano, con tutto il gruppo. Questa è l’altra cosa che fa lacasadargilla: non partiamo il giorno uno della produzione, quale essa sia, c’è bisogno che si innesti un’animella luminosa ben prima e ben oltre il lavoro delle prove in senso stretto. Oltre ai nostri compagni di viaggio, ci sono altri attori e attrici che abbiamo voluto fortemente, sono 11 attori e una bambina. Durante quella settimana si sono conosciuti, hanno fatto un patto tra di loro. 

Anatomia di un suicidio ha in comune con i testi che ci affascinano questa sincronia: il brulichio della vita che accade. La vita ci parla sempre. È un grande affresco esteso nel tempo, riguarda la posizione della donna nelle società occidentali ma anche dei personaggi maschili che portano questioni strazianti, malgrado loro stessi. Riguarda il generare, come genero, se si tratta di generare figli o altro se non voglio e non posso generare figli. 

Se ci penso ci sono direttori che hanno saputo intercettarci come ensemble e farci crescere. Claudio Longhi ha saputo conversare con noi lungo una strada anche accidentata. Ci sono direttori che non chiedono e direttori che chiedono a fondo, anche Massimiliano Civica è così. Ci è stato chiesto cosa volessimo davvero fare, non ci è mai stato detto di pensare a cosa convenisse fare. Se in questo momento siamo in teatri grandi è perché c’è un collegamento riflessivo e produttivo tra ERT, il Teatro di Roma, il MET e il Piccolo Teatro di Milano.

Per farti un esempio di questa progettualità espansa che dobbiamo anche al dialogo con le strutture che ho appena citato: Il Ministero della Solitudine è prodotto da ERT, Teatro di Roma e il Teatro Metastasio; Anatomia di un suicidio dal Piccolo ma è nata come produzione anche durante le conversazioni a ERT con Claudio Longhi; Città Sola è un progetto atipico, realizzato per il Piccolo Teatro in forma di podcast ma che porteremo dal vivo a Roma all’Angelo Mai. Ma il Teatro di Roma è stato uno dei motori originari di Citta Sola ed ERT lo accompagna informalmente dato che Città sola e Il Ministero si potrebbe dire siano quasi un dittico.
Quindi ecco l’architettura che si è composta piano piano, in quattro anni.

Città Sola – lacasadargilla

Città sola è il podcast di un romanzo formidabile di Olivia Laing. L’innesco che determina la trama è lei che, trasferitasi per amore, viene lasciata e nel 2000 si ritrova da sola a New York. La sua è una biografia particolarissima che si scrive e scrive la sua relazione con la città. Qui comincia a riflettere sulla solitudine, attraverso le storie di 7 inquilini, 7 artisti che vanno da Hopper a Warhol, su come l’arte ricuce e ripara tutte le nostre biografie, individuali e collettive.
Su richiesta del Piccolo e di Longhi questo è diventato un progetto particolare: Fabrizio Sinisi ha fatto un adattamento in 7 capitoli come i 7 inquilini. Il podcast è scaricabile con un QR code, con le puntate che possono essere ascoltate tutte insieme o seguendo diversi percorsi immaginati da Maddalena Parise e Fabrizio Sinisi tra le vie di Milano. 

Roma non era adatta, è una città diffusa, non è esattamente urbana, quindi abbiamo scelto Milano. Fabrizio Sinisi ha inventato una meditazione milanese che desse dei suggerimenti, mentre Maddalena Parise costruiva appunto le mappe, percorsi ‘suggeriti’ che non dovevano necessariamente essere seguiti. I rumori della città entrano dentro Città sola di Olivia Laing. Il progetto sarà tutte le mattine del fine settimana al Piccolo Teatro fino a maggio. Il pubblico ascolta la meditazione dei nostri attori, scarica il podcast e ha 10 giorni di tempo per fare il percorso suggerito o che preferisce. 

Durante la presentazione di Everybody, l’ultimo libro di Olivia Laing, che si è tenuta qualche settimana fa nel chiostro del Piccolo Teatro per Book City, Maddalena Parise ha detto una cosa fondamentale: che il progetto di Claudio Longhi non è solo di portare la città a teatro ma anche di portare il teatro in città, di mettere in verifica tutte le forme possibili non teatrali in senso stretto, per farle deflagrare in quella che è davvero la città del presente. Questo è molto interno ai progetti di lacasadargilla ed è uno dei capitoli più importanti, come diceva Maddalena, dell’operato di Longhi.

A volte è anche disorientante questa strana cosa che è il fare teatro, apparentemente si salta da un progetto all’altro, da un teatro all’altro, da un luogo all’altro. Poi guardi le cose spianate di fronte a te come libri su un tavolo e capisci in che senso stanno in comunicazione, che alleanze si sono costruite, con i compagni di strada e con i Teatri, con le singole persone all’interno e fuori da un Teatro, con testi, temi, processi e pratiche. 
E in qualche modo si produce davanti agli occhi, per un attimo, una splendida cartografia

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