Carl, una ballata. Intervista alla regista Giulia Bartolini

Mag 6, 2019

Cosa potrebbe significare per una donna o un uomo vivere la propria vita in funzione di un ruolo, una condizione o un lavoro da svolgere in modo perenne? Come fosse un protocollo dove l’adesione avviene mediante una scelta formale e inderogabile. E se l’indipendenza, la via d’uscita, fosse solo un’illusione, una favola, un impulso della nostra mente per sopravvivere?

Carl, una ballata.

Carl, una ballata.

“C’era una volta un ragazzo che aveva perso tutto eppure voleva ricominciare…quel mondo lo trasformò, il tempo gli diede coraggio”.

Carl è un uomo che è stato giovane e, ancora prima, bambino. Il risultato della sua esperienza di vita e degli eventi sono le pagine di quello che Eric Berne, psichiatra canadese e padre dell’Analisi Transazionale, definisce come il copione. “Un piano di vita che si basa su una decisione presa nell’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”. Il copione della nostra vita è una scelta possibile, ma essendo collegato e unito alle prime esperienze della nostra infanzia, spesso lo viviamo come qualcosa di immutabile.

Carl, una ballata è l’opera prima di Giulia Bartolini, autrice del testo e regista dello spettacolo che è stato scritto un paio di anni fa ed è ritornato in scena al Teatro Vittoria di Roma, dove ha vinto l’edizione 2018 della rassegna “Salviamo i Talenti – Premio Attilio Corsini”. Durante il nostro incontro ci racconta che: ” È nato per caso. Per me la scrittura ha sempre funzionato così. A volte parto con un’idea precisa, però è raro che una storia nasca già pronta nella mia testa. È iniziato tutto con il monologo sulla noia che il personaggio dell’estraneo recita verso la fine. Lo avevo scritto perché probabilmente ero spaventata. Finita l’Accademia, le sensazioni che avevo erano quelle di non sapere che cosa mi aspettava dopo. Mi sono diplomata come attrice, ma in realtà volevo scrivere da sempre. Ho avuto un naturale tentennamento su cosa scegliere di fare. Un’incertezza che adesso non ho.

Mi diverte recitare, ma sono sicura che la mia strada sia questa. Il percorso da attrice è stato utilissimo per scrivere e per fare regia. In quel momento però poterlo metterlo da parte per me era come rinunciare a qualcosa. In questo testo ho messo dentro, probabilmente, tutta la mia paura di essere “mediocre” e quindi credo che Carl sia nato esattamente da questo, dal fatto che avevo bisogno di trovare una giustificazione. E io ho giustificato lui, il personaggio che avevo creato, ammettendo che non era sua la colpa di essere un uomo straordinario che aveva fatto solo le scelte sbagliate. Ho giustificato me stessa e mi sono detta che se un giorno mi fossi resa conto di essere diventata una persona artisticamente mediocre, come Carl avrei risposto che “non era colpa mia in quanto vivevo in un altro mondo.”

Cosa è successo dopo?

Lo spettacolo ha preso forma successivamente grazie al lavoro con gli attori. Luca (Carbone ndr) è stato il primo con cui ho parlato ed è uno dei pochi, l’unico che poteva fare questo personaggio. Mi ha detto di sì senza sapere nulla, contando solo sul fatto che noi avevamo fatto 3 anni di Accademia insieme. Giulia (Trippetta ndr) è entrata successivamente nel cast. Non ci conoscevamo, la stimavo tanto come attrice ma non avevamo avuto nessun tipo di rapporto, quindi la sua fiducia verso di me è stata incredibile. Non poteva sapere come sarebbe andata a finire e in più non mi conosceva come autrice.

Francesco (Cotroneo ndr) invece è arrivato più tardi. In realtà prima c’era un altro attore, con lo stesso nome. Più grande di età, tanto che all’inizio era il fratello maggiore di Carl, non un fratello minore. C’è stata l’unione giusta tra Luca, Giulia e Francesco e questo progetto è stato portato avanti grazie a loro, un gruppo che si è rivelato essere forte, professionale e con tanta umanità. Siamo attori completamente diversi, ma abbiamo lo stesso modo di pensare, di considerare il nostro lavoro, in leggerezza. Ci diciamo sempre che noi non stiamo salvando la vita di qualcuno come fanno i medici. Questo non significa sottovalutare quello che facciamo. Ci ricorda che abbiamo la fortuna di fare un mestiere meraviglioso e che se un giorno non lavoriamo bene per via della stanchezza, dell’emotività, perché una giornata è andata male non succede l’irreparabile, si può sempre recuperare.

Carl l’abbiamo costruito insieme imparando tante cose; è cambiato tante volte, cercando una chiave che per la maggior parte del pubblico potesse andare bene ed essere vicina a un immaginario, un pensiero, una poetica il più possibile condivisi.

Carl, una ballata.

È passato un anno dalla proclamazione come spettacolo vincitore della Decima edizione della rassegna “Salviamo i talenti – Premio Attilio Corsini” all’atteso ritorno come spettacolo in cartellone presso il teatro Vittoria. Che effetto ha fatto?

L’impressione e l’effetto sono decisamente buoni. La più grossa difficoltà diciamo che è stata quella di portare tante persone a teatro però, nonostante questo, nei primi due giorni abbiamo fatto 350 ingressi. Al debutto, i ragazzi erano agitati perché la platea è grande, l’effetto è sicuramente diverso. È andata molto bene ed è stata una replica tendente al comico. Essendoci tanta gente ha virato molto di più sul lato umoristico, forse ha perso po’ di profondità la parte finale.

La sera dopo invece c’era un pubblico più grande, un po’ meno “amico” forse, incline sia alle risate sia all’attenzione. Gli attori sono stati molto concentrati, si sono ascoltati ed è stato molto bello, il pubblico ha risposto molto bene. Il pubblico maturo ci ha fatto divertire molto, sono i meravigliosi abbonati del teatro Vittoria. Le circostanze di questa coppia di sposi un po’ annoiati ricordano, forse, la loro vita quotidiana e il loro menage.

Quella attuale è la quarta fase evolutiva dello spettacolo, quali sono state le trasformazioni artistiche e umane?

Da quando ho scritto il testo ci sono state dodici stesure con una linea narrativa simile, di cui ancora adesso l’ultima non è neanche quella definitiva. Sicuramente il testo è cambiato, si è evoluto è cambiato con gli attori. Più li ho conosciuti a fondo, più ho capito le loro potenzialità, quali erano i loro punti di forza. La mia scrittura è cambiata in relazione a loro e, secondo me, è la forza della drammaturgia che non ha la sceneggiatura e nemmeno la prosa ovvero la possibilità di cambiare in relazione a chi interpreta: se hai degli attori che sono creativi, che si fidano di te e tu di loro. Luca, Giulia e Francesco sono cambiati e io sono cambiata insieme al testo e con loro quindi è cambiato anche il modo di vedere la regia.

Dopo otto mesi ho ritrovato i miei attori molto più bravi, più fiduciosi, più precisi e puntuali. Mi ricordo il primo giorno che hanno eseguito la prima lettura e ora vedo che loro amano più di me questo spettacolo; ed è bellissimo vedere che ci credano e che invitino più persone di me.

Carl, una ballata.

Carl, una ballata.

In Carl, una ballata ci sono due livelli, Il reale e l’irreale. La rappresentazione realistica di grandi fobie: il misterioso sconosciuto, l’invasione del proprio spazio vitale, il fallimento lavorativo e personale. Tutto ciò viene inserito in un contesto immaginifico, una sorta di favola esistenziale. Qual è la tua riflessione e il tuo approfondimento?

Sono state aggiunte due o tre scene; la linea, la struttura, il significato, questo “contrasto” che c’è ed è alla base dello spettacolo sono rimasti. Lo abbiamo potenziato rendendolo il più chiaro possibile. La contrapposizione consiste nel senso di fallimento che prova Carl, è il modo in cui il personaggio si presenta: come un fallito. In realtà non lo è, ha semplicemente scelto di esserlo. A parte le mie paure per il futuro da cui è nato, la cosa che ho sempre voluto raccontare è che noi siamo in tutto e per tutto quello che scegliamo di essere. Siamo anche il prodotto dell’educazione e dell’istruzione, del luogo in cui viviamo, delle influenze esercitate su di noi dalle persone che ci amano o che ci odiano.

D’improvviso la scelta si palesa ed è sempre una cosa possibile. Può essere molto difficile, mai impossibile però. Carl è un personaggio che sceglie, per questo non è affatto debole. Ci sono decisioni, però, dalle quali rischia di non tornare indietro. Forse, per via di queste situazioni, lo spettacolo è anche un po’ pessimista.

Penso occorra non fare le scelte giuste, perché questo non lo sapremo mai in anticipo, ma scegliere. Questo atteggiamento di non accontentarsi può avere delle conseguenze così come succede a Carl. L’idea di fondo è che ogni persona possa empatizzare con lui.

Passare una vita a sentirsi dire di essere bravi in un mondo assurdo o straordinariamente pessimo e non riuscire mai a muoversi, a cambiare; o persino di essere quello che gli altri ti dicono di essere, nel modo in cui gli altri ti definiscono, mi rendo conto che è una cosa terrificante. È il mondo in cui viviamo, compreso quello artistico. Quando si cominciano a delimitare i confini di quello che sei, prima di toglierti di dosso una restrizione del genere ci vuole tanto tempo e tanta fatica.

A Carl succede esattamente questo, in una misura estremizzata. Per lui è l’essere bravo quello che non riesce a togliersi di dosso, in quel mondo fantastico. Non ce la fa perché non è più definito da sé stesso ma dagli altri. Paradossalmente, preferisce scegliere di essere un mediocre, l’opposto di quello che gli altri hanno stabilito per lui. In questo sono dalla parte di Carl anche se non riuscirà ad accettarlo, quel “non essere bravo”, perché alla fine poi lo devi essere davvero e lui non ce la farà ad essere un mediocre sapendo di essere altro.

La città, lo sfondo della storia di Carl, viene descritta come un luogo asfittico, un insieme di solitudini. In generale sono diventate dei posti dove non si raccontano più le favole ai bambini, gli adulti sono eterni adolescenti e i ragazzi diventano adulti troppo in fretta. Bisognerebbe allora cambiare il finale o trovare un nuovo inizio?
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Scenograficamente c’è un elemento importante. L’idea di fondo è molto vicina alla semplicità con cui un bambino fa un disegno o come, grazie all’immaginazione, fa diventare una scrivania una città o un telo blu un fiume.

C’è una relazione forte con un immaginario infantile perché Carl è anche una favola. Per ricominciare occorre radere al suolo. Trovare un nuovo finale non potrà mai essere qualcosa di definitivo perché l’umanità continuerà, anche senza di noi.

Quello che occorre, allora, secondo me è un secondo atto. Io non mi sento mai in diritto di dire “ripartiamo da zero, abbattiamo quello che c’è”. Modificare, cambiare il colore o forma, andare verso il futuro è un modo per non distruggere anche il bello che c’è nel nostro passato. Io penso che questo valga per ogni cosa: dalla città al nostro modo di vivere il lavoro, l’arte, il teatro.

Penso che il miglior modo per modificare lo stato delle cose sia di cambiare punto di vista, cambiare la finestra dalla quale guardiamo il mondo.

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