Calēre, la Romagna pasoliniana di Eugenio Sideri

Dic 10, 2022

Giunti a conclusione del 2022, anno delle celebrazioni del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, intervistiamo il regista ravennate Eugenio Sideri di Lady Godiva Teatro.
Nato nel 1968 e formatosi nell’ambito del Teatro delle Albe di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, una carriera trentennale di opere drammaturgiche molte delle quali dedicate al teatro politico della Resistenza e dei diritti civili, una profonda passione per Pasolini coronata, l’estate scorsa, dal debutto di CalēreTransitus animae, a Ravenna Festival

In romagnolo Calēre significa Sentieri, percorsi, strade che si scelgono o che si cercano, in un’epoca di passaggio, quella in cui è vissuta Pasolini, tra la civiltà contadina, ormai al tramonto, con la sua lingua parlata e la sua identità secolare e la fagocitante civiltà industriale dei consumi, che in pochi decenni travolge l’intera società occidentale.

Un omaggio al mondo così amato da Pasolini, soprattutto quello di Casarsa, della sua adolescenza. Dalle poesie in dialetto friulano all’adesione al partito comunista nel 1948, entrambe hanno qui la loro radice. “Diventai un marxista, in modo alquanto insolito. Come le ho detto, feci la scoperta oggettiva dei contadini friulani attraverso l’uso assolutamente soggettivo del loro dialetto. Nell’immediato dopoguerra i braccianti erano impegnati in una massiccia lotta contro i grandi proprietari terrieri del Friuli. Per la prima volta in vita mia, mi trovai, fisicamente, del tutto impreparato, e questo perché il mio antifascismo era puramente estetico e culturale, non politico. Per la prima volta mi trovai di fronte alla lotta di classe, e non ebbi esitazioni: mi schierai subito con i braccianti. I braccianti portavano sciarpe rosse al collo, e da quel momento abbracciai il comunismo, così, emotivamente. Poi lessi Marx e alcuni pensatori marxisti”.

Ed è sempre al mondo contadino e al vernacolo, questa volta dei romagnoli, che Sideri ha attinto per l’opera drammaturgica co-diretta con Gabriele Tesauri e interpretata da un promettente Carlo Giannelli Garavini nei panni del protagonista Ruben, studente universitario in conflitto con le figure parentali.
Anche se, precisa, “il mondo contadino, nella mia opera, lo ritroviamo ma, come dire, di conseguenza. La famiglia su cui ruota la vicenda è una famiglia cittadina e operaia, che proviene da una famiglia contadina. I nonni di Ruben – il figlio universitario, colui che più di tutti interpreta il verbo pasoliniano – erano contadini. Ora padre e madre, ma soprattutto il padre, sono alle prese con la gente nova dai subiti guadagni, per dirla con Dante. E con loro devono ogni giorno fare i conti. 

Il dramma nasce proprio dal non aver più quella base di valori e ideali che potevano ritrovarsi prima nel mondo contadino e poi nel mondo operario; a questi il disfacimento di una certa classe politica e, più che altro, un nuovo che avanza, a volte senza basi, o comunque senza più quegli ideali che lo avvolgevano e fondavano. Evoluzione non significa sempre progresso, diceva Pasolini nelle Lettere Luterane, e io lo faccio ripetere a Ruben, che critica il nuovo secolo, cercando una calēra, una strada su cui fondare il proprio cammino, la propria crescita, il futuro.

Come è nata e come hai sviluppato Calēre?

Quando la direzione artistica del Festival mi ha contattato, ancora non si sapeva (o almeno io non sapevo) che sarebbe stato dedicato a P.P.Pasolini. Venni invitato, nell’estate del ’21, a partecipare alla successiva edizione del Festival, quella appunto del 2022. Mi chiesero di partecipare con uno spettacolo, senza alcuna altra condizione, aggiungendo che lo avrebbero prodotto. Io avevo nel cassetto gli appunti di un vecchio copione, abbozzato e non concluso, che da tempo pensavo di riprendere e portare a termine. E così mi sono messo a scrivere. 

Inizialmente ho individuato i personaggi e un abbozzo generale di trama: avevo un elenco delle scene e di quello che, in ogni scena, sarebbe successo. Poi gli ambienti in cui si sarebbero svolte le situazioni (che, durante le prove, circa un anno dopo, si ridussero ad un unico e fondamentale ambiente). Da lì facevo parlare i personaggi. E poi avevo un finale, che ritenevo sospeso, non definitivo: durante una prima lettura a Gabriele (Tesauri, il co-regista), fu proprio lui a travolgermi di entusiasmo e a convincermi che il testo, e quel finale, per il momento andavano bene. Mesi dopo trovammo, poi, insieme, le parole giuste per definirlo nella stesura definitiva.

Ho finito di scrivere la prima stesura del copione a fine estate, e avevo pensato ad una dedica, proprio da inserire nel sottotitolo: Calēre, Transitus animae, dedicato ai 100 anni di P.P.Pasolini. Qualche mese dopo il Festival uscì con il titolo della nuova edizione del ’22, “Tra la carne e il cielo”, dedicato proprio a Pasolini! Ero felicissimo!

Perché hai scelto di filtrare il pensiero di Pasolini attraverso una vicenda familiare? Ci sono elementi autobiografici in Ruben?

Ho scelto alcune considerazioni, che trovo profetiche ed attuali, del pensiero pasoliniano, per attraversare il nostro tempo, proprio perché trovo che siano ancora valide. Tremendamente valide. Scrutare il suo pensiero, guardarsi anche indietro, ci deve servire per analizzare il presente e provare a immaginare il futuro. È venuto naturale individuare nella famiglia, in quanto è uno dei nuclei che ci rappresenta tutti, ieri e oggi, uno dei motori della mia storia. È dalla famiglia che partono amori ed ardori, colpe e meriti. Ho sempre ricordato che “i figli pagano le colpe dei padri”. Lo diceva la tragedia greca, lo ripeteva Pasolini. Per me è sempre stato un pensiero che mi ha attraversato. 

Da qui la nascita dei personaggi della famiglia Venturi (un cognome di fantasia) e di Ruben, che forse un po’ di me ce l’ha. Ma in realtà anche Iole, la madre e Budulizi, il padre, hanno qualcosa di me. In ognuno di loro ho messo tesi ed antitesi della mia vita e del mio pensiero, senza dimenticare mai di provare a dare a quei pensieri, una forma oggettiva. Dal personale, dall’individuale, dal familiare, al generale.  Cercavo la voce della difficoltà tra i due secoli in cui sono cresciuto (e sto avanzando). Le macerie che sono state lasciate e il ricordo dei monumenti che erano. Parlo di valori, di idee e ideali, di politica fatta –così almeno un po’ sembrava –  per la gente.

Non volevo, e non voglio, pensare a Calēre come ad uno spettacolo pasoliniano, in quanto non lo è. Così come Ruben, e la sua famiglia, non sono io e nemmeno la mia famiglia. C’è una storia, dei personaggi, e delle idee che vengono espresse, nella fantasia creativa che li muove. Vorrei che lo spettatore, magari, possa trovarsi in alcuni dei personaggi e delle vicende. Un po’ come nel modello del grande Eduardo, che sempre guardo con stupore e ammirazione.

P.P.P. insisteva sull’importanza di mantenere vivo il rapporto con il dialetto e con la lingua parlata “che sgorga dalla terra e appartiene agli ultimi”. Anche tu, nelle tue opere usi molto il vernacolo. Come hai sviluppato negli anni questo rapporto tra teatro e lingua parlata?

Il rapporto con la mia terra, la Romagna, è il rapporto con le mie radici. Senza radici nessun albero cresce. L’uso del dialetto, a volte, mi permette di avere la battura secca, senza mediazioni, come una ferita, o una sorgente, che zampilla immediatamente. E’ una lingua mai di comodo, ma legata a un pensiero e a uno stare che, come ho detto prima, sta cambiando. E’ un tempo e una generazione che ormai non c’è più, e con essa valori e ideali che stanno faticando a trasformarsi e a trovare una collocazione nel nuovo presente.

Quando, nei primi anni di università, ho scoperto il Teatro delle Albe e la poesia di Nevio Spadoni, mi si è ri-aperto un mondo: le mie radici, in campagna, e con loro l’uso del dialetto, sono immediatamente tornate a vivere. Prima le avevo sopite, quasi vergognandomi dell’uso del dialetto. Poi ho scoperto che potevano essere portatrici di bellezza nel verso poetico e teatrale.

La tua Romagna pasoliniana è quella del mondo contadino al tramonto ma si parla anche di lotte sindacali e di movimenti operai.  Hai fatto delle ricerche, hai raccolto le testimonianze di familiari, letto testi, quali, insomma le fonti?

Le fonti… le persone che ho incontrato nella mia vita sono state le fonti…a partire dai miei genitori, passando per i miei nonni, fondamentali…e poi la mia esperienza politica giovanile, gli incontri con uomini e donne che mi hanno raccontato le loro storie in questi anni…e poi i partigiani, le staffette…e l’università, e la poesia, e la letteratura… Non posso dire che ci sia stato un libro o una persona in particolare a segnare questo lavoro, ma gli incontri della mia vita, le mie letture, gli amori, il cinema, gli amici e i nemici.

Le calēre cosa sono e cosa rappresentano nell’opera e perché le hai scelte per dare il titolo?

Letteralmente la calēra è il viottolo, il sentiero che vediamo tra i campi. Generalmente è realizzato sui due solchi che, a forza di passarci sopra, sono prodotti dalle ruote dei mezzi, siano i trattori che i mezzi agricoli o, a volte le auto. Sentieri che ci permettono di passare da una coltivazione all’altra, piccole strade che attraversano il lavoro (agricolo) e ci conducono nelle distese rettangolari dei campi della Romagna.

Sentieri, dunque, percorsi, che ognuno di noi ha, o cerca. Calēre quindi come a indicare la via che cerchiamo, quel passaggio che permette agli uomini di camminare nella vita. Non a caso il sottotitolo è, appunto, transitus animae. Passaggio di anime.

Cosa puoi raccontare a proposito della scenografia e delle musiche?

La scena ha trovato un disegno molto tardi. Avevamo in mente un certo tipo di situazione, che durante le prove si è trasformata. Diciamo che la scena ha trovato la sua giusta dimensione, e rappresentazione scenografica, lentamente. Era chiara l’idea di cosa si voleva rappresentasse, ma solo verso la fine abbiamo realizzato il come  dovesse essere rappresentata. Per le musiche, invece, le idee che avevo erano abbastanza chiare: volevo un coro che cantasse dal vivo, presente ma non invadente. Avevo chiari i momenti in cui inserirlo e sull’intento che doveva avere. 

Volevo un coro greco, un coro che cantasse sottolineando e commentando la vicenda. Ne ho parlato fin da subito con Elisabetta Agostini (con cui da tempo collaboriamo), che ha immediatamente capito facendomi proposte concrete di brani. Da lì, poi, il gioco a trovare l’inserimento nella drammaturgia della scena, il passo è stato breve.

Lo spettacolo è stato prodotto oltre che da Ravenna Festival anche da Nove Teatro di Novellara. Come è nata questa collaborazione e che cosa puoi raccontare di questa esperienza e se ce ne saranno altre in futuro?

La collaborazione con NoveTeatro nasce dall’amicizia e dalla collaborazione con Gabriele Tesauri, co-regista di Calēre. Finisce per A e 44, entrambi con Patrizia Bollini, e poi anche Orazione epica, sono stati miei testi dove Tesauri ha firmato la regia, o comunque collaborato alla realizzazione. Ci conosciamo e lavoriamo insieme, ormai, da quasi 20 anni. 

Gabriele ed io lavoriamo in grande sintonia, di intenti e di regia. Riusciamo a compensarci senza, assolutamente, prevaricarci. È stato un passaggio quasi naturale quello di individuare una collaborazione con il centro teatrale in cui lui condivide la direzione artistica. Hanno immediatamente creduto nel progetto e sono stati davvero bravi non solo nel costruire una forte struttura organizzativa, ma pure nel promuoverla.

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