Bidibibodibiboo di Francesco Alberici: elogio del fallimento

Apr 15, 2026

C’è un momento in Bidibibodibiboo in cui capisci che lo spettacolo non ti salverà, non ti consolerà, non ti darà ragione. 
Quella di Francesco Alberici è una drammaturgia che lavora per svelamento, come gli scatoloni disseminati sul palco vuoto e che, scena dopo scena, rivelano quella cucina anni Cinquanta – tavolo di formica, lavandino, caldaia – realizzata da Maurizio Cattelan nel 1996 (per la sua omonima installazione) dove uno scoiattolo tassidermizzato giaceva sul tavolo con una pistola ai propri piedi.

Bidibibodibiboo, infatti, è uno spettacolo che può essere raccontato in tanti modi.
Potrei raccontare di come Pietro, dopo una laurea in statistica, sia stato assunto in una grande multinazionale con un contratto a tempo indeterminato. Un ambiente in cui si incoraggiano i dipendenti ad avere il giusto equilibrio tra vita privata e lavoro, dove l’importante non è il monte ore giornaliero ma il raggiungimento di obiettivi. Un luogo dove si fanno gare per motivare i dipendenti, per dimostrare quanto si sia riconoscenti all’azienda, quanto si sia interessati a farla crescere. Ma se poi quegli obiettivi irraggiungibili non vengono portati a termine, o non si ride abbastanza fragorosamente alle battute del proprio capo, si deve subire un periodo in cui si è costantemente sotto osservazione.

Esiste un tecnicismo per il comportamento di queste aziende – che, ogni anno, devono licenziare l’11% del proprio personale per garantire freschezza e motivazione al team – ed è mobbing. E allora che fare? Pietro si consulta con un avvocato, perché la dermatite, la psoriasi, l’improvviso aumento di peso sono diventati un prezzo troppo alto da pagare per un posto di lavoro. Ma Pietro non può fare nulla: il licenziamento avviene comunque, perché lui è solo contro una grande multinazionale, e questo, più che come un’ingiustizia, viene percepito come la normalità.

Potrei, allora, raccontare dell’incomunicabilità. Non solo quella concreta, in quanto Daniele – il fratello di Pietro che qui è lo stesso Alberici (autore e regista dello spettacolo) – non può rivelare il vero nome della multinazionale, né il ruolo del fratello nell’azienda, per non rischiare ritorsioni legali. Ma anche l’incapacità di Pietro di raccontare alla propria compagna e alla propria famiglia ciò che stava vivendo sul posto di lavoro. L’accettare, in un primo momento, che la storia venisse raccontata a un pubblico, e poi la convinzione crescente che fosse qualcosa di troppo complesso per essere davvero restituito. La paura di essere ridotto a vittima degli eventi, a qualcuno che non era stato in grado di opporsi o di reggere pressioni con cui tanti altri convivono ogni giorno. E la paura, ancora più difficile da ammettere, che alla fine quel licenziamento fosse stato anche un bene, una liberazione da un lavoro mai davvero desiderato, scelto solo perché considerato giusto, qualcosa di sicuro.

Potrei raccontare del “lavoro sicuro”: la laurea in economia, in legge, nelle materie stem. Quello che spesso si sceglie non perché lo si desidera, ma perché sembra una garanzia. Pietro aveva un talento straordinario per il pianoforte, eppure ha scelto di non provarci. L’avvocato che lo assiste, in gioventù, suonava la batteria in una band. Daniele stesso, prima di dedicarsi al teatro, ha completato gli studi in economia politica. E poi c’è la madre. Quella di Pietro e Daniele, che per i propri figli voleva solo un porto sicuro – al punto che quell’idea era diventata un’ossessione, un obbligo. E allora la paura di rivelarle di aver fallito proprio in quel lavoro che doveva essere una garanzia diventa logorante.

Potrei raccontare della paura di fallire: il primo motore immobile, una pressione sociale inculcata fin da quando siamo piccoli. La stessa paura che ha spinto Daniele a mollare il pianoforte, perché, anche se gli piaceva, il fratello era più bravo di lui, e questo bastava a rendere inutile portare avanti quella passione. La stessa paura che impedisce di provare a realizzare i propri sogni, perché è meglio che restino rimpianti, vagheggi di qualcosa che avrebbe potuto essere, piuttosto che provarci e fallire.

Alla fine, se volessi scendere nei tecnicismi, potrei raccontare di una drammaturgia solida nei suoi ritmi e nei suoi processi di svelamento, capace di intrecciare tutti questi piani di lettura. Potrei dirvi che questo spettacolo potrebbe essere visto almeno cinque volte scegliendo ogni volta una diversa chiave interpretativa, e avrebbe comunque un senso compiuto. È uno spettacolo che non assolve, né propone soluzioni. Presenta un fatto, lo disseziona, lo rovescia, lo decostruisce. Ne mette in luce tutti i paradossi, le contraddizioni e mette in discussione lo stesso teatro. 

Voglio, allora, raccontare del metateatro e del rapporto tra teatro e verità. Di come i personaggi escano continuamente dai propri ruoli, passando da una storia all’altra, da una situazione narrata ad una vissuta, dal passato al presente. Un meccanismo che per quanto articolato funziona alla perfezione, grazie alle interpretazioni di Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi – tutti misurati, con le giuste sfumature e progressioni, perfettamente coerenti con ogni ruolo che sono chiamati a sostenere.

All’inizio è Alberici a raccontare la storia di Pietro rivolgendosi direttamente al pubblico, e al tempo stesso a interpretarlo, affidando a un altro performer il proprio ruolo di fratello-narratore. La rievocazione delle discussioni tra i due fratelli, con la madre, con l’azienda, con l’avvocato, svela progressivamente il meccanismo teatrale, finché, in un terzo momento, arriva il “vero Pietro” a interrompere le prove prima del debutto. Qui Alberici, tornato sé stesso, si confronta col fratello, che non vuole più che la sua storia venga messa in scena, e nel farlo rivela come nella carriera di attore si applichino le stesse dinamiche che nell’azienda.

È qui che lo spettacolo smette di parlare del lavoro e comincia a parlare di sé stesso: perché Daniele vuole raccontare la storia di suo fratello? Per denunciare un sistema oppressivo o per sentirsi migliore grazie a una denuncia sociale fatta, però, sulla pelle di qualcun altro? È giusto che un artista – per quanto nobile sia il suo intento – esponga la vita di un’altra persona al pubblico? Dal momento che Pietro non vuole cedere, Daniele svela che per lui la posta in gioco ormai è troppo alta. Non si tratta più di denunciare un’ingiustizia, in ballo c’è la sua carriera. Se lo spettacolo non dovesse venir messo in scena perderebbe di credibilità come regista, perderebbe terreno in un ambito intrinsecamente precario e competitivo. 

Alberici riconosce quello che troppo spesso avviene nel “teatro impegnato”: molti spettacoli propongono una denuncia sociale, ottengono l’approvazione di un pubblico che già la pensa così, confermano un’identità, producono applausi. Non si chiedono mai se si stia producendo qualcosa di concreto per chi quella storia la ha vissuta davvero, o se si stia semplicemente trasformando l’esperienza di qualcun altro in capitale simbolico per gli artisti. Alberici lo capisce e lo mette in scena, lo problematizza. Ma essere coscienti di fare una cosa non significa smettere di farla. Lo spettacolo è comunque andato in scena, Pietro ha comunque prestato la sua storia, il pubblico ha comunque applaudito. L’autoconsapevolezza ha reso tutto più onesto, ma non ha prodotto un’uscita. Forse è questo il fallimento più lucido del lavoro: non aver trovato una soluzione, non essersene fatta una colpa. Restare nella domanda senza la consolazione di una risposta. 

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