Barry Lyndon, il creatore di sogni. Intervista al regista Giancarlo Sepe

Ott 28, 2018

Fino al 4 novembre, al Teatro Argentina, Giancarlo Sepe, maestro dell’avanguardia italiana anni Settanta, protagonista della stagione delle “cantine” romane, porta in scena Barry Lyndon – Il creatore di sogni, trasposizione del romanzo di William Makepeace Thackeray, dal quale Stanley Kubrick ha tratto uno dei suoi capolavori.

Una lezione “sull’arte della vita”, prendendo a pretesto il protagonista dell’opera che, da povero a ricco aristocratico, subisce la scalata sociale alle soglie della Rivoluzione Francese. Dal romanzo alla trasposizione teatrale, Giancarlo Sepe agguanta le emozioni dal film del 1975 di Kubrick e le situazioni dall’opera picaresca di Thackeray, dirigendo dodici attori nella favola nera di Redmond Barry. Lo spettacolo si districa fra duelli, incontri furtivi, fughe e giochi di potere, per parlarci di giustizia e di ingiustizia, di sacro e di profano.

Raggiunto da Theatron 2.0, il regista Giancarlo Sepe si offre per una breve ma densa intervista.

A partire dal dato letterario, quali sono stati gli aspetti più rilevanti del romanzo che ha voluto trasporre teatralmente?

Il romanzo non lo conoscevo, solo quando ho visto il film di Kubrick nel 1975 ho saputo dell’esistenza de Le memorie di Barry Lyndon. Di Thackeray conoscevo La fiera della vanità ma non conoscevo altro. Appena cinque anni fa, dopo aver visto nuovamente il film, ho letto il romanzo con grande curiosità. Ho notato che all’interno del libro vi era una caratteristica molto importante che Kubrick non aveva osservato: il cineasta gira il film narrando in terza persona, invece il romanzo è in prima persona.

Questa diversa prospettiva cambia totalmente la visuale del racconto perché Kubrick narra in terza persona di una storia conclusa con le aggettivazioni che merita quella storia. Mentre nel romanzo, essendo il dicitore il protagonista stesso, è chiaro che, ascoltando in prima persona Barry Lyndon, sembrerebbe che lui non sia così colpevole perché ha dei momenti di grande empatia.

In ogni caso, resta in vigore il concetto che Barry Lyndon sia un personaggio mediocre e negativo, una persona che non ha un progetto di vita, imbucandosi nelle prime situazioni favorevoli che incontra senza sapere. Avere questa confessione in prima persona è stato l’elemento che mi ha indotto a pensare di metterlo in scena in teatro.

Per la messinscena, Barry Lyndon di Kubrick è un capolavoro, mentre il romanzo di Thackeray è un buon romanzo, ma non un capolavoro. Allora certe soluzione intuitive di Kubrick le ho adottate per denunciare la matrice – se non avessi visto il film, non avrei mai fatto Barry Lyndon, perché non sarei stato così incuriosito dal romanzo. Vedendo, invece, che certe cose nel romanzo erano più appetitose ho fatto molto passaggi dalla parte letteraria.

Quali sono gli elementi di continuità e quali di divergenza rispetto alla versione cinematografica di Kubrick?

Innanzitutto una cosa fondamentale che dà l’impronta a tutta la seconda parte del film di Kubrick: la conoscenza della Contessa di Lyndon. Nel film è una donna eterea, quasi trasparente, come sognante e invece non era né una donna eterea né una donna divina. Perché dice addirittura Thackeray: “Se voi vi aspettate che la Contessa di Lyndon abbia qualcosa di divino, non è così.È una donna di poche parole e di poco cuore che si fregia di una cultura che non ha. Non ama il primo figlio avuto dal marito Reginald, quindi è una donna fasulla e negativa a sua volta”.

Questo è un elemento di diversità fondamentale: una delle cose che sorprende di più il pubblico è sapere che non è l’eterea Marisa Berenson che nel film faceva la lady, non è quella angelicata che ha fremiti e tremiti, no è tutt’altro. Questa è una diversità fondamentale.

Dal punto di vista registico, qual è stato il lavoro affrontato con gli attori per la produzione dello spettacolo?

Come al solito, lavorando molto sulla musica, tutto passa attraverso una visione che è indotta dalla musica che ha una sua impulsività nel gesto attoriale ma dovuta all’ascolto della musica e alle varie funzioni che la stessa assolve. Come del resto, nei film di Kubrick. Anzi quest’ultimo è stato uno dei pochi, se non il solo, che abbia corredato tutti i suoi film con una colonna sonora straordinaria che era propedeutica all’immagine e alla drammaturgia parlata.

Direi che questa è una mia caratteristica, nel senso di trattare tutto attraverso la musica e di contestualizzare la musica nell’accezione drammaturgica, non decorativa, né interlocutoria ma necessaria come se fossero tutte parole, situazioni che si creano. È un lavoro che porta via mesi e mesi, non un lavoro semplice.

Rispetto ai contenuti dello spettacolo, quali sono gli elementi di richiamo alla nostra contemporaneità?

Penso che le cose, nel momento in cui vengono fatte, risentano di una contemporaneità. In questo caso, parlando di una persona che millanta un’ascendenza e un censo che non ha, che bara al gioco, che prende lezioni di scherma perché a quei tempi le dispute si risolvevano tramite il duello, non dal fatto che si avesse ragione. Per tutte queste ragioni è inevitabile che questo spettacolo abbia a che fare con l’oggi.

C’è semmai una profonda misoginia in Barry Lyndon, e forse anche in Thackeray, scrittore satirico, che non amava molto il modo di essere femminile, molto differente dal modo in cui l’ha rappresentato Kubrick nel suo film. In realtà sono donne che pensano a tradire, agli amori rubati, a collezionare una serie d’incontri che le ripaghino dall’avere un marito anziano. Insomma, mi sembra che ce ne sia per tutti i gusti.

Parlando della nostra contemporaneità: dopo le dimissioni di Calbi, cosa si augura per il Teatro di Roma?

Innanzitutto Calbi è stato colui che ha voluto co-produrre il nostro Barry Lyndon, per questo ci tengo a ringraziarlo. Penso che il teatro debba avere la sua fisionomia a favore di una riconoscibilità del teatro stesso. Per esempio, nel caso del Teatro La Comunità, lo spettatore già sa dove va e conosce le modalità di un certo teatro. Gestire un teatro e avere poco spazio di tempo per far conoscere il prodotto perché ci sono molti spettacolo è un problema; l’altro problema è di non avere una riconoscibilità artistica particolare.

Quando c’erano gli Stabili sapevo che dal Teatro Stabile di Genova dove c’erano Squarzina, Lionello ed Eros Pagni uscivano certi spettacoli, così come sapevo che al Piccolo c’era Strehler e così a Torino vi era Aldo Trionfo. Ognuno aveva una fisionomia riconoscibili. Bisogna, secondo me, che anche il Teatro di Roma abbia la propria fisionomia, al di là delle ospitalità alle compagnie straniere o a quelle di ricerca. È giusto che ci sia una molteplicità, ma non è giusto non dare una fisionomia singolare a questo teatro.

BARRY LYNDON
Il creatore di sogni

liberamente tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray
riduzione teatrale e regia Giancarlo Sepe

con Massimiliano Auci, Sonia Bertin,
Mauro Brentel Bernardi, Gisella Cesari, Silvia Como, Tatiana Dessi, Vladimir Randazzo,
Federica Stefanelli, Giovanni Tacchella, Guido Targetti, Gianmarco Vettori
e con Pino Tufillaro

scenografie e costumi Carlo De Marino
musiche a cura di Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team
luci Guido Pizzuti
foto Salvatore Pastore

Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro La Comunità

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