Barbe à Papa Teatro, esperienze di resistenza da Partinico all’Europa

Nov 20, 2022

Vivere in Italia e decidere di fare del teatro un mestiere è già di per sé una bella sfida. Se a questo si aggiunge far parte della precaria “Generazione Y” ed essere una compagnia emergente che si è formata un anno prima che iniziasse la pandemia, la bella sfida sembra diventare un’arrampicata scivolosa, una corsa controvento, una lotta ad armi impari. Un percorso talmente accidentato che se non fosse per la tenacia, la forza dell’unione e gli spiragli oltreconfine a rischiarare il cammino, sarebbe probabilmente già stato abbandonato. 

Questo è il succo molto concentrato di tante storie di giovani teatranti, e anche quella di Barbe à Papa Teatro – compagnia siciliana formata da Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati, Roberta Giordano e Claudio Zappalà – che ha fatto de L’arte della resistenza non soltanto l’ultimo spettacolo e capitolo conclusivo della trilogia sui Millennials, ma anche un modus (soprav)vivendi in questi tempi difficili. È infatti grazie a tante piccole azioni diffuse che sono ancora qui a raccontare – con le parole di Federica e Chiara – i loro progetti di creazione e scambio culturale: nel luogo altrettanto difficile che hanno scelto come base, Partinico, fino alle varie congiunzioni col resto del continente.

La lingua francese ha questa buffa metafora per definire lo zucchero filato: letteralmente, la “barba di papà”. Come mai, essendo tutti siciliani, avete scelto un nome francese per identificarvi e perché proprio questo?

Federica D’Amore: Barbe à Papa Teatro nasce da un innesto drammaturgico del nostro primo spettacolo Il coro di Babele, in cui Claudio dice che i ricordi sono buffi e leggeri come lo zucchero filato. Questo nome ci piaceva perché parla di noi, avendo in sé un’ambivalenza nel significato data dal fatto che lo zucchero non è solo dolce e leggero, ma se lo sciogli può diventare tagliente. La leggerezza che nasconde una pesantezza appartiene anche al nostro teatro, multiforme come i diversi linguaggi che lo caratterizzano.

Chiara Buzzone: Quanto alla lingua che abbiamo scelto, la motivazione risiede nel contatto molto stretto con la Francia che vediamo come un modello di rispetto verso le maestranze e di tutela nei confronti degli artisti, in particolare di quelli emergenti. Inoltre, un nostro desiderio – che abbiamo realizzato e realizzeremo ancora –  era quello di partecipare al Festival d’Avignon, dove la scorsa estate Barbe à Papa Teatro ha portato in scena Il coro di Babele. Sebbene fosse recitato in italiano con sottotitoli in francese, la fruizione non ha risentito del problema linguistico, riscuotendo anzi successo, proprio per la pluralità di linguaggi di cui parlavamo.

In cosa consiste questa multiformità che rende il vostro teatro così immediato?

F.D.A: I nostri spettacoli sono di prosa, di testo, ma portiamo anche l’aspetto performativo, termine col quale non ci riferiamo soltanto al teatro fisico –  che comunque ci è proprio ed è presente, venendo tutti da una formazione in quel campo –  piuttosto nel senso del linguaggio. Noi, per esempio, non utilizziamo dei personaggi, ma le nostre biografie; in scena ci chiamiamo coi nostri nomi e da qui costruiamo le drammaturgie.

C.B: Pescare dal nostro vissuto ha però il fine di riportarci a un’esperienza collettiva. Entrando nello specifico del nostro lavoro creativo, con l’ultimo spettacolo L’arte della resistenza, che ha debuttato da poco concludendo la trilogia, ci siamo aperti a studiare la nostra generazione, quella dei cosiddetti Millennials, capendo che il coro è molto più ampio di quello che pensavamo e apre tematiche che coinvolgono inevitabilmente anche le altre a noi limitrofe.

Possiamo rintracciare un sentimento comune e prevalente nei tre spettacoli?

F.D.A: La nostalgia, sicuramente: di un passato in cui non c’era la crisi economica, sanitaria, ambientale e un futuro non futuribile che oggi genera inevitabilmente angoscia. La nostra indagine, in particolare nel secondo spettacolo Mi ricordo, è volta a cercare la matrice dei nostri traumi, delle nostre ansie, dei nostri attacchi di panico, così comuni nella nostra generazione e ancor più in quella successiva. L’approccio che utilizziamo, però, non è mai eccessivamente intellettualistico o psicologico; al contrario, la drammaturgia si serve di elementi quali l’ironia, la pantomima,  che sono delle chiavi molto importanti nella nostra “cassetta degli attrezzi”…

C.B: …oppure il ritmo, l’elemento visivo e onirico in alcuni punti, perchè oltre a questo aspetto un po’ dark che stiamo descrivendo c’è anche quello del sogno e della speranza che precede la delusione delle aspettative: quest’ultima riguarda non soltanto, banalmente, i sentimenti, ma anche questioni più pragmatiche come quelle relative al lavoro o alle migrazioni. 

I tre spettacoli, inoltre, attraversando i tempi passato, presente e futuro, conducono a un’analisi profonda che si collega a una situazione collettiva, oserei dire universale; l’obiettivo è quello di costruire un rapporto onesto con lo spettatore per farlo sentire meno solo nelle proprie paure, attraverso un’esperienza condivisa e l’invito alla riflessione che ne consegue.

In quanto Generazione Y, che rapporto avete col tema della migrazione affrontato ne Il coro di Babele, operando sia in Sicilia che all’estero? 

C.B: L’esperienza de Il coro di Babele parte da laboratori di ricerca in cui abbiamo sciorinato questo tema partendo da una domanda: “dov’è, per te, casa?” Quando Claudio, il regista della compagnia, ce l’ha posta per la prima volta abbiamo avuto un attimo di esitazione. Io stessa ho vissuto all’estero, prima in Francia poi in Spagna, ma esistono anche altri tipi di migrazione entro i confini dell’Italia, indice di uno spostamento dalla casa di origine ad altri luoghi che vengono riconosciuti come tali. Per noi la Sicilia resta comunque la casa primordiale, il luogo in cui ci siamo incontrati non casualmente…

F.D.A: …ma ovviamente anche noi, come molti nostri amici che hanno seguito percorsi diversi, ci siamo ritrovati a vivere altrove, e spesso le comunità in cui ci siamo sentiti al sicuro sono diventate la nostra nuova famiglia, altro che quella “tradizionale”… Anche la nostra compagnia in fondo lo è: un’unione che va controcorrente rispetto all’individualismo imperante della società e ci ha permesso di non andare alla deriva in questi ultimi anni.

C.B: La Sicilia, però, pur rimanendo la nostra base, non è il luogo in cui tutti noi abitiamo, perché siamo ancora dei migranti alla ricerca di nuovi luoghi da chiamare a casa. Viceversa, vorremmo che la nostra regione diventasse un luogo accogliente e aperto alle migrazioni altrui.

Barbe à Papa Teatro

Per questo collaborate da alcuni anni con un’associazione molto attiva sul territorio: Partinico Solidale. Potete parlarci di questa esperienza?

F.D.A: Partinico, pur essendo un comune commissariato da anni e ad alta densità mafiosa, ha una bellissima storia, che è quella di Danilo Dolci, il “Gandhi italiano”, oltre ad essere il paese del nostro Totò (Galati ndr) grazie al quale abbiamo un contatto così forte con questo territorio. Dolci è la figura di riferimento alla quale ci ispiriamo, portatore di un meraviglioso modello di maieutica reciproca e di comunità fondata sui sogni e i bi-sogni degli abitanti, di cui i partinicesi hanno accolto l’eredità. Da tale esempio è nata anche l’associazione di promozione sociale Partinico Solidale con cui collaboriamo per portare avanti i nostri valori di compagnia legati al concetto di comunità partecipata: nel 2020, per esempio, abbiamo introdotto la materia teatro all’interno di un doposcuola popolare per contrastare l’abbandono scolastico e trovare nuove strategie per sopravvivere a un tempo funesto, sopperendo inoltre al bisogno di socialità in diversi ambiti, come quello riabilitativo o psicoterapico.

C.B: Ogni evento è sempre molto partecipato e ha determinato la creazione di una comunità fondata sull’ascolto dei bisogni e sull’aiuto reciproco a un livello paritario. Grazie alla forza di questo sodalizio, inoltre, porteremo a Partinico il Belgio e l’esperienza di diverse associazioni culturali europee e mediterranee, coinvolte in un nuovo progetto di più ampio respiro.

Di cosa si tratta?

C.B: È per l’appunto un grande progetto di cui mi sto occupando in prima persona nell’ambito del programma Europa Creativa: si tratta di realizzare una Casa Nomade delle Culture Euro-mediterranee (Maison nomade des cultures euro-méditerranéennes) che vede coinvolti sei Paesi partner: il Belgio, che ne è l’organizzatore, la Francia, la Germania, la  Grecia, la Tunisia e l’Italia con le rispettive associazioni culturali, tra cui proprio Partinico Solidale. A partire da marzo 2023, per una durata complessiva di 18 mesi, si organizzeranno attività laboratoriali, esposizioni, conferenze, costruendo un centro culturale itinerante che tappa per tappa si sposterà tra i vari Paesi, culminando con la rappresentazione di un unico grande spettacolo come risultante. Noi, in particolare, collaborando con Partinico Solidale, ospiteremo la compagnia belga dei Nouveaux Disparus occupandoci di attività inerenti al macro-tema delle migrazioni su cui verte il progetto. In generale, esse spazieranno dal teatro alla fotografia, dalla musica all’aspetto visivo e documentaristico, come nel caso della Germania. 

Visto l’argomento affrontato, la scelta dei territori non è affatto casuale, e punta l’attenzione su un’area di forte interesse, quella del Mediterraneo e di un mare attraversato dai migranti dove ancora oggi purtroppo si muore, aiutandoci ad ampliare lo sguardo su problemi che vanno il più possibile collettivizzati come chiave per affrontare il presente.

Anche l’idea di Ad Avignone col furgone, un progetto che al momento è rimasto in sospeso per via di questo più imminente al quale abbiamo dovuto dare la priorità, nasce allo scopo di vedere cosa accade intorno e come siamo visti al di fuori non in quanto italiani, ma in quanto esseri umani.

Quali altre necessità vi hanno spinto a realizzarlo?

F.D.A: La spinta internazionale è sempre presente perché ci accorgiamo che le porte in Italia sono tutte chiuse per un artista emergente che vuole fare questo mestiere. Anche noi, nonostante l’ampliamento delle nostre competenze e i diversi riconoscimenti ottenuti (per ultimo quello di aver vinto il bando di residenza Chiamata Offline del Ferrara Off grazie al quale abbiamo creato L’arte della resistenza), fatichiamo molto a trovare una porta aperta, e questa situazione genera un livore molto forte, presente inevitabilmente nei nostri spettacoli. Se dovessimo immaginarci solo nei confini dello stivale non so se avremmo tutto questo coraggio, e forse ci saremmo già dedicati a un altro mestiere come molti di noi sono costretti a fare.

Ad Avignone col furgone vuole dunque essere un’alternativa rispetto a questa chiusura e un modo per mettere in contatto realtà periferiche dove vogliamo portare il teatro: il fil rouge nella scelta delle tappe del viaggio è infatti lo spopolamento, e così come facciamo a Partinico, dove abbiamo tenuto, grazie a PASOL, laboratori di teatro nelle piazze di spaccio, vorremmo contaminare e far fiorire luoghi difficili e dimenticati, come fanno tante altre associazioni che anche prima di noi si sono insediate nei territori portando l’inimmaginabile.
C.B: Per noi è anche dare un’alternativa valida a chi vuole andare via, con queste piccole esperienze di resistenza basate sui valori che portiamo anche tra di noi, come amici ed esseri umani. L’obiettivo del nostro teatro è ancora più ampio: operare lì dove tutto manca per dare agli altri una ragione in più per restare, o per tornare.

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