Nella suggestiva atmosfera del Teatro Grande di Pompei, sito nel parco archeologico, il pubblico prende cautamente il proprio posto. È una sera calda d’estate, la luna fa lentamente la sua comparsa in cielo e dei fuochi d’artificio si scorgono al di là della collina in lontananza. Questi fanno da preambolo alla performance di Marcos Morau, premiato, nel 2023, come miglior coreografo dell’anno dalla rivista tedesca TANZ. Direttore artistico della compagnia La Veronal di Barcellona, presente alla Biennale Danza 2025, Marcos Morau è un coreografo che ricerca un lavoro multidisciplinare, puntando all’utilizzo di tutte le arti, costruendo un dialogo tra corpo e memoria.
Notte Morriconesi presenta con un metronomo: è il primo oggetto scenico visibile che anticipa il dinamico svolgimento della performance. La narrazione, dedicata a uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, a cinque anni dalla sua scomparsa, trova il suo incipit proprio nell’impulso costante che, per chi suona, è indispensabile per rispettare i tempi. I sedici danzatori entrano in scena pian piano, interagendo in maniera differente con gli oggetti presenti. Ognuno di loro porta avanti un dialogo con la musica di Morricone: il loro corpo racconta le storie dei film per cui ha composto musiche (più di 470) e mira soprattutto a restituire un intento cardine del lavoro di Morricone: scoprire – se ne ha uno – il suono della coscienza. Un ensemble così numeroso forse ha l’obiettivo di tradurre in danza le molteplici note composte e suonate.
La compagnia ha portato avanti un lavoro incentrato principalmente sulla parte alta del corpo: busto, braccia, testa. Proprio quest’ultima si muove maggiormente in base agli accenti musicali per sottolineare, tramite l’impatto visivo, la maestosità musicale prodotta dal compositore italiano. I costumi di Silvia Delagneu sono uguali per ciascun performer e inclini alla rappresentazione. I danzatori hanno svolto un lavoro intenso, lungo, complesso. Hanno portato in scena non solo la danza: oltre a utilizzare gli spartiti, gli scacchi, la tromba o il pianoforte, alcuni hanno recitato brevi monologhi e interloquito con il piccolo fantoccio presente in scena a rappresentare Morricone.Si tratta di un lavoro dinamico che prosegue dall’inizio alla fine senza necessità di incalzare: come affermava Morricone, la musica serve a spiegare la vita e ne insegna il combattimento intrinseco.
La performance, prodotta dal Centro Coreografico Nazionale AterBalletto, la cui prima rappresentazione indoor ha avuto luogo presso la Fondazione Teatro di Roma, omaggia la musica di Morricone attraverso un connubio di danza contemporanea, monologhi, suggestioni cinematografiche e arti visive, grazie al sapiente lavoro di regia portato avanti da Morau. Il coreografo, indagando il lavoro di Morricone, mira a restituire al pubblico, grazie alla danza «che cosa ha un uomo dentro, cosa gli passa sotto la pelle, che suono ha un uomo quando nessuno lo guarda». Ed è in questo modo che i performer danzano con dinamicità una «zona della vita che non si vede con chiarezza» passando da una struttura rotante all’altra, fuoriuscendo dal pianoforte a coda, utilizzandolo come appoggio e strumento non solo musicale ma cinetico. Una performance che cattura e incuriosisce, che diviene commemorazione senza sottolineare l’emotività di cui il pubblico però, forse, aveva bisogno.
Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.
Un unico corpo a terra al centro della scena del Teatro Nuovo di Napoli, di spalle, inizia il proprio movimento, quasi impercettibile, mentre le luci sono ancora accese e il pubblico si accinge a prendere posto in platea. In questo modo MUTE incuriosisce lo spettatore che solo allora si siede, pronto a dedicare la sua attenzione alla performer Martina Gambardella, che effettua piccoli bounces in silenzio, andando poi a compiere visibili e ripetute scomposizioni del corpo, facendo risaltare all’occhio quella del piede destro. La danzatrice articola il proprio bacino, il collo e le spalle, poi effettua circonduzioni di braccia. Il silenzio è spezzato da un suono che dapprima sembra un leggero fruscio, trasformandosi in seguito in un vento più forte e infine in un rumore metallico, paragonabile forse al clangore delle chiavi nella serratura.
La performer per la prima parte dell’esibizione continua a danzare al suolo in cerca di nuove e differenti connessioni. Poi il suo corpo si alza in piedi per assomigliare a quello di una marionetta che, in assenza di fili, si muove con libertà nello spazio. Allora la danzatrice pare scoprire le proprie possibilità di movimento: articola le dita della propria mano come se tra queste ci fosse della sabbia e fa in modo che l’input danzante origini da particolari punti, come il gomito, il braccio o i polsi. Il suo respiro è affannoso e il suo sguardo si orienta nel proprio spazio di spinta cinetica. La danzatrice guarda in direzione della quinta e quasi mai verso l’audience, ma i movimenti si fanno più veloci quando poi un’espressione sul volto, quasi impaurita, sembra spingerla a riappropriarsi del proprio posto inziale sul palcoscenico. Adesso lo stesso piede che s’articolava nella prima sequenza del solo sbatte a terra più volte, divenendo per qualche secondo lo strumento sonoro e comunicativo. La tensione corporea, mantenuta costante per la durata di MUTE, s’arresta solo alla fine, quando la performer ritorna alla posizione di partenza.
Un breve momento di silenzio separa la danza di Gambardella dalla seconda performance, DOT, che presenta due danzatori in punti opposti della scena, in penombra. Indossano i costumi di Lina Orlando che assumeranno un ruolo determinante nella costruzione del pezzo. Marco Casagrande e Nicolò Giorgini, creano — e danzano — una coreografia ipnotica. Riflettono sulla teoria dei buchi neri, immaginando DOT comeuna regione isolata dello spazio-tempo. Non è un caso allora che il pubblico si ritrovi dinanzi ad una visione quasi onirica, che segue l’orizzonte degli eventi con un andamento circolare, attraverso la forza gravitazionale del corpo. Ciò permette ai due danzatori, prima distanti, di unirsi poi in un tutt’uno.
Il sound, ideato da Borgo Perez, è sempre più incalzante e i performer sembrano a tratti fluttuare. L’occhio in platea osserva un susseguirsi alternato di luci ed ombre che si riflettono sui costumi dei danzatori e sulla base tonda e luccicante al centro della scena. Sopra di essa Casagrande e Giorgini iniziano un sapiente e affascinante lavoro di contact. I due danzatori, sfidando lo sguardo degli spettatori, si uniscono come per mimetizzarsi e creare con i loro corpi forme astratte, anche attraverso alcuni profondi cambré. Le due figure sono catturate da questa forza spaziale invisibile, che permette loro di seguirel’orbita ininterrotta con la medesima spinta, annullando per sempre le distanze.
Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.
Un braccio in leggero movimento inizia un silente dialogo con il telo bianco posto in fondo alla scena che, di lì a poco, proietterà un alternarsi di sequenze video. La danzatrice Ramona Caia riprende i passi proiettati alle sue spalle: lo fa per associazione, seguendo il sound o riproducendo forme. Alcune coreografie di Jacopo Jenna anima il Teatro Nuovo di Napoli nel contesto di Open Dance 2025, rassegna dedicata alla danza d’autore, proponendo figure, suoni e colori in continua trasformazione, un improvviso e piacevole susseguirsi di immagini comuni. Lo spettatore si ritrova dinanzi a una duplice e curiosa visione, una danza nella danza che unisce secoli e culture differenti, unite dal qui ed ora del movimento in scena e dal tempo, reso ripercorribile, dei frame video.
Nessun passo in scena è davvero identico a quelli in video, Caia procede per similitudine, creando un’altra coreografia nel proprio tempo e nel proprio spazio. Pur appartenendo a secoli, artisti e danze differenti, l’elaborazione video lega i movimenti come se non si fossero mai interrotti. Le riprese sono selezionate con attenzione, i frammenti sono brevi ma tutti riconoscibili: Michael Jackson, pionieri come Merce Cunningham o Martha Graham, il videoclip ufficiale del brano musicale Take me to Church di Hozier con il celebre danzatore Sergei Polunin. L’estratto della ballerina Misty Copeland unisce la gestualità de La morte del cigno alle onde prodotte dalle braccia di un performer di popping e all’armonia di Caia sul palco. Non mancano riferimenti cinematografici, come una breve pirouette dal film Billie Elliot, e altri fugaci filmati legati a culti e ritualità differenti: vengono mostrate bare e festeggiamenti per i defunti mentre il corpo della danzatrice si stende, con delicatezza, al suolo.
Alcune coroegrafie di Jenna è un lavoro diviso in due sequenze: la danza corporea, passata e presente; la danza del cosmo, del suo mondo animale e vegetale. Essa, sempre e comunque, appare senza fine e senza tempo. In sottofondo si ascoltano numerosi rimandi a noti artisti del panorama musicale di tutti i tempi: Pink Floyd, Drake, Frank Ocean, Lana del Rey, Lucio Battisti, Freddie Mercury. La danza della performer in scena pare interrotta da un esilarante momento in cui si osservano in proiezione riprese di nuvole, montagne e boschi. Jenna rende non solo questi ultimi ma anche animali come ragni, orsi polari, scimmie e pellicani sono i nuovi soggetti danzanti, le cui curve vengono a tratti emulate dal corpo sul palco. Una volpe, in silenzio, è ripresa mentre guarda in avanti perché is thinking about you. Una ricca e divertente associazione di musica e significato permettono al pubblico in sala di stupirsi, sorridere e non smettere di applaudire.
Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.
«Mi è venuta fame, vuoi qualcosa?» Nella costruzione di un’agghiacciante e sterile normalità si articola la vita del personaggio protagonista di Rumore bianco. Mastica e inghiotte un trancio di pizza, sorseggia la sua lattina di coca cola, fingendo di saziarsi come se davvero andasse tutto bene. All’inizio della performance il palco è buio, ma è possibile intravedere un fantoccio ben vestito posto sul lato sinistro della scena. Il rumore dei tacchi e la voce del telegiornale fanno da preludio alla narrazione. Pochi istanti in cui Danilo Napoli assume delle pose, l’occhio di bue puntato sulla sua figura, e poi al pubblico viene introdotto un essere umano che incarna al contempo la vulnerabilità e la violenza.
La bambola in scena è l’interlocutrice principale con cui l’attore si interfaccia: hai capito, mammina? Il personaggio inizia a raccontare la propria storia, quella di un’identità negata e dissolta nel perbenismo. L’apparenza di un uomo etero, con un buon posto di lavoro al comune e una vita lineare agli occhi di una società cieca, abituata a leggere la realtà solo attraverso i propri rigidi dettami. In Rumore bianco la scrittura e l’interpretazione di Danilo Napoli, con la regia di Yari Gugliucci, si scagliano contro questa costruita normalità, portando in scena un lavoro teatrale che racconta una storia vera non solo perché ispirata a quella di Ursula, donna transgender che animava i ghetti di Genova, ma perchè accomuna molteplici vissuti. Si tratta di un esempio di omologazione forzata che qui sfocia nell’assassinio di cinque donne transgender.
È partendo dal tragico che Danilo Napoli sovverte gli schemi, portando gli spettatori nella mente di un’insospettabile – e ricercata – serial killer, per analizzarne i traumi, i sogni, le aspirazioni e le costrizioni. Per la durata dell’intera rappresentazione, l’attore è solo in scena, ma ad accompagnarlo sono l’ingombrante e invisibile presenza del pregiudizio altrui e la tacita sensibilità che il suo personaggio manifesta e che manca alle persone che incontra. Questo narra d’esser cresciuto come Cristiano – il nome assegnatogli alla nascita – nella totale indifferenza del mondo rispetto alla sua vera identità e racconta di quando giocava a calcio, dicendo d’essere stato un portiere anche abbastanza bravo. Ricorda il momento in cui, a quindici anni, scoprì d’essere innamorato e allora, prendendo coraggio e dichiarandosi a colui che definiva un adone, si scontrò per la prima volta con l’impossibilità d’affermarsi, diventando un sogno infranto.
Il punto di non ritorno di Rumore Bianco è però segnato dall’amore per Gianni, punito con le frustate del padre che impugna la cintura ogni giorno con maggiore violenza. La famiglia diviene per l’individuo una stretta gabbia in cui c’è spazio solo per gli attacchi di panico che non permettono più di respirare. L’unica a comprendere il personaggio è Jennifer, una prostituta dolce come una fragola a cui il padre affida il “figlio” per insegnargli ad “essere uomo”. Ma Jennifer dà a Cristiano molto di più: gli offre ospitalità quando decide di scappare e chiudere i rapporti con la famiglia e gli dona la libertà che merita, facendo in modo che trovi un’occupazione a Genova. Qui il personaggio riuscirà ad affermare la propria identità e il proprio nuovo nome: Rossella.
A questo punto della narrazione Danilo Napoli si sdoppia, interpretando anche questa simpatica macchietta che si esprime con marcato accento napoletano e senza timore d’essere sé stessa perché, come recita l’attore, essere donna per lei significa quello che le ali significano per una farfalla. Tuttavia il volo di Rossella è stroncato in poco tempo perchè la morte del padre la richiama a Napoli, dove è costretta ad affrontare, in uno scontro ancora più decisivo, la famiglia.
Viene così rinchiusa in comunità affinché, tramite l’aiuto della religione, possa tornare a vestire i panni di un uomo. Durante le due settimane infernali in questo luogo, dove a governare è una meschina e mascherata volontà di censura, la protagonista assiste agli spettacoli domenicali nei quali si diletta Giovanni Passalacqua da Catanzaro, in arte pastore John, che afferma di poter “guarire” quelle persone con l’uso delle sue mani. E allora Rossella-Cristiano oscilla tra le «fluctuationes dell’essere» nel buio della camera delle torture, decidendo poi che l’unica strada per salvarsi è l’omologazione, fingere d’essere chi non è. Questa scelta porta ad un malessere silente che fa del personaggio in primis l’assassino di Rossella, delle sue pulsioni più intime e poi delle prostitute che incontra di notte.
Danilo Napoli mette in scena l’amara rassegnazione di una vittima della famiglia, dei precetti religiosi e di un mondo che pretende troppo, che ci vorrebbe tutti uguali e tutti giusti, un mondotransfobico e omofobo. Il suo monologo è incalzante, pungente, straziante. Rumore bianco invita a riflettere sulla società di cui facciamo parte, affermando con forza che nessuno dovrebbe sentire quel disturbante fruscio di sottofondo che ci impedisce di connetterci e ci fa cadere nel vortice dell’indifferenza. Le note di Where is my mind dei Pixies accompagnano la danza tra il protagonista e la mamma-bambola, in un explicit che rende evidente la distruzione mentale di un individuo tormentato per la sola colpa d’essere sé stesso.
Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.
Il sipario si apre sulla scena illuminata da una luce calda, mentre un’atmosfera contemplativa si addensa intorno a quattro corpi che si preparano, pian piano, al proprio exploit.Rua da saudadedi Adriano Bolognino riflette sull’intraducibilità di questa parola portoghese e indaga l’estrema difficoltà di guardarsi dentro. Sebbene in italiano “saudade” sia spesso resa con “nostalgia”, questa traduzione è riduttiva. Comunque, che si tratti di nostalgia o malinconia, di rimpianto o di ricerca di ciò che, pur se assente, appare ancorato al presente, la performance prende le mosse dalla volontà di rappresentare con una visione uno stato d’animo incomparabile.
A esibirsi nel Teatro Nuovo di Napoli è un ensemble di quattro danzatrici: Rosaria Di Maro, Noemi Caricchia, Roberta Fanzini e Cristina Roggerini. Ognuna di loro ha un’acconciatura differente e un morbido tailleur di colore diverso — rosso, giallo, verde e blu — a sottolineare l’individualità che non si annulla nell’insieme. La profonda autonomia emotiva si concretizza grazie nella consueta partitura ritmica del coreografo, che mette in scena performer in grado di armonizzarsi con la musica e riempire i silenzi con i passi.
Per questo spettacolo Adriano Bolognino si ispira alla teoria dell’eteronimia di Fernando Pessoa, uno degli scrittori più complessi del ventesimo secolo. Gli eteronimi sono le diverse personalità letterarie assunte dallo scrittore nel corso della sua vita e le quattro danzatrici di Rua da saudade rappresentano ciascuna una di queste identità da lui create. L’idea della frammentazione delle personalità letteraria dà vita, nell’universo di Adriano Bolognino, a questa creazione coreografica dinamica e in costante evoluzione che sa stupire attraverso sfumature di colori e una corretta alternanza di musiche e silenzi. Al debutto dello spettacolo nel settembre del 2022 al Torino Danza Festival, ad esempio, le performer indossavano tailleur a manica lunga e una di loro vestiva un colore diverso rispetto a quello adottato in seguito.
Il battito delle mani sul corpo, perpetuo, permette l’instaurazione di un vero e proprio dialogo danzato che scuote lo spettatore. I colpi dei pugni chiusi, stretti, sono un leitmotiv che non s’arresta con le note: incessanti, raccontano un’autobiografia non scritta. I corpi vibrano come corde di violino, le braccia tagliano l’aria e i virtuosismi tecnici rendono la performance completa. La muscolatura delle danzatrici non cede in nessun momento e permette al pubblico di osservare figure in costante tensione, fisica ed emotiva. Si alternano sequenze in cui un solo corpo è in riflessione con sé stesso mentre attorno continua la danza. Da quell’apparente immobilità lo spettatore è rapito, sentendosi forse parte di quelle scosse, di quegli scatti veloci che precedono importanti respiri, i quali non solo segnano il ritmo, ma liberano il corpo, guidandolo verso nuove transizioni. Salti leggeri, impeccabili articolazioni di braccia e gambe, incastri coordinati alla perfezione sono parte di un’operazione complessa che tende verso un obiettivo: dare ordine al turbine esistenziale attraverso la consapevolezza che forse questa armonia è solo illusoria.
Rua da saudade di Adriano Bolognino rompe l’atmosfera creando uno squarcio che forse non è necessario sanare: apre spiragli di riflessione in cui il movimento entra e rientra senza interruzione. L’intento è proprio questo: dare vita ad un’irripetibile danza che si fa esperienza attorno all’io. La performance conduce ciascuno a riflettere sulla propria saudade mentre osserva quella dell’altro. La scelta di esplorare l’intraducibilità della parola e il suo legame con l’emotività e il corpo rende la performance un’esperienza profonda di riflessione esistenziale. La danza diventa un atto di resistenza e di rivelazione che racconta una silente lotta interiore e un desiderio che non può essere colmato.
Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.
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