Da Orbita a Fuori Programma, le traiettorie di una comunità e di due festival sulla Danza

Da Orbita a Fuori Programma, le traiettorie di una comunità e di due festival sulla Danza

Definire con esattezza il punto preciso dove finisce la Terra e inizia lo Spazio è quasi impossibile, una cosa però è certa: l’orbita della Danza romana, quest’anno si è estesa dal quartiere della Garbatella al Quarticciolo, sorvolando il Tevere nel punto in cui si trovano il Ponte dell’Industria e il Gazometro. E da Roma, dall’Italia, ha intercettato e abbracciato il mondo. Stiamo parlando di due eventi che si sono avvicendati quasi in successione, Orbita prima e Fuori Programma dopo, con la direzione, lo stile e l’estro artistico di Valentina Marini.

Orbita è stata la prima tappa di questa esplorazione che è terminata il 22 maggio al teatro Palladium di Roma, con la potenza comunicativa e la poesia irriducibile di Dunja Jocic. Un diario di bordo che ha realizzato un progetto espanso unendo linguaggi, drammaturgie e culture diverse, dall’ Argentina a Israele, dal Regno Unito all’Italia, alla Danimarca. L’11 e il 12 giugno, invece, sono state le due date che hanno inaugurato la seconda tappa, ovvero, la settima edizione di Fuori Programma.

Non a caso la mission del Festival è una domanda aperta: «Quante traiettorie può disegnare una stessa comunità nel tempo e nello spazio?». La parola chiave, l’obiettivo in comune che rende complementari entrambi i Festival è stato ed è quello di essere, di realizzare una comunità in transito nella grande orbita della Danza. In quest’ottica, Fuori Programma si propone come un sistema plurimo, un organismo che vive nell’ottica della ridefinizione del territorio e di una creazione artistica che non è rigida, ma è anch’essa in movimento e si ramifica attraverso incontri, laboratori, residenze e progetti speciali.

E a noi piace considerare il Festival come un luogo accogliente che offre sicurezza e tranquillità per sviluppare un avvio, una nuova premessa, altre e future ricerche. Partendo da questioni come l’identità, le differenze, i sentimenti, l’umanità, le trasformazioni. Alla Compagnia Enzo Cosimi è andato il compito di inaugurare la settima edizione di Fuori Programma con lo spettacolo La bellezza vi stupirà.

Per l’allestimento di questa performance, il coreografo Enzo Cosimi ha condotto un laboratorio dal 6 al 10 giugno aperto e rivolto ai cittadini, alla realtà del territorio e di tutti quelli che hanno partecipato alla call. A metà tra un ritratto vivente della contemporaneità e una sfilata visionaria, La bellezza vi stupirà vuole essere un appello all’empatia, un momento di riflessione e di ricerca del bello là dove non ce n’è. Scavando e curiosando tra i margini della collettività, dove i protagonisti sono i senza fissa dimora, gli ultimi.
La nostra è una società che tende a dimenticarsi, a cancellare gli emarginati fino al punto di negare loro i diritti, l’esistenza e la visibilità; questo succede agli homeless così come anche alle persone transgender, ai rifugiati, alle minoranze in generale. Cosa c’è dietro e dentro ognuna di queste persone? Restituire uno sguardo ad ognuna di esse significa imparare a vederle, a conoscerle senza paure e pregiudizi, realizzando qualcosa che va oltre il momento performativo, l’installazione.

Enzo Cosimi ha dichiarato in un’intervista di «voler creare un’aura intorno a loro per farli diventare delle regine, dei re» restituendo quell’opportunità di ricominciare che a lungo è stata inseguita o, forse, dimenticata e, agli spettatori, nuovi occhi per vedere le persone emarginate, dentro e fuori i teatri, per comunicare e accogliere chi vive sulla strada o ai margini di essa.
Possiamo dire che la missione di questa oper(azione) è quella di restituire dignità a chi vive un disagio e, in generale, di infondere un po’ più di umanità, di nobilitare quei contesti dove potrebbe sembrare, in apparenza, che la bellezza sia finita. Fino al punto di ritrovarla esattamente lì e di stupirsene, quasi.

Sono tematiche a cui Enzo Cosimi si è dedicato lungamente nel corso della sua carriera e della sua ricerca artistica nel campo della danza, della coreografia, della regia, lavorando sulla potenza della drammaturgia del corpo, con artisti professionisti e non, di varie generazioni, con danzatori, artisti visivi e musicisti. Per Cosimi la bellezza è ovunque, basta avere la curiosità di cercarla. Questo pensiero è stato espresso integralmente mediante la Trilogia della bellezza – tre creazioni sulla diversità, che comprende altre due performance: Corpus hominis e I love my sister.

La bellezza vi stupirà ha aperto la settima edizione di Fuori Programma regalando un inizio con un forte impatto emotivo, con un gruppo di uomini e donne che hanno messo in scena la loro anima e il loro corpo. Corpi irregolari che custodiscono le loro storie, le loro esperienze. Corpi politici che gridano la pratica e l’esercizio della verità in una battaglia culturale. Corpi martoriati, assassinati come quello di Pier Paolo Pasolini. Corpi santificati che risorgono purificati, come in Bastard Sunday. L’opera che Enzo Cosimi ha riproposto e messo in scena al Teatro Palladium di Roma, nell’ambito del Festival Orbita, per ricordare quella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 e la domenica bastarda, quando il Poeta friuliano, con la testa spaccata e il torace schiacciato, veniva ritrovato da una donna, Maria Teresa Lollobrigida, la quale credeva, inizialmente, che fosse un “mucchietto di stracci”.

Può una vita umana, la vita di un uomo di cultura, di un accattone, di un vagabondo essere vilipesa e oltraggiata al punto da diventare un cumulo di panni abbandonati? La riflessione/domanda è bruciante e può essere utilizzata in molteplici contesti e situazioni. Per combattere una, la propria, centomila battaglie è necessario e sufficiente mettere a nudo il proprio corpo, la propria anima. Occorre scomporre l’equilibrio e i preconcetti  in una poesia straziante, in bilico tra contestazione e disperazione, tra innocenza e trasgressione. Sacrificio, morte, rinascita. Fino a trasformarsi in uomini e donne di una comunità in transito che non temono nulla e nulla può far loro paura.

Gli “inneschi” del cambiamento al Festival Corpo Mobile 2022

Gli “inneschi” del cambiamento al Festival Corpo Mobile 2022

Si è respirata l’aria del cambiamento a Teatrocittà, Centro di formazione e ricerca a Roma, foriera di cambiamento e di tutte quelle risposte che stanno soffiando nel vento, come cantava Bob Dylan nella sua celebre canzone, Blowing in the wind. Contestualizzata in un periodo storico estremamente difficile e incerto, come quello che stiamo vivendo, con le recrudescenze e la violenza di operazioni belliche e di espansionismo, con le ferite di una Pandemia mondiale che sono ancora aperte e dolorose.

La quinta edizione di Corpo Mobile, Festival di performance e danza contemporanea, con la direzione artistica di Davide Romeo è stata l’occasione per riunire insieme coreografi, danzatrici e danzatori di diverse nazionalità.
Il linguaggio universale della danza ha mantenuto aperto il dialogo tra persone di diverse età, origini, esperienze con il focus della ricerca, dello scambio e della comunicazione tra i corpi.

Corpi con diverse morfologie e differenti storie da raccontare. Corpi in movimento tra il dinamismo e la stasi. Corpi che sanno farsi promotori di “Inneschi” – come suggerisce il titolo dell’edizione 2022 – di emozioni, idee e processi creativi. Corpi che diventano un vessillo di politiche e pratiche di accoglienza e di scambi culturali. Diverse sono state infatti le nazionalità presenti nelle quattro serate di Corpo Mobile: Israele, Ungheria, Belgio, Spagna, Svizzera e, ovviamente, Italia.

È stata, inoltre, l’edizione che ha segnato il ritorno dei workshop con un team di quattro coreografi prestigiosi. Jacob Gomez e Davide Romeo sono stati i primi due, Nunzia Picciallo e Giovanni Careccia hanno concluso il percorso di formazione e di sperimentazione nel corso dell’ultimo weekend.  Dodici ore di lavoro in sala, distribuite in due fine settimana, con altrettante restituzioni al pubblico.

Una novità dell’edizione 2022 del Festival è stata l’istituzione del Premio Critica Giovani. Si è costituito un team/laboratorio aperto a giovani universitari della fascia di età dai 18 ai 26 anni, frequentanti facoltà ad indirizzo umanistico/artistico per realizzare un progetto incentrato su Corpo Mobile.

L’obiettivo realizzato è stato quello di avvicinare e popolare il teatro, il mondo della danza, con le realtà che gravitano attorno ai giovani, in particolar modo quelli con una manifesta volontà di affinare un gusto e uno spirito critico. A loro è stata data l’opportunità di seguire le quattro serate, di incontrare e di confrontarsi con gli operatori del settore, gli artisti e i coreografi, nonché la possibilità di votare le performances per assegnare il Premio Critica Giovani.

La ricca programmazione ha visto alternarsi artisti ed espressioni della danza contemporanea diversissime tra di loro, che hanno portato in scena le loro urgenze creative, i loro corpi, i loro sguardi: Maria Stella Zangirolami, Christian Pellino, Rossella Delvecchio, Sara Gullì, Eirad Ben Gal, Colectivo Glovo, Zsófia Safranka Peti, Cie Amaru, Jenna Hendry, Giovanni Consoli, Giada Manno, Contemporary Project RB, Noemi Piva, Déjà Vu.

È stata esplorata la vasta gamma di relazioni umane, di legami interpersonali, i luoghi reali o immaginari, quelli dell’anima, gli spazi, i gesti, le routine della quotidianità, la stabilità, l’instabilità, i cambiamenti, la forza interiore, la fragilità umana, la metamorfosi, l’evoluzione. In due semplici parole: l’umanità e il suo opposto. Quanto siamo rimasti umani e quanto ci siamo nel frattempo disumanizzati?

L’ultimo “innesco” ha concluso le quattro serate di Corpo Mobile, Showpiece, l’evento che ha riunito e messo insieme tre compagnie fuori concorso che hanno presentato tre produzioni di punta: Uscite di Emergenza con Aves, Mandala Dance Company con HH_Homo Humus e, infine, Create Danza con Full Bodies/Empty Spaces.

La Giuria Giovani ha assegnato il Premio della Critica 2022 a Mmmh?! ideato e diretto da Jenna Hendry e interpretato da Emeric Rabot e Fabio Bergaglio
La motivazione recita che il riconoscimento è stato dato per «La simpatia e l’originalità della performance. L’idea, genuina, di associare il gesto ordinario di chi mangia al movimento di chi danza, è riuscita ad amplificare entrambe le esperienze: quella della danza, quando ad essere improvvisate erano le reazioni a dei cibi estremi come lo zenzero, e quella del mangiare, con cui tutto il pubblico ha empatizzato. La forza di queste improvvisazioni, riteniamo, sta in questa sinestesia comunicata con semplicità, capace di suscitare curiosità e di coinvolgere gli spettatori dall’inizio alla fine, donando loro una maggiore consapevolezza del loro stesso corpo,potenzialmente danzante ogni volta che mangia».

La Menzione Speciale del Festival è andata a Nosè di Rossella Delvecchio «Per la validità artistica del progetto e l’interessante commistione di linguaggi performativi. Per la sintonia degli interpreti e la grande intensità espressiva che hanno dato vita ad un legame diretto con lo spazio e gli spettatori in sala».

Noemi Piva, con Vedere te, si è aggiudicata il Premio Miglior Coreografo 2022 ricevendo anche l’investitura per la docenza al workshop nell’edizione del Festival del prossimo anno.Un invito ufficiale a Corpo Mobile 2023 come Docente del workshop è stato rivolto a Colectivo Glovo, mentre il Premio Miglior Danzatore è stato assegnato a Zsofia Safranka Peti, la quale ha vinto anche una residenza come docente per Formazione Continua. A furor di acclamamazione, ha vinto il Premio Corpo Mobile 2022 (con una data nel cartellone di Teatrocittà) Eirad Ben Gal e la sua splendida compagnia, con il progetto Love Stability.

L’umanità in bilico tra ombra e buio, incontro con Alberto Fumagalli e Ludovica D’Auria de Les Moustaches

L’umanità in bilico tra ombra e buio, incontro con Alberto Fumagalli e Ludovica D’Auria de Les Moustaches

Recita un vecchio proverbio che «quando il sole è al tramonto le ombre dei nani si allungano». L’autore è ignoto, ma il significato di questo adagio è evidente. Nel momento del declino, quando le qualità morali vengono meno, iniziano contemporaneamente ad imporsi i mediocri, elevandosi a grandi uomini o grandi donne. Non sarebbe e non è corretto individuare i “nani” come gli unici responsabili di questo “crepuscolo” che è la metafora della decadenza. Ognuno di noi, senza ombra (termine quanto mai appropriato) di dubbio può diventare il responsabile più o meno diretto di tale processo. A volte per debolezza o per indifferenza, ma anche per vigliaccheria o per opportunismo. E in generale tutte le volte che non si contrastano le cattive abitudini o la corruzione, si diviene inevitabilmente complici di un inesorabile disfacimento, come il lento prosciugarsi di un lago.  

«Io detesto i laghi – esordisce così Alberto Fumagalli, autore, attore e regista della compagnia Les Moustaches – luogo domenicale di coppie destinate allo spegnersi della fiamma dell’amore». In questa affermazione “fuori onda” è contenuto il senso dell’incontro con Fumagalli e Ludovica D’Auria. L’occasione è stata quella di parlare della loro ultima produzione teatrale, L’ombra lunga del nano, ma anche di fiabe, di amore e altre oscenità. In senso più o meno figurato.

«Tutto ha avuto origine con quella che è stata come una grande storia d’amore – dichiara Ludovica D’Auria. Da subito, da quando ho letto il testo, la prima stesura che Alberto aveva realizzato, mi sono innamorata del personaggio di Neve. Lei mi piace tantissimo perché è dolce, ha delle caratteristiche di debolezza e di fragilità. Nello stesso tempo è una donna molto frustrata. In alcuni momenti è capace di rivelare tutta la sua ferocia estrema e il suo incredibile cinismo, cose che me la fanno amare. 

Mi piace molto il doppio aspetto che ha e che la rende tridimensionale. E soprattutto è estremamente divertente da interpretare. Entrambi i personaggi modificano il loro status, le loro vite a secondo della presenza o meno dell’altro. Per la crescita dello spettacolo è stato fondamentale il percorso e la relazione che si è creata tra personaggi e attori. Io e Claudio Gaetani siamo riusciti ad avere fiducia reciproca e questo ci ha permesso di stare sul palco insieme».

Olo e Neve sono marito e moglie. La loro vita coniugale è peggiorata e sono crollate, una ad una, le aspettative sul loro rapporto di coppia. Lui è un operaio geloso, affetto da nanismo. Lei è una donna depressa e una moglie insoddisfatta, tormentata dal tempo che passa. I due personaggi si realizzano nel colpevolizzarsi a vicenda sui loro fallimenti, anche se rimane inalterato il loro legame di appartenenza e di dipendenza reciproca.

Alberto Fumagalli precisa che: «L’ombra lunga del nano nasce da un regalo di Ludovica, un bellissimo libro che ora appartiene alla mia collezione personale: Le fiabe del focolare dei fratelli Grimm. All’interno di questa raccolta c’è, ovviamente, Biancaneve, insieme a tanti altri racconti con i quali mi sono già scontrato nel corso del tempo. Ho riflettuto molto sulla figura di Biancaneve e su come è stata tramandata e raccontata in chiave Disney; rappresenta l’esempio di una non emancipazione femminile. Una relazione sociale alla cui base c’è uno scambio tra cucinare, pulire e rattoppare i vestiti, da un lato, e, dall’altro, ricevere in cambio un tetto e un posto caldo dove abitare e dormire. Da questo passaggio, da questa lettura sul presente che contiene il maschilismo e la condizione della donna, abbiamo voluto alzare il tiro attraverso il filtro e il tema del fiabesco, portando la narrazione verso qualcosa di più».

Una fiaba (moderna), non una favola, sottolinea Alberto Fumagalli: «Dove riecheggia un’assenza, una non necessità di morale, e dove c’è l’elemento fondamentale che è quello del magico, del surreale che attraverso il meccanismo teatrale porta la lettura della quotidianità, superandola. L’ombra lunga del nano avrebbe potuto svilupparsi come il rapporto tra un marito e una moglie che non si amano più, raccontato con una forma dialogica che è lo specchio della realtà. Tutto ciò non avrebbe suscitato in me alcun interesse. 

Il passaggio a teatro, secondo la mia opinione, consiste nel riuscire ad aumentare il filtro del fiabesco e a potenziare la condizione della realtà. Ci sono alcuni elementi della fiaba che mi appassionano e che sono quella condizione radicale dell’essere profetici, estremamente semplici e comprensibili ma al tempo stesso violenti. La fiaba è molto elementare, ma è piena di violenza e, dunque, di vita, di verità, pur essendo non vera».

Fumagalli ricorda Raymond Carver con il suo libro Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, individuando le “Tre A” (aria, acqua e amore) come un trittico vitale. «Spero e credo che ci sia l’amore in tutto quello che faccio, che facciamo. Anche al di fuori dell’attività teatrale. C’è una frase biblica di San Giovanni Della Croce  che è diventata l’epitaffio della tomba di mio nonno. “ Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. Ciò che conta è avere amato. Lui che è stato un uomo molto silenzioso mi ha fatto conoscere questa parola essenziale, amore, e questa citazione che condivido parecchio». 

L’ombra lunga del nano
Les Moustaches

Ph Francesco Bondi

Ci sono due livelli di diversità che vengono utilizzati nella drammaturgia de L’ombra lunga del nano. Il primo è una condizione dell’aspetto fisico, un elemento di partenza che viene superato nell’evolversi del plot e dello spettacolo. «La diversità si supera nel momento in cui si vanno ad utilizzare ed esaminare gli aspetti umani – afferma Alberto Fumagalli. Ci si può affezionare a Olo e al tempo stesso detestarlo, senza pietismo, credo che questo accada anche con Ciccio Speranza (il protagonista de La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza, ndr). 

Partire dalla diversità per superarla, per dimenticarla, credo che sia la cosa più bella che possa esistere. Raccontare la storia di un essere umano che ha un corpo diverso significa raccontare esclusivamente il bello e il brutto di un essere umano. Io credo che sia questa la caratteristica molto forte e potente della nostra compagnia, Les Moustaches e lo abbiamo voluto raccontare durante il nostro percorso».

Il secondo livello è quello rappresentato dall’ombra, intesa come «Una proiezione sia buona, ma, in particolar modo cattiva di quello che siamo – prosegue Fumagalli. È un altro “io”, un altro “noi”. Ciò che proiettiamo, come se fuoriuscisse dalla nostra interiorità senza che possiamo averne il pieno controllo, senza che possiamo vederla. L’ombra di Peter Pan è quasi una forma di coscienza. Scappa da lui e si ribella alla sua anima già ribelle. Al tempo stesso la possibilità che da un nano, confinato nella sua piccolezza da un punto di vista fisico, si riesca a proiettare qualcosa di gigantesco, il suo opposto, questa cosa mi ha molto affascinato, mi ha spinto a ordinare la creazione fino a farlo diventare un racconto, una fiaba».

Olo non è l’unico a proiettare la sua ombra, in un certo senso anche Neve ne possiede una, la sua antagonista invisibile: Mariapia Bonaiuti, «La donna idealizzata, tutto quello che avrebbe voluto diventare e non è diventata – dichiara Ludovica D’Auria. La Bonaiuti è il simbolo di tutte le sue frustrazioni. Noi ci confrontiamo spesso con la vita e i successi degli altri, al punto che ho notato che il pubblico è come se si riconoscesse in questi meccanismi, in una forma di invidia collettiva. C’è una battuta alla quale sono molto legata. Olo prima di uscire di casa dice a Neve che è fortunata e la donna rivolge una considerazione a sé stessa. “Fortunata? Fortunata di cosa? Vorrei proprio sapere chi ha il coraggio di dire che sono fortunata. Sarà Maria Pia Bonaiuti dell’ottavo piano a dire queste cazzate, quella zozzona che ancora piange raccontando del marito morto in guerra, che nel palazzo la chiamano la moglie dell’eroe. È saltato su una mina! Allora adesso non è che tutta la gente distratta può diventare un eroe”. Per me questa battuta è stupenda perché solo una donna frustrata può tirare fuori tanta cattiveria ».

Olo, tuttavia, scopre che mediante la sua ombra può diventare un gigante e utilizza questa scoperta in modo scorretto. Neve si innamora della proiezione di suo marito, senza sapere a chi appartiene quella figura enorme. Arriva a tradirlo con l’immaginazione e in quel tradimento, in quella scena di sesso solitario riecheggia il crepuscolo, il declino. In quel momento di tristezza e di opacità affiora la sensazione di un contatto fisico con il buio che presto divorerà l’ultimo quantum di luce. Lo sguardo cercherà di memorizzare freneticamente, per l’ultima volta, l’ombra visibile di Olo e quella invisibile di Neve. Si allungano entrambe, fino a quando verranno inghiottite dal buio. Senza pietà.

Francesca Zerilli alla ricerca del Minotauro…e di altre bestie

Francesca Zerilli alla ricerca del Minotauro…e di altre bestie

Un labirinto, nel buio, cercando la via di fuga. Può essere questo l’inizio di una storia, la metafora di un difficile periodo storico che non è finito ancora o entrambe le cose. Del Minotauro e di altre bestie, con la regia di Francesca Zerilli, è andato in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, dal 10 al 12 dicembre con Lavinia Anselmi, Marco De Bella, Sebastian Marzak.

L’origine di questo progetto risale a tre anni fa circa. Il 20 gennaio 2019, infatti, iniziava il primo incontro di un laboratorio sul tema dell’identità, rivolto ad attrici e attori professionisti, presso il Centro La Cometa. Quel giorno, in pieno inverno,iniziava un percorso di ricerca, senza certezze che, alla fine, è diventato uno spettacolo realizzato dopo il labirinto e il buio della pandemia.

«Lavorare in teatro ha una natura intermittente, almeno quanto coinvolgente, e nei periodi di pausa faccio fatica a definirmi – dichiara Francesca Zerilli. Io quando non lavoro non so chi sono. Un paio d’anni fa ho iniziato a sviluppare questo pensiero in un percorso di ricerca, che è passato per un laboratorio, durante il quale mi sono confrontata con molti attori e che si è sintetizzato in uno spettacolo con tre attori, me compresa».

Francesca Zerilli si è formata come regista e attrice presso il Centro Internazionale La Cometa di Roma, dopo aver conseguito la laurea in Dams all’Università degli studi Roma Tre. Come aiuto regista ha collaborato con Gabriele Paupini, Fabrizio Arcuri, Lisa Ferlazzo Natoli, La Compagnia degli Artefatti. Nel 2015, ha creato il collettivo BiTquartett grazie al contributo e all’energia di Marianna Arbia, Benedetta Rustici e Gabriele Paupini. Insieme hanno prodotto diversi spettacoli grazie al sostegno di diverse realtà romane. Il primo di questi è stato L’ora difficile, i “tre atti in un atto” dell’autore svedese Pär Fabian Lagerkvist.

Il tema del “mostro” era stato affrontato nell’adattamento ispirato a Il sonno del mostro, graphic novel di Enki Bilal. Un soggetto, quest’ultimo, che emerge in maniera evidente e che Francesca Zerilli ha affrontato, sviluppato e portato in scena con Del Minotauro e di altre bestie. Ispirato ad una serie di saggi filosofici, testi di antropologia, poesie e canzoni, il progetto teatrale trae origine da una interpretazione del Minotauro di Friedrich Dürrenmatt e che a sua volta attinge ad un mito antichissimo che risulta essere straordinariamente moderno.
È estremamente difficile stabilire un momento preciso o una data storica dopo la quale non è stato scritto più nulla di nuovo, nella letteratura come nella drammaturgia. Certo è che la mitologia greca contiene in sé tutti gli archetipi che la cultura occidentale ha declinato con forme molteplici.

Il labirinto di Cnosso, costruito da Dedalo, architetto ateniese, è un luogo misterioso, ma è anche un simbolo di introspezione, una metafora. Si narra che, arrivato a Creta, dove regnava Minosse, egli iniziò a costruire statue ed altre invenzioni, al suo servizio. Nel frattempo, un toro sacro veniva donato al sovrano cretese dal dio Poseidone, per essere sacrificato in suo onore, ma il re preferì conservarlo per sé. Il dio del mare, furibondo per l’oltraggio, provocò l’amore contro natura tra la regina Parsifae e quella bestia, come vendetta nei confronti di Minosse. Da quell’amplesso nacque il Minotauro, un mostro assetato di sangue, con un corpo umano e la testa di toro. Ebbe così origine la richiesta per la costruzione di una prigione con un labirinto.

Gli ateniesi erano costretti, per aver causato la morte di un figlio di Minosse, a inviare ogni anno sette giovani maschi e sette fanciulle da immolare. Fino a quando Teseo, principe di Atene, decise di andare a Creta con l’intento di uccidere il Minotauro. Arianna, figlia di Minosse, si innamorò dell’eroe, e fu lei a dargli il famoso filo che consentì a Teseo di uscire dal labirinto, dopo aver ucciso il mostro.

La narrazione ufficiale spinge facilmente a prendere le parti di un nobile temerario e a schierarsi contro il cattivo. E se non fosse così? Il Minotauro si trovava rinchiuso in una prigione-labirinto con pareti a specchio, la quale è un simbolo, la metafora dell’introspezione. Guardare dentro di sé significa abitare i propri mostri. A volte si arriva alla completa identificazione con essi. 

Scrive Dürrenmatt:

«Si trovava in un mondo pieno di creature accovacciate senza sapere che tutte quelle creature erano lui. Era come paralizzato. Non sapeva dov’era né cosa volevano le creature accovacciate tutt’intorno, forse sognava soltanto ma non sapeva cosa fosse sogno e cosa realtà. Balzò in piedi istintivamente per scacciare le creature accovacciate e contemporaneamente balzarono in piedi le sue immagini. Si rannicchiò e con lui si rannicchiarono le sue immagini […] le immagini abbassarono lo sguardo sul loro corpo, e mentre osservava se stesso e le sue immagini, […] ritenne di essere una creatura fra molte creature uguali […] D’un tratto però si interruppe […] s’irrigidì, si accovacciò […], aveva scorto tra le immagini danzanti, creature che non danzavano e che non erano immagini che gli ubbidivano. La fanciulla, riflessa anche lei come la creatura accovacciata, stava immobile, nuda con lunghi capelli neri, fra quelle creature accovacciate che erano dappertutto, davanti a lei, accanto a lei, dietro a lei, come dappertutto era anche lei, davanti a lui, accanto a lui, dietro di lui. 

[…] Il minotauro si alzò. Era imponente. Capiva improvvisamente l’esistenza di qualcos’altro oltre ai minotuari. […]Si mosse verso di lei. Quella si allontanò da lui, mentre altrove gli si muoveva incontro. L’inseguì attraverso il labirinto, lei fuggiva. Fu come se una bufera avesse scompigliato minotauri e fanciulle, a tal punto turbinavano discostandosi, confondendosi accostandosi l’un l’altro, e quando la fanciulla gli corse fra le braccia, quando toccò d’un colpo, la carne calda, bagnata di sudore, e non il duro vetro che aveva fin lì toccato, comprese – nei limiti in cui si può parlare di comprendere da parte del minotauro – che fino a quel momento era vissuto in un mondo in cui c’erano solo minotauri, ciascuno rinchiuso in una prigione di vetro, mentre ora toccava un altro corpo, toccava altra carne».

Il mostro arriva a comprendere che non esistono tanti altri minotauri come lui, ma uno solo e che egli è unico. L’escluso e il segregato, isolato solo per il fatto di essere stato generato. Per il fatto che il mondo deve conservare un ordine superiore e religioso, un ordine naturale, un ordine sociale e politico. C’è stato, probabilmente, un momento in cui quella creatura emarginata ha sognato di essere semplicemente un uomo con tutto ciò che comporta: l’uso del linguaggio, la fratellanza, l’amicizia, la solidarietà, l’amore. E, forse, sognando, ha realizzato tristemente che non avrebbe mai ottenuto tutte quelle opportunità. E che il vero spesso non coincide con la verità poiché la sua ricerca viene spesso deformata, come l’effetto degli specchi di un labirinto. Scopriamo così, solo alla fine, che il “mostro” possedeva molta più umanità rispetto all’eroe che ineluttabilmente lo ha ucciso

Pane, amore e condivisione. La dimensione umana e teatrale di Tindaro Granata

Pane, amore e condivisione. La dimensione umana e teatrale di Tindaro Granata

Tindaro Granata sta a Situazione Drammatica come il lievito madre sta alla realizzazione di un ottimo pane. «Non esiste un rito più antico, più importante che fare il pane – dichiara Granata.  Tutte le usanze e le tradizioni sociali sono arrivate dopo perché abbiamo avuto da sempre l’esigenza di nutrirci. La trasformazione della panificazione è come la parola scritta che si trasforma in parola viva e trasforma chi l’ascolta».

All’interno di Romaeuropa Festival, nella sezione Anni Luce, due sono state le occasioni per conoscere alcuni dei più interessanti nuovi autori della drammaturgia italiana. Il primo turno, dedicato al Premio Hystrio, con il testo Amore storto di Christian Di Furia, vincitore del Premio Scritture di Scena, e con Anna, di Tommaso Fermariello, segnalato nell’ambito della stessa rassegna con una menzione speciale.  
Il secondo, invece,che ha visto in un’unica serata avvicendarsi Nicolò Sordo con il suo testo Ok Boomer, vincitore del Premio Pier Vittorio Tondelli e Pier Lorenzo Pisano con Carbonio, vincitore del Premio Riccione.

«Il format Situazione Drammatica nasce nel 2019, prima del grande cambiamento mondiale con la pandemia – afferma Tindaro Granata. È nato con l’idea che gli spettatori e le spettatrici riuscissero a far parte del momento di conoscenza del testo, del momento di creazione di passaggio che c’è tra la parola scritta e la parola viva, recitata».

Come si innesta e qual è l’influenza tra Situazione Drammatica e il tempo presente?

Ho sempre desiderato che le persone capissero quali sono i meccanismi che sono nascosti dietro l’arte teatrale. Alcuni potrebbero pensare che un po’ di fascino si perde con un’operazione così. Io credo invece che possa far acquisire maggiore consapevolezza, attenzione e cura nei confronti di un’opera da parte degli spettatori e delle spettatrici.

Trovo che Situazione Drammatica sia più che mai necessaria oggi. Innanzitutto perché si ristabilisce un rapporto molto intimo tra l’opera e gli spettatori, i quali scoprono e capiscono meglio cosa succede, che cosa c’è prima che uno spettacolo diventi concreto. 

È molto importante che il testo venga vissuto, che sia nelle mani degli spettatori, partecipi di un processo artistico non solo in modo concettuale, ma anche fisico. Avere il formato cartaceo permette non solo di staccarsi dalla quotidianità, ma anche di avere un rapporto diverso con le cose. Ultima cosa, ma non meno importante, in questo modo si prende parte al processo creativo e ognuno realizza questa esperienza in modo diverso

Durante la cosiddetta “prova a tavolino”, quella che si fa i primi giorni, quando ci si incontra con tutta la compagnia per la prima lettura di uno spettacolo, a me succede che mi si apre il cuore, osservando gli attori che cercano di arrivare alle cose, è come sentirsi parte di quella storia. Volevo che questo sentimento lo provassero tutti gli spettatori e le spettatrici.

Concludo dicendo che, in questa era Covid, in questa fase storica, ho sentito l’esigenza maggiore di utilizzare la musica dal vivo durante le letture, un forte desiderio di avere il live, il vero il qui e ora. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che l’unico modo che noi abbiamo per comunicare è scrivere. Testi, canzoni, musiche. Abbiamo avuto bisogno di esprimerci, di raccontare, di dire la nostra e questo per ogni persona è veramente importante.

Il processo di scrittura è un processo di solitudine, di ricerca interiore. Qual è il tuo rapporto con entrambe le cose?

A questa domanda rispondo non solo da attore ma anche in qualità di drammaturgo. Recitare mi porta a confrontarmi con la vita, ad avere un approccio estroflesso con il mio lavoro. Come se avessi bisogno di esercitare una parte che non sta solo dentro di me ma anche fuori. L’esposizione, mettere il proprio corpo davanti agli spettatori, alle spettatrici, vivere le proprie sensazioni, porta inevitabilmente a essere collegati con l’esterno. La scrittura, invece, è proprio l’opposto. Per scrivere c’è bisogno di chiudersi, di stare dentro, di vivere nel proprio mondo interiore. È come chiudere le finestre del corpo senza nessun affaccio verso l’esterno. 

E questa cosa è molto importante perché dà la possibilità, in un certo senso, di fare una sorta di autoanalisi, ai fatti della propria vita e del mondo. Chi scrive ha la fortuna di possedere due cose uguali e opposte: una grande analisi del mondo, di sé stesso, di ciò che ci circonda e questo permette di scendere in profondità al tema che si vuole trattare. Dall’altro lato, però, la parte faticosa è che questo ti costringe a fare i conti con sé stessi in maniera molto spietata perché nella scrittura difficilmente si può essere bugiardi con sé stessi.  

Teatro e drammaturgia: in quale direzione ci stiamo muovendo?

Quello che noto rispetto ai testi di tanti giovani che leggo è una caratteristica comune, quella di essere racconti molto indefiniti, dove non ci sono i personaggi così come li intendiamo noi, è tutto molto più confuso.  In questa parola, di cui non so quale sia l’etimologia esatta, mi piace pensare che ci sia una fusione, una “cooperativa diffusione” inventando un’origine che non è quella precisa. 

Una cosa che registro è che i ragazzi e le ragazze di oggi che scrivono fanno fatica a stare ancorati con la realtà, nel senso che hanno sempre l’esigenza di far entrare nei loro testi qualche elemento strano, assurdo. Televisori parlanti, personaggi alieni, l’acqua colorata di rosso.
Non so bene se avviene questa tendenza perché il mondo della tecnologia permette di creare realtà virtuali oppure perché non si è capaci di gestire qualcosa di molto più semplice e quindi si ha bisogno di ricreare mondi fantastici. È come se ci fosse una forma di  iperrealtà. 

Un’altra cosa che sto notando, e questo purtroppo è un problema del teatro europeo, è che la drammaturgia, in un certo senso, è asservita alle mode, alle tendenze del momento. Faccio un esempio: ultimamente non si parla d’altro che di clima, giustamente, perché è un problema centrale, importante e tocca tutti. Mi si può dire che la drammaturgia e i drammaturghi seguono le esigenze, raccontano il nostro tempo, ed è anche vero. Il problema è che viene chiesto tutto in maniera molto meccanica e quindi diventa una moda. 

Poi, però, succedono delle cose e si capisce che un testo può essere bello a prescindere, quando va oltre le mode, quando supera la richiesta che fa il mercato e buca ogni sua regola, arriva, sta lì ed è presente. Noi Italiani abbiamo la fortuna di essere così tanto diversi, sono differenti le nostre lingue, i nostri dialetti, è diverso il nostro modo di pensare e questa è la ricchezza, la risorsa più grande che abbiamo. Se comprendessimo meglio questa nostra diversità, avremmo tanti autori, tante autrici in più che parlano e scrivono usando la loro lingua vera. E di conseguenza sono unici, sono uniche.

Una panoramica globale, uno sguardo e una riflessione personale sulle due serate di Situazione Drammatica a Roma.

Innanzitutto sento di fare un grande ringraziamento al pubblico che è stato presente in quelle serate. È stato un regalo meraviglioso, momenti di festa e di scambio. Dico sempre una cosa agli artisti selezionati per fare le letture: Situazione Drammatica non è una serata di dimostrazione, nessuno deve dimostrare quanto ha scritto bene, quanto recita bene ma è una serata di condivisione. Chi ha scritto una storia porta la gioia di condividerla con le persone che vengono ad ascoltarla, la natura di questa serata è la comunione di un percorso drammaturgico. 

Ringrazio tutti gli scrittori, le attrici, gli attori che ho coinvolto nelle serate a Roma, ringrazio  Carrozzierie n.o.t. e Maura Teofili, senza la quale difficilmente saremmo stati a Romaeuropa Festival e ci ha dato ospitalità in Anni Luce. È una splendida organizzatrice, ma ha anche un occhio artistico molto sensibile, alcune scelte artistiche le abbiamo fatte insieme. 

Infine è importantissimo ricordare il ruolo di Fabrizio Grifasi, il direttore del Festival che ha fatto sì che fosse possibile realizzare queste letture, nella precedente edizione e anche quest’anno. Un direttore che gestisce fondi pubblici e decide di aprire le porte alla nuova drammaturgia è un direttore illuminato, questo bisogna dirlo, è una cosa importante. Sono state delle serate molto particolari, i testi e gli autori che abbiamo presentato sono i vincitori dei concorsi più famosi e prestigiosi.

Tommaso Fermariello ha presentato Anna, un testo che ha vinto la Menzione di Situazione Drammatica per il premio Hystrio, ispirato a un fatto realmente accaduto. Quando la protagonista di questo episodio di cronaca nera è stata rimessa in libertà, Fermariello ha notato che su Facebook c’era una miriade di insulti indirizzati verso questa ragazza. Nel mondo c’è tanta violenza e Fermariello ci racconta che i violenti non sono soltanto quelli che commettono un omicidio ma anche chi giudica sommariamente. Tommaso ha una bella qualità di scrittura, è molto moderno. 

Christian di Furia è il vincitore del premio Hystrio. Lui si è ispirato a Bianca Garufi e a Cesare Pavese, ha inventato questo incontro al bar e lo ha raccontato con delle didascalie come se ci fosse la voce di una coscienza che descrive il corpo, i movimenti, le sensazioni di questi due personaggi, con la loro difficoltà di incontrarsi, con il loro desiderio di stare uniti. Ed è molto bello anche perché ha utilizzato una modalità di scrittura letteraria, creando un mondo e un racconto alto.  

Nella serata dedicata al Premio Riccione abbiamo presentato Carbonio di Pier Lorenzo Pisano. Credo che lui sia uno degli autori più prolifici e interessanti che abbiamo perché spazia dal cinema alla drammaturgia teatrale, fa il regista, ha vinto tutti i premi più importanti e ha una scrittura molto bella. Sa utilizzare benissimo il meccanismo drammaturgico che collega gli spettatori con il ragionamento. La sua scrittura, secondo me, è scanzonata, ironica. Serve per porre lo spettatore di fronte a delle questioni che hanno a che fare con il proprio io, con l’intimo, con la propria vita. Carbonio è un incontro tra due persone, uno dei quali ha avuto un incontro con un alieno e questo ha modificato la sua percezione di vivere. Ci sono degli intermezzi con una voce off che racconta che noi siamo fatti di carbonio e al carbonio fondamentalmente interessa solo generarsi e generare vita, non interessano tutte le problematiche della mente e della coscienza.

L’ultimo, Niccolò Sordo è un ragazzo di 29 anni che ha scritto Ok boomer (Anch’io sono uno stronzo). È il vincitore del premio Pier Vittorio Tondelli e mi è piaciuto molto perché la sua forza sta nel fatto che è un autore giovane e contemporaneo; lui si descrive e ci restituisce come ragionano i ragazzi di questo tempo che stanno sui social, vivono le loro prime esperienze amorose molto spesso chattando e trascorrono molto tempo a guardare i video anziché leggere un libro. Secondo me sordo ha il dono di riuscire a scrivere a raccontare questa generazione, la sua è una scrittura molto interessante che per noi “boomer” disvela la realtà attuale. 

La sua storia parla di un ragazzo che è anche la voce narrante del testo e che va a rubare in un centro commerciale delle Nike Air. Si rende conto che in quel negozio di scarpe di un centro commerciale ogni sabato pomeriggio si riuniscono tantissimi personaggi che vanno lì per rubare. È la metafora di una società che non aspetta altro che andare a rubare in un giorno preciso, in un luogo preciso come se fosse un’attitudine naturale. Questi sono i quattro testi che abbiamo portato e ognuno di essi, a modo suo, è piccolo capolavoro perché racconta  parti diverse di questo momento storico che stiamo vivendo.

Sentirsi e far sentire a casa, a proprio agio con sé stessi e con le persone che sono con noi. E questo il senso del Teatro per te?

Un professionista, una professionista del nostro settore si deve porre sempre la domanda sul perché sta facendo questo lavoro e non un altro. Considerando il fatto che è faticoso, si lavora con le miserie degli esseri umani, non si lavora soltanto con le cose belle, si guadagnano pochi soldi non ci sono aspettative ed è a fondo perduto. Io dico a me stesso che se è questo è il prezzo che bisogna pagare, allora deve essere fatto in certo modo e deve avere un valore preciso. Io credo che questo è un lavoro come un altro, ma serve per far stare bene gli altri, per dare un servizio alla società nella quale viviamo.

Da qui nasce la mia esigenza di dover occupare le stanze della mia solitudine parlando della solitudine degli altri, le stanze del mio amore analizzando l’amore degli altri, le stanze dell’affetto guardando gli affetti degli altri, vivendo con gli altri. È un tutto che lega tutti insieme. Quando l’obiettivo principale non sono le persone a cui ci rivolgiamo, la società allora è come se noi prendessimo una piccola sbandata rispetto alla missione che ognuno di noi ha come artista. Per me, l’incontro tra gli esseri umani è come un rito ed è molto importante. Se il Teatro è lì dove ci sono una persona che racconta e una persona che ascolta, in quel preciso momento si realizza qualcosa di più grande delle singole unità. Si realizza qualcosa a cui diamo noi la vita.