Concerto Fisico di Balletto Civile. Spaccare la crosta, far colare la lava

Concerto Fisico di Balletto Civile. Spaccare la crosta, far colare la lava

Presto ci sarà una colata di lava, una lingua di fuoco che attraverserà Paesaggi del Corpo – Festival di Danza contemporanea. Tutto ciò si verificherà il 10 ottobre, quando la Compagnia Balletto Civile sarà ospite al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri. Concerto Fisico è il loro manifesto poetico, un solo act che contiene in sé non solo i codici e le coordinate della ricerca artistica di Michela Lucenti, l’ibridazione tra danza, teatro, suono e corpo, ma anche la loro cronistoria come “collettivo nomade di performers”. Un percorso umano e artistico che vibra e infonde una rinascita o semplicemente l’atto di svegliarsi. E, infine, c’è un libro-guida e un’autrice premio Pulitzer nel 1975, Annie Dillard, come ci ha raccontato Michela Lucenti nel corso dell’intervista.

Ci siamo lasciati all’inizio dell’estate scorsa, ci ritroviamo in autunno. Come hai trascorso e come hai vissuto tutto questo periodo di tempo? Cosa ti ha lasciato, che cosa hai conservato?

È stata un’estate piena di tante cose da fare; in parte nuove, in parte da recuperare, come per molti.  Stranamente il pensiero, a tratti, sembrava sospendersi perché c’era da essere estremamente operativi. Il punto in cui mi trovo adesso è qualcosa di bello, pieno, caldo che ha attivato in me delle riflessioni. Sto ripensando sia alla testimonianza fisica del mio, del nostro stare in scena, sia a nuove produzioni che per il momento sono nella la mia testa. Il lavoro estivo è stato riempito con tanta bellezza e successi, con ogni persona che abbiamo incontrato. Questo è il momento buono per una riflessione su quello che è accaduto, senza tristezza o nostalgia. Un tentativo di comprensione e di analisi  per ciò che riguarda lo stare in scena, ma anche la scrittura. La composizione mediante l’elaborazione cosciente di tutto quello che abbiamo attraversato, senza far finta che non sia accaduto, quindi mi trovi in questa posizione. 

Un approfondimento sul gioco di contrappunti, presenti in Concerto Fisico, tra te, e i tuoi compagni di scena: Maurizio Camilli e Tiziano Scali.

Concerto fisico è una materia lavica, un lavoro sui refusi. È nato come uno sfogo. Faccio un lavoro di drammaturgia fisica molto denso nella scrittura dei nostri spettacoli. Sicuramente faccio un lavoro coreografico ma per me è molto importante l’approfondimento, gli studi che si fanno all’inizio, il lavoro a tavolino precedente a quello delle prove. Da tanto tempo mi è stato chiesto di fare un lavoro da solista. Così non ho voluto ripercorrere la mia storia artistica, piuttosto esplorare un vuoto, una zona lavica che rappresenta la passione che io dedico e riservo a questo mestiere, il mio desiderio di essere una testimonianza con il corpo. Il rapporto con Maurizio e Tiziano è molto profondo. Maurizio è un attore e un danzatore, Tiziano è un fonico sui generis, molto spesso costruisce le partiture musicali dei nostri spettacoli. Lui è un musicista, un pianista. Sono entrambi le persone più adatte ad accompagnarmi e a “vegliare” su questa mia fuoriuscita artistica. Danno un’ulteriore forma a quello che io faccio. 

Lavorando insieme con loro, mi sono accorta che cavalcavano benissimo il mio flusso. La funzione che hanno non è quella di mettermi dei paletti o di chiudere, ma di fomentare la mia ricerca, come se fossero il trampolino su cui ogni volta posso prendere la rincorsa. Veniamo dalle repliche di Palermo e, ancora prima, Pordenone. Concerto Fisico è uno spettacolo che cambia, un work in progress, anche se la partitura è la stessa. Ma soprattutto è una materia che noi lasciamo fluire, ognuno di noi è totalmente in gioco. Un lavoro che ogni volta è un po’ diverso, costruito su una partitura di interpretazione, come se fosse uno spettacolo jazz. Vive del momento in cui siamo e questa materia è la vita. È una materia viva come tutti gli spettacoli, ma in questo caso lo è ancora di più.

Quali sono stati i principali cambiamenti operati in Concerto Fisico?

Il lavoro tra corpo e voce, per me, è estremamente connesso. Nonostante io abbia cantato fin da bambina, la formazione più grande che ho ricevuto è avvenuta con l’immenso lavoro fatto con Moni Ovadia. Parte da un’idea di canto arcaico, in qualche modo anche popolare. Seguendo una traccia molto chiara, si ascoltano le proprie “cavità”.  Un lavoro sui risuonatori che cambiano a seconda di come il corpo è, di come sta in quel momento, di cosa sta vivendo. La mia voce è cambiata, per prima cosa mi sento di dire questo. Cambiando la mia voce, naturalmente cambia anche il mio corpo. Anche se lo spettacolo rimane furioso, è più morbido, più coinvolgente rispetto al pubblico

Quando è nato voleva essere come un pugno, un manifesto. Adesso sembra sussurrare un piccolo suggerimento a chi lo guarda. Un “vieni con me”  inclusivo. In questo momento io non ho voglia di dare schiaffi, ma di prendere la gente per mano, di consegnare la mia storia condividendola insieme a quella degli altri. Magari qualcuno guardando Concerto Fisico lo troverà molto Punk, per noi invece è molto più caldo adesso, più coinvolgente, questo è ciò che mi viene da dire a getto. L’altra cosa importante è che si è affinato in questi anni ancora di più il lavoro tra lo spazio, il suono e il corpo. La nostra ricerca è andata avanti e, chiaramente, anche il rapporto tra di noi, tra me e Tiziano si è evoluto. Ci sono delle cose che funzionano meglio semplicemente perché sono state esperite di più. Come tutti gli artisti ricerchiamo e studiamo. 

Come sono stati selezionati autori, musicisti e opere contenuti in Concerto Fisico? Hai pensato di cambiare qualcosa, pensi di volerlo fare?

Dal punto di vista della macro traccia, dello scheletro drammaturgico non ho cambiato niente. Credo che non lo cambierò perché, anche se l’ispirazione è nata spontaneamente, dopo è stato a lungo meditato, abbiamo tracciato un filo rosso che per noi è fondamentale. È il risultato di un mio innamoramento letterario. Ogni parola contenuta in Concerto Fisico viene da un testo: Ogni giorno è un Dio, di Annie Dillard, Premio Pulitzer, una grandissima scrittrice americana. Lavoro sul testo della Dillard, che continua ad essere l’unico suo romanzo pubblicato in Italia, da molto tempo. Avrei così tanto materiale per fare ancora altri spettacoli. C’è una forte aderenza tra la mia e la sua scrittura. È incredibile, non ho trovato mai una forma così vicina a me. 

Quasi nessuno ci crede che quelle parole contenute in Concerto Fisico non siano scritte da me, ma che sono appunti che io volontariamente declamo. Ricordo che nell’estate in cui che comprai Ogni giorno è un Dio, ho avuto una vera e propria folgorazione, ho sentito che questa meravigliosa scrittrice poteva accompagnarmi per mano in questo viaggio lavico. Lei è quasi una studiosa, la sua non è una scrittura “calda”, in apparenza sembra scientifica, ma si percepisce che sotto e dentro le sue parole si muovono le energie della terra che per me continuano ad essere molto vitali, al punto da continuare a rendere un costante tributo interiore. 

A un giovane danzatore/performer, a una giovane danzatrice/performer consiglieresti ancora di non risparmiarsi, nonostante il futuro incerto, ma di cavalcare le proprie aspirazioni, suggestioni, idee?

Assolutamente sì, anzi in questo momento la cosa che suggerirei a un giovane è di farsi forte della propria diversità, ancora di più. Sento che nella danza il rischio è di un’etichettatura, un restringimento di campo. Ogni giovane artista ha delle cose da dire e questa è la cosa più virtuosa che c’è. Credo che ognuno debba provare ad ascoltarsi profondamente e non rientrare nelle etichettature che continuano brutalmente a dare in ogni luogo e in ogni dove. Trovarsi nell’affermazione di sé, senza mode, capire, scrivere. Con il mio nuovo incarico ERT (Artista Associato e Direzione artistica di una rassegna di drammaturgia fisica) proverò ancora di più ad aiutare e dare spazio ai giovani. Una dimensione nella quale i “fratelli maggiori” non intervengono, non fanno tutoraggi, ma ascoltano.

Lasciamo che le nuove generazioni facciano quello che vogliono e che sentono di fare, senza condizionamenti ed etichette. Proprio perché in realtà non ci sono delle linee guida, ci sono quelli che io chiamo “oggetti artistici”. Questo non è il momento di dare consigli, c’è bisogno che i ragazzi e le ragazze che si lanciano verso un percorso artistico leggano, studino, pratichino. Bisogna fare, io sono cresciuta facendo. Gli anni ’90, quelli in cui sono cresciuta io, sono stati molto feroci, ma c’era una libertà maggiore. Attraverso gli errori che ho commesso posso dire di aver raggiunto adesso la mia felicità personale. Insomma mi trovi critica su un po’ di cose come i tutoraggi, i progetti europei, la definizione “under 35”. Finché ho fiato cercherò di rappresentare un’alternativa a tutto questo perché crea dei piccoli mostri, non degli oggetti sinceri. La libertà bisogna urlarla, soprattutto in questo momento. 

Credi che siamo pronti ad accogliere concretamente, a convivere con le diversità?

È difficile per me cercare di spiegare che cosa sento, è come un freno nel nominare determinate parole come questa. Io credo che non dobbiamo più pensare ad accogliere le diversità, perché tutti lo siamo. Faccio un esempio: nonostante io sia una super femminista cerco di evitare rassegne al femminile. Trovo sbagliato qualsiasi evento concepito su categorie specifiche, chiuso in sé stesso. Dobbiamo provare a lavorare sullo stesso piano e invece abbiamo una società che fa una fatica incredibile a interagire con la diversità.
L’errore di questo momento è continuamente ricordare la diversità, noi dovremmo essere così bravi come artisti da darla per scontata senza farla diventare una sconfitta e nemmeno una conquista. Io in questo momento cerco di andare un po’ più all’osso e discutere di libertà. Quando parliamo delle diversità dobbiamo mettere in conto che fanno parte del sistema, la diversità è la normalità della nostra vita, anche all’interno di una stessa famiglia. Quindi perché non smettiamo di parlare di diversità? Abbiamo la possibilità, soprattutto nel campo artistico, di essere liberi. Spesso siamo noi i primi a darci un’etichetta.

Il presente risveglia o viene risvegliato dagli slanci emotivi? Come si realizza, cresce, si sviluppa una memoria sentimentale?

Credo che i sentimenti profondi, i ricordi che sono depositati in noi sono appunto quella lava di cui ti parlavo all’inizio. Le cose grandi sono sempre vive nonostante il passare degli anni, lo scorrere del tempo. Siamo come una montagna. I ricordi, intesi come grandi emozioni vissute, sono qualcosa che ci spinge, ci muove profondamente. Sono vivi, non vanno vivificati. Creata una piccola apertura, questa lava può risalire. In questo caso Concerto Fisico può servire a questo, fa da detonatore come quando si estrae qualcosa da una miniera. Io agisco in un modo molto Punk per spaccare la crosta, mi pongo per prima in questa condizione. Una cosa bella che succede è quando le persone mi dicono di essersi dimenticati di me e io godo per questa cosa. Significa che ad un certo punto io fungo da sciamana. Funziona proprio così, è come fare un viaggio e chi guarda, nei cinquanta minuti di durata dello spettacolo, va da un’altra parte con la sua testa. Quando ciò avviene, si realizza qualcosa di magico. Il risveglio emotivo avviene attraverso questo detonatore, questa spaccatura della crosta.

C’è qualcosa che hai perdonato, è avvenuta una riconciliazione con l’artista che è in te e c’è qualcosa invece per cui ti senti grata e orgogliosa?

Mi sento grata ancora oggi verso quelli che mi sostengono. I maestri che ho incontrato, in primo luogo Leo de Berardinis, quelli che mi hanno dato una spinta alla libertà. E sono grata di cercare, di poter dare anche io, a mia volta, lo stesso slancio. Il mio centro è il rapporto tra la danza, il corpo, il teatro e la parola. Mi vengono in mente quei maestri che hanno dato il via a quella che è diventata la ricerca della mia vita e per loro era un andamento naturale.
La cosa che non mi perdono è quando mi arrabbio discutendo tra danza e teatro. Bisognerebbe trovare una modalità più oggettiva, più concreta che si trova anche nell’accettare che alcune persone non capiranno e non vorranno mai comprendere il mio punto di vista. Vorrei essere più matura, più anziana, più tranquilla. Ogni tanto però ci sono delle circostanze che ancora adesso mi fanno infuriare come quando avevo vent’anni. Trovo insopportabile quando l’atteggiamento di chiusura proviene da enti e personalità che hanno un ruolo culturale importantissimo.

20 anni di Attraversamenti Multipli: ogni cosa, ogni persona è connessa

20 anni di Attraversamenti Multipli: ogni cosa, ogni persona è connessa

Non è stata la superstizione legata alla numerologia o alle date nefaste e nemmeno il rischio di temporali, la pioggia a fermare il debutto, la serata inaugurale del Festival Attraversamenti Multipli, venerdì 17 settembre.
Il consueto appuntamento, preludio d’autunno, curato da Margine Operativo con la direzione artistica di Alessandra Ferraro e Pako Graziani, è un progetto artistico che si è sviluppato, fin dal 2001, in una serie di eventi crossdisciplinari, condivisi e vissuti all’interno di spazi urbani.

Gli spettatori sono ritornati numerosi a vivere il rituale collettivo del Teatro, nell’agorà di Largo Spartaco a Roma e, infatti, il tema di quest’anno mette al centro la relazione tra i corpi insieme alla convergenza tra spazio e tempo. Tra l’arte e la dimensione della socialità. Tre anni fa sarebbe risultato come un aspetto troppo scontato su cui porre l’attenzione, ma è bastata una pandemia globale, una lunga fase di emergenza sanitaria per svuotare quella corrispondenza erotica tra artisti in scena a pubblico. Cosa è cambiato nel frattempo? Cosa è rimasto uguale? 

Di certo possiamo affermare che è una sensazione entusiasmante ritrovarsi per un assistere a un evento, confrontarsi nel dialogo, bere una birra. Possiamo anche ribadire che abbiamo compreso tutti la differenza tra distanziamento fisico e distanziamento sociale. Abbiamo applicato il primo per correggere il secondo, in modo pieno e consapevole, anche quando andiamo al teatro o partecipiamo a un evento pubblico.

È bello vedere differenti generazioni che si riuniscono ancora tra di loro, incrociandosi e cercando di contrastare l’inclinazione alla disumanizzazione, alla segregazione. È bello ritrovare la speranza di poter cambiare una o più vite, nella traiettoria di quella linea di pensiero e di comunicazione che mette in relazione persone, culture, provenienze, età, generi e condizioni sociali diverse. Nella consapevolezza di aver vissuto uno o più eventi traumatici, ma di non essere per questo dei sopravvissuti.

La prima delle novità che il pubblico, ma anche la comunità del quartiere ha trovato ad Attraversamenti Multipli nell’edizione 2021 è stata Rainbow, “un’opera da abitare” di street-art ideata da Bol, ovvero Pietro Maiozzi, storico pittore muralista di Roma. Un progetto che è anche una metafora, quella dell’arcobaleno, realizzato per il Festival e per l’isola pedonale di Largo Spartaco. Linee colorate che si estendono in orizzontale, sul lato interno della muraglia di recinzione. Concepita anche come una seduta che accoglie tante persone diverse, ogni giorno. Un simbolo concreto e resistente di inclusione sociale.

Un’altra iniziativa da segnalare è La rivoluzione dei libri un progetto ideato da Alessandra Crocco e Alessandro Miele, prodotto da Progetto Demoni/ Ultimi Fuochi Teatro. Si tratta di una installazione di QR Code letterari, accompagnata da una mappa, disseminati e sparsi un po’ ovunque nel quartiere Quadraro. Un ulteriore modo di fare e dare accoglienza al pubblico in tutte le serate del festival, ma anche ai passanti occasionali che avranno così modo di ascoltare le parole vive di tanti autori. Lungo un percorso che comprende anche luoghi simboli come Garage Zero, il centro sociale Spartaco, Lucha y Siesta, la biblioteca Cittadini del Mondo.

Le voci della rivoluzione che hanno letto e interpretato altrettante clip letterarie sono quelle di Alessandro Argnani, Michele Bandini, Michele Baronio, Tamara Bartolini, Consuelo Battiston, Elena Bucci, Ruggero Cappuccio, Nadia Casamassima, Andrea Cosentino, Alessandra Crocco, Claudio Di Palma, Rita Felicetti, Roberto Latini, Roberto Magnani, Ignazio Oliva, Alessandro Miele, Laura Redaelli, Alessandro Renda.

Un’altra installazione che è diventata una costante di Attraversamenti Multipli, programmata per la serata di apertura è Teleradio Metropoli. Concepita come una “street-tv” e una radio open air, racconta il festival in diretta streaming con un flusso incessante di immagini, notizie e aggiornamenti, musica, racconti e poesie. La voce del conduttore/performer è quella di Andrea Cota, in arte Mondocane che cura anche la selezione dei contenuti insieme con Margine Operativo. La sezione video è curata da Pako Graziani.

Due sono stati gli eventi di punta della serata inaugurale del 17, la performance Asta al buio con Antonio Rezza come banditore e Mash-up di Carlo Massari/C&C Company. Un formato, il primo, strutturato e realizzato in altre occasioni per una finalità benefica. Rezza è al centro di un grande tavolo, davanti al pubblico vivo e vivace di Largo Spartaco che commenta, ride, applaude. Decide la base d’asta di oggetti che non sono visibili. Non sono esposti, possono essere reali o astratti, di volta in volta vengono soltanto descritti dall’attore-regista nato a Novara, ma nettunese d’adozione. E le sue descrizioni sono originali e molto generiche, spesso fuorvianti, difficile avere la certezza di avere fatto un affare o meno, si scoprirà soltanto alla fine.

Il banditore Rezza spende il suo estro e il suo eclettismo nel gioco-dialogo con il pubblico, in una dimensione goliardica, surreale ma al tempo stesso anche genuina e di grande empatia. Una volta effettuato il pagamento, i premi vengono mostrati e consegnati agli acquirenti con la lettura delle expertise.

L’opening si avvia alla sua conclusione con il secondo evento previsto per la serata, la prima nazionale dello spettacolo di danza Mash-Up. Nonostante la sua breve durata (25 minuti), esso contiene tracce e preziosi contenuti da sviluppare ed espandere fino a raggiungere una sua definizione e completezza. Carlo Massari continua la sua narrazione, il suo racconto sulla miseria umana. Due aspetti che caratterizzano le sue opere, la cifra della compagnia C&C Company.

Le note che accompagnano la presentazione della performance contengono una calzante citazione che appartiene al filosofo e scrittore tedesco, Ernst Fischer.
«In una società decadente, l’arte, se veritiera, deve anch’essa riflettere il declino. E, a meno che non voglia tradire la propria funzione sociale deve mostrare un mondo in grado di cambiare». L’arte sta mostrando un mondo in grado di cambiare? Il mondo è in grado di cambiare?

Massari porta in scena questa tensione emotiva. Il disturbo ossessivo-compulsivo di misurare quasi tutto: parti del corpo, spazi e ambienti, attività umane. Il consumismo. La carne, compresa quella dell’artista. Una combinazione potente a livello drammaturgico. Una voce fuori campo racconta di quanto il consumo di carne animale sia eccessivo oltre ad essere crudele, e di come gli allevamenti intensivi hanno un impatto devastante in termini di consumo di risorse.

Ecco allora che la carne cruda diventa il simbolo peculiare del cedimento strutturale, del crollo della società. Carne che divora carne. Non cresce su un albero come un frutto e nemmeno tra le piante dell’orto. Viene asportata, brutalmente, da un essere vivente, un animale che, morendo, verrà macellato per poter essere confezionato. In una catena di produzione che è diventata sempre più sorda e sempre meno etica, anche perché la domanda è più alta di ciò che la natura offre.

Mash-up è la metafora dell’indifferenza, ma in modo più esplicito dell’avidità. Un desiderio smodato e insaziabile che si è riversato in ogni settore umano, anche nell’arte. Nella ricerca spasmodica di nuove forme di espressione e di movimento, Nei rapporti sociali e nelle dipendenze di ogni genere. Nei legami di sangue. È singolare come un fonema, simile a un muggito, diventa la parola “mamma”. Carne che genera altra carne. Ma quel suono, però, sembra letale come un grido di disperazione e di morte.  

In chiave filosofica e drammaturgica, Mash-up di Carlo Massari è vicino alla pittura di Mark Rothko. La forza embrionale di questo progetto consiste nella capacità di svelamento, di penetrare zone inaccessibili. Spogliarsi per immergersi negli strati più profondi delle cose. La direzione della “conoscenza diversa” in fondo è la stessa e accomuna il pittore al coreografo.

La docente e storica francese Annie Cohen-Solal menziona un aneddoto, una confessione fatta da Rothko allo scrittore John Fischer, suo amico, che riflette la sua inquietudine di poter tradire i principi nei quali credeva. L’artista era stato incaricato di realizzare una serie di grandi tele per ricoprire le pareti della sala più prestigiosa di un ristorante molto esclusivo nel Seagram Building di New York. Lui accettò la sfida con l’intenzione di realizzare qualcosa che rovinasse l’appetito di tutti i ricchi e potenti che avrebbero mangiato lì. E per raggiungere l’effetto opprimente utilizzò colori dai toni più cupi di quelli che aveva solitamente usato. Quei dipinti non vennero mai appesi ma Rothko aveva ottenuto, disse a Fischer, l’effetto claustrofobico che Michelangelo aveva creato nella sala della scalinata della Biblioteca Medicea: «Far sentire agli spettatori che sono intrappolati in una sala nella quale tutte le porte e le finestre sono murate, in modo che l’unica cosa che possono fare è trovarsi faccia a faccia con la parete».

La Danza è una questione di pelle. Parola di Francesca La Cava

La Danza è una questione di pelle. Parola di Francesca La Cava

C’è una parola, un concetto chiave che, durante il nostro incontro con Francesca La Cava, emerge fin da subito: la danza è anche una questione di pelle. Di tatto e di contatto.
Le affinità e le divergenze si manifestano e si percepiscono attraverso l’unico, vero vestito che indossiamo perennemente. Attraversano i nostri pori invisibili si fanno strada fino a giungere nella nostra mente e nel nostro cuore. È in quella sede che si determinano la corrispondenza o la difformità. Una sorta di radar che si accende mediante il nostro sentire e viene rielaborato dalla ragione.

Direttrice artistica di Gruppo E-Motion, danzatrice, coreografa, formatrice e regista; la sua carriera ha da sempre avuto una cornice e una dimensione di gruppo, un’altra delle parole preferite di Francesca La Cava.
Un insieme di persone vissuto come punto di riferimento, come comunità stabile dove poter affrontare al meglio le sfide e condividere le opportunità. Un processo di evoluzione che, come un imprinting, fa parte della vita così come dei percorsi artistici. Il momento preciso nel quale l’esperienza e le emozioni vengono rielaborate attraverso il lavoro di scrittura drammaturgica. Nelle fasi di esplorazione coreografica e in quello successivo di interpretazione.

Nella dimensione del “gruppo” è importante riappropriarsi del proprio corpo al punto di concedersi una totale libertà di espressione e di improvvisazione. Proprio perché ogni intuizione, ogni azione o movimento avviene nell’hic et nunc del momento presente. E contemporaneamente è fuori dal tempo stesso perché giunge inatteso e propizio. È un’ispirazione, un regalo unico e irripetibile. Nella visione di Francesca La Cava tutto questo si condensa nell’ultima delle parole che definiscono la sua sensibilità artistica: la curiosità.

Francesca La Cava

Dal 2004 curi la direzione artistica della compagnia E-Motion, raccontaci com’è avvenuta la scelta di questo nome e un po’ di storia del gruppo.

Il nome già mi piaceva fin da quando la compagnia è nata nel 2004. Tutto è avvenuto un po’ casualmente, frequentavo delle residenze al festival di Tagliacozzo diretto allora da Lorenzo Tozzi, critico giornalista e musicologo. Fu lui a spingermi in questa direzione dandomi l’opportunità di realizzare la mia prima creazione durante il festival. Ne parlai confrontandomi con altri danzatori, l’idea è nata e si è sviluppata insieme ad altre persone. Elsa Piperno ha supportato è sostenuto il mio lavoro. Mi piace molto la parola gruppo, il fatto che tutti insieme decidiamo e portiamo avanti un progetto e poi Motion significa e suggerisce proprio un’idea di movimento. Non volevo creare una compagnia nominale, con il nome del coreografo, anche perché negli anni ci siamo sempre aperti tantissimi giovani artisti associati. 

Sono trascorsi diciassette anni di attività, quali sono stati gli obiettivi raggiunti, i focus, le trasformazioni principali?

Sono stati tanti  gli obiettivi che abbiamo raggiunto nella fase iniziale, è il mondo della danza che nel frattempo si è trasformato. Adesso è più difficile portare avanti una compagnia, anche perché sono cambiate le dinamiche sia della distribuzione e l’attenzione degli addetti ai lavori. Forse oggi si lavora di più sulla contemporaneità rispetto ai primi anni del 2000.

Abbiamo partecipato a molti festival, abbiamo fatto tante tournée all’estero, negli anni sono aumentati anche gli artisti con i quali abbiamo condiviso progetti. Tenere in vita tutto questo significa muoversi sempre di più per poter essere maggiormente distribuiti. Quando è nata la compagnia per me era la prima esperienza, anche se ero già stata co-direttrice artistico della compagnia di Elsa Piperno, ero ancora molto giovane nel mestiere. Anche da un punto di vista artistico  il lavoro è cambiato. 

Ho vissuto le trasformazioni soprattutto da un punto di vista drammaturgico del movimento. Siamo sempre più vicini a quella verità di cui abbiamo necessità nel racconto e nel confronto, con il pubblico, ma anche con noi stessi. Sempre alla ricerca di un movimento vero che si allontana dalla forma. Sin da subito abbiamo lavorato sull’improvvisazione, in più amo molto il teatro, mi sono laureata al Dams di Bologna nel ‘99 ho fatto la danzatrice, la coreografa, ho esplorato la dimensione del teatro-danza e tutto ciò che volevo raccontare insieme con i miei interpreti e danzatori.

Un approfondimento su Without Color e sulla trilogia sull’abitare.  

Without color è un progetto pensato e concepito nel corso di numerosi anni perché desideravo da tempo lavorare con dei danzatori di diverse etnie, considerando il mio grande amore per l’Africa. Sicuramente è stata determinante l’esperienza di insegnamento con l’Accademia Nazionale di Danza a Donko Seko e al Conservatorio di Bamako, in Mali, due anni fa. L’idea e la necessità artistica si sono fortificate ancora di più. Questo lavoro è iniziato nel 2019 a livello ideativo ed è stato messo in prova nel 2020, con tutte le difficoltà legate alla pandemia. 

In scena ci sono due danzatori francesi, Timothé Ballo e Sellou Blagone insieme con me, Stefania Bucci e Antonio Taurino. Lo spettacolo è inserito in una Trilogia sull’abitare, intesa anche come il modo di dimorare nel proprio corpo. È un approfondimento sul nostro essere e stare nel mondo, che comincia dall’epidermide. I fermenti di ciò erano già presenti nei precedenti lavori, la pelle rappresenta un muro che mette l’uomo a confronto con gli altri suoi simili. Una barriera fatta non di pietre, non di mattoni, ma che comunque c’è. Quando incontriamo qualcuno, ci può essere o meno un’affinità, la pelle si apre o crea un distacco in automatico. Abitare il proprio corpo significa conoscere e approfondire quello che siamo. 

Non vuole essere un percorso guidato, non è un lavoro contro un luogo comune o sul razzismo, non ne voglio parlare perché per me è un fatto superato. Vorrei mettere a confronto tutti gli universali, ciò che appartiene a tutti gli esseri umani, i tratti comuni che caratterizzano qualsiasi etnia per arrivare a una contaminazione. Le pratiche di improvvisazione hanno portato i danzatori a contaminarsi tra di loro anche nelle differenze. Lavorando nelle differenze per approdare all’universalità appunto dell’essere umano. Nella foto di scena tutti i performer sono seduti e mostrano il palmo della mano e la pianta dei piedi. Ci accomuna avere lo stesso colore in quella parte del corpo. Quello è uno degli universali che abbiamo scoperto lavorando in scena. Partendo dalla nascita e dal luogo, come metafora, i danzatori si confrontano e scoprono che le differenze nascono non tanto durante le prime fasi dell’infanzia. I problemi sulle differenze arrivano dopo. I bambini sono interessati a giocare, a ridere, a correre. Osservando i loro corpi, i danzatori hanno scoperto di avere qualcosa in comune tra di loro. La pianta del piede ha lo stesso colore, così come il palmo della mano e i denti. Come i bambini, hanno scoperto le differenze, ma anche ciò che ci rende uguali o simili in cose molto semplici. 

La creazione si sviluppa partendo dalla scoperta degli universali, si è arrivati a mettere in scena dei luoghi comuni, ironizzando su alcuni degli stereotipi del pensiero occidentale sulla fisicità. Più l’essere umano diventa grande e più si accorge delle differenze. Partendo da questo, si arriva a una conclusione finale. Se c’è una verità nel corpo non dovrebbe mai passare attraverso dei preconcetti. In questa produzione emerge molto la personalità di ogni danzatore perché ognuno di loro, lavorando sull’improvvisazione, racconta di sé, fin dal primo quadro. Raccontano il ricordo della nascita e ciò che facevano quando erano bambini e bambine. Ciascuno parla di sé e dei luoghi, Ognuno ha fatto delle proposte nate durante la fasi dell’improvvisazione. I gesti, la partitura che creiamo in scena, l’uso della voce, del suono del corpo sono diventati significante per gli spettatori e per loro che lo raccontano. 

Nel tuo lavoro tendi a far emergere, senza condizionamenti, riflessioni sui ruoli di genere, sugli stereotipi legati all’età. Nei tuoi laboratori tendi a unire diversi generi, formazioni, provenienze ed esperienze diverse. È questa la tua caratteristica?

Assolutamente sì. La Trilogia sull’abitare inizia infatti con il primo capitolo intitolato Four Generation, che esplora l’idea del femminile attraverso quattro artiste che interpretano altrettante generazioni ed età della vita. In scena c’è anche Anouscka Brodacz, la quale dal 2017 mi affianca nel lavoro di drammaturgia. È proprio il confronto a destare maggiormente il mio interesse e la mia curiosità, non a caso stiamo portando avanti un laboratorio chiamato Human Dance. Il confronto con chi non viene dalla danza arricchisce la mia conoscenza e la mia apertura rispetto ad una verità di movimento che è il mio punto di riferimento. 

Anche se non sempre si riesce, cerco di allontanarmi dalla forma per avvicinarmi sempre di più alla vita, alla comunità, alla realtà. Attraverso i laboratori ci viene restituito e donato un mondo che, spesso, non è facile trovare nella danza. Lavoro tantissimo con i bambini e gli anziani, spero di continuare ad occuparmi delle differenze. Non mi piace vedere in scena tutti i danzatori uguali, mi piace che raccontino qualcosa di loro, delle loro esperienze. In questo senso gli interpreti sono fondamentali e senza di loro nessuno di questi lavori sarebbe possibile, sono insostituibili.

Il corpo ha una dimensione centrale nei momenti laboratoriali di formazione, di improvvisazione e di ricerca coreografica?

Amando lavorare con e sulle differenze è normale che in scena ci siano interpreti con corpi e studi differenti. Mi piace lavorare anche con persone che non vengono dal mondo della danza, come ti dicevo, anche per “rubare” un’ispirazione, un movimento più vero. Quando insegno ripeto sempre ai miei studenti che una volta imparata la tecnica è necessario discostarsi da essa per fare uscire invece quella che è la propria e intima poetica. Per un danzatore è molto importante, fondamentale, raggiungere una padronanza tale da potersi allontanare dalle maglie e dalla rigidità delle regole per riuscire a parlare di sé, a raccontarsi.  Quindi la mia attenzione è rivolta alla tecnica ma con un approccio all’improvvisazione. Non può esserci solo la prima senza l’altra, anzi è necessario che arrivino a contaminarsi a vicenda. 

Quali somiglianze e divergenze nel percorso da affrontare e nelle opportunità a disposizione ci sono tra un giovane danzatore, una giovane danzatrice degli anni’80 e ‘90 a confronto con uno/una del 2021?

Rispetto agli anni ‘90, agli inizi del 2000, adesso ci sono più danzatori e quindi c’è meno lavoro, almeno qui in Italia, anche se è maggiore il numero delle compagnie esistenti. La cosa bella, secondo me, è che c’è un’attenzione maggiore, c’è molta più libertà nel corpo oggi rispetto al passato e non è un caso che prima abbiamo parlato tanto di improvvisazione. Non avendo vissuto l’onda della post modern dance sono felice di constatare che si ritorna un po’ a quei grandi periodi storici che diventano di esempio, corsi e ricorsi storici. Credo sia un bellissimo periodo per i giovani, perché hanno ritrovato la libertà di movimento, di poter comunicare maggiormente una poetica personale. Metaforicamente parlando, c’è una pelle molto più aperta: ci si allontana sempre di più dalla forma, ci si avvicina sempre di più al teatro.

Al di fuori delle sale prove, dei palcoscenici, degli spazi e dei gruppi di lavoro, forse il teatro non interessa più o ha smesso di farlo?

Io penso che si stia facendo un grande lavoro per stimolare il pubblico e forse bisognerebbe agire ancora di più sui giovanissimi per abituarli ad andare a teatro. Da spettatrice, quando vado a teatro a vedere degli spettacoli tradizionali trovo un pubblico istituzionale e un pubblico di addetti ai lavori, rispetto a quando seleziono le proposte e le creazioni di autori più contemporanei e giovani. Forse tutti noi che facciano parte dello spettacolo dal vivo dobbiamo agire sulla formazione dei giovanissimi per abituarli ad andare a teatro e vedere di tutto, senza pregiudizi. Perchè così si può mantenere forse questa attitudine nel tempo. 

Trovo molto importante la formazione dei giovani attraverso il canale della scuola. Insieme all’educazione fisica e musicale si potrebbe fare educazione al teatro e alla danza. Praticando, provando tutte le arti fin da piccoli, per incuriosire. Quando c’è la curiosità ci sono anche gli stimoli e questo vale non solo per i giovani, ma anche per gli adulti. La curiosità è sintomo di ricerca ed è alla base di tutto, è continua scoperta, è stupore. Quest’ultima è una parola che mi piace molto. Se sei curioso continui a cercare. Bisogna continuare a stupirsi pensando che tutto può essere fatto e non c’è limite alle possibilità

Sei ancora alla ricerca  di qualcosa e cosa invece apprezzi maggiormente di te stessa?

La cosa che apprezzo di me è che cerco sempre di essere molto vera, molto diretta. Dall’altra parte penso che sia difficile essere artisti e, allo stesso tempo, riuscire a promuovere se stessi. Su questo devo ancora lavorare tanto. L’artista è diventato oggi sempre di più un agente di se stesso. Non mi appartiene molto l’atto commerciale, anche se è un aspetto molto importante. Non è molto facile se non c’è l’attitudine. Attraverso l’arte lasciamo parlare il sé e quando ciò avviene c’è sempre qualche timidezza, qualche remora in più su come presentarsi in modo funzionale.

Festival Nazionale Rilievi in Danza, intervista alla direttrice artistica Paola Sorressa

Festival Nazionale Rilievi in Danza, intervista alla direttrice artistica Paola Sorressa

Fino al 25 agosto, a Cerveteri, si svolgerà la prima edizione del Festival Nazionale Rilievi In Danza con la direzione artistica di Paola Sorressa. Danzatrice e coreografa, pluridiplomata presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma, Sorressa illustra, nel corso di questa intervista, la sua personale poetica e un linguaggio in continua evoluzione, frutto di anni di esperienza presso numerosi Teatri italiani e della partecipazione a importanti Festival e Rassegne nazionali e internazionali.

Oltre a essere un omaggio alla nota Tomba dei Rilievi nel sito UNESCO della Necropoli La Banditaccia a Cerveteri, la kermesse prevede quindici appuntamenti con dieci spettacoli di danza presso il parco della Legnara. Cinque saranno invece le performance site specific tra Piazza Santa Maria, cuore del centro storico di Cerveteri- dove si trovano il Castello medioevale, la sede del Museo Nazionale Archeologico Cerite, il Palazzo cinquecentesco dei Principi Ruspoli, le “Case Grifoni” – e piazza Risorgimento.

«Gli spettacoli proposti dalle compagnie ospiti – dichiara Paola Sorressa –  toccano alcune tematiche importanti dalla condizione femminile, alla discriminazione e alla parità di genere. Dall’abuso affettivo e la violenza sulle donne a un paio di spettacoli legati invece alla ricorrenza dei 700 anni dalla nascita di Dante. Uno spettacolo è ispirato al romanzo Outsiders da cui venne dato il film I ragazzi della 56a strada. Sono lavori interessanti proposti da compagnie affermate ed è stato lasciato spazio a giovani coreografi e all’espressione di nuove realtà».

Prima edizione del Festival Nazionale Rilievi in Danza, come e da cosa trae origine questo evento il cui focus punta alla valorizzazione del territorio?

La nostra compagnia Mandala Dance Company è un organismo di produzione supportato dal FUS da oltre dieci anni, ha sede nel territorio di Ladispoli che è vicino a Cerveteri, un comune adiacente. Non a caso la stazione e l’uscita dell’autostrada si chiamano Ladispoli-Cerveteri.

Mandala è una compagnia di produzione di cui sono fondatrice e direttrice artistica; nel corso di questi anni ho maturato un’esperienza da organizzatrice e direttrice di festival di danza. Nel tempo si è instaurato un rapporto di collaborazione con il Comune di Cerveteri che ha ospitato ogni anno i nostri spettacoli all’interno della programmazione culturale estiva. È nata così una collaborazione che si è concretizzata quest’anno con il riconoscimento di una residenza artistica Culturale nel quadriennio 2021/2024. L’obiettivo sarà quello di organizzare eventi legati alla danza e portare spettacoli e produzioni di altre compagnie.

In seguito, anche il comune di Ladispoli ci ha consegnato per lo stesso quadriennio un’analoga opportunità e una location al chiuso, l’Auditorium del Cine-Teatro Massimo Freccia, che in autunno dovrebbe inaugurare uno spazio sia pubblico che privato. La partecipazione ai bandi legati al sito UNESCO della necropoli etrusca, ci ha permesso di relazionarci e collaborare con un altro sito UNESCO, in Messico, l’Hospicio Cabañas di Guadalajara.

Il Festival Rilievi in Danza è e vuole essere un omaggio alla Tomba dei Rilievi, prestigiosa e unica nel suo genere perché a differenza delle altre tombe che sono bidimensionali e contengono al loro interno degli affreschi solo sulle pareti, questo mausoleo presenta invece dei rilievi, delle tridimensionalità che emergono dalle mura e rappresentano scene di vita quotidiana, di guerra e altro ancora. Abbiamo voluto realizzare un legame con la danza che tra le arti performative è la più tridimensionale.

La manifestazione è alla prima edizione, ma sarà la prima di una lunga serie con l’obiettivo principale di valorizzare così il territorio, la sede di ospitalità. Non essendoci teatri al chiuso a Cerveteri, questi eventi si svolgeranno soltanto d’estate in un’area molto grande messa a disposizione all’interno del Parco della Legnara dove c’è un’arena con un palco 14 x 12, molto grande, e una capienza di oltre 1500 posti.

Lì si svolgeranno gli spettacoli, verranno ospitate compagnie provenienti da tutta Italia che presenteranno i loro spettacoli integrali. Abbiamo previsto anche delle performance site specific all’interno del centro storico del borgo medievale e negli spazi adiacenti, in modo da coinvolgere ancora di più la cittadinanza ed entrare più in contatto con i beni archeologici e culturali di cui Cerveteri è molto ricca. Questi eventi saranno gratuiti e rappresenteranno tante piccole “pillole” degli spettacoli serali in formato integrale.

La mia compagnia Mandala Dance Company sta raccogliendo i frutti della sua presenza sul territorio. Siamo molto felici del riconoscimento ufficiale ottenuto grazie alla residenza artistico-culturale a Cerveteri. A Ladispoli invece realizzeremo nella stagione autunnale e invernale una serie di eventi, ma abbiamo anche programmato due spettacoli in estiva e siamo molto lieti di questa collaborazione culturale che ci radica con il territorio.

Danni climatici, inquinamento, sfruttamento delle risorse sono argomenti che stanno a cuore ad ognuno di noi. Lo spettacolo Save the Earth nasce da questa urgenza?

Sì assolutamente, con il drammaturgo della nostra compagnia, Lucien Bruchon, seguiamo già da anni questa linea tematica che, per fortuna, sta diventando un argomento molto attuale da mettere in agenda, rendendolo alla portata di tutti. È evidente il dramma a cui stiamo andando incontro, ce ne accorgiamo più facilmente perché intorno a noi assistiamo al verificarsi di incendi, alluvioni, uragani e altri fenomeni che attraversano i territori lasciando scie di morte e distruzione. Finalmente adesso se ne parla e si cercano le responsabilità di tutto ciò che purtroppo si verifica quotidianamente. I responsabili siamo, ovviamente, un po’ tutti noi, ma la costante sensibilizzazione, i summit di tutti i Paesi per parlare di questa emergenza climatica, per cercare di azzerare entro una certa data determinati livelli di emissione dei gas, di anidride carbonica, il surriscaldamento globale sono azioni concrete e necessarie.

La nostra produzione si trova al momento e al posto giusto, non è casuale perché osserviamo gli eventi con grande attenzione. Follow water, per esempio, è un lavoro legato al concetto di cura, di salvaguardia di questa risorsa preziosa, ma anche alla consapevolezza di tutto ciò che sta succedendo. Sonde che partono e raggiungono forse altri pianeti alternativi alla Terra dove in primis si cerca l’acqua. Vogliamo anche porre l’accento sul fatto che essa rappresenti un simbolo sicuramente collegato al femminile, ma non solo. È un simbolo di mutevolezza, di stabilità e anche di resilienza. Un concetto, quest’ultimo, sul quale tutti stiamo riflettendo a causa della pandemia, anche perché i danni sono stati notevoli, a livello psicologico ma non solo.

Le due coreografie di Save the earth, HH_Homo Humus e Follow water, sono entrambe produzioni multimediali. Si avvalgono dell’utilizzo di videoproiezioni, c’è una multimedialità e una multidisciplinarietà nel senso che alcuni performer e danzatori di contemporaneo interagiscono con interpreti dell’hip hop, contaminando i linguaggi e la fruizione del pubblico.

Si può riassumere nello slogan «No culture, no future» la connessione tra cultura e futuro?

Sì, questo è un messaggio legato al dossier della candidatura della città di Cerveteri come Capitale italiana della cultura 2022 e che alle audizioni si è piazzata tra i dieci finalisti. Gli organizzatori, dopo il risultato ottenuto, hanno presentato il loro slogan, «Alle origini del futuro». Anche per questo abbiamo voluto legare il Festival a una visione precisa, ovvero quella di risalire alle origini. Il nostro omaggio ad una tomba degli Etruschi significa portarla ai giorni nostri, attualizzandola. 

Come si realizza la tua poetica e il lavoro di ricerca attraverso le tue composizioni coreografiche?

Dal nome Mandala che abbiamo scelto per la nostra compagnia si evince quello che c’è dietro. La mia è una visione filosofica, i Mandala sono dei cerchi sacri, simbolo di ciclicità, dell’unione tra il cielo e la terra. Sono delle opere create con petali di fiori o con sabbia colorata e, appena terminate, vengono distrutte per ricominciare daccapo. La compagnia nasce con la voglia di seminare in tutte le sue produzioni dei messaggi. Le prime produzioni sono state Impermanenza, Punto Zero, Alchemic Games, Inter_connections, Crossover, legate a queste tematiche, fino ad arrivare alle produzioni più attuali. 

A livello di ricerca estetica, mi piace mescolare sistemi aperti a sistemi chiusi. Lasciare uno spazio all’interpretazione dei danzatori, ovviamente secondo dei canovacci prestabiliti. I sistemi chiusi sono strutturati secondo uno studio che io porto avanti da anni legato ai focus corporei, come motori di movimento. Dietro al visibile, al lavoro del danzatore, c’è una logica; questo ha dato origine a un segno riconoscibile, una ricerca che io porto avanti da anni a partire dal Floor Work, fino alla Contact Improvisation.

Un altro aspetto che mi piace e che viene apprezzato è che il tipo di Contact che noi portiamo in scena è asessuato. Di solito si è abituati a vedere l’uomo che solleva la donna, invece nel mio lavoro non è importante quanto sei alto, che struttura e che sesso hai. È un sistema molto democratico dove anche le donne sollevano gli uomini perché non usano la forza ma le leve.

Il 21 agosto porteremo in scena Discovering che è una produzione di due anni fa, nata in occasione e per celebrare il cinquantenario del primo passo dell’uomo sulla luna. Quest’anno coincide con il sessantesimo anniversario del primo uomo nello spazio, anche in questo caso si tratta di un progetto multimediale molto attuale.

Essere produttori di felicità. L’utopia di Michela Lucenti e Balletto Civile

Essere produttori di felicità. L’utopia di Michela Lucenti e Balletto Civile

Michela Lucenti è un flusso incessante di gentilezza che si propaga attraverso la sua voce e i suoi occhi vivaci. Insieme con la sua compagnia Balletto Civile ha toccato diverse località italiane in questi mesi di palinsesti estivi. Era necessario recuperare gli spazi, il tempo e l’attenzione che l’emergenza sanitaria ha sottratto a M.A.D.  Museo Antropologico del Danzatore – lo spettacolo-performance che ha vinto il Premio Rete Critica 2020. Collocandosi a metà tra un esperimento antropologico e uno studio di materiale umano d’artista, è stato recentemente programmato in festival come Da vicino nessuno è normale, Scene di paglia e Fuori Programma.

Per ognuno di questi appuntamenti, una location specifica. Le “casette” del Museo sono state allestite in contesti particolari e suggestivi come il parco dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini a Milano, il Casone Romei a Piove di Sacco (PD) e il Parco Alessandrino a Roma.
Il 23 e il 24 luglio è stata la volta della rassegna estiva Metamorfosi, presso la Reggia di Venaria, dove le teche, le partiture orchestrali, i capitoli fisici di Balletto Civile hanno ulteriormente impreziosito il Giardino delle Rose realizzato dall’architetto Filippo Juvarra, a partire dal 1716. In coda al mese di luglio, il 28, sarà il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria, ad ospitare M.A.D. a Perugia.

Un po’ prima e in contemporanea è iniziata la tournée di Figli di un Dio ubriaco, la nuova produzione di Balletto Civile con Fondazione TPE, Fondazione Cantieri d’Arte di Montepulciano, con una serie di collaborazioni e con il sostegno del MIBAC.
L’attività artistica di Michela Lucenti con Balletto Civile può essere riassunta come un atto fisico e di resistenza, volta a trasformare la vita in un’opera d’arte. Può bastare leggere un grande romanzo, nutrirsi di una composizione musicale, coreografica o drammaturgica per comprendere (cum prehendere) la complessità dell’esistenza. Vi è in tutto questo il compito alto di lasciare una traccia tangibile di ciò che è intangibile.

In quasi venti anni di attività e carriera, Michela Lucenti, insieme con le donne e gli uomini della sua Compagnia, è stata instancabile esploratrice di dettagli e accadimenti dell’animo umano. Ricercatori di quei momenti di rara bellezza e poesia che la vita concede. Nonostante siano di breve durata e, quando finiscono, lasciano ognuno di noi senza troppe spiegazioni. In questo, Lucenti è l’esatto contrario dell’oracolo di Delfi, non indica una strada, non raccomanda la “cosa giusta” da fare, non fa allusioni, ma determina molteplici deduzioni. E solo così potrà compiersi il disegno: “Quello che vedi non rivelarlo a nessuno. Resta nell’immagine”.

Balletto Civile

MAD. Museo Archeologico del Danzatore, come è nato, quali sono le fasi di creazione che ha attraversato?

M.A.D. è nato durante il primo lockdown. L’idea, per me, era quella di ritornare, prima possibile, in scena e siccome Balletto Civile è una comunità, una compagnia numerosa che svolge un lavoro teatrale a contatto con il pubblico, doveva trattarsi di un progetto con un grande numero di danzatori. È stato immaginato nel momento in cui non era possibile ritornare a essere vicini con gli spettatori. L’idea, all’inizio, è stata quella di utilizzare un dispositivo che ci proteggesse il più possibile e fare in modo che le persone, come in un museo, non potessero avvicinarsi a noi.

Tutte le persone della comunità, le parti creative e gli artisti di Balletto Civile hanno sofferto la solitudine. Era come se ognuno di loro, nella loro condizione di isolamento, avesse aumentato la propria voglia di fare. Mi era venuta in mente l’idea di realizzare un’esposizione, dando importanza al fatto che dietro gli artisti ci sono uomini e donne con le loro vite, con le loro differenze. M.A.D. è nato in un momento nel quale non si poteva provare tutti insieme, con la compagnia. 

Ho creato una casetta alla volta nel nostro spazio, ognuno si è sottoposto al tampone e si è proceduto così fino alla fine. Montare il lavoro è stata la parte più difficile del lavoro. A ogni artista è stato chiesto di stare in un mondo unico e solitario, di avere una sola linea, non un excursus, in modo che l’insieme delle tante linee differenti potesse creare un senso di unione. Con alcuni è stato più facile, con altri è stato un processo più lento e laborioso, a qualcuno ho cambiato il personaggio.

Desideravo e siamo riusciti a realizzare una concertazione, ma prima ognuno ha lavorato su una propria musica. Abbiamo creato una geografia, un affresco musicale con Tiziano Scali e Guido Affini che sono due fonici e musicisti che lavorano con noi da molto tempo. È stata una bella sorpresa, abbiamo capito anche come calibrare le nostre energie, è stato faticosissimo. La condensa che si vede, a parte il performer con il ventilatore, è veramente una mancanza di ossigeno che, per tutto quello che abbiamo vissuto, ha delle molteplici letture. La mancanza lenta di un elemento vitale, l’arte che diventa evanescente nella sua solitudine, l’idea stessa di un museo.

Mediante il nostro esperimento, abbiamo ricevuto tante reazioni e tante letture. Nelle nostre casette-teche noi siamo accecati da barre led molto forti, non vediamo niente, non sappiamo se davanti abbiamo tante persone oppure se non c’è nessuno. È un’esposizione profonda, un esperimento bello per chi lo fa e anche per chi lo vede. Una sorta di destrutturazione dell’atto creativo, fisico, vocale.

Al centro dell’acronimo M.A.D. si trova la “A” di antropologico. C’è ancora un rapporto stretto tra politica e attività coreutica, con riferimento all’azione della Danza nella costruzione dell’identità di una comunità?

Assolutamente sì, per noi di Balletto Civile è proprio questo. L’idea di chiamarci in questo modo è nata dalla convinzione e condivisione di un pensiero preciso. “Balletto” inteso come un’azione danzata e “Civile” come derivazione etimologica da civis. La qualità di appartenenza di un individuo a uno Stato. Un corpo “testimone” insomma. Il lavoro sul corpo, per me è un lavoro centrale in qualsiasi arte dal vivo, sia che si tratti di un concerto o di teatro. La danza lo fa alla massima espressione perché il fisico è proprio il suo mezzo principale, in ogni performance dal vivo, ed è il rapporto di trasmissione del rito comunitario principale. Una comunità di spettatori si siede e, dall’altra parte, sul palcoscenico, uno o tanti artisti la rappresentano, raccontando qualcosa. In uno scambio reciproco. Questa è l’idea di un museo antropologico, vivo. 

Il messaggio che vogliamo lasciare è una riflessione politica ed è quello di non lasciarci mettere in un museo di ricordi. Durante il periodo delle lotte, nel lockdown, sembrava che dovessimo essere solo salvaguardati come categoria, come una specie in estinzione. Benissimo le rivendicazioni e i sussidi ma per Balletto Civile c’è sempre stata la voglia di tornare a capire anche come agire, come fare cultura. Studiamo insieme allora come tornare a essere elemento fondante della comunità, testimone fisico. La “A” di antropologico è la centralità, il punto cardinale del nostro concetto di museo.

Raccontare, raccontarci delle storie è qualcosa che abbiamo perso o lo stiamo recuperando dal passato?

Io credo che le storie non finiscano mai. Le raccontiamo sempre, anche quando ci sembra che ci siano momenti in cui ciò non avviene, non è così, vengono raccontate in altri modi. I giovanissimi, per esempio, si inventano delle modalità e dei linguaggi che noi che siamo più “grandi” leggiamo diversamente, ma sono nuove storie che loro si raccontano. La possibilità di raccontare, come elemento rituale, è fondamentale. La danza ha un’immagine molto potente che attraversa il passato e il presente, ha una grande tradizione.

Nel caso di Balletto Civile la storia è più evidente perché per me la danza perde il suo significato quando non ha un’intenzione molto chiara. Mi piace molto lavorare al concetto di drammaturgia fisica, un termine che per me rappresenta la lotta che sto portando avanti in Italia. Credo che la danza abbia bisogno di drammaturghi, cioè non è solamente improvvisare delle cose, sentire il ritmo, lasciarsi andare. Tutto questo è meraviglioso, è una grande testimonianza, ma poi è molto importante dare una grande rilevanza a che gesto facciamo, che cosa rappresentiamo, dove vogliamo arrivare.

Quello che chiedo e che ripeto continuamente ai miei interpreti è di non fare danza senza raccontare una storia. Possono essere storie poetiche o peculiari, non sempre sono tutte uguali. A volte la difficoltà consiste nel non riuscire a leggerle. La danza utilizza molto le immagini e c’è anche un filone che si nutre di una grande estetica, da cui io mi sento però molto lontana. L’urgenza, la natura di Balletto Civile è quella di essere una compagnia che volutamente mescola danzatori con una formazione molto alta ad attori con una formazione profonda. La storia, per me, dimora nel dialogo.

Quello che emerge è un linguaggio fluido, altamente comunicativo. Si realizza un intreccio, un ordito nelle opere di Balletto Civile tra “azioni danzate”, pensieri, canto, musica. Che ruolo hanno, in tutto questo, il silenzio e la stasi?

Amo che lo spettacolo sia come un rito furioso, quindi, i momenti di stasi o di silenzio per la mia scrittura, sono pochi e decisivi. Il ritmo è importantissimo e ha una valenza determinante nelle mie composizioni. Quando vedo degli spettacoli con enormi silenzi, dei ritmi molto lenti, dopo un po’, provo una certa insofferenza. Nelle mie opere mi piace essere coinvolta da un andamento ritmico impetuoso per poi trarre la riflessione e la stasi al termine dello spettacolo. Chiaramente, oltre ad essere funzionali al ritmo, il silenzio e le pause si inseriscono all’interno di una partitura. Per me sono fondamentali ma di solito sono molto pochi.

Il senso del comico, della comicità nella Danza…qual è il tuo punto di vista?

È una componente straordinaria, il comico e il tragico sono vicinissimi tra loro e sono vitali. Amo meno l’ironia, trovo che sia un po’ come un’astuzia mentale, invece mi piace andare un po’ più dritta, avere la forza di provare a far ridere oppure a far piangere, senza essere quella via di mezzo che trovo abbastanza furba, come qualcosa che mi sembra studiata e fatta a tavolino. Credo invece che il rapporto con la scena unisca gli estremi e credo che appunto la tragicità e la comicità siano molto vicine tra loro e molto “fisiche”. La danza le deve per forza contenere, comunicando attraverso il corpo. Anche nella vita, nei momenti in cui sembriamo ridicoli o tragici, ognuno di noi sa bene cosa sta esprimendo perché tutto passa attraverso le nostre esperienze e i momenti forti che abbiamo vissuto. Sappiamo bene quanto il corpo è ingabbiato in quelle dinamiche.

Con Balletto Civile emerge un senso di fiducia, di legame e di forte empatia tra di voi e con il pubblico. Traspare anche una sorta di divertimento e, sebbene il significato etimologico di questa parola sia “volgere altrove”, in molti casi, si pensa che il varco per la creatività sia la sofferenza. È proprio così?

Credo che il divertimento sia fondamentale per noi come gruppo, come comunità che lavora insieme da vent’anni. Abbiamo cominciato giovanissime e senza la gioia di fare quel che facciamo non ce l’avremmo fatta.  La sofferenza è qualcosa che non è tanto condivisibile. Le grandi esperienze come gruppo sono state indirizzate nel trovare un modo per rilanciare l’energia, reinventandola. Il concetto di divertimento, dunque, è alto, fondamentale per il nostro lavoro di gruppo, di grande possibilità nell’atto creativo.

Bisogna ricordarsi che, nonostante le nostre lotte per rivendicare la possibilità di lavorare meglio in un paese dove con molta difficoltà si cerca di tenere in vita la cultura, siamo pur sempre dei privilegiati. Fare dei periodi lunghi di prove ed uscirne stremati è di una bellezza, di una forza e di una soddisfazione indescrivibili. Perché di questo si tratta: una grande condivisione di gioia. Questa è l’utopia di Balletto Civile: essere produttori di felicità.

Noi spendiamo tanto tempo e tante parole con gli spettatori, con i produttori, con i critici per veicolare pensieri ed emozioni e questa per noi è una cosa importante, anche se può sembrare popolare. Non vuol dire fare spettacoli semplici o di grandi incassi, per noi è molto importante che il processo di creazione sia sereno e gioioso. Lo spettatore che guarda deve sentire che si tratta di un’evoluzione virtuosa. Si può e si deve mettere in circolo energia positiva, l’empatia che si percepisce è quella che noi cerchiamo con il pubblico e che abbiamo tra di noi, nonostante gli inevitabili conflitti, ma ricordandoci sempre di essere dei privilegiati.