Theatron 2.0 è un’organizzazione che si avvale del lavoro di professionisti specializzati in diversi settori dello spettacolo dal vivo e di esperti nella comunicazione. Opera in molteplici ambiti delle performing arts sviluppando progetti orientati a promuovere la cultura teatrale mediante l’impiego di nuove tecnologie e strategie digitali.

Settanta volte sette di Controcanto Collettivo. Intervista a Clara Sancricca

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo. Intervista a cura di Gabriele Fortuna.

Si può perdonare chi ha strappato la vita a un proprio familiare? Settanta volte sette parte da questo interrogativo per indagare il tema del perdono, che assume la forma di una protesta nei confronti della logica della vendetta che sta avvelenando la società odierna.  Una possibilità concreta, laica, pienamente umana raccontata dal gruppo Controcanto collettivo, vincitore dei Teatri del Sacro 2019, in scena dal 5 all’8 dicembre presso il Teatro Argot di Roma, nell’ambito della stagione 2019/2020 ARGOtNAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso.

I partecipanti di Theatertelling – corso in Digital Storytelling e Audience Engagement a cura di Theatron 2.0 – hanno avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande a Clara Sancricca, regista e interprete dello spettacolo Settanta Volte Sette, ma anche co-fondatrice della compagnia.

Da dove nasce l’esigenza di trattare il tema del perdono? 

È un’esigenza non di natura biografica ma che nasce da una riflessione che mi ha accompagnato per anni e che forse la maternità e la paura che qualcuno possa far male ai miei figli ha reso più concreta. Mi è parso di registrare un primato accordato alla vendetta come mezzo di risoluzione, come se non solo fosse ritenuta la cosa più facile e più istintiva per l’essere umano ma anche la migliore dal punto di vista etico, a discapito della possibilità di un incontro, di un’umanità diversa. Mi sembrava che nei secoli fosse chiaro e fossimo tutti d’accordo sulla bellezza, sull’opportunità e sul senso di percorrere la strada del perdono ma, a oggi, vedo una certa spietatezza coltivata dalla nostra società, che si muove di pari passo a un incattivimento generale, per cui si sono invertiti i parametri di giudizio. Da qui è nata una mitologia tutta al positivo legata alla vendetta, un lusso che si concede in virtù del proprio coraggio, della propria forza d’animo.

In che modo avete affrontato scenicamente il tema?

Partendo da una riflessione, all’inizio non avevamo ben chiaro che direzione prendere. Ci siamo quindi documentati sulla cronaca e, tra gli innumerevoli casi di vendetta in cui ci siamo imbattuti, un caso in particolare ci ha colpiti perché mostrava l’altra faccia della medaglia, una riconciliazione tra chi è vittima e chi è carnefice. Questa è stata la matrice d’ispirazione dello spettacolo, di cui i personaggi, le dinamiche, le scene sono frutto della nostra fantasia.

In Settanta volte sette sei attrice e regista. Come è stato dirigere un gruppo di attori di cui sei parte integrante?

Bello e faticoso. La regia è sempre stata nei miei progetti ma, prima di Settanta volte sette, sentivo che i tempi non fossero maturi per occuparmene. Ho cambiato idea quando ho compreso che la chiave di volta della storia erano due donne di cui era necessario restituire lo sguardo. Debbo dire che ho quasi procrastinato il lavoro interpretativo perché mi premeva soprattutto rendere intellegibile la vicenda. 

Così come in Sempre domenica, il vostro precedente spettacolo, anche in Settanta volte sette recitate in romanesco. Da dove deriva la scelta linguistica del dialetto? 

La scelta del romanesco non è stata una scelta quanto una conseguenza naturale del voler comunicare il quotidiano, raccontare una vicenda il più possibile aderente a una realtà di cui i personaggi sono voce. Noi cerchiamo di parlare a tutti, ma è obiettivo che una persona nata e cresciuta nei Castelli Romani risentirà dell’aria respirata in quel posto, della realtà che ha avuto modo di osservare, una realtà in cui però possono riconoscersi tutti se la si mette al microscopio. 

La recitazione in vernacolo è mai stata motivo di distanza per il pubblico non romano che avete incontrato durante la vostra tournée nazionale? 

Non nego il timore che la recitazione in dialetto potesse alienarci il favore del pubblico, dal momento che ci muoviamo molto nel Nord Italia, ma in realtà è una questione che non si è veramente mai posta, non è un appunto che ci è mai stato mosso da parte del pubblico.

In chiave laica, quali risvolti assume la trattazione del tema del perdono solitamente connotato da un’accezione fortemente religiosa?

Mi sono mossa dal tentativo di laicizzare il perdono, un tema dall’accezione molto connotata religiosamente che può essere limitante per chi, ad esempio, è atea come la sottoscritta. La scelta di un titolo evangelico risiede nella bellezza del versetto di riferimento, un bellissimo invito che io e il gruppo abbiamo cercato di offrire a tutti.

Condividi:
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Molto prima di domani: intervista ad Annalisa Arena e Andrea Pannofino

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo.

Intervista a cura di Gabriele Fortuna e Ludovica Labanchi

Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Tre ragazzi appartenenti alla Generazione Z, rinchiusi in una baita di montagna, tentano di sopravvivere all’apocalisse che li circonda, fronteggiando la progressiva perdita di empatia e umanità del mondo. Questo e tanto altro è Molto Prima di Domani, spettacolo scritto e diretto da Umberto Marino, con Andrea Pannofino, Annalisa Arena e Flaminia Delfina De Sanctis. I partecipanti di TheaterTelling – corso in Digital Storytelling e Audience Engagement a cura di Theatron 2.0, hanno intervistato Andrea Pannofino e Annalisa Arena, avendo modo di approfondire il lavoro della compagnia e il loro esito artistico andato in scena presso il Teatro Argot Studio, all’interno della stagione ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso.

Quali sono le tematiche dello spettacolo?

Annalisa Arena: Lo spettacolo tratta della fine del mondo in arrivo non tra 100 anni, non tra 50, come dicono alcune previsioni, ma “molto prima di domani”. Ci sono tre ragazzi che arrivano trafelati in questa baita di montagna e devono lottare per la sopravvivenza e, quindi, devono maturare un’intelligenza pratica, devono abbandonare i social e diventare più maturi.

Andrea Pannofino: Direi più umani, oltre che più maturi perché gli viene tolto tutto quello che la tecnologia gli aveva dato in precedenza: l’utilizzo dei social, i collegamenti con il mondo esterno, giungendo a  riscoprire una sorta di umanità perduta. Infatti, il sottotitolo dello spettacolo è Il latte dell’umana tenerezza.

Quanto il lavoro sui personaggi vi ha dato modo di riflettere sull’incertezza del futuro, tipica della nostra generazione?

AP: Quest’incertezza ce l’avevo già prima di interpretare questo ruolo per questo, quando Umberto Marino mi ha proposto di fare lo spettacolo, sono rimasto stupito per la vicinanza emotiva e intellettuale con il personaggio. Mi è piaciuto molto perché, più che un lavoro sul personaggio, è stato un lavoro su me stesso, come se mi trovassi realmente in quella situazione. 

AA: Anche per me vale la stessa cosa, anzi mi ha fatto riflettere perché Annalisa sarebbe stata molto più pessimista in una situazione del genere, invece, il mio personaggio, Emma, è molto più forte, non si arrende mai. A volte, interpretando un personaggio se ne assume un po’ la personalità quindi mi ha trasmesso un po’ di coraggio riguardo alla tematica. 

Ci sono state delle reazioni da parte del pubblico che hanno disatteso le vostre aspettative?

AP: Le reazioni del pubblico sono state tutte un po’ sorprendenti. È bello notare come persone di mezza età reagiscano a questa faccenda con un po’ più di compassione come fossimo i loro figli, nipoti. Al contrario, i nostri coetanei ci guardano e pensano che essi stessi potrebbero ritrovarsi a vivere una condizione simile. 

AA: Le persone più giovani prendono lo spettacolo molto più seriamente, mentre le persone un po’ più adulte tendono a ridere di più anche perché si sentono forse un po’ più chiamati in causa: i giovani si trovando in questa situazione purtroppo anche a causa di chi c’è stato prima di noi, quindi la risata è come fosse un po’ strappata da un leggero senso di responsabilità nei confronti di quello che succede in scena. Poi siamo tre giovani, io sono la più grande, ho 24 anni, Andrea ne ha 21, la bambina ha 9 anni, per cui facciamo tenerezza. I protagonisti sono ragazzi come noi, che non sono mai stati abituati a dover sopravvivere e diventano comici per la loro goffaggine. 

All’interno del testo ci sono molti riferimenti alla Generazione Z. A proposito di questo, avete avuto modo di lavorare insieme al regista sul testo?

AP: Mi piacerebbe dirti di sì ma la cosa sconcertante di Umberto è il suo essere così preparato e interessato a tematiche lontane per un uomo della sua età. Ne sa più di me, questa è la cosa pazzesca. Umberto è un uomo mite, educato, colto. Non pensavo potesse esistere un regista simile. Un uomo di cuore.

Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Quanto ha influito sul vostro lavoro la presenza, in scena, di una bambina di 9 anni? In che modo avete gestito il rapporto con lei?

AA: Quando mi chiamarono per lo spettacolo e mi dissero che ci sarebbe stata anche una bambina di nove anni, pensai che avremmo dovuto imparare anche un po’ la sua parte, per sicurezza. Invece, fin dal primo giorno, la bambina sapeva tutta la sua parte a memoria. Certo, noi ci sentiamo in dovere di coinvolgerla anche perché questa cosa lei non la vede proprio come un lavoro, piuttosto come un gioco che a volte ha voglia di fare e altre no. Ci sentiamo un po’ la mamma e il papà di questa bambina. È un rapporto molto bello.

Una scenografia così strutturata che dà luogo a uno spazio scenico vivibile e realistico, ha in qualche modo modificato il vostro approccio interpretativo?

AP: Per quanto mi riguarda molto, soprattutto per il lavoro che ho fatto sulla voce. Uno spazio più piccolo consente di parlare un po’ più piano lasciando che la battuta sia maggiormente interiorizzata e risulti più reale. 

Condividi:
Polvere della Compagnia Cesare Giulio Viola sull'Ex-Ilva di Taranto

Polvere della Compagnia Giulio Cesare Viola sull’Ex-Ilva di Taranto

Polvere della Compagnia Cesare Giulio Viola sull'Ex-Ilva di Taranto
Polvere della Compagnia Cesare Giulio Viola sull’Ex-Ilva di Taranto

C’è un mostro che dorme indisturbato, accovacciato su un fianco, imponente, sbuffa continuamente, di notte e di giorno. È un’ombra inafferrabile ed inarrestabile, una mano nera che copre l’intera città di Taranto. Una piaga che accomuna il destino di molte famiglie. Ha nome di donna, probabilmente di origine etrusca, un tempo i romani chiamavano con il suo nome l’Isola d’Elba: ILVA. ILVA in altre parole significa ferro, in altre ancora morte. Un vero e proprio Olocausto nella città di Taranto, solo negli ultimi sei anni ci sono stati 11.550 morti, una media di 1.650 morti l’anno.

La criminale gestione della famiglia Riva prima, il silenzio-assenso dei principali partiti politici sui problemi relativi all’inquinamento dell’aria e del suolo e infine l’atteggiamento cinico, spregiudicato e ricattatorio da parte della multinazionale franco indiana ArcelorMittal impongono a tutti noi una doverosa riflessione.

Polvere, scritto da Pierfrancesco Nacca e diretto da Giulia Paoletti, è il pretesto per raccontare dal punto di vista di una famiglia tarantina, gli effetti che la grande acciaieria (ILVA) provoca ai danni della città di Taranto e dei suoi abitanti. La famiglia Cataldo è composta da Mimmo, Marina e il figlio Piero, insieme vivono nel quartiere Tamburi a ridosso dell’impianto siderurgico. Mimmo lavora per l’acciaieria come operaio metalmeccanico specializzato, mentre Marina insegna nella scuola elementare Ugo De Carolis. Da qualche tempo Marina è in aspettativa perché ha riscontrato un carcinoma alla pleura (il tumore più diffuso nella città di Taranto). Piero, loro unico figlio, vive un rapporto conflittuale con il padre, lo ritiene il responsabile diretto della malattia della madre.

Questa triste vicenda viene smorzata dalla figura di un ragazzino, che non è altro che la proiezione di Mimmo da giovane, prima che diventasse uomo, lavoratore, marito, padre. Apparirà quasi ex machina all’interno della storia facendoci gustare un’ Italia del passato, una Taranto di una volta, prima dell’ avvento del grande mostro (Italsider e poi ILVA) prima dei social network. Questo Ragazzino tornerà costantemente durante la storia come una boccata d’aria buona. “Polvere” racconta la storia di una famiglia appesantita dal piombo, dal nichel, dalla diossina, dall’arsenico, dal benzoapirene. Una famiglia che fondamentalmente si ama ma è avvelenata e il veleno in circolo darà luogo ad uno scontro generazionale (tra padre e figlio) senza esclusione di colpi.

Intervistiamo la compagnia Giulio Cesare Viola, in vista delle repliche di Polvere del 22 e del 23 Novembre presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma. Scritto da Pierfrancesco Nacca, regia di Giulia Paoletti, in scena Claudio Spadaro, Marina Lupo, Andrea Lintozzi e Pierfrancesco Nacca. Scene di Alessandro Chiti, musiche di Marco Bruno, con la supervisione grafica di Paolo Passarelli.

ILVA e la città di Taranto: come e perché hai scelto di raccontare attraverso la scrittura teatrale la storia della famiglia Cataldo in relazione al problema eco-industriale di Taranto? 

Risponde Pierfrancesco Nacca: Ho deciso di scrivere “Polvere” per denunciare il dramma che vive la città di Taranto, una città splendida, messa in ginocchio da un’acciaieria obsoleta che negli anni è stata gestita da gente senza scrupoli, Stato compreso. Da tarantino volevo omaggiare la mia bella città maledetta per cercare di stimolare le coscienze, perché un altro modo di vivere esiste. A Taranto, in ogni famiglia c’è almeno una persona affetta da tumore, vorrei poter dire che tutto ciò non è normale ma purtroppo a Taranto questa è la normalità. La famiglia Cataldo è la famiglia protagonista di questa storia, ho scelto questo cognome per omaggiare il santo patrono S.Cataldo, non per credenza ma esclusivamente per rispetto, lo stesso rispetto che i tarantini attribuiscono al santo. A Taranto tutti conoscono il ricatto che ci ha messi in ginocchio: lavoro o salute?

C’ è tanta rabbia ma non è veicolata a dovere, la città purtroppo è divisa tra chi non pensa minimamente che tutto questo possa essere un problema, e chi invece i danni che provoca l’Ilva, attuale (Arcelor Mittal) li paga sulla propria pelle o su quella dei propri cari. Tramite i personaggi di Polvere: Mimmo, Marina e Piero, ho voluto dare voce ai tarantini. A chi lavora per il “mostro” e non ha alternativa, a chi è colpito dalla malattia, a chi è incazzato e vuole cambiare le sorti della propria città. All’ interno del testo c’è un quarto personaggio, un ragazzino che porterà una boccata di aria buona, facendoci assaggiare una Taranto del passato, una Taranto genuina, senza industria. Con “Polvere” abbiamo vinto una residenza artistica: TRAC_Centro di residenza teatrale pugliese, che ringrazio. Potevamo scegliere tra diversi teatri e città della Puglia che facevano parte del progetto e alla fine abbiamo avuto la fortuna di poter scegliere il TaTÀ di Taranto, partner attivo della residenza che fa un lavoro eccellente sul territorio. Adesso ci siamo, debuttiamo al Teatro Quarticciolo qui a Roma, dove Veronica Cruciani ci ha voluti fortemente e noi non possiamo che esserne onorati.

In che modo la direzione registica ha interpretato la storia drammatica delle vicende tarantine dell’ILVA e della famiglia Cataldo? 

Risponde Giulia Paoletti: Grazie alla residenza artistica tarantina ho potuto iniziare le prove con gli attori nel migliore dei modi per quanto riguarda la mia visione di questo progetto: avvicinare gli attori alle persone che hanno vissuto e subìto direttamente gli effetti del mostro. Il mio obiettivo primario è sempre quello di trattare i personaggi come esseri umani molto vicini a noi. In realtà non c’è molto da interpretare, nel senso che vanno riportati i fatti esattamente come accadono nella realtà, tutto sta nel volerli vedere o meno. L’idea che ho avuto come messa in scena è stata quella di dividere tutto in 3 quadri, anche a livello scenografico: il passato, il “prima della fabbrica, l’attesa di..”, il presente, dove si consumano conflitti, incontri e scontri, e un futuro o altrove, un quadro che rappresenta l’unica obbligata via d’uscita. Quello che voglio raccontare è come questa piaga si insinui prepotentemente in ogni aspetto della vita, anche familiare. Racconto di esseri umani accesi ognuno da un motore diverso ma che hanno in comune lo stesso combustibile. Inoltre l’intento è quello di mostrare come qualcosa di così nocivo e materiale possa arrivare a mettere in crisi anche i sentimenti e i legami più forti. C’è una frase del testo che racchiude questo enorme interrogativo e dal quale è difficilissimo uscirne per trovare una risposta “lavoro o salute? Scegli. Tanto poi muori comunque.” Noi, attraverso i personaggi, abbiamo tentato di dare più di una risposta con questo spettacolo, ma soprattutto attraverso Vincenzo, Pino, Giovanni… fonti preziose del nostro lavoro.

Foto di Francesco Semeraro

Come si è svolto il processo artistico di creazione dello spettacolo? Quali le riflessioni e le emozioni provenienti da una storia così intensa e di grande attualità? 

Risponde Claudio Spadaro: Iniziare le prove a Taranto, quartiere Tamburi, è stato come inalare “Polvere” dal vivo. Ogni mattina, durante il percorso in auto per raggiungere la sala del TaTÀ, i volti dei residenti, il colore delle facciate dei palazzi e il “Mostro” che spuntava da tutte le parti, ci trasformavano, a poco a poco, nei personaggi. Si proseguiva, quindi, approfondendo intenzioni, dinamiche e stati emotivi, guidati sapientemente da Giulia Paoletti. Gli incontri con persone che si erano distinte per aver svelato i danni provocati dall’Ilva ci fornivano ulteriori informazioni. Ed emozioni. Spesso, tra noi, si discuteva sulle possibili e realistiche soluzioni del problema, complicato, molto complicato. Con Pierfrancesco queste discussioni, a volte, erano particolarmente accese. Replicavamo, con diversi argomenti, gli scontri che i personaggi, padre e figlio, avevano in scena. E vorrei ricordare che lo spettacolo, in un contesto di tragica attualità, tratta anche temi senza tempo, come quello del confronto/ scontro tra padri e figli.

Risponde Marina Lupo: Il processo creativo di Polvere è iniziato durante la nostra Residenza Teatrale, al Teatro TaTÀ di Taranto. Abbiamo lavorato al progetto proprio nel cuore del Quartiere Tamburi, all’ombra delle ciminiere. È stato un momento di condivisione, di arricchimento e a volte, anche di discussione. La città da decenni è sotto ricatto, non è facile scegliere tra salute e lavoro, per questo il sentimento che ci ha accompagnati durante tutto il percorso, è stato soprattutto la rabbia. Il senso di impotenza ha accomunato artisti tarantini e non. Polvere è una storia di ingiustizia sociale, perché è difficile decidere se morire di cancro o di fame. Il mostro, attraverso il tempo, ha cambiato solo nome e padrone. Tutti hanno anteposto produzione e profitto alla sicurezza dei lavoratori, all’ambiente, e alla salute dei cittadini in particolare dei bambini, che hanno il diritto di crescere e di vivere di un ambiente sano.

Foto di Francesco Semeraro

Risponde Andrea Lintozzi: Sicuramente il primo passo è stata l’analisi. Un’analisi prima del tema e poi del testo. Con l’esperienza fatta a Taranto ho avuto modo di entrare in contatto con gente che ha vissuto le problematiche raccontate nel testo. Successivamente mi sono chiesto, e ho chiesto a chi di dovere, come veniva visto questo grande evento dell’apertura della Fabbrica, quando ancora era una voce. Dovendo interpretare un ragazzo più piccolo di me in un anno che ormai non c’è più, il 1965, abbiamo cercato insieme alla regista e ai miei colleghi attori di ricostruire quegli anni passati, quelle vecchie abitudini e quei modi di dire o di fare solo con l’aiuto di piccoli gesti e di parole che si usavano prima e non più ora, in più abbiamo anche lavorato sul dialetto tarantino dato che sono romano. Le emozioni in questo spettacolo si moltiplicano ogni volta: già dalla prima lettura del testo vieni travolto da emozioni molto forti, poi con l’esperienza a Taranto parlando con gente che ha vissuto sulla propria pelle le disgrazie causate dal “Mostro”, è una dose di emozioni drammaticamente coinvolgenti e poi a tutto ciò si aggiungono quelle emozioni che emergono giorno dopo giorno in prova. Insomma dire che questo spettacolo è stato un percorso coinvolgente è dir poco.

Quali sono gli elementi musicali presenti nello spettacolo? In che modo sono stati prodotti e selezionati all’interno dell’impianto drammaturgico? 

Risponde Marco Bruno, tecnico del suono: Questo prodotto è il risultato di sessioni dedicate ma del tutto spontanee, oserei dire a cuore aperto. Ho composto ad occhi chiusi, cercando di materializzare con le note qualcosa che esprimesse la purezza, la bellezza, il legame e l’amore per la nostra terra. Una matrice malinconico-sognatrice che ricrea nella mente dell’interlocutore la proiezione di quello che agli occhi dei tarantini, è la quotidianità: una miscela di consapevolezza, coraggio e rivalsa per una proiezione futura aperta a scenari di, tanto desiderata, valorizzazione del nostro patrimonio socio-culturale.

Condividi:
Elena Arvigo

Intervista a Elena Arvigo in scena al Teatro Argot Studio

Elena Arvigo
Elena Arvigo in Il Dolore: diari della guerra
ph Manuela Giusto

Alimentato dal fuoco sacro della letteratura, il secondo capitolo della stagione  ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso del Teatro Argot Studio vedrà come protagonista Elena Arvigo , l’eclettica attrice e regista con lo spettacolo Il Dolore: diari della guerra, in scena dal 30 ottobre al 3 novembre.

Il Dolore è il diario biografico che Marguerite Duras, con la sua arte vissuta tra la guerra e la tragica pagina storica del nazismo, scrisse a Parigi quando aspettava il ritorno di suo marito Robert Antelme deportato a Dachau. Un diario (forse) autobiografico, pubblicato dopo 40 anni, che racconta gli ultimi giorni di guerra nell’Aprile del 1945, dove testimonianza storica e resoconto emotivo dell’attesa si fondono nella penna inconfondibile della Duras, in grado di descrivere con il suo stile particolare e estremo coraggio la profondità dei suoi stati d’animo.

Abbiamo intervistato Elena Arvigo per conoscere la genesi creativa e il percorso produttivo dello spettacolo Il dolore: Diari della guerra:

Intervista a Elena Arvigo, autrice e attrice de Il dolore: Diari della guerra

Attraverso l’approfondimento delle fonti e delle circostanze storiche legate a Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e L’Istruttoria di Peter Weiss, Elena Arvigo ha sentito la necessità di indagare il particolare momento storico legato alla fine della seconda guerra mondiale e le sue convulsioni finali nella primavera del 1945.

Si può stimare che circa 2,3 milioni di uomini, donne e bambini furono portati nei campi di concentramento tra il 1933 e il 1945; la maggior parte di loro, oltre 1,7 milioni, vi perse la vita. A oltre ottant’anni si sente ancora forte la necessità di comprendere le circostanze che hanno permesso che tutto ciò avvenisse, mettere in luce i meccanismi su cui si è basato il nazi-fascismo che, come scrive Robert Antelme (marito di Marguerite Duras, sopravvissuto a Dachau e protagonista del racconto Il Dolore) in La Specie Umana: «non fu ideologia folle ma fu un regime razionale».

Condividi:

Tiziano Panici presenta Argo(t)nautiche, la stagione di Teatro Argot Studio.

Al Teatro Argot Studio è ricominciata la stagione teatrale, costellata da nuovi approdi e da storici ritorni. Nel claim di quest’anno è concentrata la volontà di esprimere una direzione al volo artistico del teatro di Trastevere: con il titolo Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso i direttori artistici – Tiziano Panici e Francesco Frangipane – non tentano soltanto un gioco di parole, ma vogliono portarci in un lungo viaggio, attraverso il vasto mare della storia dell’Argot, che è anche la storia della Roma teatrale dal 1984 a oggi. Al racconto delle Argo(t)nautiche contribuiranno nomi storici (Umberto Marino, Paolo Zuccari, Elena Arvigo), nuove proposte under 35 (Alessandro Blasioli, Pablo Solari, Collettivo Controcanto) fino a progetti più sperimentali – come nel caso di Segnale D’Allarme | La Mia Battaglia in VR, uno spettacolo in virtual reality con Elio Germano. Fra le proposte laboratoriali, anche Theatertelling, corso di formazione per comunicatori, giornalisti e appassionati alle arti performative organizzato da Theatron 2.0.

Con Argo(t)nautiche, il Teatro Argot Studio, anche quest’anno, si riconferma come un luogo di incontro e di convivenza tra realtà diverse, tra vecchie e nuove generazioni, da spettacoli più tradizionali a quelli sperimentali. E tutti sono imbarcati sulla stessa nave, viaggiano verso la stessa direzione e vivono la stessa storia.Abbiamo parlato con Tiziano Panici, che ci ha raccontato come è stata ideata la programmazione di Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso.

La stagione di quest’anno è stata intitolata Argo(t)nautiche : perché la scelta di questo nome?

Si chiama Argo(t)nautiche perché vogliamo raccontare i primi dieci anni di questa nuova gestione così come si tiene aperto, in questo momento storico molto particolare, un porto che deve accogliere le navi dall’esterno. Interrogandoci su quello che è il senso di tenere aperto uno spazio in una città come Roma, uno spazio culturale, ci sembra fondamentale sapere che avere un teatro significa tenere le porte aperte all’interno di una città. Quindi abbiamo una responsabilità civile, nei confronti del “nostro” territorio, del quartiere, delle persone che ci sono vicine, e di chi abita lo spazio.

Chi abiterà quest’anno il Teatro Argot Studio?

C’è stato un inizio di stagione molto positivo con la presentazione del progetto Trilogia dell’Essenziale, firmata da Vinicio Marchioni, con Marco Vergani come attore. A Marco succederà Elena Arvigo con Il dolore: Diari della Guerra, che è un lavoro che per adesso ha presentato soltanto in forma di mise en espace e di reading. Accanto a questi nomi più importanti sono felice che ospiteremo anche realtà meno conosciute ma che stanno crescendo e si stanno facendo le ossa: come nel caso di Collettivo Controcanto, che è venuto in contatto con noi tramite il progetto di Dominio Pubblico. Tra i giovanissimi troviamo anche Alessandro Blasioli con una produzione di Argot Produzioni: Sciaboletta, spettacolo premiato all’Arezzo Crowd Festival e Direction Under 30 di Gualtieri. 

Fra le proposte di drammaturgia contemporanea, presentiamo con grande piacere Piccola Patria, spettacolo della compagnia CapoTrave di Luca Ricci e Lucia Franchi, con Gioia Salvatori in scena; Riccardo Festa, attore e regista romano che si metterà in prova con Art, un testo di Yasmina Reza. L’anno scorso, poi, abbiamo deciso di mettere in produzione Harrogate, uno spettacolo della scena britannica, programmato da Rodolfo di Giammarco nella sua rassegna Trend, che torna in una dimensione di stagione – in scena Marco Quaglia e Alice Spisa, con la regia di Stefano Patti. Anche loro sono degli artisti che qui dentro hanno costruito un loro percorso.  Inoltre, la compagnia Teatrodilina porterà in scena lo spettacolo Il bambino dalle orecchie grandi.

Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo
Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo

“Vecchie fiamme” che ritornano: questo perché gli artisti riconoscono Teatro Argot Studio com uno spazio-palestra dove potersi mettere sempre in gioco?

Sì e non solo: si crea un sottile filo rosso che si porta avanti negli anni, e che continua in qualche modo a raccontare la storia dell’Argot. Per questo ci sono anche i “nomi storici” – come Umberto Marino e Paolo Zuccari – autori che negli anni Novanta hanno fatto la storia di questo posto e che oggi lavorano nel cinema e nella televisione. Sono grandi firme, riconosciute da tutti, che ancora si concedono il lusso, da registi e autori riconosciuti e cinquantenni, di buttarsi sul palco sperimentando e raccontando storie che non potrebbero raccontare in altri spazi.

Chi ritroviamo, invece, tra le “nuove proposte” di Teatro Argot Studio?

Troviamo Silvia Gribaudi, che in questo momento è una delle coreografe più interessanti del panorama nazionale, che porta in scena lo spettacolo My Place: sono tre donne in scena, tre donne adulte con i loro corpi adulti. Come contraltare, un giovanissimo Pablo Solari alla regia con una sorta di opera prima, L’indifferenza. Sono due facce della stessa medaglia che è Milano, e questo ci fa molto piacere perché rompe il dialogo continuativo con Roma, oltre cui cerchiamo sempre di spostarci – ovviamente senza creare fratture permanenti.

My Place
My Place regia di Silvia Gribaudi

Che cosa proponete invece “oltre” lo spettacolo dal vivo?

Una delle grandi novità di quest’anno è che l’Argot torna a farsi una casa per le produzioni interne, ospitando residenze anche con grandi nomi della scena nazionale, da Francesca Reggiani con lo spettacolo Souvenir a Alessandro Tedeschi di Carrozzerie Orfeo, regista di Coppia aperta, quasi spalancata con Chiara Francini e Alessandro Tedesco. Poi, vogliamo proporre qualche esperimento: Over è una rassegna che abbiamo lanciato lo scorso anno, e come si evince dal nome è un segno di discontinuità – ma anche realtà di continuità – con Dominio Pubblico, che è un progetto che noi dedichiamo ad artisti under 30. Over vuole invece rispettare il fatto che una volta passata la soglia generazionale rimangono degli spazi in cui si può continuare a crescere, a rendersi più forti, a irrobustire il proprio percorso. Altro esperimento lo lanciamo con Elio Germano, che in realtà non approda qui “fisicamente”: porta Segnale d’allarme | La mia battaglia VR – riscritto insieme a Chiara Lagani della compagnia Fanny & Alexander – e viene proposto al pubblico del Teatro Argot in virtual reality. È quindi previsto che gli spettatori siedano nella sala con dei visori, fruendo dello spettacolo non con una visione dal vivo ma con una visione praticamente cinematografica a trecentosessanta gradi all’interno dello spazio. 

Questo segna il percorso delle Argo(t)nautiche, che ci proietta già nel prossimo settembre/autunno 2020, dove vorremmo festeggiare in maniera un po’ più articolata questi dieci anni: è tutto collegato da una storia visiva e per l’appunto uno storytelling di quello che era il corso e il racconto di questo teatro, che abbiamo iniziato a creare da quest’anno.

Condividi:

Saul, dal 24 al 27 ottobre 2019 al Teatro Vascello

Dal 24 al 27 ottobre 2019 al Teatro Vascello di Roma andrà in scena Saul, liberamente tratto dall’Antico Testamento e Saul di André Gide. Lo spettacolo, con la regia di Giovanni Ortoleva, ha ricevuto una menzione speciale alla Biennale di Venezia 2018, concorso Registi Under 30.

Nell’Antico Testamento, Saul compare come il primo re d’Israele, eletto da Dio e successivamente da Lui ripudiato. Il giovane David, mandato a palazzo per calmare il re con il suono della sua cetra, riesce a riscuoterlo dal dolore in cui è precipitato e conquista l’amore suo e di suo figlio Gionata. Quando però il giovane sconfigge il gigante Golia diventa evidente che il suo ruolo è più grande di quello per cui è stato annunciato, e l’amore del Re si trasforma in feroce gelosia.

L’incapacità di Saul di accettare la fine del proprio dominio e il suo rapporto ambivalente col giovane David costituiscono il paradigma dell’uomo che cade. La sua parabola è quella di un frontman in declino, confinata in una camera d’hotel, in attesa di essere superata. Re, padre, rockstar. Saul cerca di resistere al cambiamento, alla fine della sua stirpe, al cancellarsi del proprio nome. La sua lotta è una lotta contro il procedere del tempo.

Note di regia di Giovanni Ortoleva

Quello di Saul è forse il primo mito consegnatoci dalla tradizione occidentale a parlare di fallimento individuale; e il fallimento è oggi l’orizzonte più buio, quello che sembra attendere un pianeta che non è stato capace di prendersi cura di se stesso, un sistema sociale basato su un’economia che non sa controllarsi. Ho scelto di raccontare la storia di Saul per affrontare questo fantasma, convinto che ogni storia riguardi il tempo che cerca di dimenticarla. Ho riscritto la vicenda di Saul, insieme al drammaturgo Riccardo Favaro, accostando ai re le rockstar, alle regge imperiali le suite d’albergo. La nostra riscrittura, partita dall’Antico Testamento, si è nutrita forse più di cinema e musica che della lettura di testi sull’argomento, ma il Saul di Andre Gide è stato un riferimento cardinale del nostro lavoro. Col passare del tempo mi sono reso conto che tutti i progetti che ho realizzato negli ultimi anni parlano, in un modo o nell’altro, di fallimento. La nostra drammatica incapacità di affrontare la debacle, in fondo, mi diverte molto.

Condividi:

Teatro Stabile Torino: nominato presidente Vallarino Gancia

Lamberto Vallarino Gancia, designato dalla sindaca Chiara Appendino, è stato confermato presidente della Fondazione del Teatro Stabile di Torino. Nel consiglio, che sarà in carica fino al 17 ottobre 2023, entrano Giulio Graglia (designato dalla Regione Piemonte), Licia Mattioli (Compagnia San Paolo) e Anna Beatrice Ferrino (Fondazione Crt). Confermata Caterina Ginzburg (ministero dei Beni e delle Attività Culturali). Lo ha deliberato il consiglio degli Aderenti. Ferrino è stata nominata vicepresidente. Revisori dei conti sono Claudio De Filippi e Flavio Servato. “Una bella squadra. Sono stati quattro anni fantastici.
Vogliamo riempire le sale teatrali, rendere il teatro internazionale – ci stanno invitando in Cina, Bruxelles e Londra – e aggiungere nuovi spazi come il Teatro Nuovo e la Cavallerizza”, ha detto Vallarino Gancia.

Condividi:

Nasce OperaStreaming, palco virtuale delle opere in scena nei teatri dell’Emilia-Romagna

Nasce Operastreaming, un portale e un cartellone stagionale di opere trasmesse in video in diretta streaming, realizzate nei principali teatri ed enti di produzione dell’Emilia-Romagna (la Fondazione Lirico Sinfonica bolognese, i Teatri di tradizione di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara e Ravenna, il Teatro Amintore Galli di Rimini) in collaborazione con Edunova-Università di Modena e Reggio Emilia.

Nel portale in italiano e in inglese, on line da oggi, all’indirizzo www.operastreaming.com,  si troveranno approfondimenti sul teatro, sulle opere trasmesse in streaming nell’omonimo canale di YouTube, sugli interpreti e notizie sulle città in verranno eseguite. Il progetto, sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna e di durata triennale (2019-2021), prenderà il via il 13 ottobre con la diretta streaming dell’opera La Bohèmedal Teatro Comunale di Modena.

“OperaStreaming – afferma l’assessore alla Cultura, Massimo Mezzetti – intende promuovere l’Emilia-Romagna a livello internazionale quale territorio di tradizione lirica e di produzione operistica di grande prestigio. Qui, del resto, operano non solo grandi artisti ma vengono conservati mestieri e tecniche antiche e originali nella costruzione degli allestimenti del teatro all’italiana. OperaStreaming può inoltre dare un ulteriore impulso alla promozione e all’innovazione della produzione lirica, un settore dalle notevoli potenzialità anche per ciò che riguarda l’attrazione turistica”.

OperaStreaming è, di fatto, la prosecuzione di TeatroNet, iniziativa lanciata dall’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna nel 2012 e rivolta alla trasmissione in streaming di spettacoli musicali dai Teatri e istituzioni del territorio, anche grazie alla dotazione della rete a fibre ottiche di Lepida Spa.

IL CARTELLONE

Il cartellone di 8 spettacoli, dei maggiori compositori del melodramma, vede come prima opera della stagione 2019-20 La Bohème di Giacomo Puccini, in diretta on line dal Teatro Comunale di Modena (domenica 13 ottobre alle 15,30). Il programma seguirà con Falstaff, di Giuseppe Verdi dal Teatro Municipale di Piacenza (venerdì 24 gennaio 2020 alle 20,30), Turandot, di Giacomo Puccini, dal Teatro Regio di Parma, (domenica 19 gennaio 2020 ore 15,30); Cavalleria Rusticana e Pagliacci,  di Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, dal Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia (domenica 9 febbraio ore 15,30); Lucrezia Borgia, di Gaetano Donizetti dal Teatro Alighieri di Ravenna (domenica 8 marzo ore 15,30),  l’Elisir d’amore sempre di Donizetti dal Teatro Comunale di Bologna (venerdì 10 aprile 2020 ore 18 ), Madama Butterfly di Giacomo Puccini dal Teatro Comunale di Ferrara (lunedì 4 maggio ore 20) e infine Otherness, Fear and Discovery, l. Cinque, V. Ruckebier, J. Mitrusic Djeric, dal Teatro Comunale di Modena (venerdì 8 maggio  ore 20). Le opere verranno trasmesse sul canale YouTube di OperaStreaming e resteranno poi disponibili on demand.

Condividi:
TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro. Corso di formazione a cura di Theatron 2.0 presso Teatro Argot Studio di Roma.

TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro

TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro. Corso di formazione a cura di Theatron 2.0 presso Teatro Argot Studio di Roma.

TheaterTelling è un corso di formazione rivolto a studenti e studentesse, comunicatori e operatori culturali, interessati al settore delle arti performative, che prevede un ciclo di lezioni nell’ambito della comunicazione digitale e di approfondimento allo spettacolo dal vivo, nel periodo compreso tra novembre 2019 e gennaio 2020. 

Brand Journalism, Social Media Marketing e Audience Engagement sono alcune delle parole-chiave del corso di formazione TheaterTelling, progetto di Theatron 2.0 presso il Teatro Argot Studio, in cui verranno affrontati i temi relativi al coinvolgimento dei pubblici attraverso la pianificazione e la produzione di strategie comunicative multimediali.

Come comunicare le arti performative? 

TheaterTelling mira alla creazione di un percorso di narrazione prima, durante e dopo lo svolgimento di eventi culturali raccontando analiticamente le performing arts attraverso l’utilizzo degli strumenti offerti dal web 2.0. Per rafforzare il percorso formativo, verrà proposta un’esperienza di visione di 6 spettacoli, presenti nella programmazione del Teatro Argot Studio e del Piccolo Eliseo, accompagnati da momenti di incontro e confronto tra artisti e pubblico coordinati dai responsabili di Theatron 2.0, Edoardo Borzi e Ornella Rosato, insieme ai partecipanti.

TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro. Corso di formazione a cura di Theatron 2.0 presso Teatro Argot Studio di Roma.

Il progetto si prefigge di mettere a fuoco i seguenti temi:

Brand Journalism & Digital Marketing

Durante la stagione 2019/2020, la redazione di netizens produrrà contenuti digitali dando vita a una narrazione transmediale del processo di organizzazione e programmazione della stagione 2019/2020 di Teatro Argot Studio con focus relativi al progetto, con approfondimenti tematici integrati da foto, video e interviste. Il resoconto integrale dello storytelling con raccolta dei materiali prodotti sarà reperibile in un report unico sul sito di Theatron 2.0.

  • Analisi dei linguaggi e dei sistemi di comunicazione nell’ambito del web 2.0;
  • Promozione e Comunicazione Culturale;
  • Digital Storytelling;
  • Copywriting & Seo Content;
  • Social Media Marketing.

Storia delle arti performative e analisi degli elementi dello spettacolo dal vivo

Il percorso laboratoriale proposto da Theatron 2.0 prevede, inoltre, un approfondimento di carattere storico in merito alle arti performative. Gli snodi storiografici più interessanti del Novecento teatrale, saranno assunti come lente d’ingrandimento per indagare gli elementi costitutivi degli spettacoli in programmazione.  I partecipanti saranno accompagnati in un percorso di allenamento alla visione e di costruzione del pensiero critico intorno agli spettacoli. Saranno prodotte interviste agli artisti, articoli di cronaca degli eventi, recensioni critiche e focus dedicati all’organizzazione.

  • Approfondimento storico alle Arti Performative;
  • Audience Engagement: incontri con gli artisti e con il pubblico;
  • Produzione contenuti giornalistici scritti e digitali.

Modalità e costi

10 appuntamenti formativi da novembre 2019 a gennaio 2020 + 6 spettacoli da vedere:

150€ per tutto il percorso formativo rateizzabili in quote mensili di 50 € al mese per partecipante.

LEZIONE DI PROVA GRATUITA 16 NOVEMBRE // DALLE 16:00 ALLE 18:00 // TEATRO ARGOT STUDIO VIA NATALE DEL GRANDE 27 (ROMA)

Per iscriversi o per maggiori informazioni scrivere a: formazione.theatron@gmail.com

Condividi:

Premio Riccione 2019 e Premio Tondelli: annunciati i finalisti

Individuati i finalisti del 55/o Premio Riccione per il Teatro, concorso dedicato ai testi teatrali in lingua italiana o in dialetto non ancora rappresentati in pubblico. A contendersi il più antico riconoscimento italiano per la drammaturgia sono 5 autori: Emanuele Aldrovandi con ‘La morte non esiste più’; il duo Elvira Frosini-Daniele Timpano con ‘Ottantanove’; Christian Gallucci con ‘La vita delle piante’; Tatjana Motta con ‘Notte bianca’ e Renato Sarti con ‘Il rumore del silenzio’.
Il vincitore sarà proclamato domenica 3 novembre allo Spazio Tondelli di Riccione. Alla cerimonia parteciperanno i componenti della giuria, presieduta da Fausto Paravidino e composta da Renata M. Molinari, Claudio Longhi, Isabella Ragonese e Graziano Graziani.

Il concorso – con cadenza biennale, diretto da Simone Bruscia – attribuisce, inoltre, il 13/o Premio Riccione ‘Pier Vittorio Tondelli‘ al miglior testo di un autore under 30. Cinque, anche in questo caso, i finalisti: Tommaso Fermariello con ‘Fantasmi’; Stefano Fortin con ‘George II’; Valeria Patota con ‘Minotauropatia’; Pablo Solari con ‘Woody è morto’ e Luca Tazzari con ‘Il gallo del mal di testa’.

Nella cerimonia del 3 novembre, sarà consegnato il Premio speciale per l’innovazione drammaturgica dedicato a personalità o compagnie che abbiano aperto nuove prospettive al mondo della scena. A Chiara Lagani, vincitrice nel 2017, succedono Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, premiati “per il loro sguardo acuto sulla realtà e sull’arte, per la capacità di raccontare la febbre di un tempo stanco ma ancora carico di desiderio, attraverso drammaturgie originali che dai dettagli minuti di vite singolari fanno fiorire la sostanza più autentica del presente”.
Al loro lavoro, nel 2020, sarà dedicata una retrospettiva all’interno del 25/o ‘Riccione TTV Festival’, la manifestazione biennale che si alterna al ‘Premio Riccione per il Teatro’.

Condividi: