Theatron 2.0 è un’organizzazione che si avvale del lavoro di professionisti specializzati in diversi settori dello spettacolo dal vivo e di esperti nella comunicazione. Opera in molteplici ambiti delle performing arts sviluppando progetti orientati a promuovere la cultura teatrale mediante l’impiego di nuove tecnologie e strategie digitali.
Castellinaria

“Colorin colorado” – Edizione straordinaria Castellinaria Festival 2020

Castellinaria

Questa edizione deve essere unica e irripetibile, fuori dall’ordinario, e rimanere tale nel bene e male. Un’unica serata, l’8 agosto, in cui abbiamo provato a condensare tutte le nostre visioni, le nostre paure, le nostre speranze. Un luogo in cui far vivere i fantasmi di questi mesi per trasfigurarli: a cosa serve il teatro se non ad esorcizzare le nostre più intime paure in un grande rito collettivo? 

Colorin Colorado è un’espressione spagnola che anticipa la fine di un discorso, una frase, una fiaba. Non ha un significato specifico e non è traducibile: rappresenta per noi il passaggio di testimone tra qualcosa che c’è stato e qualcos’altro che deve ancora accadere. Quest’anno CastellinAria c’è, nell’incertezza del momento storico che stiamo vivendo e il desiderio di uno sguardo fiducioso e lungimirante. Non un festival, ma un momento di condivisione artistica, di apertura, di visione. 

La nostra presenza quest’anno vuole essere poetica, politica, comunitaria. 

A questo link, potete trovare l’evento Facebook, con tutte le informazioni dettagliate: 

https://www.facebook.com/events/635257107392485/

h 19:30 | TROPPO TARDI PER HAMELIN Spettacolo teatrale-musicale itinerante con Compagnia Habitas ed Errichetta Underground 

È un viaggio a stazioni, uno spettacolo itinerante che presenta quattro punti di vista di quattro personaggi della fiaba Il pifferaio magico, proprio nel momento in cui i bambini sono stati incantati dal pifferaio e portati via, nella grotta. Ogni racconto è accompagnato da uno strumento, che gli fa eco, lo sostiene, lo amplifica; una riflessione sul presente attraverso la peculiarità della fiaba, della narrazione, dell’oralità. 

h 21:00 ESERCIZI SULL’ABITARE #2 | Alvito RedReading#13 Un giorno bianco di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio 

ESERCIZI SULL’ABITARE è un non-luogo a metà strada tra l’esperienza teatrale, la ricerca antropologica, l’installazione artistica, la condivisone di storie, memorie e saperi, in cui il tempo e lo spazio co-abitano in una casa orizzontale, aperta e in perenne cambiamento. Il teatro stesso si fa casa e rende possibile il trasloco dei territori geografici, simbolici e umani. L’evento conclusivo è per questo un rito collettivo, una festa, una condivisione di un luogo in comune. 

Vi ricordiamo che la prenotazione è OBBLIGATORIA e si può effettuare: 

• direttamente dall’evento Facebook, cliccando sull’apposito pulsante 

• chiamando il numero 333 1114940

• mandando una e-mail a info.castellinariapop@gmail.com

La Direzione artistica 

Compagnia Habitas Livia Antonelli Chiara Aquaro Niccolò Matcovich e Anna Ida Cortese 

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Isadora – The Tik Tok Dance Project

La danza contemporanea approda su Tik Tok. Simone Pacini e Giselda Ranieri raccontano Isadora – The Tik Tok Dance Project

Articolo a cura di Caterina Giangrasso

TikTok è il social del momento con 800 milioni di utenti attivi al mese. Proprio su questa piattaforma ha debuttato Isadora – The TikTok Dance Project, una sperimentale residenza artistica digitale di Giselda Ranieri, danzatrice e coreografa, e Simone Pacini, esperto di comunicazione digitale. Il progetto, che guarda soprattutto ai giovani della Generazione Z, indagherà il tema della didattica a distanza e la possibilità di coinvolgere nuovi potenziali pubblici teatrali su una piattaforma “pop”.

Isadora – The Tik Tok Dance Project
Giselda Ranieri – Isadora – The Tik Tok Dance Project

L’idea è che le difficoltà causate dalla crisi sanitaria possano diventare un’opportunità per riaffermare il valore trasversale e comunitario dello spettacolo dal vivo, e che il web sia una delle vie per sostenerlo. All’evento finale si accederà attraverso il gruppo Facebook il Foyer di Isadora, che potrebbe raccogliere in futuro altri progetti performativi.

Isadora – The TikTok Dance Project è fra i sei vincitori di un bando promosso durante il lockdown, dal titolo “Residenze digitali”, a cura di Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), in collaborazione con AMAT, Anghiari Dance Hub, ATCL per Spazio Rossellini. Isadora ha trovato inoltre il supporto della rassegna internazionale di danza Resistere e Creare, diretta da Michela Lucenti di Balletto Civile e Marina Petrillo della Fondazione Luzzati Teatro della Tosse.

Giselda Ranieri, danzatrice di formazione classica e contemporanea, ha fatto della composizione istantanea il suo tratto distintivo. Dall’indirizzo  www.tiktok.com/@isadora.danceme creerà una web performance interattiva basata sull’improvvisazione, a partire da un processo partecipativo ispirato alla didattica a distanza. In una seconda fase,  Isadora – The TikTok Dance Project potrebbe diventare una proposta rivolta alle scuole.

I giovani coinvolti realizzeranno una coreografia basata su parametri coreografici come la ripetizione, il ritmo, lo stop motion, la segmentazione del movimento, dando vita a un processo di ricerca in linea con il “learning by doing” della generazione Z, iperconnessa, performativa, con forte spirito autodidatta. Simone Pacini, docente per IED e Università La Sapienza di Roma, specializzato in Social media storytelling ed esperto di fruizione digitale, nel contempo monitorerà l’engagement e le reazioni dei followers e del contesto, in un dialogo con la danzatrice utile al processo artistico ma anche all’analisi delle potenzialità di questo social network in ambito culturale

Il titolo omaggia chiaramente Isadora Duncan, figura rivoluzionaria della danza e donna emancipata che, in questa occasione, (ri)vive sulla piattaforma più scaricata al mondo che sta attirando l’attenzione di enti di caratura internazionale come le Gallerie degli Uffizi, il Museo del Prado di Madrid, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Naturkundemuseum di Berlino e il Grand Palais di Parigi. 

In questa intervista Giselda Ranieri e Simone Pacini raccontano Isadora – The TikTok Dance Project, progetto realizzato in collaborazione con Isabella Brogi ed Elisa Sirianni.

Qual è l’intento comunicativo e mediatico di un’iniziativa come Isadora – The Tik Tok Dance Project?

Simone Pacini: Complice la situazione creatasi con il lockdown, il web ha messo in moto la creatività. Inizialmente siamo partiti io, Isabella Brogi e Elisa Sirianni con l’intento di partecipare al bando “Residenze digitali”. Abbiamo pensato di coinvolgere Giselda Ranieri per l’apporto artistico, per creare insieme a lei l’ambiente “virtuale”, immaginarlo e progettarlo. Mentre passavamo in rassegna diverse cose, Giselda ha pubblicato sulla sua pagina facebook un video in cui danza con l’espressione del volto. Il video ha avuto successo e abbiamo pensato di adattarne formato e durata alla piattaforma di Tik Tok, con la volontà di diffondere anche un progetto di danza contemporanea su questo nuovo social network.

Il pubblico di Tik Tok è performativo, ama mettersi in gioco ma il campo di riferimento artistico per quel che riguarda la danza, spesso, è solamente l’hip-hop. Il progetto si pone in una dimensione davvero sperimentale, sia dal punto di vista artistico sia comunicativo o più tecnicamente digital. Sicuramente stiamo cercando di portare la nostra cifra stilistica di artisti per cui Giselda non sceglie le canzoni di tendenza che Tik Tok stesso suggerisce ma, pur andando contro le logiche di visibilità – scegliere una canzone di tendenza aumenterebbe l’engagment –, mantiene una sua identità e integrità di danzatrice.

Con questo progetto mi piacerebbe poter segnalare al mondo “colto” che vale la pena aprirsi alle nuove piattaforme e tendenze, specialmente se sono un ponte di collegamento con le generazioni. Allo stesso modo mi piacerebbe che le nuove generazione si dimostrassero curiose e disponibili nei confronti dell’arte. 

Qual è il processo creativo del progetto? Quanto la sua modalità di diffusione condiziona la creazione?

Giselda Ranieri: Il processo prevede due tranche di lavoro, due mesi di residenza suddivisi tra l’estate e l’autunno, sulla piattaforma Tik Tok, in cui produrrò due video a settimana. La sfida più ardua è scoprire le strategie per “rendersi visibili”: raggiungere un buon numero di ragazzi che siano incuriositi e invogliati a rifare le coreografie che propongo. Questo significa comprendere di volta in volta come ricalibrare l’approccio coreografico per chiarire quali siano i pattern fondamentali nella composizione proposta (ripetizione e ritmo, stop motion e fast foward, keep e dro).

All’inizio ero destabilizzata: imparare a creare una coreografia in soli 15 secondi di video, provando a esprimere qualcosa, sembrava molto lontano di miei metodi compositivi in cui il processo è essenziale. Poi, ho scoperto che in questo progetto l’esperienza nella composizione istantanea è a tutti gli effetti il processo creativo che mi supporta. 

The Tik Tok Project è un progetto comunitario, o, per lo meno, ambiamo a farlo diventare tale. A condizionare le mini creazioni, più che la modalità di diffusione è proprio la modalità di coinvolgimento della comunità, che è tutta da scoprire.

Isadora – The Tik Tok Dance Project
Giselda Ranieri – Isadora – The Tik Tok Dance Project

Quali sono state le fonti di ispirazione e quali sono le tue aspettative nei confronti di questo progetto?

GR: A dire il vero le fonti d’ispirazione sono poche, mi sono gettata a capofitto nella sfida progettuale. Forse, parlerei più di fonti di studio. Questo progetto si configura realmente come una residenza digitale, il che significa che per tutta la sua durata, fino a prima della restituzione finale, è interamente dedicato allo studio: dalla visione di webinar di esperti sull’argomento, ai consigli dei tiktoker più in voga, fino al semplice girovagare sulla piattaforma alla scoperta della “linea editoriale” più affine da cui trarre eventualmente ispirazione.

Trovo interessanti soprattutto quei video, non solo di danza, in cui emerge con forza la creatività dell’ideatore, perché suggeriscono la presenza di un pensiero dietro al girato. Mi attrae lo scanzonato e il giocoso, laddove c’è una qualche maestria e nessuna affermazione o presa di posizione. Se proprio dovessi dire a cosa mi sto ispirando risponderei che per me è diventata fondamentale quell’attitudine di fondo comune a questa generazione: learn by doing…anch’io imparo facendo.

A prescindere dalla crisi sanitaria e dalle sue conseguenze, la digitalizzazione di determinati processi potrebbe essere la chiave vincente per avvicinare la generazione Z alla danza e, più in generale, allo spettacolo dal vivo?

SP: La residenza digitale è stata, a mio parere, una bella intuizione. Diciamo che però ogni cosa ha i suoi tempi. Noi ci troviamo a vivere un progetto in residenza digitale mentre quasi tutti gli  altri, in diversi ambiti e con diversi scopi, si stanno incontrando di nuovo in una configurazione dal vivo. Posso dire, con piacere, che è definitivamente crollato il tabù di alcune tecnologie. L’idea di scandagliare e cogliere nuovi terreni fa parte della ricerca stessa. Alla base resta sempre il rispetto del lavoro artistico, con le sue esigenze e collocazioni. Credo ci siano tutti i presupposti per essere curiosi e ben disposti nei confronti delle possibilità digitali che abbiamo a disposizione e di quelle che verranno.

GR: Per certi versi questo è già avvenuto prima della pandemia e sta avvenendo, ora, in modo più massiccio e forse consapevole. In ogni caso, penso di sì perché permette un avvicinamento più diretto e giocoso. Credo poi – o per meglio dire lo spero – che piano piano l’offerta si possa diversificare e che la danza in ogni sua forma, non solo quella da videoclip, si faccia strada. Questo è il tentativo che sto portando avanti con The Tik Tok Dance Project.

In che modo è stata concepita la diffusione del progetto?

SP: Il progetto ha una sua collocazione molteplice, crossmediale. Rispetto alla diffusione, influisce molto il fatto che i contenuti viaggiano da Tik Tok verso altri social come Facebook, Instagram e YouTube. Così si ha modo di vedere le reazioni delle diverse community, e dei diversi target. L’idea creativa è anche quella di incrementare l’utilizzo di altre parti del corpo della danzatrice, di creare un corpo unico che vive – separato e unito – su Tik Tok e non solo. La danza è sia scomposizione sia composizione e, mediante questi formati, viene stimolata la creatività.

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Emilio Praga

TESI DI LAUREA: Il teatro di Emilio Praga

TITOLO DELLA TESI > IL TEATRO DI EMILIO PRAGA

ISTITUTO > UNIVERSITÀ DI ROMA LA SAPIENZA – FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

AUTORE > CARLO MARIA BISCACCIANTI

Emilio Praga
Emilio Praga

INTRODUZIONE DELL’AUTORE:

L’opera di Emilio Praga, uno dei massimi rappresentanti della Scapigliatura milanese, è conosciuta e studiata quasi esclusivamente in relazione alle raccolte di poesie. Questa tesi intende cercare di restituire valore e risalto alla sua produzione teatrale e librettistica, non meno prolifica di quella poetica. Inquadrato l’artista nel contesto storico della società tardo ottocentesca, attraverso l’analisi di alcune pièces, si sono evidenziati molteplici punti di contatto con le sue coeve raccolte di versi, individuando alcuni leitmotiv della sua poetica. Uno spiccato spirito antiborghese, un frequente ricorso alla contrapposizione degli opposti (oppressi/oppressori, convenzioni sociali/libertà, giudizio/passione, ragion di Stato/amore), una forte tensione morale, un accentuato lirismo: sono solo alcuni degli elementi caratteristici che emergono nel suo corpus teatrale, qui parzialmente disaminato. Poeta, drammaturgo, librettista, romanziere, giornalista, pittore: nella sua breve vita, Emilio Praga è stato un intellettuale eclettico e prolifico il cui contributo alla letteratura italiana merita di essere riscoperto.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > IL TEATRO DI EMILIO PRAGA

Carlo Maria Biscaccianti è nato a Roma nel 1973. Laureato in Lettere con una tesi sul teatro di Emilio Praga, ha sempre coltivato la passione per la scrittura e la lettura. Ha partecipato come collaboratore a diverse pubblicazioni editoriali. Si è formato in diverse realtà bibliotecarie e lavora oggi nella biblioteca di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo della Sapienza.

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François Bunel le Jeune (attribuito a), Personaggi della Commedia dell’Arte.

TESI DI LAUREA: Architetture del comico nella Commedia dell’Arte

TITOLO DELLA TESI > ARCHITETTURE DEL COMICO NELLA COMMEDIA DELL’ARTE

ISTITUTO > UNIVERSITÀ DI ROMA LA SAPIENZA – FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

AUTRICE > SARA PASCOLINI

François Bunel le Jeune (attribuito a), Personaggi della Commedia dell’Arte.
François Bunel le Jeune (attribuito a), Personaggi della Commedia dell’Arte, 1578-1590.

INTRODUZIONE DELL’AUTRICE:

L’idea di questa tesi di laurea nasce da un colpo di fulmine per la Commedia dell’Arte. Avevo appena iniziato il mio percorso di Laurea Specialistica in Discipline dello Spettacolo quando inaspettatamente mi sono imbattuta in un laboratorio di recitazione, incentrato sullo studio delle maschere della Commedia dell’Arte e tenuto da Claudio De Maglio presso il Teatro Ateneo dell’Università la Sapienza. Un’esperienza straordinaria, un amore nato per caso e vissuto nei muscoli e sulla mia stessa pelle. Concluso il laboratorio, proseguendo il mio percorso di studi, mi sono chiesta come poter portare la passione nata per questa forma di teatro, antica eppure così attuale, nel mio lavoro di tesi. La risposta è arrivata attraverso l’incontro con uno dei docenti del corso di laurea, che ho scelto poi come relatore: il Professore Roberto Ciancarelli. Da un primo scambio di idee la ricerca per la mia tesi si è prolungata lungamente, come una sorta di caccia al tesoro, alla ricerca di indizi che mi aiutassero a fare chiarezza e a rintracciare quello che si potrebbe definire un enorme elefante nella stanza; visibile a tutti ma talmente grosso da non poter essere riconosciuto davvero: la questione dell’origine della Comicità nella Commedia dell’Arte. Tutti gli autori citati e studiati per raccogliere gli indizi ed arrivare a vedere questo enorme elefante parlavano molto delle zampe, della proboscide, della pelle rugosa, ma non dell’elefante in sé. Fuor di metafora: sebbene esistano numerosi trattati contemporanei alla Commedia dell’Arte stessa o dei nostri tempi, che analizzano le tipologie di scene comiche, la struttura, i temi ricorrenti, non esisteva alcun lavoro che analizzasse quali fossero i meccanismi messi in atto dai comici per divertire il pubblico. Così, studiando dapprima i trattati teorici antichi, moderni e contemporanei (Da Aristotele a Bergson, passando per Cicerone e Pirandello), poi le raccolte di materiale scenico dei Comici dell’Arte ed infine affidandomi allo studio meticoloso di quattro Commedie trascritte interamente sul finire della parabola di questa particolare forma di spettacolo, sono riuscita a tirare le mie conclusioni ed ad individuare quelle che erano (e che molto spesso sono) gli espedienti che rendono comica una vicenda e che, a partire dall’antichità classica fino ad arrivare ai giorni nostri, ci fanno ridere e sorridere. In fondo,come dice Umberto Eco : “Il comico è una faccenda difficile, a capirlo si è risolto il problema dell’uomo su questa terra”. Da parte mia, senza la presunzione di aver risolto alcun problema dell’umanità, spero di aver aggiunto un piccolo tassello alla ricerca sulla Commedia dell’Arte che è ancora misteriosa e forse per questo così affascinante ed ispirante.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > ARCHITETTURE DEL COMICO NELLA COMMEDIA DELL'ARTE

BIOGRAFIA DI SARA PASCOLINI:

Sara Pascolini nasce a Roma e fin da piccola nutre una grandissima passione per l’arte. Crescendo, dopo essersi diplomata al liceo Classico, si iscrive al Corso di Laurea Triennale in Moda e Costume, concludendo il suo percorso con una tesi riguardante la messa in scena del balletto Sogno di Una notte di Mezza Estate con coreografia di G. Balanchine. Successivamente decide, seguendo l’amore nato per le arti dello spettacolo, di proseguire il percorso specialistico proprio in questa disciplina e si laurea con il massimo dei voti in Saperi e Tecniche dello Spettacolo presso la facoltà di scienze Umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma. Unendo l’amore per lo spettacolo a quello per l’arte decide poi di seguire un corso professionale per Trucco Cinematografico, Teatrale e correttivo presso l’Accademia Studio 13, sempre a Roma. Attualmente lavora come truccatrice per clienti privati e fotografi. Fa parte dell’Associazione culturale Nereides Danze Antiche, in qualità di danzatrice nel corpo di ballo Ninfe Nereidi e dell’Associazione Culturale Cane Nero con cui organizza eventi di animazione culturale e gioco di ruolo dal vivo.

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Dario Franceschini

Covid-19: Franceschini firma Decreto 20mln per extra FUS

Pubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal MiBACT in relazione al decreto firmato oggi dal Ministro Dario Franceschini per lo stanziamento di 20 milioni di euro a sostegno delle realtà extra FUS.

Dario Franceschini
Dario Franceschini

«Nessun artista verrà dimenticato: nessun attore, nessun musicista così come nessun lavoratore del mondo dello spettacolo. Non parlo delle grandi star, che hanno le spalle robuste, parlo delle professionalità più indifese: le prime misure sono a loro tutela» così nel corso del Question time alla Camera, il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha annunciato di aver firmato oggi il decreto che avvia le procedure per il riparto di 20 milioni di euro a sostegno delle realtà delle arti performative che non hanno ricevuto contributi provenienti dal FUS nel 2019. Tali risorse provengono dai fondi istituiti con il decreto “Cura Italia”, varato dal Governo lo scorso 17 marzo, che destinano 130 milioni di euro alle emergenze dello spettacolo e del cinema.

«Questo stanziamento – dichiara il Ministro Franceschini – fornisce una prima risposta alle tantissime piccole realtà che operano nei settori del teatro, della musica, della danza, del circo prive del sostegno statale e pertanto sottoposte a maggiori incertezze. Un mondo fatto di professionisti abituati a vivere del proprio talento che ora conoscono un momento di dura difficoltà e meritano il pieno sostegno delle istituzioni».

Le risorse verranno ripartite in parti uguali per ciascun beneficiario e verranno devolute ai soggetti che presenteranno domanda nel rispetto di quattro semplici requisiti: prevedere nello statuto o nell’atto costitutivo lo svolgimento di attività di spettacolo dal vivo; avere sede legale in Italia; non aver ricevuto nel 2019 contributi dal FUS; aver svolto tra il 1° gennaio 2019 e il 29 febbraio 2020 un minimo di 15 rappresentazioni e aver versato contributi previdenziali per almeno 45 giornate lavorative.

Le domande potranno essere presentate nelle modalità e secondo le scadenze che verranno rese note dall’avviso che verrà pubblicato dalla Direzione generale Spettacolo entro cinque giorni dalla data di registrazione del decreto. I contributi saranno erogati entro il 30 giugno 2020.

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Toni, un thriller teatrale. Intervista a Paolo Zuccari

Un uomo che vive da solo con la sua schizofrenia. La decisione di rinunciare alle medicine per recuperare la donna che ama. Un viaggio mentale nella malattia che sfocia nel thriller. Dalla finestra della sua abitazione assiste a un omicidio. I primi sospetti ricadono su di lui. Chi è l’assassino? Cosa è accaduto? Ma soprattutto, tutto questo sta accadendo realmente? Sono questi gli elementi messi in gioco da Paolo Zuccari, regista, drammaturgo e attore dello spettacolo Toni, in scena al Teatro Argot Studio dal 3 all’8 marzo.

Una storia che, partendo dall’ispirazione hitchcockiana (La finestra sul cortile e Marnie), porta lo spettatore nella casa di Guido, facendogli vivere la sua condizione e narrando un’incredibile vicenda. Zuccari, lavorando su una storia avvincente, mostra, con grande sensibilità, cosa vuol dire vivere un disturbo e come questa condizione si traduce non solo nel rapporto con l’esterno, ma anche nei pericoli che un uomo può correre e nei danni che può recare a sé stesso. 

Toni: Perché hai scelto questo titolo. C’è un simbolismo particolare dietro questo nome?

Toni è un nome che si ispira a una presenza molto amica, vicina al mio vissuto e alla mia esperienza. Non è il nome di un cane, però per me richiama il tipo di dedizione che può avere un animale. È il nome che associo a una presenza calorosa, protettiva, a cui potermi affidare sempre. È una questione molto intima, ma non posso rivelare di più!

Leggendo la sinossi si percepisce un chiaro riferimento a La finestra sul cortile di Hitchcock. In che misura sono stati fonte d’ispirazione per lo spettacolo questo film e questo regista ?

Ho un innato amore per Hitchcock. Quand’ero molto giovane rimasi folgorato da alcuni suoi film come La finestra sul cortile, La donna che visse due volte e L’uomo che sapeva troppo, che in quel periodo furono restaurati e riproposti al cinema. Ma ce ne sono tanti altri, li ho visti e rivisti più volte. Non riesco proprio a farne a meno. Rispetto a La finestra sul cortile, oltre al fatto di guardare dalla finestra, ho trovato stimolante l’elemento della segregazione, l’essere chiusi in casa; poi ci sono anche riferimenti a Marnie e Io ti salverò, sempre di Hitchcock.

In Toni c’è la trama di un giallo: una persona è stata uccisa e il protagonista, Guido, sembra essere coinvolto nella vicenda. In realtà, questa è una traccia del plot che accompagna il testo: la vera storia, quella più profonda e intima, riguarda il personaggio stesso, il suo rapporto col passato e col suo disturbo. Si tratta di uno schizofrenico che ha dimenticato l’origine di questa malattia e nell’arco dello spettacolo avviene un doppio svelamento: uno riferito all’assassino che ha compiuto l’omicidio, l’altro che invece è un giallo più introspettivo, più intimo. E queste due linee, in un certo momento, convergono.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo spettacolo?

Quando ho scritto Toni l’ho immaginato come un monologo ma non come uno spettacolo per un solo attore. Volevo fare qualcosa che non fosse stato fatto prima, anche per potermi cimentare attorialmente con uno stile che non conoscevo e che non avevo ancora mai praticato. Il vero motore che mi ha spinto a scrivere Toni è stato il bisogno di inventare qualcosa nel linguaggio, nella resa, che restituisse la pluridirezionalità di un personaggio e che, al tempo stesso, avesse una sua semplicità e leggibilità, senza che il pubblico avesse difficoltà nel seguire gli sviluppi della storia.

In che modo la scelta di adottare una estetica thriller definisce il rapporto tra opera e pubblico in chiave voyeuristica?

Il voyeurismo non è sinonimo di thriller ma le persone affette da voyeurismo possono avere una caratterialità, un modo di operare nella vita che può assumere sfumature pericolose. Questo personaggio, però, rappresenta un pericolo per se stesso più che per gli altri. In lui il voyeurismo cela il desiderio che le cose vadano in un certo modo, per cui c’è il sospetto che egli veda le cose così come vorrebbe che fossero, piuttosto che per come sono realmente. A un certo punto, Guido perde la persona di cui è innamorato e, per recuperarla, decide di interrompere le cure. Smettendo di prendere le medicine, però, inizia a sospettare che i gesti che lei compie possano essere il riflesso del suo desiderio, della visione immaginifica che Toni ha del rapporto con la persona amata.

Cosa si cerca di evocare nello spettatore?

Tutto il lavoro mira a creare un’empatia tra il pubblico e Guido, altrimenti il meccanismo narrativo e spettacolare non funziona. Mi interessava raccontare la condizione di una persona “socialmente diversa”: è un uomo disturbato, che non sempre può fare tutto liberamente, spesso non riesce ad avere neanche degli amori o delle amicizie, non è in grado di costruire rapporti. Però, come accade frequentemente, se sei consapevole della tua condizione, sei pronto a fare qualunque cosa per dimostrare che invece sei come gli altri, andando contro tutto e tutti, anche rischiando la tua stessa vita. Questo per me è il vero nocciolo della questione: empatizzare con una persona che vive in una situazione di grande difficoltà.

Alla luce della tematica affrontata in Toni, è plausibile cogliere alcuni riferimenti a Joker, il film di Todd Phillips?

Quando l’ho visto avevo già scritto il testo, ma mi ci ha fatto pensare. Ora non so dire fin dove arrivano le similitudini, però spesso ho associato il film a quello che già stavo provando. Parlo proprio di quella condizione di isolamento: è qualcosa di molto doloroso, che tutti prima o poi sperimentano. Quando il grado di complessità di quella situazione si alza fino a diventare insostenibile, può indurre azioni pericolose e drammatiche – così come accade in Joker, senza però il rapporto tra individuo e società che costituisce la parte critica del film.

In Toni tutto ha una chiave più intima. È come se per 50 minuti lo spettatore vivesse con una persona che ha queste difficoltà: ci sono momenti di angoscia ma anche situazioni divertenti, non grottesche nella loro comicità, ma delicate. Non è un testo aggressivo, è già aggressiva la materia: ho cercato di renderla appetibile, di raccontare una storia con cui il pubblico potesse empatizzare. Questo è stato l’obiettivo principale.

Articolo a cura di Davide Notarantonio

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Giusto la fine del mondo Di Jean-Luc Lagarce Traduzione Franco Quadri Con Anna Bonaiuto Alessandro Tedeschi Barbara Ronchi Vincenzo De Michele Angela Curri Regia Francesco Frangipane

Intervista a Francesco Frangipane regista di Giusto la fine del mondo

Giusto la fine del mondo Di Jean-Luc Lagarce Traduzione Franco Quadri  Con Anna Bonaiuto Alessandro Tedeschi Barbara Ronchi Vincenzo De Michele Angela Curri  Regia Francesco Frangipane
Giusto la fine del mondo di Jean-Luc Lagarce
ph. Manuela Giusto

Louis – uno scrittore malato di Aids e prossimo alla morte – dopo essere stato lontano da casa per dodici lunghi anni, torna nel suo paese natale per rivedere i suoi familiari e comunicare loro la notizia della sua malattia e della sua imminente morte. Ad aspettarlo trova la madre vedova, i due fratelli Antoine e Suzanne e la cognata Catherine.

A partire dal capolavoro di Jean-Luc Lagarce, arriva al Piccolo Eliseo di Roma, fino al 1 marzo, lo spettacolo Giusto la fine del mondo, regia di Francesco Frangipane con Alessandro Tedeschi, Anna Bonaiuto, Angela Curri, Vincenzo De Michele e Barbara Ronchi. Intervistiamo il regista e direttore artistico di Argot Produzioni per scoprire i dettagli di questa nuova produzione.

Come si intreccia il dramma di Louis e della sua famiglia a partire dai temi dell’abbandono e dell’incapacità di comunicare?

Il meccanismo interessante di questo testo è che l’elemento chiave viene dichiarato subito. Già a partire dal prologo, il pubblico sa cosa sta per vedere: c’è un figlio che dopo anni di assenza  torna per comunicare alla famiglia che sta per morire. Tutto ruota intorno all’attesa del disvelamento della notizia, un momento che però viene continuamente rinviato dagli altri familiari, come se consciamente o inconsciamente, tendessero a evitare di ricevere l’informazione. Anche se non conoscono i motivi di questo inaspettato ritorno, è come se percepissero l’esistenza di un rischio mostrando il bisogno costante di riempire i vuoti attraverso una una bulimia di parole che si origina da una scrittura fiume del testo. L’unico elemento di sorpresa per lo spettatore, che persiste fino alla fine dello spettacolo, è rappresentato dalla possibilità di Louis, il protagonista, di dare o meno la dolorosa notizia, motivando la ragione del suo ritorno. In questo percorso, anche il personaggio di Louis ha un suo sviluppo e una sua trasformazione: egoisticamente, ritorna a casa dopo 12 anni per il proprio bisogno di essere ricordato come desidera dai suoi familiari, rendendosi conto che la sua assenza ha determinato nella famiglia la percezione che egli sia già morto. Da ciò si avvia una serie di regressioni esistenziali, scritte come fossero un dialogo con il pubblico in cui Louis prende coscienza di questa condizione.

Il testo scritto da Jean-Luc Lagarce ha una natura fortemente discorsiva, con una presenza ipertrofica della parola. In questo senso come si è avviato il processo registico dalla lettura del testo fino alla restituzione scenica?

Sono stato molto influenzato dal film di Xavier Dolan che mi ha fatto comprendere quanto il testo potesse essere concreto nonostante la sua verbosità, il linguaggio molto letterario e di difficile eloquio. Tralasciando i flussi di coscienza del protagonista, le restanti situazioni sono quotidiane, per cui ho evitato di essere astratto puntando a una recitazione realistica che semplificasse anche il linguaggio, non sminuendo la scrittura ma pronunciando le parole con una semplicità tale da aiutare il pubblico a riconoscersi in una situazione comune: un figlio che torna a casa e si scontra con le conseguenze del suo allontanamento. È come se la vicenda familiare non fosse contemporanea e Louis fosse in una propria dimensione dalla quale racconta quell’episodio. Louis è una sorta di voice over che, di volta in volta, ci riporta alla sua realtà, quella di un uomo morto da solo che compie un cammino di espiazione verso la propria casa e la propria famiglia.

Anna Bonaiuto in Giusto la fine del mondo
ph. Manuela Giusto

Come hai lavorato su questa produzione? Hai cercato degli stimoli da parte degli attori per quanto riguarda un senso possibile rispetto alla messinscena di un testo così complesso?

Solitamente scelgo un testo perchè mi convince profondamente ma poi lo spettacolo prende la forma del lavoro fatto con gli altri. Per questo trovo fondamentale la scelta degli attori: mi faccio attraversare dai consigli, dai risultati del lavoro di gruppo per poi veicolarli verso la mia idea di regia facendo evolvere il personaggio attraverso la sensibilità e la qualità attoriale degli stessi interpreti. Da un punto di vista estetico ho deciso di creare un contenitore scenografico con un astrattismo che risultasse il più quotidiano possibile, pur conservando il simbolismo: la casa è come fosse un’isola, c’è un sistema di veneziane che nell’alzarsi e nell’abbassarsi esclude e confonde  interno ed esterno.

In che modo il teatro può indagare la condizione umana e riportarla sulla scena? E come il pubblico potrà ritrovare sé stesso e il proprio percorso familiare all’interno di questa storia?

Questa è una costante dei miei lavori: sono anni che faccio spettacoli sulla famiglia che, essendo a mio avviso l’elemento centrale della società, permette a tutti di immedesimarsi in una situazione. Raccontare di volta in volta quel mondo, attraverso un dramma che scatena delle dinamiche è diventato la mia poetica. Anche in base a come sono state recepite quelle situazioni dal pubblico, ho capito che le scene di vita quotidiana molto riconoscibili sono uno strumento che consente allo spettatore di entrare nel dramma e viverlo. È un tipo di meccanismo teatrale che aumenta il coinvolgimento ponendo lo spettatore in una condizione voyeuristica, quasi stesse spiando come un intruso. In virtù di questo, faccio un lavoro di messinscena legata a delle atmosfere di suoni e luci che accompagnano una dimensione emotiva senza essere mai invasive.

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Elio Germano in Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR al Teatro Argot Studio

Con Elio Germano nelle vesti di protagonista, arriva a Roma Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, uno dei primi esperimenti mondiali di teatro in realtà virtuale, dal 4 al 16 febbraio presso il Teatro Argot Studio. Un evento unico che fonde spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality. Dopo il grande successo de La mia Battaglia, l’opera teatrale di Elio Germano e Chiara Lagani diventa un film in realtà virtuale, diretto da Elio Germano e Omar Rashid, in cui il vincitore della Palma d’Oro a Cannes parla alla e della nostra epoca.

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Un attore, o forse un comico, ipnotizzatore non dichiarato, durante uno spettacolo di intrattenimento, manipola gli spettatori in un crescendo di autocompiacimento, anche verbale, fino a giungere, al termine del suo show, a una drammatica imprevedibile svolta. Portatore di un muto volere collettivo diffuso nell’aria, l’artista da figura autorevole si farà a poco a poco sempre più autoritario, evocando lo spettro di un estremismo di ritorno travestito da semplice buon senso. Appellandosi alla necessità di resuscitare una società agonizzante, tra istanze ecologiste, nazionaliste, socialiste, planetarie e solitarie, mutuali e solidali, tra aneddoti e proclami, tra appelli appassionanti e affondi lirici deliranti, l’attore-mattatore trascinerà l’uditorio, in un crescendo pirotecnico, a una straniata sospensione tragica fino a condurlo a una terribile conseguenza finale. Un soliloquio che parte dalla democrazia, dal valore dell’autorità e della responsabilità e termina in un proclama idealista.

Attraverso e grazie alla VR il pubblico si immergerà nell’opera teatrale diventandone parte, fino a confondere immaginario e reale. Si troverà in sala, in prima fila, insieme agli altri spettatori. Cercherà lo sguardo di chi è seduto accanto, perfino i gesti. Assisterà a un monologo che sarà un crescendo e allo stesso tempo una caduta verso il grottesco, partecipando attivamente al dibattito politico, in un gioco metateatrale e al contempo metacinematografico. Segnale d’Allarme racconterà una storia vera, la nostra.

Per info e prenotazioni: info@teatroargotstudio.com / 06 5898111

Per acquistare il biglietto: http://bit.ly/SegnaleDallarme

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L’Indifferenza di Pablo Solari al Teatro Argot Studio

Dopo il successo delle date milanesi arriva al Teatro Argot Studio di Roma dal 19 al 21 dicembre, L’INDIFFERENZA, thriller che indaga le conseguenze delle nostre azioni, prodotto da Centro Teatrale MaMiMò e Teatro i. Scritto e diretto da Pablo Solari, lo spettacolo vede in scena Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò alle prese con un passato da affrontare, in una lotta metaforica tra il progresso della civiltà occidentale e la sua natura bestiale e sanguinaria.

Che si tratti di fare una carezza a un neonato, di dare un bacio a una sconosciuta o di schiacciare il pulsante che sgancerà la bomba su Hiroshima, è impossibile fuggire alle conseguenze delle nostre azioni. Si può provare a far finta di niente, a rimanere indifferenti, cercando di nascondere anche le peggiori colpe così bene da quasi dimenticarsene, inevitabilmente però, queste riemergeranno, presto o tardi, costringendoci ad affrontarle. In una mattinata come tante, un ospite inatteso costringerà Franco a fare i conti con il proprio passato, con la persona che era e che pensava di essere riuscito a dimenticare. L’indifferenza è un thriller che costringe lo spettatore a prendere costantemente posizione su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia bene e cosa sia male.

L’indifferenza è una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male. L’azione si svolge in uno spazio tempo allucinato, che sfida il realismo; prima una casa, poi un museo, un mondo interiore in cui verità e finzione si confondono e in cui i personaggi, tra vendette e ossessioni, si denudano delle proprie bugie, rimanendo da soli con la propria natura, imperfetta e pericolosa. Nonostante la cornice contemporanea, L’indifferenza sembra essere ambientato al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve, e la sterilità fertilità. Ma davvero il nostro mondo è così lontano da quello delle sacre scritture? Da quell’umanità così timorosa e sperduta?

Pablo Solari

Pablo Solari, regista e drammaturgo, classe 1989, si diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, vive tra Lima e Milano. Nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia (2016) con la regia di Antonio Latella, vincitore del Premio Ubu 2016 come Spettacolo dell’anno e vincitore del Premio della Critica 2016. Nel giugno 2018 è responsabile dell’adattamento drammaturgico dei Cavalieri di Aristofane rappresentato durante il cinquantaquattresimo Festival Nazionale di Dramma Antico di Siracusa. È finalista del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale di Venezia – Teatro 2018. Nel 2019 è regista di Contenuti Zero Varietà, con cui firma una serie di sette spettacoli presso il Teatro Leonardo di Milano. Nel luglio scrive e dirige in collaborazione con il musicista Roy Paci lo spettacolo Carapace che ha debuttato presso Festival delle Orestiadi di Gibellina (PA). In ottobre debutta come regista d’opera dirigendo due atti unici inediti all’interno della serata 4 one-act operas in chiusura della Biennale di Venezia – Musica 2019. È finalista del Premio Riccione Tondelli 2019 con il testo Woody è morto.

Il Centro Teatrale MaMiMò è un polo culturale nato nel 2005 che gestisce il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia e al cui interno sono attive una Compagnia, che produce spettacoli di prosa, teatro ragazzi ed eventi culturali, e una Scuola di Teatro. La forma artistica è quella di un teatro colto e popolare insieme, atto collettivo di un gruppo riunito da una visione comune. Il Centro Teatrale MaMiMò è sostenuto dal 2012 dalla Regione Emilia Romagna come Organismo di produzione di spettacolo, ed è riconosciuto dal MiBAC come Impresa di produzione teatrale di Innovazione nell’ambito della Sperimentazione. 

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Tour nella Roma anni ‘10. Sciaboletta di Alessandro Blasioli

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo. Articolo a cura di Andrea Carriero.

Nel biennio antecedente alle elezioni politiche del 2018, a Roma emersero gruppi criminali  orbitanti nell’ambito dell’estrema destra romana che ri-diedero vita al “Bangla Tour”. Non parliamo di un festival colorato a base di spezie, ma di pestaggi e raid squadristi «per sconfiggere il nemico».

In questo “tetro-tourAlessandro Blasioli, durante il progetto di teatro itinerante Notturni della città (a cura di Andrea Maurizi e con la supervisione artistica di Marco Baliani), avvertì nell’aria un odore di fascismo abbastanza eloquente. Analizzando la situazione e chiedendosi quali fossero le analogie tra il 2018 e il 1920/30, si scontrò con la figura più nascosta del ventennio fascista: il Re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia chiamato, durante la prima guerra mondiale, “Sciaboletta” a causa della sua bassa statura – 153 cm appena–  per la quale fu necessario forgiare una sciabola particolarmente corta, che evitasse di strisciare in terra – così come ci racconta Alessandro Blasioli in una breve intervista.

Sciaboletta scritto, diretto e interpretato da Alessandro Blasioli, giovane ma già affermato talento della scena under 35 italiana, è Il sesto appuntamento della stagione ARGOtNAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso, in scena dal 13 al 15 dicembre al Teatro Argot Studio di Roma.

Durante l’ascesa del fascismo il Re sparisce dai documenti ufficiali del periodo: non è piú prevista la sua firma, basta semplicemente quella del Duce. Questa forma di subordinarietà evidenzia una realtà ossimora che non è stata mai affrontata nel dettaglio.Immaginate un vecchietto di 74 anni che si ritrova improvvisamente spodestato dal suo regno. Partendo dalla fuga del Re Vittorio Emanuele III del 9 settembre ’43, Sciaboletta racconta di un Re fortemente antifascista immaginando un’invettiva in cui si rinnega il fascismo rigettando una situazione ormai intollerabile.

Da qui prende avvio la costruzione scenica proposta da Alessandro Blasioli. La necessità, l’urgenza e l’emergenza sollevate dalla cronaca odierna in merito all’operato neofascista hanno ispirato il racconto di questo personaggio. Siamo una società con la memoria corta, continuamente bombardata di informazioni e fake-news. Oggi più che mai, bisogna ricordare che cosa è stato e cos’è il fascismo.

La produzione dei monologhi di Alessandro Blasioli è totalmente figlia del contesto culturale e politico in cui ci troviamo. Già al suo terzo spettacolo, autoprodotto e autodiretto, dopo il pluripremiato Questa è casa mia e DPR_Web_Sommerso – nonostante un tragico sistema teatrale, un CCNL raramente stipulato e bandi sempre piú scarni – è riuscito a reinventarsi con monologhi realistici e dirompenti.

Compagnie formate da dieci persone? Chimera. Da cinque persone? Fantasia. Alessandro Blasioli, da solo a casa sua, implacabilmente scrive, dirige e recita i suoi monologhi. La produzione dei suoi spettacoli è fast, smart, multitasking. Nella prima fase di creazione, drammaturgia e regia si fondono: si parte da una canovaccio, si prosegue con la scrittura, fino ad arrivare a un lavoro di scrematura in cui impara superficialmente il testo per ottenere il linguaggio più diretto possibile. 

Se vi sono blocchi a chi rivolgersi? Ci si confronta con Alessandro il drammaturgo o con Blasioli l’attore-regista? Bisogna lasciare che tutto si sedimenti per riprendere il lavoro successivamente e comprenderne la reale potenza. Avere il contributo di uno sguardo esterno aiuta il processo creativo: lo spettacolo Questa è casa mia, ad esempio, ebbe la supervisione artistica del regista Giancarlo Fares. Altre volte, come nel caso di DPR e Sciaboletta entrambi proposti per un concorso e sottoposti a tempistiche da bando, può risultare complesso ritagliarsi del tempo per avere un riscontro. Di conseguenza, indicando l’idea del progetto, una volta vinto il bando, Blasioli si è buttato a capofitto nella scrittura e nella messa in scena. Ottenuti premi e riconoscimenti,  con la programmazione di diversi spettacoli nelle stagioni teatrali, ha potuto dedicarsi a un singolo progetto per volta.

Finché la situazione rimarrà invariata, Alessandro Blasioli continuerà a scrivere. Il prossimo lavoro sarà incentrato sulla figura di Giacomo Matteotti. Proprio a Chieti –  patria dell’artista –  ci fu il processo-farsa agli assassini di Matteotti per l’omicidio che segnò l’incipit della dittatura fascista. Alessandro Blasioli prosegue dunque la propria ricerca artistica, scavando nella memoria del primo trentennio dell’Italia del ‘900, rintracciando aneddoti, prove, esempi, rimandi e ammonimenti per scongiurare il rischio che vengano scritte nuove pagine buie della storia dell’umanità.


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