Theatron 2.0 è un’organizzazione che si avvale del lavoro di professionisti specializzati in diversi settori dello spettacolo dal vivo e di esperti nella comunicazione. Opera in molteplici ambiti delle performing arts sviluppando progetti orientati a promuovere la cultura teatrale mediante l’impiego di nuove tecnologie e strategie digitali.
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Due urgenze a confronto: intervista ai finalisti di Over Emergenze Teatrali

Articolo a cura di Mila Di Giulio

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OVER Emergenze Teatrali è un progetto finalizzato all’individuazione e alla premiazione di realtà emergenti, nato nel 2019 dalla collaborazione fra il Teatro Argot Studio e il NEST (Napoli Est Teatro), in cui centrale è la riflessione sulle estetiche e sulle nuove forme di espressione. Mai come quest’anno il concetto di emergenza e individualità assume un ruolo fondamentale e topico, l’urgenza di un’estetica nuova e incisiva caratterizza con forza le compagnie selezionate.

Dopo una prima fase svoltasi nella sede del NEST, i due progetti giunti in finale, LET ME BE – Studio di Camilla Guarino e Giuseppe Comuniello e In Marcia di Hosteria Fermento, andranno in scena il 4 ottobre presso il Teatro Argot. Per ragioni di sicurezza gli spettacoli si svolgeranno a porte chiuse ma verranno trasmessi in live streaming sui canali social di Teatro Argot Studio, NEST e Theatron 2.0.

In LET ME BE – Studio, la danza contemporanea si fa veicolo di comunicazione e narrazione e diventa una forma di guida e visione alternativa dall’altro. In Marcia di Hosteria Fermento parte dalla crudeltà imprevedibile della guerra per raccontare le difficoltà delle incertezze odierne. Due spettacoli diversi tra loro, ma che condividono la stessa impellente necessità programmatica.

Abbiamo intervistato Marco Valerio Montesano di Hosteria Fermento e Camilla Guarino  a proposito delle peculiarità del loro lavoro, approfondendo il processo di creazione degli allestimenti, riflettendo sul concetto di urgenza artistica.

È interessante pensare all’idea da cui si origina il vostro spettacolo come una metafora degli artisti emergenti, ostacolati nell’espressione della propria libertà individuale. Condividete questa chiave di lettura?

Marco Valerio Montesano: Non vorrei catalizzare l’attenzione sul problema degli artisti, è una questione che riguarda globalmente i giovani. Leggevo che qui in Italia c’è un’esportazione massiccia di capitale umano, ovvero di giovani laureati che emigrano all’estero per trovare possibilità. Il problema è che chi studia e ha voglia di fare si sente inevitabilmente limitato, in questa categoria vanno inclusi sicuramente gli artisti, ma va inteso indubbiamente come un problema più ampio.

Come è nata la decisione di unire insieme le figure di attore, regista e drammaturgo, quale delle tre è arrivata prima e quale è stata la più impegnativa?

MVM: Il nostro è un percorso innanzitutto attoriale, siamo tutti e tre diplomati come attori all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Silvio D’Amico. Anche questa scelta può essere letta come un’emergenza in qualche modo, trovare una necessità drammaturgica, attoriale, registica che riesca a dare una visione d’insieme. Mettere mano al testo è stata la fase più complessa, si tratta di un nostro testo originale: siamo partiti da un aneddoto relativo a mio nonno, che da semplice soldato si ritrovò ad essere il più alto in grado a causa della morte dei compagni, completamente senza attrezzatura e senza esperienza necessaria per farlo.

Emerge dunque la questione generazionale fra padri e figli: nel mondo contemporaneo è labile il confine della giovinezza, la grande differenza è proprio questa, oggi assumersi responsabilità da padri, è più difficile a volte, perché in passato si poteva contare su una struttura sociale più solida.  

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Il vostro spettacolo può essere descritto come un’esemplificazione pratica di una sinestesia, sei d’accordo con questa definizione e cosa significa all’interno di questo lavoro la parola sinestesia?

Camilla Guarino: Si, sono d’accordo, in questo lavoro uniamo il tatto, la manipolazione dei corpi e l’udito sia riguardante il ritmo e la musica, sia la descrizione verbale di ciò che vedo. Tutti i vari elementi da soli non assumono senso, la componente del tatto comprende la parola e il suono. Non ha ragione d’esistere una descrizione effimera di un qualcosa come la danza, senza un richiamo a un’atmosfera che a volte non è percettibile solo con la vista nel caso del movimento dei corpi.

Qual è la forza specifica della danza che ha permesso di compiere un lavoro sull’assenza della vista, piuttosto che un’altra forma di espressione artistica?

CG: Nel teatro, nel cinema, la parola è fondamentale perché dà un ritmo, crea già da sola un’atmosfera. Nel caso di un quadro c’è la descrizione di un qualcosa che è statico. Per quanto riguarda la danza è tutto molto più aleatorio, poiché entrano in gioco una serie di sfumature che prese da sole non hanno significato ma possono assumerlo attraverso la descrizione di gesti d’insieme

La nostra sfida è quella di trasmettere all’esterno qualcosa che fa parte del nostro quotidiano di danzatori, mantenendo una dimensione intima, cercando di conservarla il più possibile nella sua purezza. Con questo lavoro vorremmo riuscire a trasmettere al pubblico delle sensazioni senza che si debba sforzare di comprendere, raccontando in modo veritiero ciò che ci succede quando siamo noi al posto dello spettatore.

In che modo la vostra rappresenta “un’emergenza teatrale” e quale nuova urgenza artistica e comunicativa il vostro spettacolo cerca di portare avanti?

CG: Questo spettacolo nasce dall’urgenza di raccontare la nostra esperienza, che può essere soddisfatta solo se si ha la possibilità di essere ascoltati. C’è la volontà di comunicare e  trasmettere a qualcun altro. In questo periodo in particolare ci siamo rifugiati nella ricerca e avevamo bisogno di proiettarla all’esterno, dunque Over ci ha dato la possibilità, essendo piccole realtà emergenti, di metterci in gioco come singoli artisti.

MVM: In questo spettacolo l’emergenza è il fulcro della trama, il punto di partenza: a livello narrativo vi sono tre personaggi che vivono una situazione di emergenza dall’inizio alla fine. Il pretesto è quello della guerra ma, attraverso la situazione di questi tre giovani, cerchiamo di parlare di questioni più personali, come il rapporto conflittuale fra padri e figli

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Focus Giovani 2020 TWAIN_Centro Produzione Danza

Focus Giovani 2020 a cura di TWAIN_Centro Produzione Danza, Vera Stasi e ATCL

Superare l’ostacolo, ricominciare, guardare oltre. Incontrare il pubblico, lavorando a fianco degli artisti, alla ricerca di una nuova normalità. Danza, teatro e performance abiteranno il Supercinema di Tuscania (VT) dal 2 al 4 ottobre, con l’appuntamento annuale del Focus Giovani, tre giorni dedicati alla nuova autorialità in cui verranno presentati presso il Supercinema di Tuscania, a cura di TWAIN_Centro Produzione Danza, Vera Stasi_Progetti per la Scena e ATCL_Circuito Teatrale del Lazio, i lavori di sei giovani realtà artistiche under 35 e del coreografo Manfredi Perego, ospite d’eccezione riconosciuto e apprezzato in Italia e all’estero.

Focus Giovani 2020: 2 ottobre

Il weekend di danza si aprirà venerdì 2 ottobre con gli artisti presentati da TWAIN_Centro Produzione Danza:  Sara Lupoli che presenterà Off-Cells, opera crossmediale che invita gli osservatori ad attivare la propria capacità cinestetica e percettiva attraverso un esperimento che investe i neuroni legati alla vista, una produzione Art Garage; Paglialunga/Mattogno con lo spettacolo Shape of moving waves, un dialogo tra danza e musica ispirato alla fisica del suono e alla sua propagazione molecolare nell’aria; Antonio Formisano con DependEsports primo studio, prodotto da Borderline Danza che si colloca al confine tra benessere e malessere derivanti dall’uso dei videogames. La performance racconta la fascinazione oscura per la relazione con il computer da gioco, in un’immersione totale nella dipendenza dalla realtà virtuale.

Focus Giovani 2020: 3 ottobre

La serata del 3 ottobre, organizzata da VERA STASI_Progetti per la Scena in collaborazione con Network Anticorpi XL, vedrà esibirsi la coreografa e danzatrice Barbara Berti con la creazione Bau#2, dalla serie BAU – Coreografia del pensare, in cui viene sviluppato un metodo di lavoro incentrato sull’esplorazione delle connessioni invisibili fra corpo e mente, tra subconscio e percezione cosciente del reale, una pratica in cui movimento e parola vengono creati in tempo reale durante la performance, traducendo le informazioni e i processi che intercorrono tra pubblico e performer.

La stessa sera il trio Zanni/Feltre/Cisternino, autore di DOYOUWANNAJUDGEME, presenterà una performance, prodotta da Company Blu, che concretizza i “frammenti coreografici” derivati da un’analisi visiva e puramente personale dell’affresco Giudizio universale di Michelangelo Buonarroti. Partendo da una serie di sperimentazioni suggerite dalla varietà di forme e dettagli che caratterizzano l’opera pittorica, il lavoro si sviluppa attraverso la costruzione di una partitura coreografica suddivisa in ‘frames’.​

Focus Giovani 2020: 4 ottobre

Domenica 4 ottobre, Manfredi Perego e Paolo Rosini riscalderanno il pubblico di Tuscania con il loro estro creativo. Perego con Primitiva, produzione TIR Danza, coproduzione Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, proporrà al pubblico una ricerca sugli elementi primari che abitano la corporeità, un viaggio mnemonico all’interno della più antica percezione di sé, quella animalesca e al contempo impulsiva e fragile. Lo spettacolo è programmato in collaborazione con ATCL_Circuito Teatrale del Lazio. Mentre Rosini (vincitore Premio TenDance 2019) porterà in scena la performance Oriri, una meditazione sul fluire mutevole della vita e sulla sua inafferrabilità; un luogo dove l’abbandono allo scorrere degli eventi, diventa nuovo punto di partenza per un’esistenza apparentemente priva di sostegno, quasi abbandonata a se stessa. 

Per info e programma completo: http://bit.ly/FocusGiovani20

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Romeo and Juliet

Romeo and Juliet. Il Melo – Drama di Teodoro Bonci del Bene. Intervista al regista

Articolo a cura di Mila Di Giulio

Romeo and Juliet
Romeo and Juliet. Melo – Drama – Ph Guido Mencari 

La programmazione al chiuso del Teatro Arena del Sole di Bologna ricomincia all’insegna di un allestimento dicotomico e affascinante: Romeo and Juliet. Melo – Drama di Teodoro Bonci del Bene, produzione ERT Emilia Romagna Teatro, in scena dal 10 al 20 Settembre. Il regista, giovane e dalla formazione insolita (è infatti il primo allievo italiano del Teatro d’Arte di Mosca) porta, nella sua versione della tragedia shakespeariana, uno sguardo attento e critico alla drammaturgia originale, sulla quale innesca la propria visione.

Di fronte a un nuovo allestimento di Romeo e Giulietta una domanda sorge spontanea: cosa si può aggiungere a quella che è forse la più incastonata nell’immaginario comune delle opere shakespeariane? Proprio da questa riflessione parte lo spettacolo: nel prologo iniziale il dilemma viene palesato e allo spettatore viene chiesto apertamente quale sia la ragione di tornare a vedere una storia che si conosce già. La novità più importante del lavoro di Teodoro Bonci del Bene forse è proprio questa: Romeo and Juliet è una messa in scena che ascolta non solo le esigenze del pubblico, ma anche quelle dei suoi protagonisti.

Romeo e Giulietta vengono liberati da una certa fissità iconica, con cui spesso vengono ritratti e investiti di tutte le fragilità violente dell’adolescenza. Il regista plasma i suoi personaggi portandoli nella contemporaneità, senza però privarli della grazia senza tempo del verso shakespeariano e realizzando una spassionata dichiarazione d’amore per l’età adolescenziale e i suoi congeniti chiaroscuri. In un allestimento in cui il focus è sulla tragicità di Giulietta, vengono sollevati drammi nuovi del personaggio, tutti i fantasmi e le paure che rendono giustizia all’eroina tridimensionale plasmata da Shakespeare.

Lo spettacolo viene definito melo-drama: le scelte musicali accompagnano la messa in scena, raccontano le intenzioni dei personaggi. E lo fanno attraverso i suoni scanditi, autentici dei vinili, scelta suggerita al regista dalla sua adolescenza, da una certa estetica anni ’90 che fa parte del suo immaginario, ma che inevitabilmente travolge lo spettatore, indipendentemente dalla sua età anagrafica.

Utilizzando in maniera disinvolta la specificità dei codici espressivi presenti in scena che si intrecciano costantemente senza sovrastarsi, in una messa in scena essenziale, il regista dipinge tre differenti generazioni di adolescenti. In scena Carolina Cangini, Jacopo Trebbi e lo stesso Teodoro Bonci del Bene che in questa intervista racconta Romeo and Juliet. Melo – Drama.

Fra gli aspetti più interessanti dello spettacolo emerge sicuramente la sensazione che la storia sia realmente raccontata dal punto di vista di due adolescenti e che, al tempo stesso, la sua realizzazione risulti accattivante per un pubblico di giovanissimi. Come si arriva a raccontare gli adolescenti attraverso i loro occhi?

Nel momento in cui ho deciso di lavorare su Romeo e Giulietta la scelta è caduta su questo testo proprio perché mette a tema l’adolescenza e alcuni traumi e conflitti tipici di questa fase della vita. Ho subito chiesto al teatro di mettermi in contatto con una classe, volevo che fosse una classe e non dei ragazzi singoli, perché non mi sarebbe corretto parlare di loro senza interpellarli.

Sentivo il bisogno di guardarli meglio e fare un percorso con loro. Loro sono depositari di una serie di codici ed informazioni che a noi sono oscure, inaccessibili, sono dei geroglifici. All’interno dello spettacolo ci sono tutta una serie di cose che la classe del Liceo Galvani di Bologna, ha fatto con me ed è entrata nello spettacolo, sto parlando di alcune battute dello spettacolo, quando gli adolescenti vedono che noi parliamo di loro con cognizione di causa, non perchè ho voluto dare una semplice soddisfazione agli alunni.

Parlando dell’utilizzo dei mezzi tecnologici, c’è una sorta di antitesi/connubio tra digitale e analogico. Cosa racconta questa scelta?

È nato tutto in maniera nebulosa, è andato definendosi progressivamente, ma tutti gli elementi in scena erano presenti già dal primo momento di ideazione, perché l’antitesi è in qualche modo la cifra di questo lavoro. Il giradischi appartiene alla mia adolescenza, è legato allo stereotipo di dj depositato nella mia memoria, mentre l’elemento digitale appartiene alla generazione di adolescenti di adesso.

Per quanto riguarda gli attori in scena: quanto c’è di autoriale nel loro lavoro in questo spettacolo?

Gli attori di questo spettacolo sono persone con cui lavoro da molto tempo, quindi ho cercato di immedesimarmi nel loro modo di pensare. In questo lavoro non c’è improvvisazione, ogni singola posizione sul palco è scandita da un piccolo pezzo di scotch sul palco che indica, in quella scena, dove deve stare l’alluce del piede destro in modo da dover dare un certo tipo di tre quarti del viso. Un lavoro maniacale che non lascia spazio all’improvvisazione.

A proposito dell’operazione sul testo con Gerardo Guccini, come si è strutturata questa collaborazione?

Gerardo mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto leggere molto, mi ha fatto comprendere non solo in maniera teorica, ma anche pratica come Shakespeare sia arrivato a Romeo e Giulietta, ovvero attraverso una stratificazione di testi e scritture che partiva da molto prima. Queste letture, a tratti quasi spiacevoli, hanno permesso di guardare i personaggi di Romeo e Giulietta da altre angolazioni e di smitizzare la faccenda, di riportare tutto su un piano più concreto, mettendo in risalto come l’operazione di Shakespeare sia prima di tutto di carattere poetico.

Si parla della lingua, del verso, della bellezza della lirica amorosa messa in bocca a degli adolescenti che si sposano di nascosto. Dove invece le fonti precedenti a Shakespeare partono dicendo che Romeo e Giulietta hanno avuto una giusta morte “perché si sono abbandonati a passioni basse e lascive, aiutati dai malevoli consigli di adulti intriganti” la storia è la stessa, il giudizio cambia. Allora mettere in bocca a dei ragazzini, che vanno contro la famiglia, delle parole meravigliose mi ha permesso di capire che il verso doveva essere esaltato e che c’era la possibilità di riportare tutto su un piano molto concreto.

La presenza sul palco del regista è quella di un personaggio un po’ ibrido, un po’ Romeo, un po’ burattinaio degli eventi. È una scelta che è arrivata subito o in corso di lavorazione dello spettacolo?

Non volevo nascondere il backstage, anzi avrei voluto ancora più “tecnica” sul palco. C’è questa dimensione di un dentro e di un fuori, la tecnica non può che essere tutta vista, io sono innamorato del dietro le quinte e secondo me il backstage è un momento molto affascinante, anche per il pubblico giovane di cui sopra, sicuramente uno dei riferimenti che io spero di vedere a teatro.

Viviamo in un tempo molto voyeuristico, dunque la dimensione di poter spiare qualcuno mentre realizza davvero qualcosa nella mia idea avrebbe potuto agganciare il pubblico e creare un elemento di interesse. Volevo mettere in primo piano assoluto Giulietta, perchè in tutti i Romeo e Giulietta, Romeo prevale sempre e fa sempre un po’ di più una bella figura.

Riguardo alla tua formazione al Teatro d’Arte di Mosca, cosa ti porti dietro dell’esperienza russa e cosa la scena contemporanea italiana può rubare alla Russia e viceversa?

Quello che mi porto in prova sono delle cose che affiorano alla memoria in un modo difficile da definire, alcune suggestioni semplici, accanto a riflessioni poco traducibili e spiegabili: ad esempio, un certo tipo di atteggiamento da assumere nel momento in cui un personaggio dà una notizia, la capacità di aspettare che il compagno di scena interiorizzi la notizia, la reazione non deve essere intenzionale, ma deve scaturire dall’ascolto. L’importanza di non essere in contatto con la tua idea del personaggio e dell’opera e l’idea che l’attore non è un vettore che ritorna a sé stesso ma che tutti i vettori colleghino le persone sul palco e poi il palco e la platea.

La scena italiana può rubare alla Russia il lavoro sull’energia, per cui la scena contemporanea ha sempre vinto sul teatro tradizionale. Le grandi avanguardie del novecento, sono portatrici di un’energia, di un motore interno che scalda il pubblico, ho avuto modo di lavorare in accademia quasi esclusivamente sull’energia, in un ambiente in cui le note a fine spettacolo non riguardano appunti tecnici, ma la capacità di instaurare un dialogo energetico con il pubblico, e questo è ciò che spero di riuscire a portare sul palco.

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Simone Bruscia

Riccione Teatro e il TTV Festival. Intervista al direttore artistico Simone Bruscia

La storia  di Riccione è un’ascesa luminosa tra il buio delle due guerre verso un futuro radioso che attraversa il secolo breve arrivando fino ai nostri giorni. Un folle volo alimentato dalla volontà di un popolo operoso che, grazie all’amore per il mare e i suoi arenili, ha reso Riccione immortale: uno spettacolo di colori e suoni che si rinnova col passare delle stagioni.

Riccione TTV

Non solo di spiagge affollate da turisti e di passerelle mondane dei grandi personaggi dello spettacolo, la città romagnola si è nutrita. La cultura e l’arte teatrale, infatti, dal 1947 hanno trovato una casa nella sede di Riccione Teatro, associazione che indice il più importante e longevo premio italiano di drammaturgia, oltre al Premio Tondelli, istituito successivamente e dedicato all’autorialità under 30. Inoltre, nel 1985, sotto l’egida di Franco Quadri, Riccione Teatro ha ideato anche il TTV Festival, dal 2000 divenuto appuntamento biennale: una rassegna internazionale di eventi multidisciplinari con approfondimenti trasversali su spettacolo dal vivo, televisione, cinema, performing arts e arti visive.

Giunto oggi alla sua 25esima edizione, il TTV Festival, che verrà inaugurato il 12 settembre, rappresenta un tentativo di tornare a domandarsi insieme «Come vi immaginate l’amore?», interrogativo che dà il titolo a quest’edizione e che non vuole solo rappresentare un omaggio a Pina Bausch, ma un chiaro manifesto poetico, un antidoto per combattere la paura di una pandemia che ha gettato smarrimento su una comunità intera. Un’edizione che, in continuità con il proprio retaggio, pone al centro l’innovazione e la multidisciplinarietà, grazie a una riflessione sui linguaggi del contemporaneo, a partire dall’ibridazione di nuove forme esperienziali tra l’opera d’arte e i suoi destinatari, anche in relazione alla rivoluzione digitale.

Il Riccione TTV Festival di quest’anno sarà un’edizione diffusa con numerosi ospiti tra cui Elio Germano, Alessandro Sciarroni, Deflorian/Tagliarini, Fausto Paravidino, Lucia Calamaro e Isabella Ragonese ed eventi straordinari come l’importante focus dedicato a Pina Bausch, con Julie Shanahan, dal 1988 al Tanztheater Wuppertal, che eseguirà, in esclusiva per l’Italia, assoli tratti dal repertorio originale di Pina Bausch e Marigia Maggipinto, ex danzatrice del Tanztheater, chiamata a ricreare sulle spiagge di Riccione, il passaggio più noto delle opere di Pina, la linea primavera, estate, autunno, inverno dallo spettacolo Nelken.

Artefice e motore propulsore di Riccione Teatro è Simone Bruscia, direttore artistico dell’associazione, per cui ha curato negli ultimi dieci anni le edizioni del Riccione TTV Festival e del Premio Riccione per il Teatro. La capacità visionaria di Bruscia ha permesso in questi anni di amplificare la risonanza dei nuovi talenti della drammaturgia italiana, riuscendo altresì a immaginare nuove modalità di produzione e di programmazione presso lo Spazio Tondelli di Riccione.

I risultati di una nuova sensibilità culturale verso i processi artistici e la contaminazione tra i generi non sono passati inosservati, permettendo a Riccione Teatro di guadagnare ulteriore consenso da parte di pubblico e operatori tanto da ottenere alcuni riconoscimenti, tra cui il Premio Ubu nel 2019. Con Simone Bruscia, raggiunto telefonicamente per un’intervista, esploriamo gli orizzonti di Riccione Teatro e della 25esima edizione del TTV Festival.

Simone Bruscia – Ph Daniele Casalboni
In continuità col proprio percorso, questa 25ª edizione del TTV Festival tenterà di connettere in un unico dispositivo fotografia, teatro, danza, video e drammaturgia. In che modo la direzione artistica ha tentato di far dialogare i diversi frammenti di un’opera polifonica qual è l’arte attraverso multidisciplinarietà e innovazione?

Essendo il TTV un progetto biennale si alterna, nell’attività di Riccione Teatro – insignito del Premio Ubu 2019 – che è il soggetto promotore, al Premio Riccione di drammaturgia. Il TTV è nato nel 1985 da un’idea di Franco Quadri per indagare la relazione che intercorre tra le arti sceniche e il video. Il TTV è infatti acronimo di “teatro, televisione, video”. Con le rivoluzioni tecnologiche, il progresso delle arti sceniche e del video, il TTV, che in origine era anche un premio rivolto a film-maker, si è trasformato in un festival che dirigo dal 2010.

Dalla prima edizione che ho curato ho deciso di dargli una vocazione di festival, dedicato non solo al video, ma all’immagine in rapporto con le arti sceniche e visive. L’interazione delle arti nel segno della multidisciplinarietà ha rappresentato da sempre uno degli indirizzi di ricerca del progetto. Questo corto circuito tra i diversi linguaggi innesca la programmazione del TTV che, scaturendo dal Premio Riccione, presuppone sempre una forte riflessione legata alla drammaturgia, alla scrittura, alla partitura, alla coreografia.

L’innovazione è un’altra parola chiave perché il Premio Riccione è un riconoscimento maieutico, fa sbocciare testi nuovi e mette a fuoco la sperimentazione dei linguaggi. Questa 25ª edizione del TTV è nata, proprio per la cadenza biennale dell’evento, prima del lockdown, ed è stata pensata per il mese di settembre, un periodo particolare per il territorio che questo festival abita: la Riviera Romagnola ha una sua chiara vocazione legata al turismo e quest’anno, a maggior ragione, ci siamo confrontati sul tema e abbiamo deciso di festeggiare la fine di una stagione così particolare e per certi versi straordinaria con una manifestazione culturale di respiro internazionale.

Con la Pina Bausch Foundation faremo un esperimento di comunità, Join! The Nelken Line Project, che racconta il susseguirsi delle stagioni, derivante dallo storico spettacolo della Bausch e trasformato in una sorta di sfilata. In moltissime parti del mondo, insieme alle danzatrici storiche di Pina, viene chiamato a raccolta il pubblico di un certo territorio e insieme si celebra questo inno alla vita. Insieme a Lorenzo Conti, giovane curatore della sezione danza del TTV, abbiamo pensato di organizzare la Nelken Line a Riccione, partendo dalla spiaggia di Viale Ceccarini con Marigia Maggipinto, che ha lavorato a lungo con Pina Bausch, e che guiderà un workshop introduttivo alla performance insegnando ai partecipanti la partitura coreografica, fatta di semplicissimi gesti, facilmente ripetibili. La camminata danzante si svolgerà sulla battigia e sarà accompagnata dal respiro del mare e avvolta dalla musica di Louis Armstrong che verrà trasmessa dalla Publiphono, grandi altoparlanti disseminati sulla spiaggia che da oltre cinquant’anni sono la voce estiva in filodiffusione della Riviera.

In questo TTV la spiaggia sarà di fatto il nostro teatro, la nostra arena che verrà inaugurata il 18 settembre da Alessandro Sciarroni, al tramonto, con lo spettacolo Don’t be frightened of turning the page. L’indomani, il 19 settembre, sempre sulla spiaggia, Julie Shanahan del Tanztheater Wuppertal, in esclusiva per il Riccione TTV Festival, eseguirà due assoli in un’unica serata. Il primo è un estratto di Agua, spettacolo firmato da Pina Bausch nel 2001 e nato da un lungo soggiorno-residenza del Tanztheater in Brasile.

Il secondo viene montato appositamente per Riccione dalla stessa Julie, che per farlo ha tratto ispirazione dal titolo che quest’anno si è dato il festival: “Come vi immaginate l’amore?”. Si tratta di una delle moltissime domande che Bausch poneva ai suoi danzatori per provocarne le “improvvisazioni” dalle quali, di volta in volta, germogliavano i suoi capolavori di teatrodanza. È una domanda bellissima che abbiamo deciso di rivolgere anche a noi che abbiamo concepito il progetto e agli artisti ospiti del festival.

Il 2020 segna anche il compimento dei dieci anni di ricerca avviati da Riccione Teatro su Pina Bausch. Il TTV sarà teatro di una grande mostra fotografica dal titolo Liebe Pina, che inaugureremo il 19 settembre a Villa Mussolini, con Julie Shanahan e Leonetta Bentivoglio, in cui “metteremo in scena” immagini degli spettacoli del Tanztheater e fotografie inedite di Pina scattate da Ninni Romeo. L’omaggio a Pina si conclude con Deflorian/Tagliarini che verranno a proporre il loro omaggio a Café Müller. Lo scorso anno, Deflorian/Tagliarini sono stati insigniti, a Riccione, del Premio all’innovazione drammaturgica. In occasione di questo riconoscimento, i due artisti terranno una lectio magistralis.

Come vi immaginate l’amore? è il titolo di questa 25ª edizione: una domanda poetica a cui dare una risposta attraverso l’arte. Come immagini tu l’amore?

Lo immagino nel modo in cui ho immaginato questo festival, cercando di metterci dentro un portato di vissuto che mi riguarda da vicino e che concerne l’amore per la ricerca sulle arti performative e sui linguaggi, accompagnando non solo l’aspetto professionale della mia esistenza, ma anche la mia vita. Una mia grande “ossessione” è quella di far vivere progetti culturali così ambiziosi in un luogo come Riccione, un posto magico, il posto in cui ho scelto di vivere.

È straordinario che in un luogo come questo si riesca a portare avanti, dal 1947, un progetto virtuoso come il Premio di drammaturgia che non solo resiste, ma che si è trasformato nel tempo come si è trasformata Riccione. “Come mi immagino l’amore” è anche il coinvolgimento attivo nei processi culturali di tante anime e realtà di questo territorio. Mi piace rivolgermi, anche in festival così specifici sul piano dei contenuti, a un pubblico eterogeneo che partecipa in maniera importante, proprio perché coinvolto, scoprendo la progettualità culturale.

Anche quest’anno verrà dato grande spazio alla riflessione sulle arti performative attraverso incontri e dibattiti con critici e ricercatori. Ne è un esempio il convegno Il teatro che racconta. Dedica a Fausto Paravidino, dove il drammaturgo genovese racconterà la sua idea di teatro in un incontro che riunisce collaboratori storici e critici, coordinato da Graziano Graziani e Rossella Menna. Che valore ha per Riccione Teatro e per il TTV questo tentativo di tessere un dialogo tra la storiografia, la scena contemporanea e gli spettatori?

Mi interessa e trovo fondante il tema della ricerca portato in un dialogo aperto con un pubblico ampio. Credo sia un atto doveroso e ho sempre cercato di farlo creando dei contesti che contemplassero anche la fruizione libera e la tranquillità di chi partecipa in veste di relatore. In questo caso è un convegno che mette a corto circuito la storia anche recente del Premio, un omaggio a Fausto Paravidino che ha creato un nuovo canone di scrittura per il teatro, ha innescato un nuovo immaginario, una generazione di autori di cui è diventato un simbolo.

È stato il più giovane presidente del Premio Riccione e con la sua presidenza abbiamo voluto dare un segnale forte. Questo convegno è stato inserito nell’ultimo week-end del festival, quello più prettamente teatrale, il 26 e il 27 settembre a Santarcangelo di Romagna debutterà uno spettacolo che Lucia Calamaro ha scritto per Isabella Ragonese che è anche una componente della giuria del Premio Riccione.

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Spazio Rossellini

A.T.C.L. lancia il bando LIVE STREAMING THEATRE

Spazio Rossellini

L’Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio (A.T.C.L.) è il Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal vivo regionale, nato su iniziativa di enti locali, partecipato dalla Regione Lazio e riconosciuto e finanziato dal MIBACT.

A.T.C.L. realizza programmi e attività per lo sviluppo dello spettacolo dal vivo, la valorizzazione di contesti territoriali e urbanistici, la formazione professionale e nella città di Roma gestisce lo Spazio Rossellini, immobile di proprietà della Regione Lazio, vocato all’innovazione, alla tecnologia e alla multimedialità.

Inaugurato a settembre 2019, Spazio Rossellini ha fin da subito sostenuto diverse tipologie di interventi che riguardano il teatro e le arti performative, nelle sue diverse declinazioni e sfaccettature, la danza, la musica, il cinema, dando spazio a realtà che affrontano con mezzi differenti la pluralità dei linguaggi dello spettacolo dal vivo, e diventando un luogo accogliente per le compagnie sostenute in periodi di residenza artistica.

Tra le mission dello Spazio, lo sviluppo di progetti multidisciplinari e cross mediali, dove la sfera culturale e quella sociale innescano processi di cittadinanza attiva in grado di formare attraverso lo sviluppo di progettualità integrate spettatori consapevoli e attori culturali. Fin dalla nascita la sua vocazione è stata quella di rappresentare un luogo per la comunità, in grado di accogliere le molteplici identità che la abitano, sviluppando percorsi inclusivi tra artisti e destinatari volti all’ampliamento del pubblico (audience development).

In questo 2020, a causa delle misure di sicurezza dovute alla diffusione del Covid-19, A.T.C.L. ha dovuto ripensare il proprio lavoro sviluppando nuove progettualità che hanno come obiettivo quello di mantenere il carattere fondante dello Spazio ma offrendo la possibilità a nuovi linguaggi di emergere.

A fronte degli investimenti che la Regione Lazio intende promuovere per sostenere e ripensare il settore dello spettacolo dal vivo supportando progetti crossmediali che comprendano l’utilizzo di strumenti e di modalità innovative di comunicazione e promozione, nonché di formazione di nuovo pubblico, aprendo la fruizione dello spazio teatrale a fasce di utenza che abitualmente non lo frequentano, e prendendo in considerazione le nuove attività del settore legate sicuramente all’esigenza contingente ma che possono svilupparsi ulteriormente per progettare un nuovo futuro, dove l’innovazione tecnologica consente di innovare prodotti e processi dello spettacolo dal vivo, Spazio Rossellini vuole offrire agli artisti il tempo e lo spazio per sperimentare nuove creatività, indagare nuove forme espressive, sviluppare un nuovo linguaggio alla luce di una ricerca teatrale o meglio artistica che tenga conto dell’esperienza vissuta nell’anno 2020.

Su questa sfida nasce LIVE STREAMING THEATRE, progetto a cura di Katia Caselli, coordinatrice dello Spazio. L’idea alla base è creare un format che possa far convergere linguaggi diversi e renderli  fruibili allo spettatore in modo assolutamente inedito e mai visto prima, che affianchi la consueta forma di fruizione fisica e dal vivo dello spettacolo. 

Attraverso una CALL destinata a compagnie professioniste,  verranno ricercati progetti artistici della scena contemporanea che siano nuove produzioni o riallestimenti pensati e rivisitati per il “live streaming”. Spazio Rossellini diventerà un SET dove la regia teatrale si sperimenterà e si confronterà con la regia video. 

A.T.C.L. riconoscerà ad ogni soggetto selezionato (max n. 3) un contributo di euro 2.000 oltre iva, e metterà a disposizione gratuitamente per sette giorni lo Spazio Rossellini, con le attrezzature e il personale necessario per la messa in onda (regia video multicamere, Jimmy 12 metri, 3 camere statiche, 2 radio camere, Stadycam, la dotazione audio e luci dello Spazio, direzione fotografica).

L’evento conclusivo a termine della residenza sarà on-line e in diretta streaming sulla piattaforma di A.T.C.L. Si tratterà quindi della messa in scena di un vero e proprio spettacolo LIVE che non sarà possibile reperire on demand ma esisterà solo nel preciso momento della diretta, mantenendo la peculiarità del qui e ora del teatro. In questo modo lo spettatore che vorrà assistere alla performance dovrà collegarsi nel giorno e nell’orario previsto provvedendo al pagamento di un biglietto quale forma di  valorizzazione del lavoro artistico. Il pubblico web assisterà non ad una visione tradizionale e frontale dello spettacolo ma vivrà un coinvolgimento inclusivo a fianco degli stessi artisti sul palcoscenico, godendo di una possibile moltiplicazione dei punti di vista del suo sguardo sulla scena.

Sarà inoltre cura di ogni progetto selezionato  contribuire allo story-telling dell’evento attraverso incontri e interviste promossi da A.T.C.L. allo scopo di documentare il back stage, e dare voce e visibilità ai lavoratori e ai mestieri dello spettacolo dal vivo. Le interviste raccolte andranno a comporre un docu-film finale.

L’obiettivo principale del progetto è mettere al centro lo spettatore, con una visione totalmente immersiva e mettendogli a disposizione un mix di contenuti: il dietro le quinte, la preparazione, la costruzione dello spettacolo fino alla sua messa in scena.

Ma chi è lo spettatore post Covid-19?  La chiusura degli spazi teatrali ha portato un moltiplicarsi dell’offerta culturale sul web, in particolar modo sui social. Ecco dunque che nasce un nuovo spettatore, trans-regionale, cultore dei social,  che va conosciuto. Per questo motivo proponiamo un  percorso di Guida alla Visione condotto dalla Associazione Dominio Pubblico che da anni si occupa di audience development e audience engagment, per accompagnare alla visione di queste nuove forme ibride di teatro e indagare sullo spettatore web e più in generale sulla nascita di un nuovo pubblico.

La Commissione sarà composta, oltre che da A.T.C.L., dai partner del progetto: Agis Nazionale, Arteven, Fondazione Piemonte dal Vivo – Circuito Multidisciplinare Regionale, Teatro Pubblico Pugliese, Film Commission Torino Piemonte, Roma Lazio Film Commission, Erma Pictures srl.

Leggi qui le modalità di partecipazione.

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Castellinaria

“Colorin colorado” – Edizione straordinaria Castellinaria Festival 2020

Castellinaria

Questa edizione deve essere unica e irripetibile, fuori dall’ordinario, e rimanere tale nel bene e male. Un’unica serata, l’8 agosto, in cui abbiamo provato a condensare tutte le nostre visioni, le nostre paure, le nostre speranze. Un luogo in cui far vivere i fantasmi di questi mesi per trasfigurarli: a cosa serve il teatro se non ad esorcizzare le nostre più intime paure in un grande rito collettivo? 

Colorin Colorado è un’espressione spagnola che anticipa la fine di un discorso, una frase, una fiaba. Non ha un significato specifico e non è traducibile: rappresenta per noi il passaggio di testimone tra qualcosa che c’è stato e qualcos’altro che deve ancora accadere. Quest’anno CastellinAria c’è, nell’incertezza del momento storico che stiamo vivendo e il desiderio di uno sguardo fiducioso e lungimirante. Non un festival, ma un momento di condivisione artistica, di apertura, di visione. 

La nostra presenza quest’anno vuole essere poetica, politica, comunitaria. 

A questo link, potete trovare l’evento Facebook, con tutte le informazioni dettagliate: 

https://www.facebook.com/events/635257107392485/

h 19:30 | TROPPO TARDI PER HAMELIN Spettacolo teatrale-musicale itinerante con Compagnia Habitas ed Errichetta Underground 

È un viaggio a stazioni, uno spettacolo itinerante che presenta quattro punti di vista di quattro personaggi della fiaba Il pifferaio magico, proprio nel momento in cui i bambini sono stati incantati dal pifferaio e portati via, nella grotta. Ogni racconto è accompagnato da uno strumento, che gli fa eco, lo sostiene, lo amplifica; una riflessione sul presente attraverso la peculiarità della fiaba, della narrazione, dell’oralità. 

h 21:00 ESERCIZI SULL’ABITARE #2 | Alvito RedReading#13 Un giorno bianco di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio 

ESERCIZI SULL’ABITARE è un non-luogo a metà strada tra l’esperienza teatrale, la ricerca antropologica, l’installazione artistica, la condivisone di storie, memorie e saperi, in cui il tempo e lo spazio co-abitano in una casa orizzontale, aperta e in perenne cambiamento. Il teatro stesso si fa casa e rende possibile il trasloco dei territori geografici, simbolici e umani. L’evento conclusivo è per questo un rito collettivo, una festa, una condivisione di un luogo in comune. 

Vi ricordiamo che la prenotazione è OBBLIGATORIA e si può effettuare: 

• direttamente dall’evento Facebook, cliccando sull’apposito pulsante 

• chiamando il numero 333 1114940

• mandando una e-mail a info.castellinariapop@gmail.com

La Direzione artistica 

Compagnia Habitas Livia Antonelli Chiara Aquaro Niccolò Matcovich e Anna Ida Cortese 

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Isadora – The Tik Tok Dance Project

La danza contemporanea approda su Tik Tok. Simone Pacini e Giselda Ranieri raccontano Isadora – The Tik Tok Dance Project

Articolo a cura di Caterina Giangrasso

TikTok è il social del momento con 800 milioni di utenti attivi al mese. Proprio su questa piattaforma ha debuttato Isadora – The TikTok Dance Project, una sperimentale residenza artistica digitale di Giselda Ranieri, danzatrice e coreografa, e Simone Pacini, esperto di comunicazione digitale. Il progetto, che guarda soprattutto ai giovani della Generazione Z, indagherà il tema della didattica a distanza e la possibilità di coinvolgere nuovi potenziali pubblici teatrali su una piattaforma “pop”.

Isadora – The Tik Tok Dance Project
Giselda Ranieri – Isadora – The Tik Tok Dance Project

L’idea è che le difficoltà causate dalla crisi sanitaria possano diventare un’opportunità per riaffermare il valore trasversale e comunitario dello spettacolo dal vivo, e che il web sia una delle vie per sostenerlo. All’evento finale si accederà attraverso il gruppo Facebook il Foyer di Isadora, che potrebbe raccogliere in futuro altri progetti performativi.

Isadora – The TikTok Dance Project è fra i sei vincitori di un bando promosso durante il lockdown, dal titolo “Residenze digitali”, a cura di Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), in collaborazione con AMAT, Anghiari Dance Hub, ATCL per Spazio Rossellini. Isadora ha trovato inoltre il supporto della rassegna internazionale di danza Resistere e Creare, diretta da Michela Lucenti di Balletto Civile e Marina Petrillo della Fondazione Luzzati Teatro della Tosse.

Giselda Ranieri, danzatrice di formazione classica e contemporanea, ha fatto della composizione istantanea il suo tratto distintivo. Dall’indirizzo  www.tiktok.com/@isadora.danceme creerà una web performance interattiva basata sull’improvvisazione, a partire da un processo partecipativo ispirato alla didattica a distanza. In una seconda fase,  Isadora – The TikTok Dance Project potrebbe diventare una proposta rivolta alle scuole.

I giovani coinvolti realizzeranno una coreografia basata su parametri coreografici come la ripetizione, il ritmo, lo stop motion, la segmentazione del movimento, dando vita a un processo di ricerca in linea con il “learning by doing” della generazione Z, iperconnessa, performativa, con forte spirito autodidatta. Simone Pacini, docente per IED e Università La Sapienza di Roma, specializzato in Social media storytelling ed esperto di fruizione digitale, nel contempo monitorerà l’engagement e le reazioni dei followers e del contesto, in un dialogo con la danzatrice utile al processo artistico ma anche all’analisi delle potenzialità di questo social network in ambito culturale

Il titolo omaggia chiaramente Isadora Duncan, figura rivoluzionaria della danza e donna emancipata che, in questa occasione, (ri)vive sulla piattaforma più scaricata al mondo che sta attirando l’attenzione di enti di caratura internazionale come le Gallerie degli Uffizi, il Museo del Prado di Madrid, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Naturkundemuseum di Berlino e il Grand Palais di Parigi. 

In questa intervista Giselda Ranieri e Simone Pacini raccontano Isadora – The TikTok Dance Project, progetto realizzato in collaborazione con Isabella Brogi ed Elisa Sirianni.

Qual è l’intento comunicativo e mediatico di un’iniziativa come Isadora – The Tik Tok Dance Project?

Simone Pacini: Complice la situazione creatasi con il lockdown, il web ha messo in moto la creatività. Inizialmente siamo partiti io, Isabella Brogi e Elisa Sirianni con l’intento di partecipare al bando “Residenze digitali”. Abbiamo pensato di coinvolgere Giselda Ranieri per l’apporto artistico, per creare insieme a lei l’ambiente “virtuale”, immaginarlo e progettarlo. Mentre passavamo in rassegna diverse cose, Giselda ha pubblicato sulla sua pagina facebook un video in cui danza con l’espressione del volto. Il video ha avuto successo e abbiamo pensato di adattarne formato e durata alla piattaforma di Tik Tok, con la volontà di diffondere anche un progetto di danza contemporanea su questo nuovo social network.

Il pubblico di Tik Tok è performativo, ama mettersi in gioco ma il campo di riferimento artistico per quel che riguarda la danza, spesso, è solamente l’hip-hop. Il progetto si pone in una dimensione davvero sperimentale, sia dal punto di vista artistico sia comunicativo o più tecnicamente digital. Sicuramente stiamo cercando di portare la nostra cifra stilistica di artisti per cui Giselda non sceglie le canzoni di tendenza che Tik Tok stesso suggerisce ma, pur andando contro le logiche di visibilità – scegliere una canzone di tendenza aumenterebbe l’engagment –, mantiene una sua identità e integrità di danzatrice.

Con questo progetto mi piacerebbe poter segnalare al mondo “colto” che vale la pena aprirsi alle nuove piattaforme e tendenze, specialmente se sono un ponte di collegamento con le generazioni. Allo stesso modo mi piacerebbe che le nuove generazione si dimostrassero curiose e disponibili nei confronti dell’arte. 

Qual è il processo creativo del progetto? Quanto la sua modalità di diffusione condiziona la creazione?

Giselda Ranieri: Il processo prevede due tranche di lavoro, due mesi di residenza suddivisi tra l’estate e l’autunno, sulla piattaforma Tik Tok, in cui produrrò due video a settimana. La sfida più ardua è scoprire le strategie per “rendersi visibili”: raggiungere un buon numero di ragazzi che siano incuriositi e invogliati a rifare le coreografie che propongo. Questo significa comprendere di volta in volta come ricalibrare l’approccio coreografico per chiarire quali siano i pattern fondamentali nella composizione proposta (ripetizione e ritmo, stop motion e fast foward, keep e dro).

All’inizio ero destabilizzata: imparare a creare una coreografia in soli 15 secondi di video, provando a esprimere qualcosa, sembrava molto lontano di miei metodi compositivi in cui il processo è essenziale. Poi, ho scoperto che in questo progetto l’esperienza nella composizione istantanea è a tutti gli effetti il processo creativo che mi supporta. 

The Tik Tok Project è un progetto comunitario, o, per lo meno, ambiamo a farlo diventare tale. A condizionare le mini creazioni, più che la modalità di diffusione è proprio la modalità di coinvolgimento della comunità, che è tutta da scoprire.

Isadora – The Tik Tok Dance Project
Giselda Ranieri – Isadora – The Tik Tok Dance Project

Quali sono state le fonti di ispirazione e quali sono le tue aspettative nei confronti di questo progetto?

GR: A dire il vero le fonti d’ispirazione sono poche, mi sono gettata a capofitto nella sfida progettuale. Forse, parlerei più di fonti di studio. Questo progetto si configura realmente come una residenza digitale, il che significa che per tutta la sua durata, fino a prima della restituzione finale, è interamente dedicato allo studio: dalla visione di webinar di esperti sull’argomento, ai consigli dei tiktoker più in voga, fino al semplice girovagare sulla piattaforma alla scoperta della “linea editoriale” più affine da cui trarre eventualmente ispirazione.

Trovo interessanti soprattutto quei video, non solo di danza, in cui emerge con forza la creatività dell’ideatore, perché suggeriscono la presenza di un pensiero dietro al girato. Mi attrae lo scanzonato e il giocoso, laddove c’è una qualche maestria e nessuna affermazione o presa di posizione. Se proprio dovessi dire a cosa mi sto ispirando risponderei che per me è diventata fondamentale quell’attitudine di fondo comune a questa generazione: learn by doing…anch’io imparo facendo.

A prescindere dalla crisi sanitaria e dalle sue conseguenze, la digitalizzazione di determinati processi potrebbe essere la chiave vincente per avvicinare la generazione Z alla danza e, più in generale, allo spettacolo dal vivo?

SP: La residenza digitale è stata, a mio parere, una bella intuizione. Diciamo che però ogni cosa ha i suoi tempi. Noi ci troviamo a vivere un progetto in residenza digitale mentre quasi tutti gli  altri, in diversi ambiti e con diversi scopi, si stanno incontrando di nuovo in una configurazione dal vivo. Posso dire, con piacere, che è definitivamente crollato il tabù di alcune tecnologie. L’idea di scandagliare e cogliere nuovi terreni fa parte della ricerca stessa. Alla base resta sempre il rispetto del lavoro artistico, con le sue esigenze e collocazioni. Credo ci siano tutti i presupposti per essere curiosi e ben disposti nei confronti delle possibilità digitali che abbiamo a disposizione e di quelle che verranno.

GR: Per certi versi questo è già avvenuto prima della pandemia e sta avvenendo, ora, in modo più massiccio e forse consapevole. In ogni caso, penso di sì perché permette un avvicinamento più diretto e giocoso. Credo poi – o per meglio dire lo spero – che piano piano l’offerta si possa diversificare e che la danza in ogni sua forma, non solo quella da videoclip, si faccia strada. Questo è il tentativo che sto portando avanti con The Tik Tok Dance Project.

In che modo è stata concepita la diffusione del progetto?

SP: Il progetto ha una sua collocazione molteplice, crossmediale. Rispetto alla diffusione, influisce molto il fatto che i contenuti viaggiano da Tik Tok verso altri social come Facebook, Instagram e YouTube. Così si ha modo di vedere le reazioni delle diverse community, e dei diversi target. L’idea creativa è anche quella di incrementare l’utilizzo di altre parti del corpo della danzatrice, di creare un corpo unico che vive – separato e unito – su Tik Tok e non solo. La danza è sia scomposizione sia composizione e, mediante questi formati, viene stimolata la creatività.

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Emilio Praga

TESI DI LAUREA: Il teatro di Emilio Praga

TITOLO DELLA TESI > IL TEATRO DI EMILIO PRAGA

ISTITUTO > UNIVERSITÀ DI ROMA LA SAPIENZA – FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

AUTORE > CARLO MARIA BISCACCIANTI

Emilio Praga
Emilio Praga

INTRODUZIONE DELL’AUTORE:

L’opera di Emilio Praga, uno dei massimi rappresentanti della Scapigliatura milanese, è conosciuta e studiata quasi esclusivamente in relazione alle raccolte di poesie. Questa tesi intende cercare di restituire valore e risalto alla sua produzione teatrale e librettistica, non meno prolifica di quella poetica. Inquadrato l’artista nel contesto storico della società tardo ottocentesca, attraverso l’analisi di alcune pièces, si sono evidenziati molteplici punti di contatto con le sue coeve raccolte di versi, individuando alcuni leitmotiv della sua poetica. Uno spiccato spirito antiborghese, un frequente ricorso alla contrapposizione degli opposti (oppressi/oppressori, convenzioni sociali/libertà, giudizio/passione, ragion di Stato/amore), una forte tensione morale, un accentuato lirismo: sono solo alcuni degli elementi caratteristici che emergono nel suo corpus teatrale, qui parzialmente disaminato. Poeta, drammaturgo, librettista, romanziere, giornalista, pittore: nella sua breve vita, Emilio Praga è stato un intellettuale eclettico e prolifico il cui contributo alla letteratura italiana merita di essere riscoperto.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > IL TEATRO DI EMILIO PRAGA

Carlo Maria Biscaccianti è nato a Roma nel 1973. Laureato in Lettere con una tesi sul teatro di Emilio Praga, ha sempre coltivato la passione per la scrittura e la lettura. Ha partecipato come collaboratore a diverse pubblicazioni editoriali. Si è formato in diverse realtà bibliotecarie e lavora oggi nella biblioteca di Storia Antropologia Religioni Arte Spettacolo della Sapienza.

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François Bunel le Jeune (attribuito a), Personaggi della Commedia dell’Arte.

TESI DI LAUREA: Architetture del comico nella Commedia dell’Arte

TITOLO DELLA TESI > ARCHITETTURE DEL COMICO NELLA COMMEDIA DELL’ARTE

ISTITUTO > UNIVERSITÀ DI ROMA LA SAPIENZA – FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

AUTRICE > SARA PASCOLINI

François Bunel le Jeune (attribuito a), Personaggi della Commedia dell’Arte.
François Bunel le Jeune (attribuito a), Personaggi della Commedia dell’Arte, 1578-1590.

INTRODUZIONE DELL’AUTRICE:

L’idea di questa tesi di laurea nasce da un colpo di fulmine per la Commedia dell’Arte. Avevo appena iniziato il mio percorso di Laurea Specialistica in Discipline dello Spettacolo quando inaspettatamente mi sono imbattuta in un laboratorio di recitazione, incentrato sullo studio delle maschere della Commedia dell’Arte e tenuto da Claudio De Maglio presso il Teatro Ateneo dell’Università la Sapienza. Un’esperienza straordinaria, un amore nato per caso e vissuto nei muscoli e sulla mia stessa pelle. Concluso il laboratorio, proseguendo il mio percorso di studi, mi sono chiesta come poter portare la passione nata per questa forma di teatro, antica eppure così attuale, nel mio lavoro di tesi. La risposta è arrivata attraverso l’incontro con uno dei docenti del corso di laurea, che ho scelto poi come relatore: il Professore Roberto Ciancarelli. Da un primo scambio di idee la ricerca per la mia tesi si è prolungata lungamente, come una sorta di caccia al tesoro, alla ricerca di indizi che mi aiutassero a fare chiarezza e a rintracciare quello che si potrebbe definire un enorme elefante nella stanza; visibile a tutti ma talmente grosso da non poter essere riconosciuto davvero: la questione dell’origine della Comicità nella Commedia dell’Arte. Tutti gli autori citati e studiati per raccogliere gli indizi ed arrivare a vedere questo enorme elefante parlavano molto delle zampe, della proboscide, della pelle rugosa, ma non dell’elefante in sé. Fuor di metafora: sebbene esistano numerosi trattati contemporanei alla Commedia dell’Arte stessa o dei nostri tempi, che analizzano le tipologie di scene comiche, la struttura, i temi ricorrenti, non esisteva alcun lavoro che analizzasse quali fossero i meccanismi messi in atto dai comici per divertire il pubblico. Così, studiando dapprima i trattati teorici antichi, moderni e contemporanei (Da Aristotele a Bergson, passando per Cicerone e Pirandello), poi le raccolte di materiale scenico dei Comici dell’Arte ed infine affidandomi allo studio meticoloso di quattro Commedie trascritte interamente sul finire della parabola di questa particolare forma di spettacolo, sono riuscita a tirare le mie conclusioni ed ad individuare quelle che erano (e che molto spesso sono) gli espedienti che rendono comica una vicenda e che, a partire dall’antichità classica fino ad arrivare ai giorni nostri, ci fanno ridere e sorridere. In fondo,come dice Umberto Eco : “Il comico è una faccenda difficile, a capirlo si è risolto il problema dell’uomo su questa terra”. Da parte mia, senza la presunzione di aver risolto alcun problema dell’umanità, spero di aver aggiunto un piccolo tassello alla ricerca sulla Commedia dell’Arte che è ancora misteriosa e forse per questo così affascinante ed ispirante.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > ARCHITETTURE DEL COMICO NELLA COMMEDIA DELL'ARTE

BIOGRAFIA DI SARA PASCOLINI:

Sara Pascolini nasce a Roma e fin da piccola nutre una grandissima passione per l’arte. Crescendo, dopo essersi diplomata al liceo Classico, si iscrive al Corso di Laurea Triennale in Moda e Costume, concludendo il suo percorso con una tesi riguardante la messa in scena del balletto Sogno di Una notte di Mezza Estate con coreografia di G. Balanchine. Successivamente decide, seguendo l’amore nato per le arti dello spettacolo, di proseguire il percorso specialistico proprio in questa disciplina e si laurea con il massimo dei voti in Saperi e Tecniche dello Spettacolo presso la facoltà di scienze Umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma. Unendo l’amore per lo spettacolo a quello per l’arte decide poi di seguire un corso professionale per Trucco Cinematografico, Teatrale e correttivo presso l’Accademia Studio 13, sempre a Roma. Attualmente lavora come truccatrice per clienti privati e fotografi. Fa parte dell’Associazione culturale Nereides Danze Antiche, in qualità di danzatrice nel corpo di ballo Ninfe Nereidi e dell’Associazione Culturale Cane Nero con cui organizza eventi di animazione culturale e gioco di ruolo dal vivo.

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Dario Franceschini

Covid-19: Franceschini firma Decreto 20mln per extra FUS

Pubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal MiBACT in relazione al decreto firmato oggi dal Ministro Dario Franceschini per lo stanziamento di 20 milioni di euro a sostegno delle realtà extra FUS.

Dario Franceschini
Dario Franceschini

«Nessun artista verrà dimenticato: nessun attore, nessun musicista così come nessun lavoratore del mondo dello spettacolo. Non parlo delle grandi star, che hanno le spalle robuste, parlo delle professionalità più indifese: le prime misure sono a loro tutela» così nel corso del Question time alla Camera, il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha annunciato di aver firmato oggi il decreto che avvia le procedure per il riparto di 20 milioni di euro a sostegno delle realtà delle arti performative che non hanno ricevuto contributi provenienti dal FUS nel 2019. Tali risorse provengono dai fondi istituiti con il decreto “Cura Italia”, varato dal Governo lo scorso 17 marzo, che destinano 130 milioni di euro alle emergenze dello spettacolo e del cinema.

«Questo stanziamento – dichiara il Ministro Franceschini – fornisce una prima risposta alle tantissime piccole realtà che operano nei settori del teatro, della musica, della danza, del circo prive del sostegno statale e pertanto sottoposte a maggiori incertezze. Un mondo fatto di professionisti abituati a vivere del proprio talento che ora conoscono un momento di dura difficoltà e meritano il pieno sostegno delle istituzioni».

Le risorse verranno ripartite in parti uguali per ciascun beneficiario e verranno devolute ai soggetti che presenteranno domanda nel rispetto di quattro semplici requisiti: prevedere nello statuto o nell’atto costitutivo lo svolgimento di attività di spettacolo dal vivo; avere sede legale in Italia; non aver ricevuto nel 2019 contributi dal FUS; aver svolto tra il 1° gennaio 2019 e il 29 febbraio 2020 un minimo di 15 rappresentazioni e aver versato contributi previdenziali per almeno 45 giornate lavorative.

Le domande potranno essere presentate nelle modalità e secondo le scadenze che verranno rese note dall’avviso che verrà pubblicato dalla Direzione generale Spettacolo entro cinque giorni dalla data di registrazione del decreto. I contributi saranno erogati entro il 30 giugno 2020.

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