Istituire un arcipelago di eccezioni _

Istituire un arcipelago di eccezioni _

A cura di Rita A. Di Leo

Quando ho pensato di scrivere questo articolo e parlare del ruolo delle istituzioni culturali e della loro responsabilità nei confronti dellə artistə e dei loro processi artistici, il primo pensiero è andato a me, alla posizione da cui parlo, da cui scrivo, da cui penso: non da fuori, ma dentro una traiettoria che attraversa la dimensione curatoriale di un festival, che è passata da vari  spazi di “alta” formazione, da dimensioni produttive “professionalizzanti” e che si radica anche nella ricerca accademica. La mia esperienza è permeata dalle dinamiche di organizzazione gerarchica e di potere che (purtroppo) caratterizzano luoghi che producono sapere, ma che soprattutto producono anche le condizioni e i limiti entro cui questo sapere può apparire, circolare ed essere condiviso.
Abitare contemporaneamente una pratica artistica e una pratica di ricerca significa sostare in una zona di attrito permanente: tra esperienza e discorso, tra ciò che accade e ciò che può essere detto di ciò che accade, tra la necessità di produrre immaginari critici e le condizioni materiali che ne rendono possibile l’esistenza. È una posizione che espone a una tensione costante: tra il nostro essere soggetti-artistə e le mediazioni culturali “imposte”, tra dare la possibilità di creare delle realtà responsabili e coraggiose contro chi non riesce a mantenere un’integrità critica, tra che cosa mette in discussione l’arte e i limiti che le vengono imposti.

Sono tensioni che tentano di aprire connessioni con le domande formulate nel contesto di Santarcangelo Festival del 2015, sotto la direzione artistica di Silvia Bottiroli. Domande che, a distanza di oltre un decennio, continuano a interrogare il rapporto tra arte, politica e spazio pubblico: «Su quali presupposti si decide quale limite l’arte non può superare che cosa le è consentito e quali paradigmi regolano il suo rapporto con la sfera del reale e con quella della politica? In che modo fa scandalo l’arte oggi?» (ID. 2015, 42).
Interrogativi come questi non riguardano soltanto lə artistə e le loro opere; essi chiamano in causa anche le istituzioni culturali, i teatri, gli spazi di ricerca e di sperimentazione, i festival, i circuiti e i centri di residenza, gli enti finanziatori – sia privati che pubblici – e tutti quei soggetti – giuridici e no – che contribuiscono a definire le condizioni entro cui l’arte può apparire, essere sostenuta, circolare e/o essere ostacolata, in senso contrario. È a partire da questi interrogativi che si solleva, sebbene venga poche volte menzionato, il tema del ruolo delle istituzioni e della loro responsabilità verso lə artistə, il pubblico e la società nel suo complesso.

È a partire da questa prospettiva che eventi “censori” che hanno costruito un panorama frammentato e vertiginosamente instabile sulla libertà di espressione come, per citarne alcuni, Genet a Tangeri di Magazzini Criminali (1985), Accidens:Matar Para Comer di Rodrigo Garcia (2005),  Sul Concetto di Volto nel Figlio di Dio di Romeo Castellucci (2010-2019), ancora Sorry Boys di Marta Cuscunà (2016) e Multitud di Tamara Cubas (2018), non sono soltanto episodi di conflitto censorio e di boicottaggio attorno alle opere, ai contenuti di queste, e alle soggettività artistiche coinvolte, ma anche occasioni per leggere e interrogare la responsabilità delle istituzioni, nonché i principi politici, etici e organizzativi attraverso cui vengono definiti, sostenuti o limitati gli spazi della libertà artistica. Può un’istituzione trovarsi nell’impossibilità di difendere fino in fondo l’opera che ha scelto di presentare e programmare? Quali responsabilità hanno le istituzioni?

Si tratta di quesiti che toccano la presa di parola, la corporeità, la loro potenziali pericolosità politiche e simboliche; ma anche le forme di mediazione, a scapito della scelta di difendere o meno un’opera, di sostenerne la circolazione oppure di cancellarne una o più repliche, mettendo in gioco rapporti di fiducia, obblighi e assunzione di rischio.
E l’utilizzo della parola “rischio” non è un caso: facendo una digressione rispetto all’attuale Decreto Ministeriale, datato 23 dicembre 2024, che permette l’assegnazione e la liquidazione dei contributi del FNSV (Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo), questo D.M. si priva della locuzione di “rischio culturale” e come un premonizione Franco D’Ippolito prima della pubblicazione degli siti e delle assegnazioni del primo anno della triennalità avvenuti a fine giugno dello scorso anno, l’eliminazione di questa locuzione, che prima permetteva garanzia a quei soggetti che si occupavano di inedito e di sperimentazione, si è  rivelata una «premessa a una volontà spaventosa», che ha reso «minoritaria, quasi fino alla cancellazione, quella parte del sistema che opera quotidianamente aspirando al rinnovamento e al rischio nella proposta»[1].
Ma dove sta il rischio?
Il rischio che incute terrore.
Il rischio di chi agisce consapevolmente in una dimensione minoritaria.

L’arte, per sua ontologia, ci fa vedere qualcosa osserva Bottiroli – «sottrae all’invisibilità e rivela la scena, lasciandoci soli di fronte all’evidenza di un’immagine. Senza spiegarla, senza sottoporla ad un giudizio, senza altra ragione che l’arte» (Ibidem). Ciò che viene messo in gioco non è soltanto ciò che viene mostrato, ma il modo stesso in cui siamo chiamatə a guardarlo. L’opera rende qualcosa visibile e, nel farlo, espone anche chi guarda alla responsabilità del proprio sguardo.
Dunque, una delle possibili preoccupazioni può stare nell’atto di guardare?
In quanto luogo dell’intensificazione e della consapevolezza dello sguardo, nonché dell’apparizione, il teatro non si limita però a rendere visibile ciò che già esiste. La sua specificità consiste anche nella possibilità di sospendere temporaneamente ciò che appare naturale, ovvio o necessario, aprendo uno spazio in cui altre configurazioni del reale possono essere immaginate, sperimentate e messe alla prova, non dimostrando una tesi, ma essendo in mezzo senza fine. È forse in questo senso che l’arte può essere pensata come uno spazio di eccezione capace di smarginare e di mettere in discussione la norma.
Spazio in cui può accadere qualcosa che altrove non è possibile.                       
Spazio in cui si rendono praticabili forme, gesti, immagini, parole che eccedono ciò che è normalmente consentito.

Sorry, boys di Marta Cuscunà. Foto di Alessandro Sala/Cesuralab per Centrale Fies

Non si tratta tuttavia di un’eccezione intesa come semplice sospensione della norma o come sua negazione. Come osserva Blanga Gubbay, «L’eccezione non può essere mai analizzata unicamente per il contenuto che apre o accoglie al suo interno, ma necessita piuttosto di uno sguardo al di là dei suoi limiti, perché essa produce sempre, per contraccolpo, qualcosa nella norma» (ID. 2015, 19).
L’eccezione non esiste dunque indipendentemente dalla norma: la interroga, la ridefinisce, ne rivela le condizioni di esistenza e, talvolta, le sue contraddizioni.
Se l’arte può essere pensata come uno spazio di eccezione, quale rapporto intrattiene allora con la censura? L’eccezione a essere censurabile? Oppure è proprio la sua capacità di mettere in discussione la norma a renderla oggetto di controllo? Pensare il teatro, la danza e le arti performative come pratiche che abitano questa soglia significa riconoscerne insieme le potenzialità e i rischi che alcune istituzioni artistiche, artistə, curatricə si assumono di pensare l’arte come un’eccezione e del suo aggrovigliarsi con la realtà; diventando possibile comporre un «arcipelago di eccezioni in cui si potrebbe inciampare per scoprire la possibilità di superare il paradigma dell’eccezione che conferma la norma» (Bottiroli e Polenta 2015, 3).

Partendo dal presupposto costituzionale per cui difendere la libertà d’espressione è corretto, sarà corretto anche quando alcune istituzioni e curatorə si assumono la responsabilità di difenderla in quanto pratica artistica? In quanto teatro?
Ma cosa accade quando un’istituzione si trova impossibilitata a difendere fino in fondo l’opera e consente la cancellazione dell’opera in programma? Quando qualcosa viene sottratto allo sguardo? Quando un’opera non può essere mostrata, o non può più esserlo? Quando un corpo o le parole fanno scandalo?
Non si tratta semplicemente di una rimozione, di un atto di censura repressiva violenta; si tratta della produzione di un’impossibilità tramite un processo di regolazione dell’esperienza artistica e spettatoriale. Sottrarre qualcosa allo sguardo significa intervenire non solo sull’opera, ma sulle condizioni stesse del percepire, del pensare, del condividere.
È qui che echeggia ancora il “problema” del ruolo delle istituzioni: perché sono proprio le istituzioni – universitarie, culturali, artistiche – a trovarsi in quella posizione ambigua in cui, da un lato, rendono possibile l’esistenza e la circolazione delle opere, e dall’altro ne possono anche delimitare – esplicitamente o implicitamente – i confini entro cui agire. Esse stesse diventano il cardine per lə artistə del processo ambiguo di assoggettamento e di soggettivazione descritto da Butler. Da essere spazi di possibilità possono arrivare ad essere, allo stesso tempo, spazi di regolazione. Spazi che producono visibilità, ma anche invisibilità.

In questo senso, il gesto di guardare significa partecipare alla costruzione di una realtà.
Significa essere implicatə. Significa, in qualche modo, essere responsabili.
E forse, nel momento in cui guardiamo un’opera, non siamo soltanto spettatricə: siamo anche guardatə. Interpellatə. Coinvoltə in una relazione che ci riguarda. Si crea una forma di reciprocità.
E allora la domanda iniziale si sposta ancora e non riguarda soltanto ciò che l’arte può fare, o ciò che le è permesso fare, ma il modo in cui noi ci posizioniamo dentro questo campo di forze: dentro istituzioni che abitiamo e da cui dipendiamo; dentro dispositivi che rendono possibile lo sguardo e, allo stesso tempo, lo regolano.
Forse la questione, alla fine, non è solo capire dove stanno i limiti, ma come ci muoviamo in relazione a questi limiti. E soprattutto: come ci confrontiamo con il potere da cui, inevitabilmente, dipendiamo?

La domanda non riguarda soltanto lə artistə, ma riguarda anche le istituzioni che lə ospitano, lə producono, lə sostengono o, talvolta, scelgono di non stenerlə. Perché dovrebbero proprio essere le istituzioni a difendere responsabilmente la libertà artistica, ma entro quali condizioni materiali questa difesa deve – o meglio, può – essere possibile? Come osserva Caleo, introducendo il lavoro di Kunst, «quasi mai infatti le istituzioni cambiano i loro modi di produzione, né mettono a disposizione concrete infrastrutture di solidarietà e supporto. Kunst evidenzia quanto le istituzioni mobilitino affetti, intimità, fantasie, desideri e amicizia, senza cui non riuscirebbero a sopravvivere. Questo tipo di investimento alimenta la sensazione di precarietà e di instabilità di chi ci lavora, una precaria più che economica» (ID. 2014, 17).

Le riflessioni di Kunst, allora, aiutano a complicare ulteriormente il problema, perché come fa notare, le istituzioni artistiche non sono dunque contenitori neutri entro cui si svolgono pratiche culturali, ma ambienti prodotti dalle relazioni che le abitano. E proprio per questo, continua Kunst, restano sempre spazi di separazione e delimitazione, avvicinandosi sempre più agli spazi di negoziazione propri delle democrazie contemporanee. «Lo spazio si forma sempre attraverso processi attivi di spazializzazione che sono il risultato di attività, tratti fisici e strutture di soggettività con le loro relazioni sociali, paure, desideri e così via» (ID. 2024, 80).

In questa prospettiva diventa particolarmente interessante la provocazione formulata da Hito Steyerl quando si domanda: «Is a Museum a Factory?». Secondo l’autricə, il museo contemporaneo corrisponde allo «spazio disperso della fabbrica sociale» (ID. 2009, 3). Se sovrapponessimo questa immagine alla dimensione produttiva del teatro, e ancor più specificamente a quella del teatro pubblico italiano, quali conseguenze emergerebbero?

Così come nel museo, anche nel teatro vengono prodotte “cose artistiche”, ma cosa viene prodotto realmente? Oltre alla risposta più immediata – spettacoli, performance, allestimenti – ciò che il teatro produce sono anche «forme del sociale, create grazie allo sforzo affettivo e comunicativo del pubblico, attraverso i suoi sensi, i suoi corpi e le abilità cognitive» (Kunst 2024, 86). Produce relazioni, immaginari, comunità temporanee, modalità di partecipazione e di riconoscimento. Produce soggettività. Per questa ragione il problema delle istituzioni artistiche non può essere ridotto esclusivamente alla programmazione culturale o alla tutela della libertà d’espressione. Esso riguarda anche i modi attraverso cui tali istituzioni organizzano il lavoro, distribuiscono le risorse e producono condizioni di esistenza per chi vi opera. Kunst osserva come anche le istituzioni più progressiste partecipino spesso alle logiche contemporanee della flessibilità e della precarizzazione. Le decisioni artistiche, i metodi organizzativi e gli orientamenti estetici risultano strettamente intrecciati alle condizioni materiali della loro produzione. Tirocini, residenze, formazione permanente, lavoro gratuito o sottopagato costituiscono sempre più spesso il fondamento invisibile della vita istituzionale.

Ciò non significa assumere una posizione moralistica nei confronti delle istituzioni; ma al contrario, significa riconoscere come esse siano parte integrante dei processi economici e produttivi contemporanei e come contribuiscano, talvolta involontariamente, alla costruzione di soggettività precarie. La precarietà di cui parla Kunst non riguarda infatti soltanto il salario o la continuità occupazionale, ma investe anche la dimensione esistenziale del lavoro artistico.
Forse è proprio a questo punto che il problema della censura incontra nuovamente quello delle istituzioni. Perché la capacità di sostenere un’opera quando genera conflitto, di difendere unə artistə quando viene attaccatə pubblicamente, di assumersi il rischio dell’eccezione, dipende anche dalle condizioni materiali e politiche entro cui le istituzioni stesse sono chiamate a operare. Interrogare la censura significa allora interrogare anche queste condizioni, chiedendosi non soltanto che cosa le istituzioni permettano o proibiscano, ma quale spazio di possibilità riescano concretamente a costruire per l’esistenza dell’arte contemporanea.

Rimane però aperta una questione ulteriore. Come agiscono, all’interno di questi spazi di possibilità e di vincolo, le soggettività che li attraversano quotidianamente? In che modo artistə, curatricə, direttricə artisticə, organizzatricə e lavoratorə dello spettacolo negoziano il proprio rapporto con le istituzioni, con i dispositivi di riconoscimento e con le dinamiche censorie che attraversano il presente? Quanto riusciamo a mantenere un’integrità di pensiero all’interno di sistemi da cui dipendiamo e che, allo stesso tempo, contribuiamo a riprodurre? Quali sono i punti di resistenza? Quanto siamo in grado di reagire? E soprattutto: quali possibili linee di fuga esistono? Ne esistono?



RITA A. DI LEO.  Catania 1998. È dottoranda nazionale in “Gender Studies” presso l’Università di Bari “Aldo Moro”, in convenzione con “Sapienza” Università di Roma – Dipartimento SARAS, visiting researcher presso Utrecht University. La sua ricerca si concentra sulle limitazioni della libertà d’espressione nelle arti performative, attraverso una prospettiva che interseca studi di genere e performance studies, con particolare attenzione ai corpi marginalizzati e ai fenomeni di censura tra XX e XXI secolo. Ha pubblicato con FrancoAngeli, Routledge, La Biennale di Venezia, Hystrio, Biblioteca Teatrale, Sinestesie e Engramma.
Autrice, regista e performer, si è formata in drammaturgia e regia presso il Teatro Due di Parma e la Scuola Iolanda Gazzerro – ERT di Modena. Collabora come performer in SWAN, opera diretta da Gaetano Palermo, prodotta da La Biennale di Venezia, in distribuzione internazionale. Dal dicembre 2023 è direttrice artistica della Fondazione Federico Cornoni ETS di Parma e di Canile Drammatico Festival (progetto sostenuto da Regione Emilia-Romagna, Comune di Parma e di Bore, Università di Parma, Fondazione Cariparma, Confesercenti / in collaborazione con Europa Teatri e ERT). Da novembre 2025 collabora con ERT (sedi di Bologna e Modena) per l’affiancamento curatoriale per i progetti di Teatro Arcobaleno e per la progettazione, cura e svolgimento di laboratori realizzati in collaborazione con il Servizio Educativo del Comune di Bologna.

[1] https://www.teatroecritica.net/2025/02/pericoli-e-opportunita-del-decreto-ministeriale-intervista-a-franco-dippolito/

Foto di copertina Multitud di Tamara Cubas, per Santarcangelo Festival 2018. Foto di Tristan Petsola. Concessa da Biblioteca Comunale A. Baldini di Santarcangelo di Romagna.


Torino Fringe Festival 2027 – Bando per artisti e compagnie

Torino Fringe Festival 2027 – Bando per artisti e compagnie

È aperto il bando per partecipare alla 15ª edizione del Torino Fringe Festival, in programma dal 18 al 30 maggio 2027. Il festival, tra i principali appuntamenti italiani dedicati al teatro off e alla scena indipendente, selezionerà spettacoli e progetti performativi di artisti e compagnie italiane e internazionali.

La call è aperta ad artisti singoli e compagnie professionali, con spettacoli di qualsiasi genere e in qualsiasi lingua. Sono ammessi esclusivamente lavori in forma definitiva, mentre non possono partecipare studi, work in progress e produzioni amatoriali. Ogni artista o compagnia potrà presentare una sola candidatura.

Il bando è articolato in due sezioni. CORE è dedicata agli spettacoli concepiti per spazi al chiuso e disponibili per sei repliche consecutive, programmate in una delle due settimane del festival, dal 18 al 23 oppure dal 25 al 30 maggio 2027. SPECIAL accoglie invece progetti che, per formato, durata o modalità di fruizione, escono dalla programmazione tradizionale: possono rientrarvi performance per spazi urbani e non convenzionali, lavori site specific e itineranti, concerti, live set e installazioni performative. Per questi progetti sono previste indicativamente da una a tre repliche.

Gli spettacoli selezionati entreranno in una programmazione diffusa che coinvolge teatri, spazi culturali e luoghi non convenzionali del territorio. Attraverso il progetto Fringe in Rete, il festival favorisce inoltre l’incontro tra compagnie, operatori e direttori artistici, creando ulteriori possibilità di circuitazione e sviluppo professionale.

Per i progetti selezionati nella sezione CORE è previsto un compenso pari al 70% dell’incasso generato dallo spettacolo, al netto di IVA e diritti SIAE. Le condizioni economiche della sezione SPECIAL saranno invece definite caso per caso in relazione alla tipologia del progetto. Le spese di viaggio, vitto e alloggio restano a carico degli artisti e delle compagnie, anche se il festival potrà attivare forme di ospitalità gratuita attraverso il progetto “Ospita un artista”.

Per candidarsi è necessario presentare un video integrale dello spettacolo; la Direzione Artistica si riserva tuttavia la possibilità di selezionare anche alcuni debutti, per i quali potrà essere richiesto un video di presentazione del progetto e della compagnia. La partecipazione al bando prevede una quota di iscrizione di 15 euro.

Nell’ambito dell’edizione 2027 sarà inoltre assegnato il Premio di Drammaturgia Fringe, realizzato in collaborazione con la casa editrice SuiGeneris e riservato agli artisti e alle compagnie selezionate: il testo vincitore sarà pubblicato in formato cartaceo e digitale.

La scadenza per l’invio delle candidature è fissata alle ore 23.59 del 5 ottobre 2026.

MAGGIORI INFORMAZIONI

Human Dance: a L’Aquila il festival della danza tra corpi, luoghi e comunità

Human Dance: a L’Aquila il festival della danza tra corpi, luoghi e comunità

Dal 13 al 20 settembre 2026, al Palazzo Benedetti di L’Aquila, la quarta edizione del progetto diretto da Francesca La Cava: spettacoli, performance, laboratori e incontri intorno all’umano, come possibilità di costruire nuove relazioni attraverso il corpo e l’arte.

Dal 13 al 20 settembre 2026 torna a L’Aquila Human Dance, il progetto ideato e diretto da Francesca La Cava, direttrice artistica di Gruppo e-Motion, giunto alla sua quarta edizione. Al Palazzo Benedetti, una settimana di spettacoli, performance, laboratori e incontri mette la danza in relazione con i luoghi e con le comunità, coinvolgendo artisti affermati, giovani autrici e autori e pubblico. Al centro dell’edizione 2026 c’è l’umano: una ricerca che parte dal corpo — luogo primario di relazione, conoscenza e cambiamento — per interrogare i confini che separano le persone e immaginare, attraverso l’arte, nuovi modi di vivere e condividere l’esperienza quotidiana.  Human Dance nasce infatti come un dispositivo per “abitare” i luoghi attraverso la cultura e per avvicinare alla danza persone di tutte le generazioni. È da questa prospettiva che Francesca La Cava costruisce la quarta edizione: spettacoli, formazione e partecipazione sono parti di un unico processo di relazione con i luoghi e con le comunità. Il programma mette in dialogo realtà consolidate della scena, come Compagnia Zappalà Danza, Gruppo e-Motion e Teatrabile, con una nuova generazione di autrici e autori. Ne nasce un percorso nel quale linguaggi, sensibilità ed esperienze differenti si incontrano, costruendo prospettive diverse sul presente.

Ad aprire Human Dance, domenica 13 settembre alle ore 18, sarà Corpi Liturgici della Compagnia Zappalà Danza, creazione di e con Roberto Zappalà, realizzata in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Una liturgia laica in cui corpo, natura, spiritualità e libertà si intrecciano: i danzatori si ancorano alla terra e tendono verso un “altrove”, trasformando il movimento in uno spazio di ricerca tra materia e trascendenza.

Il 16 settembre alle ore 21 sarà la volta di Il filo, la lana, la trama e le storie, a cura di Eugenio Incarnati / Teatrabile, un progetto nel quale parola, movimento, ritualità e memoria si intrecciano. Il filo diventa materia della creazione e metafora di un patrimonio di storie che attraversa le generazioni. Il percorso nasce dall’esperienza laboratoriale e arriva alla performance attraverso espressione corporea e vocale, improvvisazione e costruzione collettiva, trasformando l’esperienza individuale in materiale condiviso. Il programma guarda anche alla trasmissione dei saperi e alla riflessione sulla scena contemporanea con la presentazione, giovedì 17 settembre alle ore 18, del libro Il sipario è la nostra bandiera, di e con Gabriele Sofia, a cura di Strappi.

Uno dei nuclei della quarta edizione è dedicato alla nuova generazione della scena contemporanea. La serata si configura come uno spazio di confronto sulla scena emergente e sui linguaggi attraverso cui i giovani autori interrogano il presente, utilizzando il corpo come strumento per attraversarne tensioni, fragilità e contraddizioni. Venerdì 18 settembre alle ore 21, Giovani autrici e autori riunisce quattro lavori: Cage di Claudia Gentili, Eco di Silenzio di Cassandra Bianco e Antonella Albanese, Four / Now Loading di Manolo Perazzi e Just a solo di Antonio Taurino. I quattro lavori portano sulla scena corpi alle prese con alcune delle tensioni che segnano il presente: gabbie sociali e mentali, fragilità, solitudine, ripetizione, rapporto con il virtuale e desiderio di liberazione. In Cage il corpo diventa una possibile prigione, insieme alle convenzioni sociali e alle stratificazioni della mente. Eco di Silenzio affronta l’esperienza della fobia sociale, trasformando in movimento ciò che spesso rimane inesprimibile. Just a solo costruisce un rituale intimo intorno alla solitudine, mentre Now Loading, secondo degli assolo della suite Four, interroga il confine tra realtà e virtuale e la possibilità di interrompere la ripetizione.

Il rapporto tra corpo, comunità, memoria e tecnologia trova in Resounding, in programma sabato 19 settembre alle ore 21, una delle espressioni centrali della ricerca di Human Dance. La produzione di Gruppo e-Motion, con concept e coreografia di Francesca La Cava e musica live electronics di Marco Ariano, riattiva la memoria collettiva attraverso fili, vibrazioni, gesti e paesaggi sonori, trasformando il corpo in materia capace di evocare il territorio. Il pubblico partecipa direttamente alla performance attraverso la scelta delle carte AR, che determina casualmente l’ordine delle quattro scene. La tecnologia diventa così uno strumento per riscoprire le possibilità espressive del corpo, anche attraverso la e-Motion App, applicazione in realtà aumentata pensata per esplorare e sviluppare il proprio linguaggio fisico. In Resounding, tecnologia e partecipazione contribuiscono alla costruzione dell’esperienza scenica. A chiudere la settimana, domenica 20 settembre dalle ore 19, sarà Acida – simposio lisergico di arti dal vivo, a cura di Camilla Vespa e Piergiuseppe Di Tanno, appuntamento dedicato all’incontro tra differenti forme e linguaggi delle arti dal vivo.

Se gli spettacoli rappresentano il momento pubblico della ricerca, i laboratori ne costituiscono una componente strutturale. Per Human Dance la formazione è uno degli strumenti attraverso cui il progetto costruisce la propria idea di partecipazione e di accesso alla danza. Dal 14 al 18 settembre, dalle 19 alle 21, Francesca La Cava e Gruppo e-Motion condurranno il laboratorio Resounding. Dal 14 al 16 settembre, dalle 17 alle 19, Eugenio Incarnati / Teatrabile guiderà invece Il filo, la lana, la trama e le storie. Due percorsi differenti, accomunati dall’idea che il corpo possa essere uno strumento di conoscenza e che il processo creativo possa essere condiviso anche da chi si avvicina alla scena senza una formazione professionale. Nel laboratorio di Teatrabile, il lavoro si sviluppa attraverso espressione corporea, voce, improvvisazione e gestione delle emozioni. Lo spazio laboratoriale diventa un luogo nel quale l’errore può trasformarsi in materiale creativo e nel quale la creazione collettiva prende forma a partire dalle improvvisazioni dei partecipanti. Nel percorso legato a Resounding, la ricerca sul corpo, sul movimento e sul suono diventa invece occasione per scoprire o riscoprire possibilità espressive. La formazione entra così direttamente in relazione con la produzione artistica, creando continuità tra chi partecipa al laboratorio, chi realizza l’opera e chi la incontra come spettatore.

È proprio in questa continuità che si definisce l’identità di Human Dance: spettacolo, formazione e partecipazione diventano parti di uno stesso processo, capace di mettere in relazione corpo, luogo, memoria, tecnologia e comunità. La danza si fa così esperienza condivisa, strumento per attraversare i confini e costruire nuove forme di relazione.

Maggiori informazioni: www.gruppoemotion.net

La danza attraversa i Castelli Romani: due mesi di spettacoli e performance con Paesaggi del Corpo – Festival Internazionale di Danza Contemporanea

La danza attraversa i Castelli Romani: due mesi di spettacoli e performance con Paesaggi del Corpo – Festival Internazionale di Danza Contemporanea

Dal 18 settembre al 17 novembre il Festival Internazionale di Danza Contemporanea torna nei Castelli Romani con oltre 30 appuntamenti affidati a compagnie italiane e internazionali, progetti per le nuove generazioni, incontri e attività formative. Una programmazione diffusa porta la danza nelle piazze, nei palazzi storici, negli spazi culturali e nei teatri di Velletri e Genzano di Roma.

Per due mesi Paesaggi del Corpo – Festival Internazionale di Danza Contemporanea, diretto da Patrizia Cavola, torna a Velletri e Genzano di Roma con un programma che riunisce spettacoli, performance, formazione e incontri con il pubblico. Dal 18 settembre al 17 novembre, la danza contemporanea dialoga con i luoghi e con il presente attraverso linguaggi e prospettive differenti, affrontando temi come il rapporto tra individuo e comunità, la crisi climatica, la memoria, la tecnologia, l’identità e l’alterità.

Il festival accoglie sia realtà affermate della scena italiana e internazionale, sia nuove generazioni di autrici e autori. Compagnia Atacama, Cie Irene K, Balletto Civile, Motus, EnClaveDANZA, Naturalis Labor, Ersilia Danza, Compagnia Francesca Selva, Balletto Teatro di Torino, Mandala Dance Company, Compagnia degli Istanti, Cie Vialuni, Kinesis CDC, AiEP Ariella Vidach, Arabesque, Enzo Cosimi, ASMED-Balletto di Sardegna, Larumbe Danza, Borderline Danza, Megakles Ballet, Silvia Gribaudi ed EgriBiancoDanza compongono un mosaico articolato di linguaggi e percorsi artistici, restituendo la ricchezza e la varietà della scena contemporanea.

Il programma inaugurale di venerdì 18 settembre prende il via a Velletri con la presentazione di un estratto di Anghingò di Compagnia Atacama, creazione di Patrizia Cavola e Ivan Truol, alle 17.30 in Piazza Cairoli. Ispirato al libro Amblimblè – Rime e riti dei giochi di strada di Piero Dorfles, lo spettacolo recupera l’immaginario dei giochi collettivi di un tempo, quando la strada era luogo di incontro, invenzione e costruzione condivisa delle regole. Conte, filastrocche, voce, ritmo, suono e movimento compongono una partitura che guarda anche all’infanzia nell’epoca dei dispositivi digitali e alla progressiva perdita degli spazi di socialità spontanea.

Nella stessa giornata è in scena La nature n’aime pas le vide di Cie Irene K, della coreografa belga Irene Kalbusch. Due individui si incontrano con cautela e cercano progressivamente una vicinanza, in una tensione continua tra trattenere e lasciar andare. Attrazione e separazione, fascinazione per ciò che è sconosciuto e accettazione dell’altro diventano gli elementi di una performance costruita sulla prossimità e sulla distanza. Completa l’apertura Balletto Civile con Tebe, ideazione e regia di Michela Lucenti. Ispirato a Le Fenicie di Euripide, il lavoro guarda alla tragedia classica per interrogare le tensioni del presente: la lotta tra Eteocle e Polinice diventa una riflessione su potere, guerra, tirannia e democrazia. 

Sabato 19 settembre alle 11.30, Piazza Frasconi a Genzano di Roma ospita un estratto di La nature n’aime pas le vide di Cie Irene K. La creazione di Irene Kalbusch assume lo spazio pubblico come elemento della propria scrittura, in continuità con il percorso della compagnia belga, impegnata da anni nella realizzazione di performance teatrali e interventi pensati per luoghi non convenzionali. Alle 17.30, a Palazzo Sforza Cesarini, la stessa creazione torna a confrontarsi con un nuovo contesto architettonico. Il passaggio dalla piazza al palazzo storico modifica la percezione del gesto, la distanza tra i performer e lo sguardo del pubblico. La giornata prosegue con MOTUS e Invidia (Genesi dell’invidia), concept e drammaturgia di Rosanna Cieri e coreografia di Simona Cieri. Un sentimento antico viene osservato nella sua dimensione contemporanea, alimentata dal confronto permanente con le vite e le immagini degli altri attraverso i social network. L’invidia diventa così una lente per leggere una società nella quale il desiderio può trasformarsi in frustrazione, odio e autodistruzione. Al programma si affianca EnClaveDANZA con Terra Ferida. La compagnia madrilena porta in scena una riflessione sul cambiamento climatico nata dall’esperienza delle devastanti piogge DANA che nel 2024 hanno colpito la Spagna. I movimenti dell’acqua – la quiete, i cicli, lo straripamento – diventano metafora della fragilità degli equilibri contemporanei. La ricerca è stata sviluppata anche attraverso il lavoro sul campo a Valencia e a Mira, in Castiglia-La Mancia, mettendo in connessione territorio, memoria ed evento.

Domenica 20 settembre alle 11.30, in Piazza Frasconi a Genzano, un estratto di Anghingò di Compagnia Atacama porta nuovamente in scena giochi, riti, conte e filastrocche. Alle 17.30, a Palazzo Sforza Cesarini, il lavoro torna in programma accanto a una serie di creazioni che affrontano il tema della perdita, dell’amore e della possibilità di trovare nuovi equilibri. Tra queste, Naufraghi (Jules) di Naturalis Labor, coreografia di Luciano Padovani, guarda al naufragio come immagine di un limite improvviso, capace di spezzare equilibri e aprire nuove possibilità. Al centro della creazione c’è un amore impossibile e il disorientamento che accompagna la perdita: la fragilità diventa il punto di partenza per cercare nuove traiettorie e un diverso approdo.
Segue Ersilia Danza con La Passeggiata, coreografia di Laura Corradi ispirata all’omonimo dipinto di Marc Chagall. L’amore tra Chagall e la moglie Bella diventa immagine di una leggerezza capace di elevarsi sopra il peso della storia e della tragedia. La creazione traduce in movimento quella sospensione onirica nella quale la bellezza può diventare una forma di resistenza.
Chiude la giornata Mater Sola della Compagnia Francesca Selva, terzo quadro della Trilogia del Tempo Sospeso. Il lavoro guarda alle vittime delle guerre contemporanee attraverso la figura archetipica della madre, presenza che resta di fronte alla perdita e alle macerie. La creazione assume così una dimensione di testimonianza e responsabilità civile.

Il festival torna a Velletri venerdì 25 settembre, dalle 17.30, alla Casa delle Culture e della Musica, con una giornata dedicata al dialogo tra materia, corpo e natura. Il Balletto Teatro di Torino presenta ALISEO variation, coreografia di Manfredi Perego interpretata da Bailey Kager. Il vento diventa metafora di un’energia invisibile capace di modificare il paesaggio e ciò che incontra. Il movimento segue intensità differenti, tra sospensione, spinta e cambiamento. Con Mandala Dance Company arriva Stone, nuova produzione 2026 firmata da Paola Sorressa. Sette pietre accompagnano un rito coreografico nel quale materia, memoria e spiritualità si incontrano, fino alla composizione di un totem finale. L’immaginario richiama i giardini Zen e una concezione della natura come spazio di ascolto e contemplazione.
La giornata continua con Compagnia degli Istanti e Suddenly Here. Dire, fare, baciare, ideazione di Simona Bucci. Il celebre gioco “Dire-Fare-Baciare-Lettera-Testamento” viene riletto come metafora di presenze che appaiono, si incontrano e scompaiono, come pensieri fuggevoli. A chiudere il programma è Cie Vialuni, dalla Francia, con La Performance Agricole, creazione di Michèle Ettori. Terra, acqua, piante e altri elementi del vivente entrano direttamente nella performance, costruita come una partitura aperta agli interpreti e agli spettatori. Il paesaggio agricolo diventa uno spazio di osservazione e connessione tra ambiente e gesto.

Sabato 26 settembre alle 17.30, Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma ospita una giornata dedicata a tecnologia, natura, società e identità. Kinesis CDC presenta Hu|Or|ME – Animal Farm, ispirato all’universo di Animal Farm di George Orwell. Lo spettacolo non mette in scena la novella, ma parte da una domanda: se un animale fosse posto nella condizione dell’essere umano, si comporterebbe diversamente o riprodurrebbe gli stessi meccanismi? Da questa premessa prende forma una ricerca sulle strutture della società e sui comportamenti umani. Con AiEP – Ariella Vidach arriva KOPPELIA_giardino13, progetto che rilegge il personaggio di Coppélia in chiave postumana. Tecnologia, natura e presenza artificiale entrano in un sistema di connessioni nel quale la figura tecnologica non è più soltanto oggetto di controllo, ma presenza autonoma e sensibile. Danza, realtà virtuale, ambienti 3D, motion capture e un cane robotico contribuiscono alla costruzione di una nuova idea di coesistenza tra umano e non umano. In duetX, Associazione Arabesque mette in scena due individui intrappolati in un universo regolato da aspettative, routine e controllo. La precisione e la disciplina diventano progressivamente strumenti di fuga, fino a trasformarsi in poesia e libertà. Il lavoro interroga il confine tra dovere e desiderio, ordine e caos, controllo e autodeterminazione.
Chiude la giornata Compagnia Enzo Cosimi con la nuova produzione Amore Capitale. Roma viene osservata come materia viva, stratificata e contraddittoria attraverso le suggestioni di Pasolini, Belli, Fellini, Caravaggio, Artaud e Petrolini. La città diventa così il centro della scena, attraversata dalle memorie e dalle immagini che ne hanno costruito il racconto nel corso del tempo. Enzo Cosimi, tra i più rappresentativi coreografi italiani, ha firmato oltre sessanta coreografie presentate in Italia e all’estero.

Domenica 27 settembre alle 17.30, ancora a Palazzo Sforza Cesarini, torna STONE di Mandala Dance Company, la nuova produzione di Paola Sorressa dedicata al rapporto tra pietra, gesto e simbolo. Il mito diventa invece materia coreografica con ASMED – Balletto di Sardegna e IKARO, coreografia di Rocco Suma. Icaro è assunto come metafora della libertà, del desiderio di superare i propri limiti e del rischio implicito in ogni slancio verso l’ignoto. Ambienti distopici, sonorità emotive e corpi fragili e potenti costruiscono un’immagine del contemporaneo sospesa tra aspirazione e pericolo. La relazione tra danza e tecnologia torna protagonista con Larumbe Danza e STAGE: ON THE ROAD, installazione immersiva che integra danza dal vivo, video, ambienti virtuali e realtà aumentata ed estesa. Il progetto crea uno spazio di mediazione e incontro pensato per avvicinare le arti performative a pubblici diversi, con particolare attenzione alle giovani generazioni. Chiude la giornata Borderline Danza con Sustraiak, lavoro di Alessandro Esposito e Maite Rodgers Gastaka. Nel “deserto” della società contemporanea la natura torna a manifestarsi e a riappropriarsi delle proprie radici, penetrando fino allo spirito umano.

Sabato 3 ottobre, alle 18.30, il Teatro Artemisio Gian Maria Volonté di Velletri ospita il debutto assoluto di Anghingò di Compagnia Atacama. La creazione di Patrizia Cavola e Ivan Truol, nata dal recupero di giochi di strada, filastrocche e rituali collettivi, viene presentata nella sua versione integrale. Al centro c’è il confronto tra un’infanzia fondata sulla condivisione e sul gioco e una contemporaneità sempre più segnata dalla presenza dei dispositivi digitali. In programma anche Compagnia Petranuradanza / Megakles Ballet con Panta Rhei, coreografia di Salvatore Romania e Laura Odierna. Ispirato al celebre principio eracliteo del divenire, il lavoro mette in scena due corpi immersi nel flusso continuo dell’esistenza. Cicli, mutamenti e instabilità diventano elementi di una ricerca sul movimento e sulla natura transitoria dell’esperienza.
Una diversa idea di virtuosismo arriva sabato 11 ottobre alle 18.30, ancora al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè, con R.OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi di Silvia Gribaudi, interpretato da Claudia A. Marsicano. Lo spettacolo ribalta i codici tradizionali del virtuosismo e mette al centro un corpo libero dalle norme imposte. Con ironia e complicità, la performer affronta dieci esercizi coinvolgendo direttamente il pubblico. Il lavoro interroga così il modo in cui guardiamo il corpo, la donna e i modelli sociali.

Una particolare attenzione è rivolta alle nuove generazioni con Paesaggi Kids, sezione dedicata a bambine e bambini, scuole e famiglie, che propone matinée e percorsi di avvicinamento alla danza e alle arti performative. Venerdì 13 novembre alle 10, al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri, Compagnia Atacama presenta Il Brutto Anatroccolo, creazione di Patrizia Cavola e Ivan Truol ispirata alla fiaba di Hans Christian Andersen. La vicenda dell’anatroccolo emarginato diventa una riflessione sulla diversità, sull’accettazione di sé e degli altri e sulla ricerca del proprio posto nel mondo. A chiudere il percorso di Paesaggi Kids sarà EgriBiancoDanza con Storie di un burattino, in programma martedì 17 novembre alle 10 al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri.

Il 14 e 15 novembre Paesaggi del Corpo ospita inoltre il progetto speciale L’Eredità del Burattino / Sulle tracce di Pinocchio, dedicato alla figura di Pinocchio e realizzato da La Scatola dell’Arte con il contributo del MIC – Ministero della Cultura, il Patrocinio culturale della Fondazione Nazionale Carlo Collodi e del Comitato Nazionale delle Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Carlo Collodi. Il progetto si sviluppa attraverso tre differenti performance dedicate a Pinocchio, affidate a tre distinti percorsi coreografici, mettendo a confronto sensibilità e linguaggi della danza contemporanea.

Sabato 14 novembre alle 18, al Teatro Artemisio Gian Maria Volontè di Velletri, il progetto entra nel vivo con la prima delle tre performance, Sulle tracce di Pinocchio, con coreografia di Raphael Bianco. Nella stessa giornata e nello stesso spazio è in programma una seconda creazione dedicata al burattino, con coreografie di Patrizia Cavola e Ivan Truol, ampliando il confronto tra differenti interpretazioni sceniche del personaggio di Collodi. Il progetto prosegue domenica 15 novembre alla Casa delle Culture e della Musica di Velletri. Alle 16 il pubblico incontra Daniela Marcheschi, critica letteraria e italianista, per un approfondimento dedicato all’opera e all’universo creativo di Carlo Collodi.
Alle 18 il percorso torna alla scena con la terza performance di Sulle tracce di Pinocchio, affidata alle coreografie di Giorgio Rossi, con musica dal vivo di Livio Minafra. La giornata mette così in relazione approfondimento critico e spettacolo, offrendo al pubblico due differenti modalità di avvicinamento alla figura di Pinocchio.

La programmazione di Paesaggi del Corpo 2026 porta per due mesi la danza tra Velletri e Genzano, mettendo in dialogo spettacoli, luoghi e comunità. Piazze, palazzi storici e teatri diventano spazi di visione e incontro, mentre le attività dedicate alle nuove generazioni ampliano il programma con occasioni di partecipazione, scoperta e confronto. Paesaggi del Corpo – Festival Internazionale Danza Contemporanea è un progetto de La Scatola dell’Arte ETS, realizzato con il contributo di Regione Lazio, in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Velletri e del Comune di Genzano di Roma.

Maggiori informazioni sul sito: https://paesaggidelcorpo.it/

International Festival JĖGA! – Call per compagnie di teatro e performing arts

International Festival JĖGA! – Call per compagnie di teatro e performing arts

ASSITEJ Lithuania apre le candidature per la nona edizione dell’International TYA Festival JĖGA!, festival internazionale dedicato al teatro e alle arti performative per le nuove generazioni, in programma a Vilnius, in Lituania, dal 4 al 10 maggio 2027.

La call è rivolta a compagnie di performing arts interessate a presentare i propri spettacoli all’interno della programmazione del festival. JĖGA! ricerca in particolare produzioni inclusive, coraggiose e capaci di sperimentare, che affrontino il processo creativo secondo una prospettiva democratica e sappiano costruire un rapporto attivo con bambini, giovani e famiglie.

Particolare attenzione sarà riservata a lavori capaci di creare incontri significativi tra artisti e pubblico, offrendo alle nuove generazioni occasioni per confrontarsi con le arti performative attraverso linguaggi, formati ed esperienze differenti. Il festival intende valorizzare progetti che favoriscano partecipazione, dialogo e condivisione, all’interno di contesti accoglienti e sicuri, senza rinunciare alla ricerca artistica e alla possibilità di affrontare temi e forme sceniche in maniera audace.

La selezione si inserisce nel lavoro di ASSITEJ Lithuania per la promozione e lo sviluppo del teatro rivolto all’infanzia e alla gioventù e rappresenta un’opportunità di visibilità e confronto internazionale per compagnie attive nell’ambito del Theatre for Young Audiences (TYA).

La scadenza per l’invio delle candidature è fissata al 10 settembre 2026.

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