Nasce a Napoli nel 1993. Con una tesi in Antropologia del Teatro, nel 2017 si è laureata alla Sapienza in Arti e Scienze dello Spettacolo. Ha lavorato come redattrice per Biblioteca Teatrale, rivista trimestrale di studi e ricerche sullo spettacolo edita da Bulzoni Editore. Ha effettuato uno stage presso SIAE - Società italiana degli Autori ed Editori prendendo parte al progetto di archiviazione dei materiali museali appartenenti alla Biblioteca Museo Teatrale SIAE.
Piccoli comuni si raccontano

Piccoli comuni si raccontano: Intervista a Roberto Giuliani, Direttore del Conservatorio di “Santa Cecilia” ed Eleonora Pacetti, Direttrice di “Fabbrica” Young Artist Program

Piccoli comuni si raccontano

Nonostante la nuova battuta d’arresto per le attività culturali e artistiche, imposta dal DPCM firmato il 24 ottobre scorso, prosegue la narrazione di Piccoli comuni si raccontano, il progetto di Regione Lazio sviluppato in collaborazione con ATCL Lazio e Lazio Crea. In un momento di grande spaesamento per l’intero settore culturale, la proposta artistica di Piccoli comuni si raccontano, ha posto l’attenzione, oltre che sulla circolazione della cultura in territori spesso esclusi dai circuiti di distribuzione ufficiali, anche sulle possibilità lavorative offerte ai giovani talenti.

A partire da questa volontà, è stata rinnovata la partnership con il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” di Roma, già istituita per la prima edizione di Piccoli comuni si raccontano, ed è stata indetta una nuova collaborazione con “Fabbrica” Young Artist Program, il progetto del Teatro dell’Opera di Roma, realizzato al fine di favorire la trasmissione di sapere e la promozione di nuovi talenti nel campo dell’opera lirica.

Molti sono stati, nel corso di questo primo mese di programmazione di Piccoli comuni si raccontano, i momenti dedicati all’arte musicale e all’opera lirica affidati a giovani studenti che hanno saputo incantare le platee dei borghi laziali coinvolti nel progetto. 

Del valore assunto da questa operazione culturale per i territori e per gli studenti e le studentesse che, con la loro arte, li hanno attraversati, abbiamo discusso con il M° Roberto Giuliani, Direttore del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, e con Eleonora Pacetti, Direttrice di “Fabbrica” Young Artist Program, approfondendo la tematica della ripresa e della necessità di supporto economico e politico, espressa a gran voce dal settore dello spettacolo dal vivo.

Il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” di Roma è una delle massime istituzioni musicali sul territorio nazionale e internazionale. Su quali principi si fonda l’offerta formativa del Conservatorio?

Roberto Giuliani: L’offerta del Conservatorio è volta a formare un musicista completo, sia dal punto di vista della ampiezza e lunghezza della carriera formativa, sia dal punto di vista della completezza della formazione.  I Conservatori – come le altre Istituzioni del settore AFAM – Alta Formazione Artistica e Musicale: Accademie di Belle Arti, Danza, Arte Drammatica ecc. – sono un settore parallelo a quello dell’Università, e risultano quindi articolati in Trienni accademici e in successivi Bienni accademici specialistici. Prima però, è possibile seguire i Corsi Propedeutici, perché gli studi strumentali nella maggior parte dei casi vanno coltivati molto prima della maggiore età, motivo per cui è previsto l’accesso in Conservatorio anche per i piccoli “talenti precoci”, oltre alle possibilità offerte dalle convenzioni che il Conservatorio ha attive con associazioni che si occupano degli allievi più giovani.

All’altro estremo, dopo il Biennio, è stata attivata in questi ultimi anni un’offerta di Master post diploma  in grado di fornire un’ulteriore competenza professionale: Master in Artistic Research in Music (in collaborazione con l’Orpheus Institut di Gent), Canto (in collaborazione con il Conservatorio Nazionale Centrale di Pechino), in Film scoring, Improvvisazione coreutica e musicale (in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Danza), Interpretazione della musica contemporanea, Musica per Videogiochi.

Per quanto riguarda la completezza della formazione, oltre alla riscrittura aggiornata dei programmi di Triennio e Biennio, in Conservatorio sono stati attivati oltre 200 corsi e, tra le numerose discipline a disposizione, lo studente ne può scegliere diverse per completare il suo percorso e per seguire le sue inclinazioni e i suoi interessi, anche in prospettiva occupazionale.

Inoltre, l’attività di produzione del Conservatorio, costituita da numerose stagioni di concerti nei quali suonano perlopiù i migliori studenti e diplomati, consente loro di entrare presto in contatto con il pubblico e con gli apparati produttivi

Nonostante la vocazione internazionale, il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” mantiene aperto il dialogo con il territorio che ne ospita la sede. Ne è esempio la partnership avviata con il progetto Piccoli comuni si raccontano di Regione Lazio, sviluppato in collaborazione con ATCL e Lazio Crea. Che valore ha la presenza dell’istituzione sul territorio laziale e qual è la mission di tale collaborazione?

RG: Il Conservatorio “Santa Cecilia” è punto di approdo, da tutto il mondo, di studenti attratti dall’eccellenza delle scuole di Canto e di Strumento. Attualmente abbiamo studenti provenienti da ben 34 diversi Paesi, tanto da connotarci come l’ONU della musica. Una situazione privilegiata, di particolare importanza anche per la conoscenza reciproca delle differenze: sostengo spesso infatti che un quartetto, un coro o un’orchestra sono dei laboratori preziosi di dialogo e di pace, dove solo se ci si conosce e ci si rispetta si riesce a lavorare insieme, valorizzando le peculiarità.

Global, glocal, local…ci piace lavorare in tutte le dimensioni della comunicazione musicale, e non dobbiamo poi dimenticare come parte dell’utenza sia naturalmente quella del bacino romano e laziale. Per questo, pur avendo nella nostra sede di via dei Greci una delle sale da concerto più belle del mondo, siamo presenti a Roma in diversi luoghi, secondo una mia idea di “occupazione musicale” della città

Abbiamo così, per esempio, dato vita a una stagione di concerti dei nostri migliori giovani presso il Teatro Off off di via Giulia (I concerti della domenica); abbiamo recentemente partecipato, grazie alla collaborazione con Videocittà, alle cerimonie per la riapertura del monumentale Giardino delle cascate all’EUR, con l’Ensemble di trombe e percussioni, che ha dedicato un concerto alla memoria di Ennio Morricone, nostro ex allievo e prezioso amico, e in questi giorni siamo presenti ogni sabato (tempo e covid permettendo) con i nostri ensemble a Villa Borghese all’interno della mostra di arte contemporanea Back to Nature

Non solo Roma però, anche il territorio laziale è per noi da tempo oggetto di interesse, tant’è che già da prima della collaborazione con ATCL era stato varato il progetto della creazione di tre orchestre giovanili (ad Albano, Fiuggi e Rieti) di cui quella di Albano, la GIOCR – Giovane Orchestra dei Castelli Romani, ha già avuto il suo primo battesimo di pubblico lo scorso anno.

La collaborazione con il progetto Piccoli Comuni, oltre a essere quindi per noi naturale, in un progetto di comunicazione e diffusione più ampio possibile, da una parte permette ai nostri ragazzi di suonare in luoghi dove è possibile una dimensione rara del contatto col pubblico, dall’altra offre al pubblico occasioni che difficilmente – se si dovessero perseguire logiche commerciali – potrebbero aver luogo.

Quindi è un’occasione preziosa per avvicinare alla musica persone che ne sono costantemente private, vista l’assenza capillare sul territorio di “presidi musicali”, di questa possibilità. Il contatto visivo con il musicista, la magia delle prove, non possono infatti essere surrogati dai mass media, che non consentono un’esperienza profonda e partecipata del fare e ascoltare musica dal vivo.

La seconda edizione di Piccoli comuni si raccontano pone l’attenzione sui giovani talenti e sulle possibilità professionali loro offerte. Quali sono le azioni messe in campo dal Conservatorio di “Santa Cecilia” per accompagnare e immettere i propri studenti e le proprie studentesse nel mondo del lavoro?

RG: Come detto in parte precedentemente, una prima azione è costituita dallo strutturare dei percorsi di studio che tengano conto sia delle innovazioni didattiche, sia delle evoluzioni delle discipline, sia di un ampio spettro formativo, anche in prospettiva lavorativa. Così il musicista acquista anche una duttilità che nel mondo delle nuove professioni è particolarmente richiesta: non formiamo infatti solo ottimi cantanti e strumentisti, destinati per esempio a una carriera solistica o a un’attività orchestrale, ma anche insegnanti (nel corso di Didattica della musica), musicologi (nel corso di Discipline della storia della critica e dell’analisi musicale), compositori di Musica per le immagini ecc.

Dell’attività concertistica si è già detto, ma a questo deve aggiungersi il grande potere formativo offerto dalle esperienze internazionali: oltre ad avere una nutrita attività di scambi Erasmus (dedicata a studenti incoming e outcoming, per la quale il Conservatorio ha siglato più di 100 Inter-Institutional Agreement con le maggiori istituzioni formative europee), “Santa Cecilia” ha vinto come capofila importanti progetti europei estremamente innovativi (come Opera out of Opera, News in MAP, Italian film sounding ecc.) che coinvolgono diversi partner; a questo si aggiungono le attività di progettazione con Russia, Panama, Cina, Giappone ecc.), che consentono anch’esse a docenti e studenti di viaggiare, suonare con i colleghi stranieri, e conoscere gli altri sistemi formativi.  

La crisi sanitaria ha fortemente indebolito la dimensione live dei progetti artistici, musicali e spettacolari intervenendo, oltre che sull’ambito lavorativo e performativo, anche su quello didattico. Su quali criteri si basa il nuovo assetto formativo del Conservatorio? A pochi mesi dalla ripresa, qual è il bilancio delle difficoltà riscontrate dal settore e quali interventi ritiene necessari per la ripartenza? 

RG: Gli impatti sono stati diversi. La parte didattica, non appena tecnicamente possibile, è stata portata on line durante il periodo del lock down, grazie al grande impegno e disponibilità degli studenti e dei docenti.  È chiaro che se la normale didattica scolare soffre della dimensione non in presenza, si può facilmente immaginare quanto sia innaturale e poco produttivo far lezione di canto o di strumento attraverso un computer.

Per questo appena è stato possibile siamo tornati, seppur con le limitazioni dovute all’applicazione ferrea delle procedure di sicurezza, a diplomare gli studenti in Sala Accademica e a far lezione in presenza, anche se già in questi giorni riemergono ombre che minacciano non tanto le lezioni collettive (già programmate on line per l’anno accademico 2020/2021), ma anche le lezioni singole. Per non parlare dei problemi posti dagli ensemble, soprattutto canori e di fiati, nonostante siano stati acquistati pannelli di plexiglass ecc.

Per quanto riguarda la parte di ricerca e di progettazione, soprattutto internazionale, questa è proseguita on line, ma continuano a essere cancellati importanti incontri, come quello dell’AEC a Vienna, o il Cultural Forum a San Pietroburgo. Per i concerti, ovviamente tutte le stagioni  programmate nel 2020 si sono fermate, e per il momento siamo riusciti a riprendere con i concerti all’aperto già menzionati, e per i concerti al chiuso in Sala Accademica sono stati confermati per ora solo quelli legati a impegni internazionali, come la serie Europa in Musica, organizzata con il Cluster EUNIC – EU National Institutes for Culture, o il concerto Suoni del Mediterraneo per la presentazione dell’iniziativa Resq – People saving People, con Médecins sans Frontières.

La ripartenza non sarà un problema, quando le condizioni sanitarie lo permetteranno, e intanto il Conservatorio affronta giornalmente i problemi derivanti dalla estrema variabilità e imprevedibilità dell’emergenza Covid. Quello che preoccupa, e continuerà a preoccupare anche dopo, è la situazione della cultura in Italia. Comprendo i problemi economici del Paese, ma questa emergenza si è andata ad aggiungere a un’antica situazione di disinteresse nei confronti non solo della musica, ma in generale della conservazione produzione e diffusione culturale, con atteggiamenti che oscillano dall’infastidito assistenzialismo, alla malsana idea che la cultura debba e possa autofinanziarsi.

Nei Paesi compiutamente civili questo non accade: lo Stato investe in cultura e in formazione perché questo crea un cittadino migliore, e tra l’altro potenzia anche un indotto turistico e commerciale. Provate a pensare di chiudere musei e teatri italiani, e vedrete quale inabissamento in numero e in qualità avrebbero i flussi turistici. Ma questo bisogna ogni volta rispiegarlo alla classe politica di turno, perché ormai manca questa sensibilità nella formazione degli italiani e gli effetti si vedono, purtroppo in tutti i settori, nel peggioramento dei comportamenti e del tessuto sociale.

La grande tradizione dell’opera lirica italiana è un valore che rende il nostro paese un importante approdo per studenti e studentesse provenienti da ogni parte del mondo. Dal 2016, anno della sua fondazione, “Fabbrica” Young Artist Program promuove i giovani talenti dell’opera lirica sostenendone la formazione. Quali sono i punti cardine del progetto?

Eleonora Pacetti: La possibilità di esibirsi in palcoscenico e l’esperienza di un training specifico per le audizioni e le performance sono i punti cardine di “Fabbrica” Young Artist Program. 

“Fabbrica” Young Artist Program, oltre a sostenere la formazione, prevede l’inserimento nell’ambito professionale con un percorso costruito ad hoc per ciascun partecipante di studio e lavoro presso il Teatro dell’Opera di Roma. Quali sono gli step previsti dal progetto per condurre i partecipanti alla professionalizzazione?

EP: Si parte dall’esperienza di andare in scena con ruoli piccoli e cover per poi interpretare ruoli più importanti. Inoltre gli artisti vengono presentati alle agenzie che saranno coloro che costruiranno la loro carriera un domani.

A partire da quest’anno il Teatro dell’Opera di Roma, attraverso “Fabbrica” Young Artist Program, figura tra i partner del progetto Piccoli Comuni si raccontano, una collaborazione, questa, che rappresenta un impegno, da parte delle istituzioni nel fornire ai giovani nuove occasioni per esplorare le possibilità lavorative offerte dal territorio laziale e per entrare in relazione con il pubblico. Quanto conta per “Fabbrica” Young Artist Program diffondere la tradizione dell’opera lirica italiana anche nei piccoli borghi del Lazio, attraverso il talento dei propri studenti?

EP: E’ davvero molto importante: il contatto con la “base” è una benzina che ci aiuta a mantenere vivo l’entusiasmo per il lavoro, come accaduto nel 2017 e nel 2018 quando abbiamo portato l’Opera nelle piazze di Roma e del Lazio (Amatrice, Accumoli, Leonessa, Cittareale, Borbona, Poggio Bustone, Frascati, Alatri) con il progetto Opera Camion, in cui sono stati coinvolti gli artisti di “Fabbrica” YAP (non solo cantanti, ma anche pianisti ed il gruppo regia) e il pubblico ha risposto con tanto entusiasmo.

Alcuni giorni fa l’ANFOLS ha diffuso un appello dei teatri d’opera per sostenere le riaperture, ponendo l’attenzione sull’insostenibilità delle future programmazioni a seguito delle misure restrittive sulle capienze delle platee. Di quali condizioni necessita il settore per avviare una ripartenza che, nonostante l’incertezza, sia in grado di consentire il prosieguo delle attività dei teatri d’opera e l’impiego dei suoi lavoratori e delle sue lavoratrici?

EP: Difficile dirlo in un momento come questo. A nuove situazioni non si possono incollare modelli vecchi: la creatività e l’immaginazione dovranno, ora più che mai, dare luce ad idee nuove.

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Candy

DRAMMATURGIA: Candy, memorie di una lavatrice di Iris Basilicata

Candy
Candy, memorie di una lavatrice – Ph Flavio Bruno

Introduzione al testo

Nuova lavatrice lanciata sul mercato, 11 morti e 17 feriti!

Un polveroso capanno degli attrezzi nelle campagne del ragusano. Candy, maldestro e dolce elettrodomestico di classe A++, studia per diventare la miglior lavatrice d’Italia. Candy è un elettrodomestico fiero di esserlo: nella sua apparente e solitaria quadritudine è l’analista della stramba famiglia in cui vive. La sua vita Candy viene scossa dall’arrivo di una nuova coinquilina: Elena Biru, nome di fantasia di una giovane rumena addetta alla raccolta dei pomodori delle serre del Padrone e presentata come un vero e proprio oggetto dalle altissime caratteristiche e competenze. Così Candy tra una centrifuga e l’altra diviene custode dei segreti più reconditi, schifosi ed inconfessabili della casa. Ma uno è più inconfessabile di tutti. Nel 2014 il settimanale L’Espresso pubblicò una inchiesta su oltre cinquemila donne rumene schiavizzate nei campi di Ragusa ed impiegate come braccianti sottopagate per la raccolta dei pomodori. Alcuni anni più tardi, nel 2017 un ulteriore articolo riportava la notizia di braccianti letteralmente imprigionate e soggiogate dai padroni delle serre agricole. Nulla era dunque cambiato. È stato così che ho sentito l’esigenza di scrivere un testo su ciò che stava accadendo. L’omertà, il concetto di padre padrone, la supremazia e la vittoria dell’uomo sulle debolezze umane sono racchiuse in una serie di storie raccolte da Stefania Prandi nel suo libro “Oro rosso”, preziosissima fonte di cui mi sono servita per la stesura del testo. Molte di queste donne hanno deciso di uscire allo scoperto interrompendo il loro silenzio e rendendo pubblici gli orrori e i soprusi a cui sono costrette tuttora a sottostare.

A tutte le lavatrici. A tutte le Elene. 

Leggi il testo di Candy, memorie di una lavatrice 
−schifosamente tratto da storie vere e mai lavate di Iris Basilicata

Biografia di Iris Basilicata

Si diploma nel 2012 come attrice ed aiutoregista presso la scuola Internazionale Circo a Vapore di Roma. Nel 2019 consegue il master in drammaturgia presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma. Segue numerosi workshop di recitazione con Massimiliano Farau, Filippo Gili, Pier Paolo Sepe, Michael Margotta e Riccardo Vannuccini. Dal 2017 collabora con l’associazione culturale Artestudio Teatro partecipando a diversi laboratori come conduttrice sul territorio laziale in diverse carceri, centri di igiene mentali e centri accoglienza per rifugiati. Con Artestudio Teatro lavora come attrice in progetti sia italiani che esteri. Nel 2018 vince l’XI edizione del premio Giovani Realtà del Teatro per la sezione monologhi con il testo Candy, memorie di una lavatrice – schifosamente tratto da storie vere e mai lavate

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Piccoli comuni si raccontano. Intervista ad Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio

Investire su progetti che mirino alla valorizzazione della cultura e del territorio è un valoroso atto di premura nei confronti della comunità. Atto che, nell’odierna, complessa condizione di incertezza, assume connotati politici e sociali. Piccoli comuni si raccontano, il progetto della Regione Lazio, realizzato con ATCL Lazio e Lazio Crea, inaugurato lo scorso anno con grande successo di pubblico, con questa seconda edizione rinnova la volontà di rendere l’offerta culturale accessibile a tutte e a tutti. Il talento di grandi artisti e artiste della scena musicale e teatrale italiana, ha allietato 33 borghi laziali, con meno di 5000 abitanti, per una ricca programmazione autunnale. 

Ponendo, inoltre, grande attenzione alle opportunità di lavoro offerte ai più giovani, con eventi della rassegna dedicati agli studenti e alle studentesse del Conservatorio di Santa Cecilia e di FABBRICA YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera di Roma, Piccoli comuni si raccontano si fa specchio dell’impegno mostrato, in tale direzione, dalle istituzioni.

A questo proposito abbiamo intervistato Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio, che ha raccontato le azioni messe in campo dalla Regione a sostegno del settore, con particolare dedizione alla formazione dei giovani e all’inclusività culturale.

Con la seconda edizione di Piccoli comuni si raccontano, Regione Lazio con ATCL rafforza il sostegno rivolto al comparto culturale ponendo l’accento non solo sulla qualità della proposta artistica, ma anche sulla riscoperta del territorio. In cosa si sostanziano le azioni della Regione di incentivazione e supporto alla cultura e quali sono gli obiettivi?

Quella tra cultura e territorio è una sinergia inscindibile. Progetti come Piccoli comuni si raccontano rappresentano perfettamente la linea seguita in questi anni dal Presidente Zingaretti per la promozione e valorizzazione del patrimonio culturale e delle eccellenze artistiche del Lazio. La nostra storia, le nostre tradizioni, i nostri paesaggi non possono non diventare parte di una strategia integrata di rilancio del settore culturale e per questo stiamo agendo a 360 gradi, in un’ottica sempre di proficua collaborazione con le istituzioni locali e tutte le realtà del territorio.

Come Regione, anche nel 2020, un anno complesso in cui l’emergenza sanitaria ci ha posto di fronte a difficoltà prima inimmaginabili, abbiamo investito importanti risorse a sostegno dell’intero settore culturale. Dai luoghi della cultura al cinema, dallo spettacolo dal vivo alle associazioni e imprese culturali, ad ognuno di questi settori abbiamo dedicato diversi avvisi pubblici destinati allo sviluppo di progetti di promozione culturale, rassegne, eventi (sempre in grado di assicurare il rispetto del principio del distanziamento sociale), ma anche al sostegno di canoni di affitto, lavori di ristrutturazione, funzionamento e attività.

Per stimolare la ripresa, la Regione ha inoltre messo in campo diverse misure volte alla semplificazione amministrativa ma anche alla sperimentazione di nuove modalità di fruizione degli eventi da parte del pubblico al fine di garantire la diffusione della cultura in piena sicurezza. Il nostro obiettivo, ora ma anche e soprattutto quando ci saremo lasciati alle spalle l’emergenza sanitaria, è quello di portare la bellezza in ogni angolo del Lazio e dare a ogni lavoratore della cultura, dello spettacolo e del cinema la possibilità e la certezza di essere parte integrante e fondamentale di questo immenso patrimonio.

Il progetto Piccoli comuni si raccontano si inserisce nel più ampio quadro di delocalizzazione dei processi culturali che, nel Lazio come sull’intero territorio nazionale, sta incrementando la circolazione di un’offerta artistica anche in luoghi solitamente esclusi dai circuiti di distribuzione, facilitando ai cittadini di piccoli centri abitati l’incontro con l’arte e la cultura. Come si pone la Regione rispetto a questi nuovi criteri di circuitazione culturale e quali benefici, tenendo anche conto dei risultati della prima edizione di Piccoli comuni si raccontano, sono riscontrabili per le comunità locali?

La Regione sta lavorando molto per garantire a tutte e a tutti la fruizione di un’offerta culturale ampia e di qualità anche oltre i confini della Capitale. Iniziative come Piccoli comuni si raccontano rappresentano un’occasione unica per ogni cittadino del Lazio di incontrare i grandi protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo. In questo senso, abbiamo attivato da tempo collaborazioni importanti anche con le grandi istituzioni culturali del territorio come l’Accademia di Santa Cecilia e il Teatro dell’Opera che non solo hanno portato nel territorio regionale le loro produzioni ma hanno creato anche importanti occasioni di coinvolgimento e formazione del pubblico e delle comunità, in particolare per i più giovani.

Nel caso di Santa Cecilia, ad esempio, è stata intrapresa un’importante azione di coinvolgimento dei comuni dell’area del sisma, anche durante il lockdown, con corsi online per le realtà soprattutto bandistiche locali. È fondamentale per noi che la cultura esca anche fuori dalle sale e arrivi a quanti di solito non frequentano i luoghi della cultura tradizionali, in particolare i più giovani ma anche coloro i quali, ad esempio, vivono in territori lontani da Roma.

Tra i settori più colpiti a causa della diffusione della pandemia vi sono il turismo e lo spettacolo dal vivo. Uno dei punti di forza di Piccoli comuni si raccontano è la capacità di creare un ponte tra i due settori, generando un indotto per le imprese locali e tessendo nuove possibilità di accrescimento culturale. Quali sono, da tale punto di vista, i margini di crescita del progetto e che valore acquisisce Piccoli comuni si raccontano in questo momento storico?

Iniziative come Piccoli comuni si raccontano, grazie anche al prezioso lavoro di ATCL, sono l’esempio perfetto dell’impegno della Regione nel difendere e valorizzare l’immenso capitale culturale, urbano e sociale delle comunità locali. Queste iniziative sono fondamentali non solo perché ogni singolo abitante del Lazio possa partecipare alla vita culturale ma anche per promuovere le proprie bellezze naturali e storico-artistiche, l’artigianato locale e le produzioni di qualità.

Portare spettacoli come quelli contenuti in questa rassegna nei piccoli borghi della regione è un ulteriore passo in avanti verso una concezione più completa e inclusiva del territorio. I numeri sino ad ora ci hanno dato ragione: il pubblico non si è fatto attendere e, oltre i nostri confini, la visibilità  dei territori anche più lontani da Roma si sta allargando. Dobbiamo e vogliamo continuare a lavorare in questa direzione.

La collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia e con FABBRICA YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera di Roma, dimostra l’attenzione di Piccoli comuni si raccontano, e dunque della Regione, verso i giovani e verso le possibilità formative e professionali loro offerte. Quanto conta, considerando il tema della ripartenza del comparto culturale, investire sulla formazione e sull’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro?

La formazione dei giovani e il loro inserimento lavorativo è certamente tra le nostre priorità e lo abbiamo dimostrato. Oltre alle esperienze da voi citate e fortemente sostenute dalla Regione, investiamo importanti risorse in percorsi formativi per i giovani del Lazio anche nell’ambito delle arti, della cultura e dell’enogastronomia. È il caso di Officina Pasolini, laboratorio gratuito di Alta Formazione del teatro, della canzone e del multimediale; c’è la Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volonté”, anche questa pubblica e gratuita, che offre un percorso triennale dedicato alle principali professioni del cinema e dell’audiovisivo. Dedicati alla formazione, sono anche i nuovi piani che abbiamo inaugurato al WeGil, l’hub culturale della Regione nel cuore del quartiere Trastevere a Roma.

Qui sono già cominciate le lezioni della Scuola Volontè e, prossimamente, partirà anche il  WeGil Food Lab – Accademia del Cibo ARSIAL, un progetto inedito dedicato alla formazione enogastronomica d’eccellenza, pubblica e gratuita, a cui potranno accedere tanti giovani di talento grazie all’impegno dell’Agenzia regionale ARSIAL e di Agro Camera, l’Azienda speciale della Camera di Commercio di Roma. Tanti tasselli di un unico grande progetto: concedere a tutte e a tutti nuove prospettive affinché si possa contribuire insieme alla crescita del nostro territorio.

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Zut!

Spazio Zut!: la ricerca nel cuore di Foligno. Intervista a Emiliano Pergolari e Michele Bandini

Zut!
Spazio Zut!

Zut! è una realtà profondamente calata nel territorio di Foligno, uno spazio che nel mantenere saldo il legame con la comunità locale e con gli artisti e le artiste che sostiene, volge lo sguardo all’internazionalità e alla costituzione di una rete che si faccia amplificatore di possibilità di ricerca e di confronto. Dal Palazzo delle Logge, situato nel cuore della città, Emiliano Pergolari e Michele Bandini portano avanti la direzione artistica di Zut! dal 2014, promuovendo la realizzazione di progetti culturali e artistici, progetti di produzione legati al teatro, alla danza, la musica e le arti visive e performative. 

Dal 2018 lo spazio è entrato a far parte del progetto C.U.R.A., Centro di Residenze Umbre, affermandosi come centro di residenza artistica, con la volontà di istituire nuove pratiche per curare e favorire la crescita di identità creative e di nuove progettualità, in un percorso comunitario condiviso con altri spazi.

Il lockdown non ha interrotto l’attività artistica del collettivo che anima lo spazio che, in quel tempo sospeso, ha realizzato il radiodramma La Quarantena del Signor Zut e #IORESTOZOEGARAGE, due progetti artistici home edition inseriti nel programma del Festival Strabismi 2020. Intervistati, Michele Bandini ed Emiliano Pergolari hanno raccontato mission del progetto, prospettive future dello spazio e il percorso artistico mutato e ricostruito durante la pandemia.

A quali esigenze della scena artistica umbra ha risposto la creazione di Spazio Zut! e qual è la mission del progetto?

Emiliano Pergolari: crediamo che il nostro progetto sia rivolto a tutta la comunità e a tutto il territorio, a partire dagli artisti. Da questo punto di vista crediamo che in questi anni lo ZUT abbia rappresentato un punto di riferimento per la scena umbra e per i vari linguaggi, fermo restando che l’interdisciplinarietà e la mescolanza fra le varie arti rientra da sempre nella natura della nostra mission.

Ci siamo sempre posti l’obiettivo di dare delle possibilità e delle risposte adeguate ai percorsi specifici, alle volte accompagnando la crescita formativa di artisti in fieri, o emergenti, altre ancora offrendo la possibilità di mostrare il proprio lavoro, o di aprire un confronto con noi e con il pubblico.

Questa nostra natura di casa/scuola/vetrina appartiene sicuramente alla nostra mission che prevede uno spazio, non solo fisico, in cui sia possibile un incontro vero tra gli artisti, tra gli artisti e la comunità, tra le persone, cercando i modi per costruire e rigenerare le relazioni umane. Crediamo che in questo senso la cultura possa realmente rappresentare un valore aggiunto all’interno di una comunità e di un territorio.

A seguito della pandemia, il settore culturale ha subito una forte crisi che è ricaduta anche sugli spazi. Quanto sono cambiate, se sono cambiate, le vostre prospettive progettuali? Su cosa avete deciso di puntare per la ripartenza?

Michele Bandini: il lockdown è stato per noi, come per molti altri, un momento di sospensione che ci ha prepotentemente messo di fronte a un cambio di prospettiva. Da un pieno di vita e di attività a un vuoto che ci ha fatto mettere in discussione il nostro fare quotidiano e progettuale. Abbiamo risposto reattivamente, traducendo alcune attività on-line con l’intento di mantenere vivo il legame con la comunità a cui apparteniamo, ma ci siamo anche presi del tempo per riflettere internamente sul futuro. 

Abbiamo intrapreso un percorso collettivo di riorganizzazione interno allo spazio per reinventare un futuro prossimo in cui le attività possano essere il più fluide e malleabili possibili, progettando sempre con la consapevolezza della fragilità di lavorare a lungo termine in questo momento.

La prima azione di riapertura, in estate, è stata quella di ospitare una residenza artistica tecnica volta allo sviluppo di un’applicazione realizzata dalla compagnia Kokoschka Revival; la seconda è stata quella di ideare e promuovere, insieme al Centro di Residenze Umbre C.U.R.A., il bando Fase X, percorso formativo on line per 10 artisti che propone un’indagine e uno studio sul rapporto tra arti performative e dimensione digitale.

Una formazione a distanza strutturata secondo una formula che prevede il dialogo e lo scambio di pratiche, realizzata con il supporto di tutor e formatori nazionali e internazionali di alto livello. Da queste due operazioni emerge il nostro progetto a lungo termine: approfondire il tema dell’ibridazione dei linguaggi, la natura del rapporto tra arte performativa e dimensione digitale, tra presenza e assenza, esplorandone le potenzialità e le criticità. 

Questo itinerario progettuale prevede, da un lato, il mantenimento dei percorsi formativi per non professionisti e, dall’altro, ipotizzare un potenziamento dell’aspetto formativo in ambito professionale con una vocazione multidisciplinare.

Poi, ancora, ospitare residenze artistiche dei vari linguaggi favorendo la contaminazione delle arti; programmare all’interno delle nostre stagioni, progetti di teatro, musica, danza realizzati in rete con strutture e soggetti regionali, nazionali e internazionali per alimentare e sostenere la nostra vocazione di spazio di provincia, in stretta relazione con la comunità locale di riferimento ma anche in dialogo e scambio con una dimensione nazionale e transnazionale.

La Quarantena del Signor Zut è un progetto nato durante il lockdown, un radiodramma che racconta il confinamento attraverso la vicenda di un personaggio dei fumetti animato dalla voce di Michele Bandini e di altri artisti che hanno aderito all’iniziativa. In un tempo in cui la frenesia tecnologica ha finito per oscurare il predominio che la radio ha avuto nel secolo scorso, da dove deriva la scelta di realizzare un radiodramma?

MB: La Quarantena del Signor Zut è stata una delle nostre risposte al lockdown, con la volontà di tenere vivo un legame tra lo spazio e le persone che seguono le nostre attività. L’idea del radiodramma arriva da un mio precedente percorso artistico volto allo studio e alla ricerca del rapporto tra teatro e radio, tra scena ed elemento sonoro, tra voce e dispositivo microfonico.

Il radiodramma è stato realizzato grazie al facile accesso odierni alla tecnologia che permette di realizzare progetti sonori di buona qualità acustica, anche in una dimensione domestica. Il progetto è stato interamente realizzato in casa. Ho creato un piccolo studio di fortuna in cui registrare la mia voce e  paesaggi sonori, mentre i materiali che ho chiesto di registrare agli artisti coinvolti nel progetto sono stati condivisi tramite telefono. 

Penso che ad oggi ci sia un rinnovato interesse per la dimensione radiofonica, vista anche la proliferazione di podcast e webradio. Trovo che si sia attivato un processo estremamente fecondo, in cui poter immaginare lo sviluppo di percorsi artistici che possano re-inventare un modo nuovo di ascoltare il teatro alla radio, di creare teatro radiofonico e di immaginare un nuovo rapporto tra dimensione visiva e acustica.

Un rapporto, questo, capace di sondare in profondità il potere speculativo, immaginativo, visionario del rapporto tra dimensione sonora del reale e amplificazione, elaborazione, frammentazione dei segni sonori, dei contenuti di senso o di narrazione.

Nel rinnovato rapporto tra tecnologia e umanità, tra spazi digitali e reali, tra presenza e assenza, può nascere un rinnovato interesse per la dimensione dell‘ascolto, intesa al tempo stesso come esperienza intima e condivisa, privata e pubblica, individuale e collettiva, viste anche le infinite possibilità di costruzione e di fruizione delle creazioni sonore.

Durante la quarantena avete lavorato anche a #IORESTOZOEGARAGE, un progetto video di cui saranno presentati gli esiti in una conferenza al Festival Strabismi. Entrambe le proposte dimostrano la volontà di continuare a dedicarvi alla vostra attività artistica nonostante gli impedimenti sorti in era covid. Come vi ponete rispetto al dibattito sul teatro in video?

EP: Crediamo che il dibattito rientri nel più ampio quadro delle relazioni tra teatro, arti performative, tecnologia e digitale. Si tratta di una discussione sicuramente complessa e variegata. Certo è che, in una fase come quella che abbiamo attraversato, ognuno di noi ha avuto la possibilità di riconsiderare e rivalutare il proprio percorso e le proprie pratiche.

Questa pausa forzata dello spettacolo da vivo, delle prove, delle residenze, dei percorsi formativi, ha portato alla luce tutta una serie di proposte legate al digitale, ai social, alle varie piattaforme, che di fatto hanno costituito una seconda strada per gli artisti e per quanti hanno voluto esporsi in tal senso. Molte volte anche in maniera discutibile.

Se da un lato, questa non può essere una risposta sostitutiva della presenza in teatro o in un luogo di spettacolo, dall’altro lato crediamo che chiudersi completamente alle possibilità offerte dal digitale, più che una posizione politica o una reale esigenza, rappresenti un atteggiamento di rifiuto che sicuramente non crea le condizioni per un reale dibattito.

Da sempre, tra l’altro, l’attore, il regista, il performer, cercano di uscire dalla comfort zone, di provare nuove strade, magari meno chiare e meno battute. Forse, oggi, è proprio questa la vera sfida. Detto ciò, ovviamente, è  sano e normale che ogni artista scelga il proprio percorso e faccia le proprie scelte anche in questo senso.

Per quanto riguarda #IORESTOZOEGARAGE, si tratta di un piccolo esperimento di laboratorio nato nel momento in  cui  la stretta causata dal virus ci ha impedito di continuare i percorsi formativi dello Zut!, per l’appunto i laboratori ZoeGarage. #IORESTOZOEGARAGE è una rubrica settimanale in cui abbiamo raccontato come, nonostante tutto,  avessimo voglia di continuare  a incontrarci e di proseguire i nostri percorsi.

Lo consideriamo un progetto di laboratorio teatrale senza teatro, che prova a sperimentare e a reinventare parole, immagini, suoni all’interno di un processo creativo sicuramente inedito, rischioso e proprio per questo stimolante. Le restituzioni dei percorsi sono state varie, dal video sotto forma di promo alla mini serie video/teatrale, dal radiodramma alla videopoesia ispirata dalle parole di Mariangela Gualtieri.

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Gianni Bellani Baglioni

Di intrecci mitologici e antiche tradizioni. L’Umbria in scena a Strabismi 2020

Quella umbra è una storia fatta di intrecci mitologici e antiche tradizioni. Nel cuore dello stivale, il teatro vive nel lavoro di artiste e artisti che hanno fatto degli echi archetipici della Grande Madre Umbria, il solco nel quale far germogliare i rigogliosi semi dell’arte. Perché le leggendarie visioni che ne colorano il respiro terroso, non si disperdano nel bailamme del nuovo mondo che incede, assorbendo la memoria dei padri. La nostra memoria.

È su questa volontà che Strabismi Festival 2020 ha costruito la programmazione della VI edizione, affidando il palco del Teatro Thesorieri di Cannara ad artisti del territorio, che di questi luoghi narrano anima e leggende. Si inizia il 6 ottobre, con Maria Anna Stella in scena con Terrae Motus/Motus Animae, un’antologia di confessioni raccolte sul campo, rielaborate in uno spettacolo intimo e profondo sui risvolti psicologici della comunità nursina interessata dal terremoto del 2016.

Terrae Motus/Motus Animae – Maria Anna Stella

Terrae Motus/Motus Animae si origina da testimonianze audio/video raccolte a seguito del terremoto che ha interessato il territorio nursino nel 2016. Come hai lavorato sul materiale raccolto rispetto all’elaborazione drammaturgica, riuscendo a tenere fede alla profondità di un racconto tanto doloroso come quello che ti è stato affidato dalla comunità?

Maria Anna Stella: Il lavoro radiofonico Ora – Un anno col terremoto, andato in onda nel 2017 per Rai Radio Tre, è stata la prima occasione per conoscere nel profondo la terra dove sono nata, Norcia e le sue voci. Avevo appena vissuto il terremoto e assieme al mio amico Jonathan Zenti, con il quale avevamo già realizzato degli audiodocumentari, cominciai un lavoro sul campo, di ascolto, selezione e ricerca di ciò che stava accadendo a me e agli altri, dentro e fuori.

Le voci, i racconti, “le confessioni” come le ha giustamente chiamate il mio maestro Roberto Ruggieri del Centro Universitario Teatrale di Perugia, che ha curato la drammaturgia di Terrae Motus, sono emerse dopo un lungo lavoro di indagine che non ho mai più interrotto da quel momento. Dal 2017, infatti, parallelamente alle interviste che conducevo, ho elaborato e sviluppato il materiale raccolto con la necessità di restituirlo prima di tutto al territorio e alle persone. Le “confessioni” nascono da ore di ascolto reciproco, da un tempo che io e gli altri dedicavamo ai pensieri che tormentavano e ingombravano la nostra mente.

In Terrae Motus/Motus Animae sei corpo e voce delle “sismicità interiori” di un’intera comunità, di vivi e di morti. Qual è lo scopo di questo processo artistico e quanto il potere catartico del teatro può ancora essere utile alla costituzione di una memoria storica che si faccia elemento catalizzatore di una rinascita comunitaria?

MAS: Ho riflettuto molto sul senso di fare teatro per ricostruirsi dentro, insieme alla comunità. Che ruolo aveva il teatro in un momento particolare come quello che stavo vivendo? Ho pensato che fosse necessario un teatro che va dalle persone,  che le rende protagoniste del loro processo di cambiamento personale e collettivo, mettendone in risalto gli aspetti innovativi, propulsivi, reconditi che quella scossa aveva generato. Ecco, forse Terrae Motus è un esperienza che mi ha permesso di esorcizzare il dolore e trasformarlo in qualcos’altro.  Non è un lavoro sul terremoto del 2016, ma un viaggio attraverso i terremoti dell’anima.

In C’era una volta in Umbria, di e con Silvio Impegnoso, in anteprima a Strabismi Festival il 7 ottobre, protagonista è la leggenda folignate del Dottor Cavadenti. Un anarchico genio degli affari che da Foligno, “Lu centru de lu munno”, con mirabili visioni ci trasporta nel lontano Giappone creando un’inaspettata connessione tra antichissime tradizioni.

C’era una volta in Umbria – Silvio Impegnoso

C’era una volta in Umbria parte dalla ricostruzione filologica delle vicende che hanno interessato negli anni addietro alcuni abitanti di Foligno, in particolar modo quelle anarchiche e rocambolesche del Dottor Cavadenti. Nonostante il metodo di tessitura della drammaturgia parta dalla raccolta di testimonianze dirette, il risultato non vuole essere la creazione di una storia, bensì di una mitologia. Quand’è che la storia diventa leggenda e come questo racconto si fa eco della storia dell’intera Umbria?

Silvio Impegnoso: Fin da bambino sono entrato in contatto con storie che riguardavano la città di Foligno, nel periodo che va dal dopoguerra agli anni Novanta. Tutte venivano presentate come rigorosamente vere, e non mi è mai interessato scoprire se lo fossero o se mescolassero verità e menzogna in proporzioni variabili. Mi avvinceva piuttosto l’affresco coloratissimo che, complessivamente, andavano a dipingere. Ci sono entrato in contatto tramite gli amici di famiglia, i vicini di casa, i veri protagonisti di queste storie, andando a creare una sorta di “campionario di personaggi leggendari locali”.

Alcuni di questi personaggi ricorrevano spesso nei racconti dei folignati, ma solo due elementi sembravano essere onnipresenti: un luogo e una persona. Il luogo è il Caffè Sassovivo, storico bar del centro dove si ritrovava la bohème e in cui, al centro di un tavolo da biliardo, era custodito il piccolo birillo rosso considerato da tutti i folignati il centro dell’universo conosciuto e per il quale la città conserva ancora il suo soprannome: “Lu centru de lu munnu”.

La persona invece, era il Dottor Cavadenti, personaggio liberamente ispirato a un genio degli affari e dell’azzardo realmente vissuto a Foligno. Quando ho iniziato a scrivere C’era una volta in Umbria avevo bisogno di una chiave per entrare in quel mondo così variopinto di racconti e di una bussola per non perdermici. Cavadenti è stato quella bussola e quella chiave. 

Ho iniziato a raccogliere le testimonianze e, nello scoprire la sua parabola affaristica e umana, il termine mitologia è iniziato a sembrarmi sempre più appropriato. Non si tratta solo del destino individuale di un uomo, ma di una figura profondamente radicata nell’immaginario e nello spirito della città. Questa parabola non appartiene solo al territorio folignate, in tutta l’Umbria si trovano storie di mecenati, cultori delle lettere e delle belle arti.

Non mi sembra un caso: molta della nostra cultura locale ha le sue radici nel monachesimo e nei movimenti spirituali del medioevo. I monaci, in particolare quelli benedettini, sono stati i primi uomini di lettere a dedicarsi attivamente all’agricoltura e all’architettura, rifiutando un ideale unicamente contemplativo di vita spirituale e orientandosi verso una sorta di “filosofia pratica”, con l’obiettivo di migliorare il territorio in cui vivevano.

Il paesaggio umbro in cui si disloca la storia è rappresentato da un puzzle/mosaico che richiama la pittura giapponese. Un immaginario, quello nipponico, che si mescola a quello umbro, trovando un riverbero nella costruzione scenografica, gestuale e performativa dello spettacolo. In che modo l’iconografia giapponese ha guidato il lavoro e dove risiede il punto di giuntura tra queste tradizioni così lontane?

SI: La prima fase di scrittura di questo lavoro è stata una vera e propria indagine: ogni persona con cui parlavo apriva nuove piste da seguire. Il Giappone, con tutto il portato che ha per noi di ignoto e di incanto, è entrato nel lavoro proprio perché legato a doppio filo con la storia del Dottor Cavadenti. A un certo punto è saltata fuori una grande amicizia con un pittore giapponese trasferitosi in Italia. Con lui, Cavadenti decide di aprire un’associazione per la diffusione della cultura giapponese in Umbria senza alcuno scopo di lucro.

Nel contatto con il Giappone che deriva da questa amicizia, si rivela qualcosa di profondo della natura del Dottor Cavadenti: il suo più grande obiettivo non era la ricchezza economica ma l’incontro con la bellezza sconosciuta, con l’ignoto lontanissimo che riesce a riconoscere come simile e amico. Così, il Giappone è diventato in qualche modo l’”orizzonte poetico” di tutto il lavoro.

Da qui la scelta, maturata nel tempo insieme alla pittrice e artista Federica Terracina, di affiancare alla narrazione la costruzione in scena di un mosaico che si rivela essere un paesaggio umbro disegnato con uno stile astratto che ricorda la pittura giapponese, unendo così idealmente i due mondi e creando uno sfondo a tutto il racconto che non è tanto un paesaggio realistico quanto un “paesaggio dell’anima”, sul quale si stagliano le varie figure della storia, principali e non.

Inoltre, il contatto col Giappone riverbera anche in un momento di danza che richiama varie figure dell’iconografia giapponese, da Hokusai fino a Super Mario e Dragon Ball, oltre che nella scelta musicale. All’interno dello spettacolo, il Giappone assume un ulteriore significato: intitolare un lavoro “C’era una volta qualcosa” significa anche inserirlo all’interno di una tradizione cinematografica, quella che va da C’era una volta in America e Giù la testa (il cui titolo originale era C’era una volta la rivoluzione), a C’era una volta a Hollywood.

Tutti questi film hanno in comune il fatto di raccontare la storia di un’amicizia virile che cresce e si consolida, mentre il mondo in cui è nata sta giungendo al declino. Nel caso di C’era una volta in Umbria si tratta del micro-mondo della Foligno del dopoguerra e degli anni ‘70 ma la dinamica è simile.

La coppia di amici storica e inossidabile è rappresentata da Cavadenti e Slender, suo amico d’infanzia e compagno di scorribande per tutta la vita, sorta di “ronin” del Partito Comunista che al momento del declino di quest’ultimo si ritrova senza una causa per cui combattere. Yomi, e quindi il Giappone, rappresentano l’elemento altro, l’imprevisto che fa prendere una piega diversa alla vicenda e che ne offre al tempo stesso una chiave di lettura.

L’11 ottobre, a concludere il focus Umbria e a chiudere l’edizione 2020 di Strabismi Festival, lo spettacolo Gianni, di Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani. Il ritrovamento di cassette contenenti le registrazioni della voce dello zio di Caroline Baglioni, si fanno, in questo monologo, schegge di memoria da cui si dipana l’universale sofferenza dell’uomo.

Umbria
Gianni – Baglioni/Bellani

Qual è stato il percorso di costruzione drammaturgica e scenica avviatosi con l’ascolto delle tracce audio registrate da Gianni? 

Caroline Baglioni: Le tre audiocassette incise da Gianni alla metà degli anni ‘80 contengono, una “materia” drammaturgica potente. Si entra in contatto con l’intimità di una persona realmente vissuta, il suo disagio, l’isolamento, una voglia smisurata di vivere e comunicare al mondo un profondo desiderio di ascolto.

Ma c’è anche molto altro: la voce di Gianni, le sue lucide analisi, la sua autoironia, la musica che ascolta, i libri che legge, i commenti sulle situazioni di vita o le critiche dei film, ci fanno sentire il respiro di un’epoca e i contrasti di un’intera generazione. L’epoca è quella dei favolosi anni ’80 ovvero la splendida  promessa di un gigantesco spettacolo che durerà per sempre. I contrasti sono quelli dell’individuo che non riesce ad aderire ai modelli dominanti del paese dei balocchi, al successo imposto dagli eroi della carta patinata e del telecomando.     

Michelangelo Bellani: Quando hai la grazia di trovare una storia di questa forza e intensità, non è facile immaginare il modo di “tradurla” senza farle violenza. Il percorso drammaturgico, infatti, non è stato così immediato come la certezza che quella di Gianni sarebbe stata una grande avventura teatrale. Dovevamo infrangere un certo numero di Tabù. Primo fra tutti quello che la voce di Gianni non poteva essere violata. All’inizio, infatti, per noi si trattava soltanto di darle una cornice e lasciarla all’ascolto.

Ben presto però ci siamo resi conto che nessuna cornice, per quanto suggestiva e rifinita, poteva frapporsi alla sua intraducibile autenticità. Per cui abbiamo deciso di, letteralmente, dargli corpo e fare in modo che Caroline non raccontasse la storia di Gianni come accadrebbe in una classica narrazione, ma che incarnasse direttamente la voce di Gianni. Abbiamo quindi cercato di reinventare lo spazio classico del monologo permettendo a Caroline di far vivere le parole di Gianni, con tutte le imperfezioni presenti nelle incisioni, gli intercalari, il dialetto, i colpi di tosse, le infinite sigarette fumate.

Gianni è racconto biografico della fragilità umana che, in scena, si fa universale. Qual è il trait d’union tra l’interiorità di Gianni e il mondo fuori che troppo a lungo non ha saputo ascoltarlo ma che, oggi, si riconosce in lui?

CB: Quando si racconta una storia così intima e personale il rischio è sempre altissimo. Poiché l’intensità che si avverte in vicinanza, non è detto che rispecchi integralmente chi quella storia la riceve da estraneo. Ma come accennavamo sopra, Gianni non riflette solo il sé di un disagio personale, racconta qualcosa di ancora aperto e irrisolto da un punto di vista esistenziale. Quelli che ci pone sono interrogativi fondamentali in cui, almeno una volta nella vita, tutti ci siamo finiti dentro.

Non si tratta dell’esito tragico della vita di Gianni, ma di quel bisogno di umanità che spesso ci costringe a giudicare la profondità dei nostri sentimenti, delle nostre scelte, o semplicemente un leale confronto con i nostri desideri. Per questo, Gianni riesce a parlare ancora a molti di noi. Il suo dolore che è il dolore dei tanti emarginati, esclusi delle nostre iper-società, ci parla anche di una follia collettiva sulla quale spesso non troviamo il tempo di soffermarci abbastanza. 

Cosa vorremmo davvero di tutto quanto accade nelle nostre giornate? C’è una solitudine che non riguarda solo i depressi, i malati di mente, ma si annida nelle nostre case, nelle nostre cose, negli oggetti che compriamo e in cui spesso ci nascondiamo. Sta nel modo in cui creiamo il mondo. 

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The Man Jesus

The Man Jesus: Intervista a Roberto Ciufoli e Maurizio Panici

The Man Jesus
The Man Jesus – Ph. Manuela Giusto

Con Roberto Ciufoli, arriva per la prima volta sulle scene italiane The Man Jesus, spettacolo tratto dal successo editoriale inglese di Matthew Hurt, in scena al Teatro Tor Bella Monaca dall’1 all’11 ottobre. Diretto da Maurizio Panici, Ciufoli si addentra in un monologo che racconta la vita di Gesù attraverso gli occhi degli uomini e delle donne che lo hanno accompagnato nel corso della vita. L’atmosfera mitologica va diradandosi a favore di una dimensione umana in cui Ciufoli dà vita a un caleidoscopio di personaggi, che sembrano staccarsi da un gigantesco affresco per narrarci la rivoluzione spirituale portata avanti da Gesù.

In questa intervista Maurizio Panici e Roberto Ciufoli approfondiscono temi, estetiche e processo creativo di The Man Jesus.

Come ha lavorato sulla fonte letteraria ricavando un monologo da un racconto polifonico che da voce a molti personaggi?

Maurizio Panici: Nel 2010, proprio con Roberto Ciufoli, ho diretto Processo a Gesù di Diego Fabbri e trovo che, rispetto al testo di Mattew Hurt, molte cose ritornino. Ad esempio, un libro di riferimento che avevamo usato allora, che è molto in linea con The Man Jesus anche per quanto riguarda le fonti storiche e letterarie, è Un uomo chiamato Gesù di Paul Verhoeven in cui viene fuori è un racconto da parte degli umili. La cosa interessante è che la storia viene sfrondata da ogni riferimento mitologico, tutto è riportato alla concretezza: questi uomini erano dei pescatori che si sono uniti alla ricerca di una guida, all’interno di una realtà che andava cambiata. È una storia che mi ha sempre interessato perché parla degli altri, dei diversi che si riconoscono intorno a una figura che, in un mondo in cui vigeva la regola dell’occhio per occhio, dente per dente, propone il tema dell’amore. 

Nessuno, allora, era pronto per un cambiamento così forte. Soprattutto oggi, a seguito del covid, penso sia necessario un messaggio forte di cambiamento. È un tema che incrocia continuamente la parte storica, una materia letteraria che si fa materia teatrale fortissima. Devo sicuramente ringraziare Roberto perché ha la capacità mimetica di farsi possedere dai personaggi, portando in scena una polifonia, un’umanità che si muove in un affresco dal quale i protagonisti sembrano uscire per venire a raccontarci la storia. È su quest’immagine che ho costruito il percorso dell’allestimento.  Da un punto di vista di estetica, ci siamo mossi in questa direzione, cercando un bilanciamento di spazi e di figure che, come in uno Shining, apparissero e poi venissero riassorbite.

The Man Jesus innesca una riflessione sull’uomo a partire dalla vita di Gesù. In che modo è stata costruita la resa scenica di un racconto che è incentrato sul Cristo ma che allo stesso tempo è stato svuotato dell’iconografia cristologica, per focalizzarsi sulla dimensione umana?

MP: Abbiamo cercato di renderli uomini prima di ogni altra cosa. Ciò ha a che fare con la contemporaneità, abbiamo cancellato ogni riferimento posizionando cronologicamente la storia negli anni ‘30, riprendendo il tema sociale, del potere, della povertà, ascrivibili a quell’epoca. Questo ci ha permesso di togliere tutti i riferimenti olografici, a quel punto è stato più facile  riconoscere i personaggi dentro quella moltitudine. Qui entra in gioco il talento di Roberto Ciufoli, la sua grande capacità di osservare la realtà e costruire la vita del personaggio rendendolo vivo, umano, comprensibile.

In The Man Jesus interpreta un caleidoscopio di personaggi che hanno attraversato la vita di Gesù. Come si è svolto il processo di caratterizzazione dei personaggi?

Roberto Ciufoli: Questo fa parte della base del nostro lavoro, avere una schizofrenia, che è tipica dell’attore, nel riuscire a entrare in tante personalità differenti e dar loro voce. Per la caratterizzazione dei personaggi sono partito dal testo, dalle loro parole e dalla loro visione di Gesù e della storia. Mi spiego: Maria è una mamma che, al di là dei risvolti, vede il suo bambino inchiodato su una croce. Barabba è un guerrigliero e, come la storia ci insegna, i guerriglieri possono essere eroi o banditi a seconda di chi vince.

Giuda è un uomo molto concreto che intuisce che in questo ragazzo chiamato Gesù c’è qualcosa in più rispetto a qualunque altro imbonitore dell’epoca, quindi scommette su di lui come figura rivoluzionaria. Giuda non riesce a capire che sta già accadendo una rivoluzione, non volta al rovesciamento di un sistema politico ma spirituale. Pilato è l’espressione del potere decadente, è annoiato da quello che succede e deve mantenere l’ordine. A quell’epoca, Gesù non è stato l’unica figura che arringava le folle, che proponeva un qualcosa di diverso per raggiungere delle chimere spirituali. 

Che valore ha oggi raccontare la vita di Gesù, in uno spettacolo scevro di ideologia e mitologia. Quali riflessioni dovrebbe attivare questo lavoro? 

RC: La dimensione umana è di per sé mitologica, religiosa. È in questo, a mio avviso, che risiede il fascino della figura di Gesù perché è stato un uomo che non si è mostrato come un supereroe ma semplicemente come un uomo capace di cambiare il punto di vista degli altri, lanciando un messaggio d’amore e non di prevaricazione. Questo ha un valore politico importante, perché ha eliminato quegli orpelli capitalistici, di arroganza politica, economica e sociale facendo dell’amore la sua rivoluzione. Per questo ci aspettiamo che la religione sia un modello a cui riferirsi. Pensare al prossimo come te stesso è spiazzante perché non lascia scelta.

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Piccoli comuni si raccontano

PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO: teatro, musica, danza in 35 comuni del Lazio

Piccoli comuni si raccontano

Inizia oggi la seconda edizione di PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO, un progetto pensato per 35 piccoli comuni, comunità al di sotto di 5000 abitanti, un patrimonio storico culturale per la Regione e memoria storica delle nostre tradizioni. Per loro nasce il progetto PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO della Regione Lazio realizzato da ATCL in collaborazione con LazioCrea, nella sua seconda edizione per la quale si sono sviluppate collaborazioni con importanti istituzioni: Teatro dell’Opera e Conservatorio di Santa Cecilia. Dal 2 ottobre ai primi giorni di novembre l’intero territorio sarà attraversato da concerti, spettacoli, attività per bambini, nuovo circo: un caleidoscopico calendario di eventi che disegnerà un itinerario “fantastico” di riscoperta del piccolo/grande territorio.

Dopo l’anteprima a Castel San Pietro Romano con Michele Placido ed a Ventotene con il Teatro Bertolt Brecht, dal 2 ottobre partirà la programmazione di Piccoli Comuni si raccontano con 33 nuovi appuntamenti in altrettanti Comuni del Lazio.

Ampio spazio alla musica di qualità a partire dal Jazz con una formazione d’eccezione: IMPERFECT TRIO con l’ecclettico Roberto Gatto alla batteria, Pierpaolo Ranieri al basso e contrabbasso, Marcello Allulli al sax per due grandi appuntamenti (Piglio 4 ottobre; Poggio Nativo 18 ottobre). Con questo trio Roberto Gatto si muove all’insegna della sperimentazione legata alle nuove sonorità e conduce il pubblico nel mondo dell’elettronica, del progressive rock e dell’improvvisazione, dando vita ad una performance multiforme.

Dopo l’incredibile consenso di pubblico nella passata edizione, è confermata la collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia nell’ottica di presentare quei giovani talenti che già stanno ottenendo successi nella carriera professionale. Sono 3 le formazioni che si alterneranno in diversi Comuni: dal quartetto d’archi con RACCONTO DI UN QUARTETTO D’ARCHI, TRA CONTRASTO E ARMONIA (Colonna 2 ottobre, Castelforte 9 ottobre, Maenza 11 ottobre, Roccagiovine 30 ottobre), al quartetto di chitarre con QUATTRO CHITARRE SUONANO LA GIOIA (Norma 31 ottobre, Capranica Prenestina 1 novembre), al duo CHITARRE A PASO DOBLE (Cantalupo 23 ottobre, Cerreto Laziale 24 ottobre, Collevecchio 25 ottobre). 

Importante la collaborazione avviata per questa edizione con “FABBRICA” YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera destinato a talenti nella produzione di opere liriche provenienti da tutto il mondo che abbiano già terminato un percorso di studi attinente o già maturato delle prime esperienze in palcoscenico. Saranno 3 concerti intimi e raffinati per presentare i giovani cantanti accompagnati al pianoforte in LE PIU’ BELLE ARIE D’OPERA (Castiglione In Teverina 2 ottobre, Allumiere 9 ottobre, Poggio Moiano 16 ottobre).

Per la sezione teatro, Sebastiano Somma ci porterà nelle pagine indimenticabili della grande letteratura americana con un reading tratto da IL VECCHIO E IL MARE di Ernest Hemingway con Cartisia J. Somma e accompagnato al violino il M° Riccardo Bonaccini (Oriolo Romano 3 ottobre, Roccasecca Dei Volsci 4 ottobre).

Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo danno voce e corpo ad una delle più belle storie mai raccontate, OMERO, ILIADE, e la musica dal vivo di Pino Cangialosi diventa suggestiva complice ed elegante compagnia di questo viaggio tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco (Sant’Angelo Romano 25 ottobre) 

Un omaggio allo scrittore americano Charles Bukowski quello di Jacopo Ratini in SALOTTO BUKOWSKI, in cui le poesie saranno affiancate ai grandi successi della canzone d’autore italiana suonati, cantati e reinterpretati da Gianmarco Dottori. Al pianoforte il Maestro Luca Bellanova, curatore degli arrangiamenti musicali dello spettacolo (Canepina 31 ottobre, Mazzano Romano 1 novembre).

Spazio anche alle compagnie professioniste più interessanti che svolgono nel territorio laziale un’importante azione di diffusione teatrale e culturale. Venti Chiavi Teatro con COMPILATION, spettacolo/concerto, presenta un racconto generazionale per indagare il tema delle relazioni, un percorso sulla memoria e sulla creazione della nostra identità (Farnese 31 ottobre). Matutateatro in GARBATELLA. VIAGGIO NELLA ROMA DI PIER PAOLO PASOLINI ambientato nella Roma degli anni Cinquanta, esplora la lingua sperimentale di Pasolini e le canzoni romane di una volta, in una nuova modalità di teatro di narrazione (Forano in Sabina 4 ottobre, Città Ducale 18 ottobre).

Giannino Stoppani in arte Burrasca di Settimo Cielo è ispirato in parte alla mitica figura di Gianburrasca, un bambino di dieci anni nella Toscana di fine ‘800 (Montopoli 17 ottobre). Per i bambini una sezione dedicata al nuovo circo, con artisti che operano sia in Italia che all’estero, in grado di utilizzare varie tecniche come il teatro, la danza, la clownerie, l’acrobatica. Eugenio De Vito e Leonardo Varriale sono i protagonisti della slapstick comedy Backpack (Ponza 9 ottobre, Roiate 10 ottobre, Piansano 30 ottobre); Ivan Perretto in Bubble Concert si esibisce in un concerto con bolle di sapone (Fontechiari 3 ottobre, Vico Nel Lazio 11 ottobre, Vallerano 16 ottobre, Camerata Nuova 17 ottobre); Niccolò Nardelli in Mercante di Gravità è un giovane venditore con poteri straordinari (Esperia 23 ottobre, Torre Cajetani 24 ottobre, Poli 25 ottobre). 

I 35 Comuni coinvolti nelle 5 Province: Allumiere, Camerata Nuova, Canepina, Cantalupo, Capranica Prenestina, Castel San Pietro Romano, Castelforte, Castiglione in Teverina, Cerreto Laziale, Città Ducale, Collevecchio, Colonna, Esperia, Farnese, Fontechiari, Forano in Sabina, Maenza, Mazzano Romano, Montopoli, Norma, Oriolo Romano, Piansano, Piglio, Poggio Moiano, Poggio Nativo, Poli, Ponza, Roccagiovine, Roccasecca dei Volsci, Roiate, Sant’Angelo Romano, Torre Cajetani, Vallerano, Ventotene, Vico nel Lazio

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Strabismi

Quale “atto d’amore a casaccio” dedicheresti al teatro? Intervista ad Alessandro Sesti direttore artistico di Strabismi Festival

Strabismi
Ph Stefano Preda

Atti d’amore a casaccio, titola così la VI edizione di Strabismi Festival che si terrà dal 4 all’11 ottobre a Cannara (PG). Una rassegna dedicata al teatro e alla danza che punta sulla territorialità e sul supporto alle artiste e agli artisti umbri, con uno sguardo attento alla scena teatrale Under 30. Un atto d’amore a casaccio è dislocare i processi culturali, permettendo all’arte di invadere quei luoghi che troppo spesso sono tenuti fuori dai circuiti ufficiali. Un atto d’amore a casaccio è dare al pubblico il teatro che merita. 

Strabismi 2020 si apre da quest’anno a una collaborazione con i giovani spettatori che compongono il gruppo dei Dodici/Decimi. Con loro, in vista della costituzione di una futura direzione partecipata, sono state effettuate le selezioni per Esotropia, la vetrina dedicata a giovani talenti che mostreranno gli esiti della propria ricerca sul palco del Teatro Thesorieri di Cannara. Il 6 ottobre, presso la Cantina Di Filippo, si terrà il secondo Meeting Nazionale del Network Risonanze!, specchio della volontà di Strabismi di unirsi alla rete di tutela del teatro Under 30. 

Il direttore artistico Alessandro Sesti, racconta Strabismi Festival 2020, approfondendo intenti e programmazione di un’edizione che porterà in scena la grande madre Umbria.

Ripartenza e sostegno agli artisti locali sono i due temi chiave della VI edizione di Strabismi  Festival 2020. In che modo verrà portato avanti questo focus all’interno della  programmazione?  

Alessandro Sesti: Parlare di ripartenza è forse azzardato, posso parlare sicuramente di segnali. Il nostro  obiettivo è riuscire a dare un segnale di speranza: non c’è niente di mistico in  quest’affermazione, voglio dire che intendiamo dimostrare che, nonostante tutte le difficoltà  concernenti l’emergenza sanitaria, le cose si possono fare e pure bene. Inoltre, anche  far capire che si può porre il focus sugli artisti umbri, non solo a parole, ma anche con i fatti. Indubbiamente negli ultimi anni si è venuta a creare una scena teatrale umbra di qualità e credo sia doveroso fungere da vetrina per questi artisti che altrimenti trovano appoggio e attenzione solo fuori regione. 

Atti d’amore a casaccio è il titolo dell’edizione di quest’anno. Di quali “atti d’amore” necessita  per te il teatro?  

AS: Un bell’atto d’amore potrebbe essere porre nuovamente al centro gli artisti. Ho come l’impressione che ormai si faccia solo un gran parlare di numeri, concorsi, premi, riconoscimenti  e poco dell’arte in sé. Allo stesso modo, il più grande atto d’amore potrebbe essere svecchiare finalmente le modalità fino ad ora tenute in piedi, tutte quelle meccaniche che fanno passare il teatro in secondo piano.

Mi riferisco alla grande incapacità di riferirci all’altro con rispetto: basta poco, ad esempio rispondere a una mail con la stessa dignità ed educazione sia che si tratti di una compagnia emergente, sia di un artista con trent’anni di carriera. Occorre riconoscerlo, senza la cura di oggi, non avremo nessuno cui rispondere con garbo in futuro. Eppure il panorama politico, sociale questa cosa ce la ricorda ogni giorno, ma noi come sempre, più ciechi fra i ciechi, non facciamo altro che guardare altrove.

Avremmo bisogno di un atto d’amore da parte degli operatori, che smettessero di pensare all’altro come concorrenza, cogliendo anzi quel messaggio che gli imprenditori sanno leggere già ai primi giorni di carriera: più offerta c’è, più saremo attraenti e sexy anche per gli spettatori. E allora, collaboriamo, sempre di più, costruiamo stagioni incrociate, sosteniamo insieme gli artisti e facciamoli circuitare nelle nostre zone, facciamoli conoscere nei nostri territori e facciamo diventare i nostri colleghi dei punti di forza, degli spunti. È possibile, ne sono certo.  

Facciamo un atto d’amore verso noi stessi: smettiamo di cercare di apparire, non chiamiamo più, non invitiamo più nessuno di quelli che vogliono sentirsi “invitati”. La bellezza è qua e, se vuoi, puoi goderne insieme agli altri. Dovremmo ripartire da un atto d’amore nei confronti degli attori, riconoscerli e tutelarli nel pieno rispetto del loro lavoro, ma facendolo per davvero e non scrivendolo e basta perché siamo bravi tutti a sentirci Che Guevara in assemblee e zoom call, per poi continuare ad applicare le medesime nocive dinamiche di sempre.  

Il vero atto d’amore però, maximo oserei dire, è quello verso lo spettatore. Iniziamo a parlare  a chi vuole ascoltarci. Non essere ascoltati è il primo trauma che viviamo da bambini, è qualcosa che ci spaventa da sempre. Quando qualcuno viene a vederci a teatro dovrebbe, prima di tutto, sentir ascoltato il proprio cuore, la propria anima, così, come per magia, che è quella che noi artisti dovremmo essere in grado di creare. Allora, mi chiedo, perché ancora oggi dobbiamo vedere sostenuto ciò che ci fa sentire inascoltati? Che ci fa uscire dal teatro, confusi, incompresi? Dobbiamo amare il pubblico e non tradirlo, proprio come faremmo con la nostra anima gemella.

Strabismi
Alessandro Sesti – Ph Stefano Preda

Quest’anno Strabismi Festival 2020 ospiterà il secondo Meeting Nazionale di Risonanze  Network. Che significato ha per voi supportare questo progetto di tutela e diffusione del  teatro under 30?

AS: Tutto è nato in maniera naturale. Eravamo al primo Meeting a Roma all’interno di Dominio Pubblico, realtà con cui collaboriamo già da due anni e, al termine della giornata, feci una proposta a Tiziano Panici, capofila del progetto. Se c’è un talento incredibile che Tiziano ha è quello di saper mettere in connessione le realtà artistiche. Da lì un anno di lavoro messo in difficoltà dal Covid. Ci siamo detti di non rinunciare, anzi di rilanciare e aprire a nuove realtà nazionali, valutando insieme una nuova progettualità. Personalmente credo sia  fondamentale dare ascolto e possibilità alle realtà Under 30 in quanto rappresentano il futuro.

Posso riassumere tutto con un semplice ragionamento: se oggi si investe solo sui nomi affermati, come potremo avere dei nomi affermati domani? Ci tengo a sottolineare che per “affermato” intendo semplicemente artisti che hanno avuto modo di approfondire la loro ricerca, di calcare centinaia di palcoscenici e poter definire un proprio percorso, un’idea teatrale chiara. Quindi ospitare il secondo meeting di Risonanze Network ci onora. Poi lo realizzeremo nella  Cantina Di Filippo che rimette in armonia le anime con l’universo.  

Esotropia è la vetrina dedicata a 6 compagnie under 30 che, dall’8 al 10 ottobre, porteranno in  scena i propri spettacoli. Le selezioni per Esotropia hanno visto la partecipazione dei Dodici/ Decimi, progetto di formazione del pubblico Under 30. Qual è l’obiettivo di questo incontro  tra giovani artisti e giovani spettatori?  

AS: Il progetto Dodici/Decimi nasce ispirandosi al lavoro che da anni Dominio Pubblico fa con i ragazzi Under 25. Chiaramente qui non siamo in una capitale, ma devo dire che la risposta è stata eccezionale per essere solo il primo anno. Il nostro obiettivo è quello di creare una direzione artistica giovane all’interno del Festival: come primo tentativo, hanno scelto uno spettacolo tra i sei selezionati, ma  dall’anno prossimo vogliamo incrementare sempre più, fino a far sì che Esotropia diventi una sezione interamente a cura dei Dodici/Decimi.

Sicuramente io e Silvio Impegnoso, da quest’anno co-direttore artistico del Festival, saremo sempre presenti come sponde e stimoli allo spirito critico, ma vogliamo che Strabismi sia anche figlio loro. Ci tengo a sottolineare che non era scontata una risposta così numerosa e soprattutto da ragazzi così  talentuosi e interessati al mondo dell’arte. Siamo fortunati, non c’è che dire. 

Oltre agli spettacoli, anche i dopofestival sono per lo più affidati a musicisti umbri. In questa intervista Puscibaua e Uppello Greasy Kingdom, che allieteranno le serate di Strabismi 2020, approfondiscono il proprio progetto musicale e il legame con la propria terra.

Il settore delle performing arts ha subito una pesante battuta d’arresto a seguito della diffusione  della pandemia. Una situazione che ha privato il teatro, così come la musica di un elemento  distintivo dell’atto performativo: la dimensione live. In che modo il rinnovato incontro con il  pubblico ha influito sulla vostra produzione musicale?  

Puscibaua: Per quello che mi riguarda, la pandemia sta ancora incidendo in modo molto  pesante sulla possibilità, specie per gli artisti emergenti, di esibirsi dal vivo. Le realtà che  propongono musica live, sempre più sofferenti già in epoca pre-Covid, hanno ricevuto il colpo di  grazia. Non si contano più, ad esempio, i locali che si sono trovati costretti a chiudere i battenti  negli ultimi anni, per motivi diversi ma spesso riconducibili a problematiche economiche,  burocratiche e culturali. Basti pensare alle realtà più piccole, per le quali, dovendo più che  dimezzare il numero massimo di spettatori, non è più sostenibile proporre eventi e provvedere al  pagamento dei musicisti, dei permessi SIAE, ecc. 

Uppello i Greasy Kingdom: Suonare di nuovo dal vivo dopo il lockdown ci ha permesso di pagare le spese di registrazione del nostro album e quindi ha influito non poco a livello  di produzione musicale. Per quanto riguarda invece la scrittura di nuovo materiale il lockdown, è stato un periodo molto creativo e stimolante seppur bislacco. Ancora non è chiaro quale sarà il futuro della dimensione live ma di sicuro non sarà facile farsi strada tra una quantità di tournée, concerti e festival annullati che probabilmente penalizzerà le varie realtà underground.

Oltre che per il valore artistico dei progetti musicali che proponete, la scelta di coinvolgervi in questo Festival è dipesa anche dalla volontà di puntare sulla territorialità, riservando grande spazio  ad artisti umbri. In che misura la vostra musica è connotata dal legame con l’Umbria?  

Puscibaua: L’Umbria è un micromondo, una sorta di isola al di fuori del (nostro) tempo. La sua natura, i suoi colori e le sue particolarità invitano alla riflessione e alla ricerca di verità più  profonde, se si è disposti a guardare e ad ascoltare con pazienza.  

Uppello i Greasy Kingdom: Ormai il connubio Greasy Kingdom – Strabismi è un must; vuoi per amicizia e rispetto artistico reciproco ma è un legame che si fa di anno in anno sempre più saldo. Le nostre canzoni sono nate in Umbria e, anche se l’album è stato registrato a Roma, l’atmosfera che lega tutti e 9 i brani del disco è permeata della nostra terra. Ancora bisogna trovare un nome all’album e chissà che venga fuori qualcosa di umbro.

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“Atti d’amore a casaccio”: la VI° edizione di Strabismi Festival 2020

Strabismi

“Atti d’amore a casaccio” è il titolo della VI° edizione di Strabismi Festival 2020, che si terrà a Cannara (PG) dal 4 all’11 Ottobre, con il patrocinio del Comune di Cannara e della Regione Umbria. Un titolo che trae ispirazione dalla celebre frase di Anne Herbert «Praticate gentilezza a casaccio e atti d’amore privi di senso», rifacendosi al significato che la stessa autrice attribuiva a quello che poi diventerà uno degli aforismi più famosi al mondo: la gentilezza può divenire contagiosa e generarne di nuova, esattamente come l’odio genera altro odio. 

Nel nuovo mondo che la pandemia ci ha costretto ad abitare – spiega Alessandro Sesti, direttore artistico del festival – non poteva che essere questo il nostro slogan: vogliamo che a diventare contagiosa sia la bellezza, non la paura. Come tutte le manifestazioni italiane, anche Strabismi Festival 2020 sta procedendo lentamente e nel pieno rispetto delle norme sanitarie ma, con pazienza, sta raggiungendo l’obiettivo prefissato. 

Durante lo stop forzato, si è fatto un gran parlare di ripartenza e di sostegno agli artisti locali. Per l’edizione di quest’anno, abbiamo sentito l’esigenza di occuparci di tali temi – prosegue Sesti – nella speranza che anche le strutture più consolidate prestino ascolto agli artisti del territorio, nel tentativo di dare vita a una vera ripartenza. Il programma, infatti, affida quasi interamente ad artiste e artisti umbri il racconto dell’unica “isola senza mare” d’Italia. Fanno eccezione Leviedelfool che inaugureranno il festival domenica 4 Ottobre con Requiem for Pinocchio, in scena alle ore 21:00 presso il Teatro Thesorieri di Cannara, ed Esotropia, la vetrina dedicata ad artisti under 30, cuore pulsante di Strabismi2020.

Il 6 Ottobre alle ore 21:30, ancora al Teatro Thesorieri di Cannara, in Terrae Motus, Motus Animae Maria Anna Stella racconterà gli effetti che il terremoto ha avuto sulla comunità nursina e non solo, delineando un’antologia di confessioni scaturita da materiali audio e video raccolti sul territorio tra il 2016 e il 2017, all’indomani del sisma. Inoltre, nella stessa giornata, si segnala il secondo Meeting Nazionale di Risonanze Network! progetto ideato da Dominio Pubblico, Direction Under 30 e Festival 20 30, per la diffusione e la tutela del teatro under 30, ospitato da Cantina Di Filippo, storico partner di Strabismi Festival. 

Il 7 Ottobre, il Teatro Thesorieri di Cannara ospiterà la presentazione di due anteprime nazionali: C’era una volta in Umbria, di e con Silvio Impegnoso, spettacolo ispirato alla storia della leggenda folignate Dottor Cavadenti. Attraverso la vita di quest’uomo, al confine tra reale e irreale, Impegnoso racconta quel periodo in cui in Italia «gli affari si chiudevano con una stretta di mano» e non era assurdo credere che un piccolo birillo rosso, posto nello storico Caffè Sassovivo, potesse indicare «Lu centru de lu munnu»; anteprima anche per Luca 4,24 di Sesti/Maiotti/Renzi che racconta la storia del più giovane testimone di giustizia d’Italia, Luca Arena, l’uomo che ha scoperchiato il terribile mercato delle ambulanze della morte nel Catanese. Un monologo diretto da Debora Renzi, accompagnato da Mattia Maiotti che, attraverso la danza, arriva dove le parole non possono per raccontare la solitudine di un eroe dei nostri giorni. 

L’11 Ottobre chiuderà il festival Gianni, della compagnia Bellani/Baglioni, spettacolo vincitore del Premio Scenario 2015, Inbox 2016 e Museo Cervi 2017. Ispirato alla voce di Gianni Pampanini, zio dell’attrice Caroline Baglioni, Gianni racconta, con parole ritrovate in vecchi nastri, il disagio di chi non trova posto nella società, di chi non riesce a raccontare ciò che sente e affoga nel fumo i suoi pensieri. 

Dall’8 al 10 Ottobre,  le porte del Teatro Thesorieri di Cannara si aprono a Esotropia, cuore di Strabismi Festival 2020, la vetrina dedicata a 6 compagnie under 30 che mostreranno i loro spettacoli ancora in costruzione. Un momento importante, rivolto all’incontro e alla crescita. Quest’anno, le selezioni delle compagnie, scelte tra oltre cento candidature attraverso incontri online, hanno visto la presenza dei Dodici/Decimi, il progetto di formazione del pubblico Under30, che nel tempo diverrà una vera e propria direzione artistica partecipata.

Si esibiranno ORTIKA/I Pesci con La Foresta, Manzoni/Paolini in Tartar, Alessandro Blasioli con L’avvocato di Matteotti, Irene Ferrara/Trio Tsaba in Marea, Associazione Oltre con IFakel’obsolescenza dell’odio e infine Gli insoliti con Amunì, giochiamo!.

Al termine degli spettacoli in programma, la musica allieterà i dopofestival, anch’essi affidati a gruppi e cantautori umbri: Puscibaua cantautore montefalchese, Federico Pedini chitarrista e compositore perugino e da Uppello i Greasy Kingdom

I giorni di Esotropia sono per noi il momento più importante, in quanto rappresentano ciò per cui abbiamo dato vita a questo festival: creare un’occasione di incontro e dialogo eludendo la competizione innescata dalla vittoria di un premio premio, per gettare solide basi per ascoltare e tessere nuovi rapporti. Questo è Strabismi, questo siamo noi.


L’appuntamento è dunque per domenica 4 Ottobre alle ore 17:00, presso il Museo della Città di Cannara, con l’inaugurazione della mostra WHO AM I? di Valeria Pierini, che darà ufficialmente il via alla VI° Edizione di Strabismi Festival. 

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Paesaggi del Corpo

Al via Paesaggi del Corpo Festival. Intervista a Patrizia Cavola e Manolo Perazzi

Dal 19 settembre al 12 dicembre, Paesaggi del Corpo Festival porta la danza contemporanea internazionale a Velletri. Il programma che si estende per un lungo arco temporale, è volto alla fidelizzazione di nuovo pubblico e alla tessitura di una stretta relazione con il territorio che ospita gli eventi. Paesaggi del Corpo vuole ampliare l’offerta culturale ramificandola in luoghi solitamente esclusi dai circuiti ufficiali, mirando a una fruibilità universale della danza contemporanea.

Il Teatro Artemisio Gian Maria Volontè e la suggestiva location della Casa delle Culture e della Musica ospiteranno performance costruite in site specific, pensate ad hoc per gli spazi del festival. Accanto ai grandi nomi della danza contemporanea, tante proposte di artisti under 35 per dare una visione ampia e variegata, che vuole comprendere stili e percorsi di ricerca diversificati. Ne abbiamo parlato con Patrizia Cavola, direttrice artistica di Paesaggi del Corpo Festival.

Radici è il titolo evocativo di questa edizione di Paesaggi del corpo, avente per obiettivo la tessitura di una rete di relazioni con il territorio di Velletri e con la comunità che lo abita. Attraverso quali azioni avete costruito e state costruendo il rapporto con il territorio che ospita il festival?

Innanzitutto dalla collaborazione con i luoghi che abbiamo scelto per il festival, il Teatro e la Casa delle Culture e della Musica di Velletri, che sono gestiti dalla FONDARC nostro partner. Il nostro desiderio è quello di instaurare una relazione nonostante le tante difficoltà emerse in era Covid. Il progetto nasce da una serie di laboratori realizzati con la sede distaccata di Velletri dell’Accademia di Belle Arti e un comprensorio di scuole superiori, aventi lo scopo di coinvolgere studenti e ragazzi in attività che pongano in dialogo la danza, le arti visive, le tecnologie, la scrittura.

I partecipanti, attraverso il loro sguardo, documenteranno il festival. Abbiamo poi avviato dei laboratori con delle scuole di danza di Velletri, al termine dei quali sono previste delle restituzioni che verranno presentate in teatro. È importante che il festival si intrecci con la comunità, con la città tutta, oltre che con i luoghi deputati. Non vogliamo essere un’isola, ma puntare alla creazione di un contatto con i cittadini, attraverso la danza, superando il cliché della danza contemporanea come molto lontana dalle persone che non la praticano. Mai come in questo momento, tornare a incontrarsi attraverso il corpo, attraverso la danza è fondamentale per tutti.

La sfida di Paesaggi del corpo è proporre la danza internazionale fortificando l’offerta culturale di luoghi che, solitamente, vengono tenuti fuori dai circuiti ufficiali. Che valore ha per voi la delocalizzazione dei processi culturali che finalmente sposta l’offerta dalle grandi città?

È qualcosa cui personalmente mi sto dedicando da tantissimo tempo perché trovo necessario che la cultura, e quindi la danza, arrivino ovunque e non soltanto nelle grandi città dove già c’è molta offerta culturale. Paesaggi del Corpo è un progetto che avevo nel mio cuore da tantissimo tempo perché sono legata a questo territorio, che è il luogo in cui sono cresciuta. Nonostante abbia voluto sviluppare la mia storia stilistica e personale altrove, ho sempre avuto il desiderio recondito di portare qui la mia esperienza. Un ulteriore motivo che mi ha spinta a dare vita a questo progetto a Velletri è che in tutto il Lazio, al di fuori di Roma, esiste solo un altro festival dedicato alla danza oltre a Paesaggi del Corpo. Quindi c’è veramente bisogno di rafforzare l’offerta culturale e dislocare la danza dai grandi centri. 

Al via il 19 settembre, Paesaggi del corpo si estenderà fino al mese di dicembre. Come si articola il calendario del Festival e secondo quali criteri è stata formulata la programmazione?

Il format risponde a due esigenze: da una parte quella di costruire il festival con una serie intensiva di appuntamenti che diano modo a varie compagnie di incontrarsi, instaurando un dialogo tra gli artisti; dall’altra quella di fidelizzare il pubblico nel tempo, estendendo la programmazione e non esaurendola in una settimana, come è più canonico per i festival. Vorremmo raggiungere gli spettatori attraverso differenti modalità di fruizione, sia con spettacoli in teatro, sia con show format, brevi opere realizzate in site specific, in dialogo con i beni culturali e col paesaggio. I primi quattro appuntamenti del festival, si terranno alla Casa delle Culture e della Musica, un meraviglioso ex convento del ‘600 che verrà abitato da spettacoli pensati per questo spazio.

La programmazione cerca di andare incontro a tutti con proposte per bambini e ragazzi, spettacoli più “canonici”, altri più sperimentali. Abbiamo poi voluto dare spazio sia ad autori giovani, emergenti, sia a coreografi con lunghe storie alle spalle come la Compagnia Zappalà, Adriana Borriello e molti altri. La prima giornata sarà dedicata al futuro, nel senso che i lavori che verranno presentati sono di tre giovani coreografi: Manolo Perazzi e Gruppo e-Motion, Davide Romeo con la compagnia Uscite di emergenza, Martina Gricoli e Compagnia Motus. Ci teniamo molto a dare visibilità a compagnie, autrici e autori che spesso hanno poche occasioni per emergere.

Raggiunto telefonicamente, Manolo Perazzi racconta Crossover la performance con musiche eseguite dal vivo, in scena questa sera alla Casa della Musica e delle Culture.

In occasione dell’inaugurazione del Festival Paesaggi del Corpo, porterai in scena Crossover, uno spettacolo di cui sei interprete e coreografo. Come si è avviato il tuo percorso professionale rispetto all’attività coreografica?

Prima di avviare la mia attività come coreografo ho lavorato a un solo, Pianterreno, che ho presentato al Festival Anticorpi e poi in diverse date. Successivamente, sono stato in Messico e in Belgio, oltre che in Italia con un altro spettacolo, anche in questo caso si trattava di un solo. Con Natalia Casorati e Andrea Gallorosso ho poi lavorato alla creazione di No abla, uno sharing tra due coreografi, un pezzo a quattro mani.

Dopo quest’esperienza ho messo in pausa per un po’ l’attività di coreografo e ho continuato quella di interprete per circa 4 anni, fino a quando ho partecipato al bando di CID Cantieri di Rovereto. Vincendo il bando, è stata avviata una coproduzione e sono stato ospitato in residenza dove ho lavorato allo spettacolo Crossover, con cui sono andato in scena a Oriente Occidente Dance Festival.

In occasione dell’inaugurazione di Paesaggi del Corpo, porterò Crossover a Velletri, nato come uno studio di 30 minuti, danzato da me e da Valeria Russo accompagnati da Flavia Massimo, una musicista che esegue musica dal vivo con violoncello, synt e loop station. La versione che porterò a Velletri ha una durata di circa 20 minuti ed è un solo con musica live. Crossover è stato un esperimento, dentro c’è così tanto materiale da darmi la possibilità di avere diversi approcci stilistici e vari approcci alla coreografia. 

Con Fermo Immagine hai dato vita a una performance capace di raccontare, attraverso il corpo, la distruzione provocata dalla guerra. Come nasce questa performance?

Ho lavorato molto sulle immagini di guerra, fotografie in cui vengono immortalati corpi di persone colte in un atto straordinario che modifica l’organizzazione di questi corpi. Ho cercato quindi una qualità di movimento che rendesse quell’istantaneità, quell’urgenza. Non volevo essere quell’immagine ma raffigurarla, farne una trasposizione iconografica. 

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