Critico di danza e teatro-danza, ballerino e tersicoreo, laureato in Discipline dello spettacolo dal vivo all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

AS-SAGGI DI DANZA #12 – Granhøj Dans

Cosa potrebbe succedere se ci venissero bloccate le emozioni? Se fossero raggelate nell’io più profondo e, dunque, il nostro corpo potesse esprimerle solo limitatamente? Quali dinamismi prenderebbero forma e quali “storie” la nostra anima riuscirebbe a raccontare?

Un coreografo danese di nome Palle Granhøj si è posto e continua a porsi costantemente questi interrogativi, sperimentando in sala prove e palcoscenico la sua obstruction technique, votata a convertire movimenti “ostruiti” – per l’appunto – in arcane e recondite emozioni. È col suo cognome che nel 1989 viene sigillata la nascita della sua compagnia di danza contemporanea, la Granhøj Dans, attraverso cui i frutti delle lunghe e complesse sessioni della suddetta tecnica performativa vengono magistralmente espletati e offerti al pubblico di estimatori.

Granhøj Dans indaga sulla profondità dell’essere umano, tralasciando le apparenze e scrutando l’interiorità al microscopio, quasi frugandovi all’interno alla ricerca di un segreto, di una verità adombrata, di un retaggio culturale e psicologico che desidereremmo non ci appartenesse più. La danza che ne consegue è crudamente sincera, palesemente provocatoria, impudentemente lasciva, manifesto di una realtà quotidiana che percorriamo parallelamente a quella che preferiamo mostrare agli altri, una realtà comunque esistente, assolutamente non ignorabile. Esempio lampante è il doppio spettacolo Double rite, composto da Rose: Rite of Spring e Rite of Spring: un duplice appuntamento performativo con la sfacciata manifestazione di quel “rito di passaggio” che caratterizza la vita di ognuno di noi, quando cioè dalla pubertà si raggiunge l’età adulta. Un passaggio tanto destabilizzante quanto sconvolgente, dove l’accumulo delle certezze ammassate dalla tenera fanciullezza si sgretola impetuosamente per fare posto alla schietta verità, quella degli Uomini ostentatori del proprio testosterone e quella delle Donne guerriere armate di dolore e di coraggio.

E come rendere scenicamente plausibile questo arzigogolato labirinto concettuale? Naturalmente con la nudità, nient’affatto erotica o seducente, bensì larvatica e vergognosa. Perché per quanti abiti il nostro corpo possa indossare, il nostro animo si sentirà sempre denudato, scoperto, prevedibile. Tradirà sempre la ragione con l’istinto, percepirà sempre il mondo con lo spavento di comprenderlo davvero. Quella della compagnia danese è una performatività che lascia il segno, marchiando a fuoco in noi il timore di vivere una vita che non ci appartiene al cento per cento. Sono le emozioni più oscure a significare le nostre vicissitudini: tentare di mascherarle è un passo in avanti verso l’oblio più sicuro.

Foto: Granhøj Dans _Rite of Spring – Extended © Fabián Andrés Cambero

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #11 – Virginie Brunelle

I linguaggi con cui la danza contemporanea suole “esprimersi” nell’ultimo decennio si diffondono a macchia d’olio in tutto il mondo, marcando fortemente il territorio occidentale europeo, come anche l’Estremo Oriente, come anche il Nord del continente americano. In particolar modo, per quanto concerne quest’ultima area geografica, la Nazione canadese ne è a dir poco emblematica, proponendo al proprio pubblico – ma soprattutto a quello internazionale – una vetrina di talenti coreografici e performativi, anelanti la scoperta di una dinamica e un’espressività sempre nuove, sempre più “cliniche”.

Una giovane (professionalmente parlando) rappresentante di tale categoria è Virginie Brunelle, classe 1982, approcciatasi al mondo della danza all’età di 20 anni. Un debutto leggermente tardivo, ma non per questo poco fecondo: solo sei anni più tardi, infatti, crea la sua prima full-lenght piece (opera di grande formato) denominata Les cuisses à l’écart du coeur, presentata sia in Canada sia in Italia. Nel medesimo anno fonda la sua compagnia omonima, con la quale porta in scena, nel corso del lustro successivo, capolavori del calibro di Foutrement (2010), Complexe des genres (2011) ePLOMB (2013).

La danza di Brunelle pone assai delicatamente una lente d’ingrandimento sulle emozioni dell’uomo, sulle cause e gli effetti che da esse scaturiscono e si riflettono nel vivere quotidiano, senza rappresentarle in scena in maniera astratta o generalizzante. Tutto ciò che raffigura palesemente la mondanità attrae, anzi, in maniera calamitante l’interesse dell’artista canadese, la quale lo riflette coreuticamente nelle dinamiche energiche dei passi a due, o nell’intensità interpretativa vibrante degli assoli.

Le performance, quindi, demarcano un segno indelebile nell’animo dello spettatore, sedotto dalla pregnante fisicità dei passaggi coreografici e ipnotizzato dalla miriade di dettagli tecnici che compongono l’intero “quadro” delle opere di Brunelle. Ma è anche nostalgico, rivedendo nelle pose dei danzatori immagini di vetuste pellicole cinematografiche, poi decostruite da un turbine di ritmi e gestualità quasi selvagge.

Insomma, ad affascinare e stimolare il genio creativo dell’artista di Mont-Saint-Hilaire è l’Umanità a tutto tondo, imbevuta delle proprie vivide emozioni – categoricamente inoccultabili – e perciò fortemente degna di essere protagonista della scena, senza filtri né iperboli, senza maschere né eccezioni.

Foto

Virginie Brunelle / Foutrement © Tobie Marier Robitaille

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #10 – Enzo Cosimi

Sfrontato, crudo, iperrealistico. Sono queste le parole chiave per descrivere il genio creativo di un coreografo/regista italiano, giudicato tra i più autorevoli della scena contemporanea: Enzo Cosimi. Un ritratto della danza che lascia senza fiato, che stupisce, che spesso non piace perché apparentemente retro, e invece corre in parallelo ai nostri tempi così velocemente da farne spavento l’ingente somiglianza.

Sebbene la storia della compagnia omonima decorra a partire dagli ultimi anni, il percorso formativo e professionale del coreografo romano ha inizio nei primi ’80, quando cioè viene creato Calore, che debutta nella Capitale (1982) ed è interpretato dal suo primigenio ensemble, il Gruppo Occhèsc. Così sconvolgentemente ironico, sexy e denunciante da non poter rimanere una pietra miliare, relegata al solo periodo di nascita: il Progetto RIC.CI. (Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni ottanta-novanta), infatti, ha voluto “restaurarlo” perché anche le generazioni più prossime potessero goderne e farne proprio il messaggio, attuale tanto quanto trentaquattro anni fa.

Al fianco di Calore si annoverano ben più di 40 ulteriori produzioni, tra le cui più recenti vi sonoSopra di me il diluvio (2014), Fear Party e La bellezza vi stupirà (2015), quest’ultima inserita nel progetto Ode alla bellezza – 3 creazioni sulla diversità. Ma anche Corpo Hominis e Estasi (2016), che puntano la lente d’ingrandimento su due temi assai scottanti della società odierna: omosessualità e trasgressioni. Una realtà vomitata addosso agli spettatori senza freni inibitori, con un gusto coreografico che oscilla tra l’oscenità (anche verbale) e una particolare abilità nell’oltrepassare delicatamente i limiti etico-morali.

Enzo Cosimi gioca con la contemporaneità senza farsi scrupoli, riuscendo a renderla persino accattivante quando corrosiva, deleteria quando ironica. E il risultato appare agli occhi del pubblico assai efficace grazie anche alla bravura dei performer che – da più o meno anni – lo accompagnano nel cammino di crescita professionale, provenendo peraltro da plurimi ambienti dell’arte e dello spettacolo. Basti pensare che da alcuni anni Cosimi è coreografo residente alla Scuola Civica Paolo Grassi di Milano, nonché il suo talento ha dato vita a produzioni di personalità rappresentanti l’eccellenza nazionale e internazionale, quali Miuccia Prada, Luigi Veronesi, Richie Hawtin, Aldo Tilocca, Louis Bacalov, Aldo Busi, Daniela Dal Cin, Robert Lippok e Fabrizio Plessi, col quale nel 1987 creò Sciame, il primo lavoro di video danza italiano.

Un artista eclettico, provocatorio, che intende difendere a spada tratta la visione di una danza tellurica, rimbombante, a tratti insopportabile. Ma solo perché urla una verità per certi versi scomoda. E ogni tanto “specchiarsi” in una pièce da palcoscenico non è del tutto sbagliato.

 

Foto

Enzo Cosimi / Calore © Viola Berlanda

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #9 – Alain Platel

È possibile pensare che un tassello pregnante della storia della danza contemporanea europea e mondiale possa essere stato partorito da un professionista di tutt’altro genere? Ebbene sì, e la carriera del signor Alain Platel ne è la dimostrazione.

Ex terapista ortopedico, il coreografo di origine belga (classe 1956) ha approcciato in tenerissima età al mondo dello spettacolo seguendo lezioni di teatro e, soprattutto, di mimo alla scuola di Marcel Hoste e, nello stesso tempo, praticando danza moderna nella classe della canadese Virginia Meyers. Nel 1980 ha messo in scena le sue prime creazioni, che sin da subito hanno manifestato il suo atteggiamento assai estroso di fusione delle discipline artistiche: dal teatro alla danza, dalla musica alle arti circensi.
Proprio per questo, il gruppo di lavoro con cui ha plasmato in scena le manifestazioni del suo genio creativo lungo tutta la sua carriera non è stato definitivo come una “compagnia”, bensì come un “collettivo”, che nel 1984 viene fondato ufficialmente a Gand (Belgio) sotto il nome di Les Ballets C de la B (ovvero Les Ballets Contemporaines de la Belgique). 
Tre elementi hanno composto (e compongono tutt’oggi) le fondamenta del collettivo: la tridimensionalità della scena, la presenza di musica dal vivo, la multidisciplinarità e eterogeneità dei performer. Spazio, sottofondo e azione in palcoscenico studiati con cura certosina per condurre lo spettatore alla visione di se stesso, non diretta come nel riflesso di uno specchio, bensì più profonda, recondita, come esaminata al microscopio. Platel offre al pubblico lo spettacolo delle emozioni dell’umano, senza riserve, senza inganni, senza preoccuparsi di quanto l’esasperazione dei movimenti (danzati o recitati) e delle parole (cantate, impersonificate o comunicate) riesca a sconvolgere l’animo di chi vi assiste. 
Inevitabilmente è comprensibile il lungo e intenso processo di creazione che viene attuato per ogni pièce, dove l’improvvisazione e il contributo attivo dei danzatori è assolutamente prioritario. Platel agisce, dunque, al pari di un mosaicista, incasellando i singoli tasselli performativi al posto giusto affinché la perfetta composizione possa essere mostrata. Ciò, comunque, non esclude affatto che l’apparato tecnico-espressivo sia di altissimo livello: ogni performer coinvolto nei progetti deriva da un percorso di formazione e professionismo pregresso di grandissimo pregio, sia che si tratti di ambito classico o contemporaneo. 
La danza di Alain Platel trova, quindi, la sua ragion d’essere nel mélange di diverse tradizioni artistiche, spazianti in lungo e in largo negli stili performativi ritenuti più adatti a inscenare il sentimento umano, l’emozione più oscura, quella parte (a volte) dimenticata nonostante sia la più vera.
Assistere a uno spettacolo de Les Ballets C de la B equivale ad avere coraggio, coraggio di accettare se stessi, coraggio di comprendere un linguaggio che dalla danza scivola nettamente alla vita.
 
 
Foto
Les Ballets C de la B / Tauberbach © Les Ballets C de la B
Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #8 – Emio Greco | Pieter C. Scholten

Spesso a capo di una compagnia di danza non vi è la sola figura del coreografo, fulcro creativo dei lavori che essa porta in scena. Spesso questa figura è affiancata da un’ulteriore presenza professionale, pienamente innervata nel mondo delle arti dello spettacolo, capace di donare alla già rilevante performatività del progetto artistico un tocco di personalità in più.

È il caso del duo Emio Greco | Pieter C. Scholten, un connubio italo-olandese nato nel 1995 e, a tutt’oggi, emblema di una corrente di danza contemporanea assolutamente libera, nel senso più filosofico del termine.

Così libera dalle convenzioni, dai retaggi performativi preesistenti, dal concetto più consueto del binomio corpo/movimento da stilmolare la stesura, nello stesso anno d’incontro degli artisti, di un manifesto attestante i concetti-chiave attraverso cui si sviluppa il linguaggio danzato della compagnia: sette “necessità” (il titolo del manifesto è, per l’appunto, The 7 Necessities) da adottare per manifestare al meglio l’espressività del corpo, per indurre lo spettatore a godere dell’azione sul palcoscenico, cogliendone al contempo il messaggio in ogni singolo passaggio.

A rendere, dunque, tutto questo possibile non può essere sufficiente la sola componente coreografica, curata con abilità certosina da Greco. Occorre che la struttura dell’intero spettacolo sia “contornata” da un apparato scenografico, illuminotecnico e di movimenti scenici partorito da una mente abituata alla drammaturgia teatrale o alla “spettacolarità” lavorativa di artisti del calibro Jan Fabre o Saburo Teshigawara, come si evince dal curriculum vitae di Scholten. Un’accoppiata perfetta per la formazione di una compagnia nel 1996, la Emio Greco | PC dance company, con la quale dare corpo ai sette principî fondamentali. Ensemble evolutosi nel 2009 nell’International Coreographic Art Centre (ICK) di Amsterdam, dove al consolidato operato creativo si affianca quello educativo e sperimentale.

Variegatissimo il ventaglio di tematiche affrontate nel percorso produttivo della compagine: dall’omaggio alla classicità al virtusismo eclettico, dall’”occhio di bue” sul cinema d’autore alla plasticità corporea essenziale. Uno spettacolo ogni volta diverso, un’emozione ogni volta più che coinvolgente.

 

Link utili

http://www.ickamsterdam.com/en/

Foto

Emio Greco | PC Scholten / Rocco © LM

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #7 – Compagnia Aterballetto

Esistono ben poche compagnie capaci di mantenere alto nel tempo il buon nome della danza italiana: una di queste recita il nome di Aterballetto. E – oserei dire – a ciò non sarebbe necessario aggiungere altro.

Nata nel 1979, la Compagnia Aterballetto ha riscosso l’eredità della Compagnia di Balletto dei Teatri dell’Emilia Romagna diretta da Vittorio Biagi, divenendo uno degli ensemble più stimati e premiati a livello internazionale, ma soprattutto l’unica realtà performativa stabile al di fuori delle Fondazioni Liriche.

Il merito di tutto ciò, oltre ovviamente all’impareggiabile bravura dei danzatori, sta nel susseguirsi di tre direttori artistici che hanno contribuito appieno all’affermazione del lustro di Aterballetto:Amedeo Amodio, primo “genitore” della neonata compagnia, a capo della quale vi è stato per ben 18 anni, fino cioè alla sua “maturità”, pronto quindi a lasciare le redini del comando per incoraggiarne la “crescita” nella piena ricerca di una propria identità performativa; Mauro Bigonzetti, testa e cuore della compagnia per un decennio, nonché Coreografo principale fino all’anno 2012, il cui segno artistico è stato (ed è tuttora) probabilmente il più distintivo del repertorio Aterballetto; Cristina Bozzolini, signora della danza, mecenate dei nostri tempi, al “timone” della compagnia emiliana dal 2008 a oggi.

Tre rappresentanze imponenti dell’arte tersicorea in Italia, così diverse tra loro, così concordi nel raggiungere l’obiettivo principale, fare di Aterballetto un modello da seguire, una massima aspirazione verso cui protendere le ambizioni, una Mecca per i giovani talenti italiani (e non) dove scoprire e riscoprire il gusto di danzare per stimolare emozioni e addolcire lo sguardo dello spettatore contemporaneo, fin troppo obbligato a “comprendere” le dinamiche e i virtuosismi.

Il segreto di tutto ciò? La scelta dei coreografi ospiti. Nonostante, infatti, la presenza stabile di Bigonzetti dal 1997 al 2012 (come accennato poc’anzi), la direzione artistica Aterballetto ha continuamente invitato maestri di fama internazionale a donare alla Compagnia sempre nuove forme di movimento, di espressività, di interpretazione. Tra essi si annoverano i nomi di Jiri Kylian, William Forsythe, Ohad Naharin, Johan Inger, Andonis Foniadakis, Fabrizio Monteverde, Jacopo Godani, Eugenio Scigliano, Michele Di Stefano, Cristina Rizzo, Giuseppe Spota – solo per citarne alcuni.

Non è dunque un caso che la Regione Emilia Romagna, il Comune di Reggio Emilia, l’Associazione Teatrale Emilia Romagna (ATER) e, soprattutto, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) decidano pedissequamente di sostenere e finanziare la Compagnia, ormai ufficialmente considerata come vero e proprio Centro di Produzione della Danza.

Insomma, la (vera) qualità della danza italiana si misura in base al successo che Aterballetto ha conseguito nel corso di quasi 40 anni. Pareggiare i conti non è affatto semplice. Ma nemmeno del tutto impossibile

 

Foto

Aterballetto / Antitesi © Alfredo Anceschi

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #6 – Nederlands Dans Theater

Negli ultimi cinquant’anni la scena europea della danza contemporanea è stata rivoluzionata dalla presenza attiva in palcoscenico di molte compagnie che, corroborando l’elevatissimo livello tecnico e la pregnante componente interpretativa, hanno aggiunto alla Storia “enciclopedica” della coreografia diversi “volumi” dallo spessore piuttosto rilevante.

Uno fra questi recita certamente il nome del Nederlands Dans Theater, fondato nel 1959 da Benjamin Harkarvy, Aart Verstegen e Carel Birnie insieme a un gruppo di 18 danzatori, componenti dell’Het Nederlands Ballet, il corpo di ballo numero uno in rappresentanza dello Stato olandese. Fino a quel momento, almeno.

Lo scopo primigenio, infatti, che ha spinto i tre coreografi a dare vita al NDT è stata la rivalsa dalle convenzioni, dall’unico punto di vista sulla danza che ottenebrava lo sguardo degli spettatori autoctoni, dalla gretta convinzione che il linguaggio danzato potesse essere “esplicato” nella sola partitura di determinate sequenze dinamiche.

E quale migliore influenza, nel raggiungimento di tali obiettivi, poteva essere se non la modern dance americana? Gli anni Sessanta ne erano profusi e la neo-compagnia dei Paesi Bassi per eccellenza non era di certo incline a evitarne il “contagio”! Naturalmente senza abbandonare del tutto l’imprinting classico-accademico radicato profondamente.

Il risultato, dunque, è un connubio perfetto tra il virtuosismo elegante del balletto e l’energia sempre strabiliante della variante più moderna.

Così strabiliante da prendere forma attraverso le tre “anime” del NDT, i tre ensemble che dalle origini sino ad oggi hanno donato sfumature differenti alla medesima danza: NDT I, fondato nel ’59 e composto da 30 danzatori che hanno lasciato (e lasciano ancora) un segno indelebile sui palcoscenici di tutto il mondo, grazie anche alla guida di sapienti menti quali quelle di Jiří Kylián, Paul Lightfoot, Sol León, Nacho Duato, Mats Ek, William Forsythe e Ohad Naharin, per citarne alcuni; NDT II, la compagnia “junior” (i 16 danzatori hanno un’età compresa tra i 17 e i 22 anni), che non ha nulla da invidiare alla “senior”; e infine NDT III, compagine composta da danzatori ultraquarantenni, sfortunatamente non più attiva da un decennio, ma comunque in cantiere per una probabile rinascita.

Insomma, quasi sessant’anni di anticonformismo, avanguardia estetica e nello stesso tempo progressismo performativo, votato interamente a regalare visioni di una danza senza precedenti, sempre inaspettate, sempre coinvolgenti, sempre irruenti nelle menti degli estimatori più che sulle travi del palcoscenico.

Una compagnia unica nel suo genere, difficile (se non difficilissima) da pareggiare. Bisognerebbe davvero capire il significato del termine “rivoluzione” per riuscire a farlo.

 

Link utili

http://www.ndt.nl/en/home.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Nederlands_Dans_Theater

https://www.youtube.com/user/neddanstheater

 

Videografia

https://www.youtube.com/watch?v=nZjVjKNOk_4 [Shoot the Moon, 2006]

https://www.youtube.com/watch?v=4_kMaFHNzZE [Gods and Dogs, 2008]

 

Foto

NDT / Shoot the Moon

http://https://youtu.be/rragD1P34NA

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #5 – Anne Teresa de Keersmaeker e la compagnia Rosas

Fondamentale senz’alcun dubbio, tanto nella fase teorica quanto in quella pratica della danza, è il rapporto strettissimo – nella maggior parte dei casi – con la musica, determinante nello scandire il ritmo necessario all’esecuzione e nel donare una “coloritura” ben precisa all’atmosfera sensoriale pensata dal coreografo. Ma non solo: in alcuni casi l’utilizzo della partitura musicale mette in moto una sequela di dinamiche corporee plasmate a mo’ di gioco, nel senso che l’attività coreutica intende raggiungere un obiettivo finale di divertimento piuttosto che di sforzo.

Alla base della forma mentis della coreografa belga Anne Teresa de Keersmaeker vi è proprio questo assunto, che da quasi quarant’anni ne ha suggellato il lavoro con il termine “minimalista”, in particolare per la frequente scelta di movimenti calibrati, secchi, quasi freddi e meccanici, senza ghirighori, senza sfarfallii. La carriera dell’artista originaria di Mechelen ha inizio allo scoccare degli anni ’80 con Asch, un’opera legata alla sua giovane formazione presso l’École Mudra di Maurice Béjart (1970-1988), luogo in cui la creazione fu partorita per poi essere messa in scena.

Solo 3 anni più tardi, però, si viene ad attuare il reale “concepimento” dello stile de Keersmaeker: viene fondata la compagnia Rosas – a tutt’oggi esistente e attiva – composta da quattro danzatrici, compresa la stessa fautrice, interpreti di Rosas danst Rosas. Il titolo non stimola alcun dubbio. Si tratta di un vero e proprio “biglietto da visita”, una forma di presentazione al mondo dell’arte e dello spettacolo innervata nel sano egocentrismo e nel desiderio di affermazione di una performatività unica ed eccezionale.

L’intera struttura danzata si divide in quattro parti, rappresentanti le tre fasi della giornata (notte, mattino e pomeriggio) e un’ennesima porzione di tempo dai margini indefiniti, in cui la cadenza musicale ben ritmata stride con l’iperattività e iper-espressività delle danzatrici, animate da un inarrestabile continuum di gestualità convulsive e movimenti ipercinetici. Una quarta “fetta” dell’opera che sembra, dunque, essere a se stante, quasi come creata deliberatamente per non uniformarsi alle altre tre più “routinarie”. E invece non è così: l’ultima sezione coreografica è integrata perfettamente a tutto il resto, in quanto ulteriore sfaccettatura del vero io della compagnia Rosas. La migliore interpretazione del titolo, a questo punto, sarebbe “noi danziamo noi stesse”, rendendo manifesta una voglia di raccontare di sé, del proprio pensiero, della propria identità artistica difficilmente imitabile.

Adriana Borriello, Fumiyo Ikeda, Michèle Anne De Mey e la stessa de Keersmaeker (cast originale) hanno narrato, danzando, chi sono, da dove provengono, qual è stata la loro formazione, il tutto seguendo una direzione interpretativa univoca, riuscendo a palesare l’eterogeneità identitaria del gruppo in una forma sincronizzata e a tratti persino militaresca.

Un successo clamoroso impossibile da non emulare e – addirittura – plagiare: la nota pop star Beyoncé Knowles, all’interno del videoclip del singolo Countdown, ha ripetuto interi pezzi della coreografia di Rosas danst Rosas, delle cui performer originali si è lasciata ispirare anche per quanto riguarda i costumi. La reazione di de Keersmaeker? Considerarsi elogiata più che plagiata, in virtù dell’apprezzamento dimostrato dalla cantante verso un’opera ben distante culturalmente dal contesto performativo del giorno d’oggi. Un esempio di umiltà – a mio avviso – da dover essere maggiormente imitato, rispetto alla mera sequenza coreografica.

 

Link utili

http://www.rosas.be/en/

https://en.wikipedia.org/wiki/Anne_Teresa_De_Keersmaeker

Videografia

https://www.youtube.com/watch?v=oQCTbCcSxis [Rosas danst Rosas, 1983]

https://www.youtube.com/watch?v=PDT0m514TMw [Countdown vs Rosas danst Rosas, 2011]

Foto

Anne Teresa de Keersmaeker / Rosas danst Rosas

Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #4 – Ohad Naharin e il “linguaggio” GAGA

Il linguaggio della danza ha molti “vocaboli” con cui farsi comprendere, spesso legati a qualcosa di esterno a sé, ad un’immagine, un suono, un oggetto tangibile da poter facilmente emulare. Ma come ogni altra arte, anche quella tersicorea custodisce nel profondo un nucleo di emozioni che, a volte, si dimostrano più “eloquenti” di qualsiasi sequenza interpretativa a livello fisico.

Si tratta di una disciplina coreutica che travalica i confini del Mediterraneo occidentale per approdare in Asia Minore, e precisamente in Israele: Gaga, ideata e divulgata da Ohad Naharin, coreografo di danza contemporanea (classe 1952) a capo della Batsheva Dance Company. Proprio in questa compagine Naharin ha dato vita a questo movement language and pedagogy, sperimentando con e sui danzatori professionisti l’esercizio di profondo ascolto del proprio corpo, lungi dagli schemi che il training convenzionalmente impone. Non si tratta, dunque, di una tecnica né di un metodo. Non vi è alcun elemento performativo calcolato, imposto o dogmatico. Il solo scopo è quello di “dare voce” a ciò che si prova, ponendo il danzatore interessato nella condizione di mettersi in gioco emotivamente, andando a scavare nei meandri dell’io per disegnare, poi, col proprio corpo figure inaspettate, nuove, o magari simboliche di un bagaglio culturale spesso tralasciato.
Nelle poche istruzioni che il coreografo di Kibbutz Mizra conferisce ai performer vi è l’obbligo di non usare le scarpe e gli specchi: ogni centimetro dell’organismo deve sentirsi libero di dare sfogo a ogni sensazione confluisca al suo interno, bandendo senz’indugio l’immobilizzante senso di autocritica e inducendo ogni persona in sala a interagire con l’ambiente circostante captando vibrazioni e “comunicando” una danza difficilmente traducibile. Il silenzio è, dunque, doveroso, così come la puntualità, necessaria per intraprendere il percorso coreografico introspettivo nella perfetta sintonia del momento.
Un lavoro così certosino nella sfera sensoriale ed emotiva suscita inevitabilmente l’idea che la messa in pratica appartenga solo ai danzatori, ben preparati ad affrontare uno sforzo di tal misura. Sorprendentemente non è così: la scuola Gaga apre le porte anche a non-danzatori, richiedendo loro alcuna conoscenza o esperienza pregressa. Una vera e propria testimonianza dell’universalità di linguaggio che questo filone contemporaneo della danza intende promulgare intensamente, nel tentativo di impiantare nella semplicità del gesto la potenza del movimento, considerato dallo stesso Naharin «healing, dynamic, ever-changing».
Ogni opera portata in scena appare, quindi, come divulgatrice di un messaggio tanto globale quanto personale, racchiuso nell’essenza di ogni performer e donato al contempo a tutto il resto del mondo. Un’accezione politica evidentemente desiderata per infondere nell’animo degli spettatori una coscienza rinnovata della danza, per invogliare ad evadere dalla consueta ammirazione dell’apparato scenico sotto il profilo meramente tecnico. È il caso dello spettacolo Three (datato 2005 e recentemente in cartellone al Teatro Comunale di Modena), dove la fusione di tre diversi pezzi coreografici stimola una triplice visione prospettica del complesso insieme di emozioni che anima il corpo di un danzatore; oppure Max (2007), tripudio di convergenze tra spazio, movimento e luci – i tre elementi teatrali fondamentali per il coreografo israeliano.
Molte sfaccettature, insomma, di un significato nuovo attribuito alla dinamicità, corroborato dal bisogno di affondare nelle radici dell’universo sensoriale per ritrovare la linfa vitale di una danza che – forse – potrebbe essere compresa appieno da chiunque ne entri in contatto.
 
Link utili
Condividi:

AS-SAGGI DI DANZA #3 – CollettivO CineticO

Lo scenario coreutico italiano degli anni Duemila rivolge spesso lo sguardo all’estero per catturare fonti d’ispirazione o per emulare dinamiche di successo, in entrambi i casi riuscendo a cogliere sfumature di una performatività sui generis, donatrice di un messaggio chiaro seppur con “vocaboli” differenti. Inevitabile pensare al caso del CollettivO CineticO, nato nel 2007 dal genio creativo di Francesca Pennini (classe 1984), ballerina, performer e coreografa ferrarese formatasi tra il Laban Centre di Londra e la compagnia Sasha Waltz & Guests.

Citando dal sito web ufficiale, il CollettivO si presenta come «fucina di sperimentazione performativa negli interstizi tra teatro e arte visiva». Naturalmente viene da chiedersi: e la danza? La danza è proprio lì, in quegli interstizi. Funge, cioè, da collante scenico attraverso cui vengono unite le più disparate modalità di rappresentazione. La recitazione si fonde alle arti plastiche, così come alla coreografia, ponendo in essere una pratica di visione della performance che tende a estraniare lo spettatore dal luogo in cui sta assistendo, quasi come se gli venisse raccontata una storia puntualizzando ogni singolo dettaglio, allegando a ogni appunto però, allo stesso tempo,  un’immagine corporea che permette alla sua mente di fantasticare.

Un esempio lampante è “10 miniballetti”, lo spettacolo di apertura di Ipercinetica, rassegna bolognese bimestrale (marzo-aprile 2016) interamente dedicata al CollettivO. Attraverso la memoria di dieci micro-coreografie, composte e scarabocchiate su un quaderno delle scuole elementari, Francesca Pennini riflette sul suo status attuale di danzatrice professionista, dialogando interattivamente col pubblico e lasciando persino la “parola”, a metà dell’intera performance, a un drone per illustrare la fugacità del tempo – e, conseguentemente, della spensierata fantasia – in un turbine di piume animato dall’aggeggio elettronico. È una lezione di danza classica analizzata con la lente d’ingrandimento, mediante la quale si riescono a cogliere elementi compositivi afferenti ad altre arti sorelle: mimica, ginnastica, performatività musicale, body painting.

Il concetto-chiave, alla base di qualsiasi opera dell’ensemble, sta dunque nel muovere il pubblico alla riflessione, alla comprensione di un determinato messaggio artistico nient’affatto intuitiva, considerando lo spettatore come un essere proattivo alla messinscena, indispensabile per la buona riuscita della performance. La diretta partecipazione allo spettacolo, infatti, dona quel tocco di specialità in più all’operato creativo di Francesca Pennini, rendendo ogni location, data e occasione un momento unico, ineguagliabile, imperdibile.

Ne dà dimostrazione “| x | No, non distruggeremo […]”, «un dispositivo coreografico interattivo che permette al pubblico di determinare i movimenti dei performer» (collettivocinetico.it). La descrizione è assai esauriente del ruolo fondamentale che gli spettatori svolgono all’interno della performance, il cui titolo viene modificato a seconda del luogo in cui avviene. Addirittura, vi è un rovesciamento delle parti in gioco, catapultando i consueti astanti teatrali in poltrona direttamente sul “palcoscenico”, attori veri e propri di uno spettacolo che senza di essi perderebbe totalmente di senso. Come, d’altronde, in qualsiasi altro caso performativo.

Link utili

http://www.collettivocinetico.it/

https://ipercinetica.wordpress.com/

Condividi: