Le loro voci stavolta. Le artiste africane e afrodiscendenti a Short Theatre

Le loro voci stavolta. Le artiste africane e afrodiscendenti a Short Theatre

Raccontare nella sua totalità l’edizione appena conclusa di Short Theatre 2021 non è semplice per la molteplicità di traiettorie che l’hanno caratterizzata. Ci sono stati i numerosi interventi nello spazio pubblico, le affissioni che hanno modificato l’ambiente interno della Pelanda e i muri della città, oppure la performance di Amanda Piña che si è svolta in Piazza Testaccio. Ci sono state le presentazioni di libri e le sonorizzazioni, l’inaugurazione di un nuovo palco per i dj set e i concerti, la formula Cratere per abitare WeGil, le proiezioni, i laboratori partecipativi e naturalmente gli spettacoli, tra cui l’attesissimo debutto dei Motus con Tutto Brucia.

Volendo scegliere un filo per sorvolare le giornate trascorse crediamo però di non tradire lo spirito del festival dando risalto alla forte presenza di artiste africane e afrodiscendenti che ha caratterizzato questa edizione. Performer che teniamo insieme più che per la semplice origine geografica per la condivisione di un problema, di un ostacolo, di un’ingiustizia ereditata. Short Theatre negli ultimi anni si è andato caratterizzando per l’attenzione e il coinvolgimento verso quel brulicare di istanze emancipative entrate in rotta di collisione con le arti performative, ospitando gruppi, progetti e persone che se ne sono fatte portatrici. Riprendendo quindi il titolo di questa edizione ovvero «The voice this time» e le parole della co-direttrice Piersandra Di Matteo — che nella nostra intervista affermava l’importanza di garantire uno spazio di ascolto — ci concentriamo sulle loro voci stavolta, che urlano spesso un’accusa nei confronti della cattiva coscienza occidentale.

L’accensione al festival l’ha data Sofia Jernberg, con un’operazione dal significato potente. L’edificio WeGil, situato tra Trastevere e Testaccio, è un lascito del fascismo i cui segni parlano in maniera fin troppo esplicita delle aspirazioni imperialiste della dittatura made in Italy. Ebbene, sotto la scritta «Necessario vincere, più necessario combattere» Jernberg si è affacciata dal balcone — le sue origini etiopi rendono l’atto ancora più pregnante — dando un assaggio del suo percorso di ricerca sulla vocalità, sotto il titolo Chasing Phantoms. Un momento toccante tutto all’insegna del détorunement: del bel canto, della tradizione canora africana, della pesante eredità coloniale fascista; non possiamo far finta che i fantasmi non esistono, ma la loro evocazione deve servire a scacciarli, a depotenziarne il lascito.

Muna Mussie è una performer bolognese con origini eritree. Questa doppia identità è alla base del lavoro Curva Cieca, un viaggio alla riscoperta della lingua materna tigrina con la guida della voce di Filmon Yemane, ragazzo non vedente anch’egli eritreo. Gli excursus di Yemane per spiegare i termini sono estremamente affascinanti, rimandando all’inevitabile intraducibilità e allo stesso tempo al terreno comune tra le lingue, mentre Mussie in scena invita a riflettere sui confini con movimenti minimali ed enigmatici. Indossa una maschera, come a simboleggiare l’involucro che ogni cultura costituisce, quando poi la maschera si fa doppia è evidente il richiamo alle due identità di cui si parlava sopra, ma anche un riferimento a Giano, dio delle soglie e dei passaggi, non sarebbe fuori contesto.

Quella di Cherish Menzo, artista olandese di origini surinamesi, era forse una delle performance più attese per il suo linguaggio estremamente attuale. Il bersaglio critico di Menzo in Jezebel è infatti l’immaginario sessista dell’hip hop e se i codici sono cambiati rispetto a quelli di vent’anni fa, non sono certo pochi i trappers di oggi a ricalcare ancora quegli stereotipi. Nella prima parte dello spettacolo Menzo corre forse il rischio di farsi risucchiare da quello stesso immaginario giocando sul lato provocante e attraente, il twerking però viene spinto all’estremo delle possibilità fisiche così come il testo della canzone cantata rigorosamente in autotune è un’esplicita dichiarazione di sottomissione al maschio alfa gangster rap. 

La musica è sicuramente una parte importante della performance, estremamente curata rispecchia questo stare nella contemporaneità pur contestandola; non c’è infatti un’alternativa nello spettacolo di Menzo ma piuttosto una critica interna. L’artista comunque non risparmia le energie sul palco fino alle ultime scene, in cui si trasforma in una enorme bambola gonfiabile dorata.

Nadia Beugré è una coreografa e danzatrice ivoriana che a Short Theatre ha portato una rivisitazione del suo lavoro Quartiers Libres originariamente concepito nel 2012 ma adattato stavolta alla specifica architettura della Pelanda. È una performance che può avere molteplici letture, quella che forse più ci affascina è l’intralcio dell’eredità. Beugré fa il suo ingresso in abito da sera e tacchi a spillo, intonando dei canti tradizionali africani, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Il cavo del microfono si confonde con le treccine e diventa presto un legaccio in cui la danzatrice rimane impigliata. 

Con rabbia e allegria allo stesso tempo si scaglia contro i politici, cercando il coinvolgimento attivo di un pubblico a dire il vero piuttosto restio. Come elemento di passaggio per la seconda parte, Beugré inserisce tra le labbra e spinge in profondità una busta dell’immondizia. L’eredità che ostruisce così potrebbe essere anche quella dei rifiuti di cui siamo sommersi, poco dopo infatti lei e alcune ragazze e ragazzi che hanno partecipato al suo laboratorio nei giorni precedenti, si ricoprono di bottiglie di plastica mentre intonano «A far l’amore comincia tu». Un’interrogazione stimolante che rimane gioiosa nonostante incorpori momenti di segno opposto.

Tra la fine del festival e il suo inizio c’è un ideale punto di contatto, perché le ultime battute sono riservate ad artiste con radici africane, ma soprattutto perché come in apertura si parla di fantasmi legati alla storia coloniale, seppure di ispirazione diametralmente opposta.

Dopo l’appuntamento conclusivo alla Pelanda, il dj set massimalista di Crystallmess, francese dalle origini guadalupe-ivoriane, è andato in scena il gran finale, l’opera Nehanda di Nora Chipaumire al Teatro Argentina (mostrarla in quel contesto ha senz’altro un valore importante). Un grande progetto diviso in otto capitoli di cui abbiamo visto l’ultimo, incentrato appunto sullo spirito Nehanda venerato nello Zimbabwe in cui chipaumire è nata e cresciuta. 

L’opera è fortemente politica perché ad incarnare lo spirito alla fine dell’800 fu una leader rivoluzionaria che lottò contro l’occupazione e lo sfruttamento dei britannici. All’inizio assistiamo ad un concerto con degli abilissimi musicisti e una corista che ripete incessantemente «No justice, no peace», il potente slogan utilizzato da diversi anni nelle proteste degli afroamericani diviene quasi un mantra. Nel frattempo chipaumire al microfono intreccia la storia con pungenti invettive, anche indirizzate specificamente a noi: «L’Italia ha una particolare relazione con l’Etiopia», ricorda. Sul finire va in scena una vera e propria manifestazione di piazza, il cui messaggio e la cui energia arrivano forte e chiaro: lo spirito di Nehanda non si assopirà fin quando giustizia non sarà fatta.

Short Theatre 2021, uno spazio vibrazionale di relazione

Short Theatre 2021, uno spazio vibrazionale di relazione

Giunto alla sedicesima edizione, l’audace festival romano dei linguaggi contemporanei Short Theatre è pronto a un cambio di pelle. Il passaggio del testimone alla direzione artistica si è concretizzato in una curatela condivisa tra la direttrice uscente Francesca Corona e quella futura Piersandra Di Matteo, connotando l’appuntamento come un momento di passaggio ma anche come una summa di quanto proposto negli ultimi anni. 

Abbiamo intervistato Di Matteo durante le giornate conclusive del festival per misurare la temperatura di quanto vissuto in questa fine d’estate 2021 e per cogliere qualche intuizione per le stagioni a venire.

Iniziamo dal titolo di questa prima edizione del festival da lei co-curata con Francesca Corona, «The voice this time». Perché lo avete scelto?

È una frase pronunciata senza un verbo, con una parola che apre a una moltitudine di significati. Lo intendo come un tentativo di spostare l’attenzione sulla dimensione dell’ascolto, un’ecologia della risonanza. Pensiamo al festival come a uno spazio vibrazionale in cui i corpi si rinviano reciprocamente, questo comprende tanto i corpi di chi performa quanto quelli del pubblico, le superfici urbane e gli ambienti che abbiamo attraversato: WeGil, Pelanda, Teatro India. 

Ci è sembrato importante intrecciare questa connessione con la città lavorando per echi, rimandi fantasmatici, sommovimenti tellurici. L’ascolto è uno spazio in cui poter rivendicare qualcosa dal punto di vista politico, perché anche in quella dimensione possono attivarsi forme di agonismo, è un campo elastico e dinamico che può anche interdire e ostruire l’ascolto di altre voci.

C’è qualche aspetto in particolare del suo bagaglio di esperienze che vorrebbe introdurre in questo festival?

Sin da giovanissima ho sentito l’urgenza di essere a contatto con i linguaggi più innovativi attraverso un’attitudine teorica, di studio e di ricerca, ma anche con una conoscenza molto pratica e operativa di cosa significa stare in scena e di che cos’è una drammaturgia. In quest’ultimo caso mi riferisco in particolare alla grande palestra che ha rappresentato per me il lavoro con Romeo Castellucci e il mondo operistico, quindi con grandi macchine di produzione che però permettono di vedere con chiarezza quali sono le necessità. 

Le due dimensioni interconnesse, la teoria e la pratica della scena, sono quindi ciò che porto con me in un festival come Short Theatre, che in questi anni è stato un bacino importante per rilanciare i nuovi linguaggi che avrebbero avuto difficoltà ad arrivare in Italia. Inoltre il lavoro curatoriale che ho svolto negli ultimi anni per il Teatro Nazionale ERT ovvero Atlas of transitions biennale, un progetto che metteva in relazione arte, migrazione e cittadinanze, mi ha permesso di approfondire questo nesso importante. Ci siamo messe in contatto con una serie di associazioni diffuse nella città, come Matemù, Lucha y Siesta, Asinitas, Carrozzerie n.o.t, per immaginare insieme ad alcuni artisti internazionali progetti che potessero creare delle forme di meticciato e di incontro indipendenti dagli spettacoli.

Nella programmazione ci sono molte artiste afrodiscendenti ed extraeuropee, dal suo punto di vista cosa stanno immettendo nel campo delle arti performative occidentali?

Sì, ci sono Chipaumire, Beugré, Menzo, Mussie, Piña e altre. Credo che il loro sguardo, la loro concezione del corpo e della presa di parola nello spazio pubblico sia in grado di mettere a problema il sistema collaudato del privilegio e della subalternità, ridisegnando i confini dell’immaginario e proponendo una critica nei confronti della neocolonialità. In particolare poi sono tutte donne che lavorano sulla rappresentazione del corpo femminile nero e su cosa significa portarlo in scena, con delle posture e delle possibilità di manifestazione impreviste.

Roma è considerata una realtà piuttosto difficile per l’azione culturale, com’è andata fin qui e qual è la sua relazione con la città?

Sicuramente è una città complessa e straordinariamente ricca sotto tutti i punti di vista, di informazioni, input e possibilità. È a questa Roma che mi piace rivolgere lo sguardo, ad una metropoli con un immaginario stratificato, che ha delle specificità a seconda dei quartieri in cui la vita urbana si definisce. Bisogna imparare a conoscerla giorno dopo giorno e nei mesi passati ho intensificato la mia conoscenza che pure avevo già. Poi credo comunque che oggi si possa lavorare artisticamente soltanto se si è in molti e se si è insieme, in una collettività.

In questa edizione del festival c’è stato qualche momento che l’ha colpita in particolare?

C’è un continuum di intensità, WeGil convoca delle pulsioni molto chiare per la natura del luogo, abitare quell’edificio in stile fascista richiede ogni volta una strategia. Abbiamo inaugurato la rassegna con l’affacciarsi al balcone di Sofia Jernberg, un’altra artista afrodiscendente con un discorso tutto declinato vocalmente, lei è una cantante sperimentale che mescola il bel canto con la tradizione dell’Etiopia. Mi è sembrata una giusta accensione per questo festival. L’intensità si è andata poi snodando tra quelli che sono i momenti intercapedine ovvero ciò che accade tra le performance, tra gli spettatori, tra uno spettacolo e un talk, in quello spazio vibrazionale che costituisce la relazione.

Sta avendo delle idee per i prossimi anni, qualche elemento su cui agire e rilanciare?

Le idee arrivano in continuazione, ci sono delle linee di tensione che mi animano e questa edizione ne ha alcune tracce come il progetto ReciproCity, che vuole intrecciare un rapporto sempre più stretto tra i linguaggi della performance e la città. Mi interessa anche comprendere il nesso tra teatro e poesia, dopo tanti anni in cui la centralità è stata posta sul teatro di narrazione; infine lavorare su formati aperti, che da un punto di vista organizzativo sono più complessi, ma per me è molto importante creare situazioni in cui le persone siano coinvolte e possano condividere uno spazio e un tempo.

Teatro, tra discriminazione e denuncia. Intervista ai Corps Citoyen

Teatro, tra discriminazione e denuncia. Intervista ai Corps Citoyen

Tra i primi spettacoli presentati a Santarcangelo festival 2050 – II movimento, Gli altri dei Corps Citoyen ha colpito per la capacità di mostrare in maniera cristallina la stereotipizzazione che la società occidentale applica costantemente a chi proviene da fuori, in questo caso un Paese arabo. Il nucleo della compagnia è composto da Anna Serlenga, regista e Rabii Brahim, attore. Vivono a Milano, dopo aver lavorato per anni in Tunisia, Paese di provenienza di Brahim. La rappresentazione è fortemente radicata nelle esperienze reali del gruppo, infatti l’angolo visuale è proprio quello del lavoro attoriale, nello specifico della violenza delle richieste nei casting e nella ristrettezza dei ruoli che vengono «permessi» ad un interprete arabo. 

Brahim incarna il continuo e frustrato tentativo di presentarsi per ciò che è e non per un prodotto subculturale precostituito. Sulla scena anche Marko Bukaqeja e Anja Dimitrijevic che, manovrando la telecamera, rendono possibile la riuscita interazione con il video, utilizzato per interpellare la cattiva coscienza degli spettatori e renderli parte del sadico gioco discriminante. 

Abbiamo parlato con la compagnia, fautrice anche di diversi lavori partecipativi sul territorio per abbattere le barriere colonialiste, al di qua e al di là del Mediterraneo.

Lo spettacolo trasmette molto dolore, perché di fatto parla di una violenza legata all’immaginario collettivo che però si scatena sempre su un singolo. Come avete maneggiato questa emozione nel costruire il lavoro?

Rabii Brahim: Abbiamo usato l’ironia, perché fa piuttosto ridere che ancora oggi parliamo di razzismo ed esclusione, per giunta nell’ambito della produzione culturale. Alcuni ci hanno detto che è sbagliato che lo spettacolo sia divertente, ma secondo noi era il modo giusto per affrontare queste tematica. 

Succede questo ancora oggi: quando vado a fare dei provini, i ruoli che mi propongono sono spacciatore, rider…in qualche modo siamo anche noi attori e attrici afrodiscendenti ad alimentare questa macchina tritatutto, perché non ci siamo mai rifiutati in massa di accettare queste proposte, trattandosi di lavoro. Personalmente però ho detto di no alcune volte. Ci siamo chiesti come denunciare la situazione che viviamo e il risultato è stato quello di fare lo spettacolo, non è stato il presupposto.

Anna Serlenga: Molti provini che Rabii ha vissuto poi sono confluiti nello spettacolo, tutto ciò che si vede proviene da esperienze reali. Questo lavoro ha avuto una gestazione molto lunga, innanzitutto perché siamo una compagnia indipendente senza nessun supporto produttivo. Questo progetto è stato possibile grazie a tante persone che ci hanno aiutato e ad alcune residenze, abbiamo provato anche in spazi occupati come il Conchetta a Milano. Poi c’è stata la pandemia, i materiali video presenti li abbiamo raccolti nel periodo delle chiusure, non potendo lavorare abbiamo pensato di lanciare questo finto casting a «gli altri», che poi sono amici e colleghe che vivono in giro per l’Europa. 

Volevamo partire dal nostro mondo, dalle nostre storie personali e dal contesto del lavoro teatrale, ma è un modo per raccontare la società intera. Lo stesso dispositivo di potere ed esclusione si replica ai colloqui di lavoro, alle poste, al bar. L’ultima residenza l’abbiamo fatta allo spazio indipendente Tatwerk di Berlino, promotore di un attento lavoro di cura e supporto delle compagnie. L’esito di quelle giornate è stato un esperimento su un canale digitale live, che ci ha permesso di far vedere lo spettacolo anche a tante persone che abitano in altri Paesi e che ci si sono ritrovate.

Dei tanti stereotipi che vengono evocati, colpiscono quello della ricerca insistente dell’attrice e dell’attore completo e la richiesta di aderire al folklore dei Paesi di provenienza, facendone un utilizzo umiliante.

R.B: Nei casting ci sono sempre delle richieste sottili non dichiarate. Noi le abbiamo esplicitate: pretendono che tu sappia cantare, ballare, suonare contemporaneamente, sostanzialmente devi fare la scimmia davanti a chi seleziona e poi chissà se ti prenderanno o meno. 

A.S: È il concetto di integrazione subalterna. A chi viene da fuori viene richiesto di integrarsi, ma per riuscirci deve fare moltissime cose che a noi italiani nativi non vengono richieste: conoscere tutta la costituzione, fare un giuramento eccetera. Loro devono essere «completi» e competenti, saper fare tutto, poi qualcuno deciderà cosa possono fare o meno. Amleto non gli verrà mai affidato come ruolo, se va bene Otello, mentre per lo spacciatore non ci sono problemi. Con Viviana Gravano, un’esperta di post-coloniale, abbiamo fatto un ragionamento molto interessante: quando ci rapportiamo alla cultura altrui, la consideriamo come immobile. Gli altri non sono nella linea del progresso o della storia, quindi dell’Africa ci si fa l’immagine del gonnellino di paglia o simili, se sei africano sicuramente saprai suonare il tamburo e avrai il ritmo nel sangue. 

Il punto è la cancellazione dell’individuo, dei suoi gusti e preferenze, perché viene ricondotto sempre ad uno stereotipo.

A.S: Esatto, infatti quando nello spettacolo viene chiesto a Rabii di raccontare la propria vita, le sue parole vengono stravolte per ricondurle al discorso desiderato. La biografia del singolo deve ricalcare una storia che è già scritta a prescindere. Perché la migrazione viene trattata come una questione di ordine pubblico, di sicurezza, di ingresso illegale in Italia. Quindi si sta già comunicando che è sotteso un pericolo e si crea un tipo di immaginario.

Si è concluso il primo anno di Milano Mediterranea, il progetto a cui avete dato vita nel quartiere Giambellino per intersecare lavoro sul territorio e ricerca artistica con un approccio post-coloniale. Andrà avanti anche il prossimo anno?

A.S: Sì, andrà avanti perché siamo riusciti a vincere un bando per finanziarlo. Faremo alcuni aggiustamenti ma il cuore del lavoro territoriale con le diverse anime che abitano il quartiere rimarrà. Stiamo ragionando sull’opportunità di dotarci o meno di uno spazio, la modalità nomade ci ha spinto a parlare con gli altri, abbiamo creato tante sinergie con realtà come Colorificio, Base, Marea Culturale. È un processo ancora in divenire.

Performare la rete. Voci e pensieri da Feminist Futures

Performare la rete. Voci e pensieri da Feminist Futures

Trovare la grammatica, le parole, le modalità per un confronto aperto e profondo tra teatri, luoghi di creazione, festival, artisti e artiste. Dall’1 al 3 luglio si è svolto il primo incontro del nuovo corso di apap_advancing performing art project, a cui ha fatto da corollario un festival aperto al pubblico con una programmazione internazionale curata da Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta

Qui a Centrale Fies lo sanno bene: essere decentrati rispetto ai grandi centri di attenzione regala la possibilità di riflettere, studiare, approfondire e stringere legami, attività molto più complesse se trasportate in contesti sovraesposti, dove alla semplicità dello scambio si frappongono fin troppi schermi, concreti e metaforici.
Gli interrogativi sollevati dalla rete in questo confronto interno durato tre giorni sono, peraltro, non di poco conto e potrebbero riassumersi nella seguente domanda: come può un’istituzione artistica essere realmente inclusiva, senza eludere le difficoltà e le contraddizioni? 

Una questione non semplice alla quale apap proverà a rispondere nel corso di quattro anni nel progetto chiamato Feminist Futures — un nome che sta ad indicare la prospettiva adottata dalla rete, che corre forse il rischio di essere un po’ specifico rispetto alla varietà dei temi in gioco — con appuntamenti che si svolgeranno in modalità itinerante tra i diversi centri partner, che vale la pena elencare: BIT Teatergarasjen (Bergen, Norvegia), InSzPer Performing Arts Institute (Varsavia, Polonia), Maison de la Culture Amiens (Francia), Reykjavík Dance Festival (Islanda), SZENE Salzburg (Austria), Tanzfabrik Berlin (Germania), Station (Serbia), Teatro Nacional D. Maria II (Lisbona, Portogallo), Theaterfestival Boulevard (Hertogenbosch, Olanda), Kunstencentrum BUDA (Belgio), oltre, naturalmente, a Centrale Fies.

Nelle tre mattinate si sono dunque svolti incontri, workshop e lectures raggruppati sotto il nome di Feminist School, con il coordinamento della ricercatrice universitaria Mariella Popolla che ragiona sul lavoro svolto: «Bisogna tenere presente che questa non è una scuola di teorici, ma di un network che mette insieme istituzioni e artist_. La grande sfida è fare propri i temi di cui si è parlato in questi giorni, ognuno nei propri contesti organizzativi e nelle pratiche lavorative. Di sicuro tutti i partecipanti, in sintonia con un approccio tipico del femminismo, sono partiti da sé: hanno portato la propria esperienza singolare e situata e l’hanno condivisa con tutto il gruppo». 

Secondo Popolla inoltre il travaso con la pratica artistica è una grande opportunità: «Nel momento in cui un’organizzazione rende i suoi processi produttivi e le sue pratiche lavorative eque, inclusive, intersezionali, gli immaginari che verranno veicolati emergeranno in modo quasi naturale. Adottare questa prospettiva dal punto di vista artistico permette poi di uscire dalla dinamica della didascalia».

Restando proprio sul versante artistico, sono tanti i gruppi che si sono esibiti in questi giorni a Centrale Fies. I Sotterraneo hanno portato il nuovo lavoro, Atlante linguistico della Pangea, un’interessante riflessione sul tema delle parole intraducibili che si muove tra la malinconia dei mondi che si perdono irrimediabilmente e lo spiccato senso del comico insito nel linguaggio. Chiara Bersani con The Whale Song / Il Canto delle Balene propone la fruizione di due universi paralleli, uno quotidiano ed uno lontanissimo per noi seppur co-esistente, con la figura di Matteo Ramponi che fluttua in maniera indecidibile tra le due dimensioni. 

Harun Morrison presenta un toccante lavoro di scrittura, Nothing Special, dove vengono elencati 365 piccole increspature che ci capita di vivere tutti i giorni, ed interessante era notare quando ci si impersonava in pieno in quella piccola gioia o in quel banale fastidio e quando ciò non accadeva. Il coreografo giapponese Michikazu Matsune ha portato sul palco una delicata e ben strutturata performance chiamata All together sulle persone conosciute nel passato e nel presente, assenti e non. E ancora si sono esibite Kate Mcintosh, Anne Lise Le Gac, OHT, Tatiana Julien

Eva Geatti, performer del gruppo Cosmesi, ha curato la regia e presentato per la prima volta L’uomo che accarezzava i pensieri contropelo ispirato a Renè Daumal, che introduce così: «Ho letto Il Monte Analogo molti anni fa, è un romanzo bellissimo, pieno di stranezze. Daumal è un autore eclettico che si è sempre occupato dell’ambito spirituale: è una figura marginale che ha toccato tutti quei margini che a me interessano, era vicino al surrealismo e alle avanguardie ma non le ha mai abbracciate in pieno. Il romanzo è l’unico che termina con una virgola, la leggenda racconta che mentre stava scrivendo si alzò per andare ad accogliere un ospite alla porta e poi non è mai più tornato a quel foglio, perché è morto poco dopo. 

Il primo capitolo, la parte su cui mi sono concentrata, è l’incontro di persone completamente differenti che credono però che esista questo Monte Analogo. Così si uniscono per la missione di scalarlo. Il lavoro consiste proprio in questo accordo: i performer lavorano ognuno per sé fino a trovarne uno. Non hanno una partitura scritta e anche la durata della composizione è variabile. Hanno uno standard su cui si muovono ma poi c’è un costante lavoro di invenzione, molto legato al situarsi nello spazio». 

Anche la musica, eseguita live, è una parte importante della performance e si intreccia con il percorso di Geatti in più modi: proprio in questi giorni è uscito Donna Circo, «un disco femminista che è stato scritto e inciso nel ’74 ma poi non è mai stato distribuito, quindi caduto nell’oblio. I testi sono stati composti da Paola Pallottino, una paroliera di Bologna molto importante, lo abbiamo arrangiato nuovamente e cantato in quindici artiste del territorio. Paragona la condizione della donna a quella di un circo: la banda, gli elefanti, la trapezista, ognuno ha un ruolo con delle dinamiche ancora molto attuali». Un modo per chiudere il cerchio di queste giornate: tra il circo del passato e del presente, invochiamo le performance del futuro.

Il potere dei ventenni. Maura Teofili  racconta Powered by REf

Il potere dei ventenni. Maura Teofili racconta Powered by REf

Powered by REf

Inserirsi in quell’età di passaggio che va dai venti ai trent’anni fornendo strumenti e conoscenze per affrontare le complesse dinamiche del palcoscenico. È questo lo spirito di Powered by REf, l’opportunità messa in campo dal Romaeuropa Festival per la seconda volta nell’ambito della sezione Anni Luce dedicata alle giovani generazioni. 

Una proposta che risponde a diverse mancanze: sicuramente quella di un budget produttivo per chi è ancora agli esordi ma anche di percorsi formativi che permettano di orientarsi in un mondo complesso, non solo dal punto di vista artistico ma anche tecnico e organizzativo. Insomma una finestra per affacciarsi sul mondo dei professionisti grazie alla collaborazione di numerose realtà radicate sul territorio: Carrozzerie_n.o.t, 369gradi, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio, Spazio Rossellini, Periferie Artistiche – Centro di Residenza Multidisciplinare Regione Lazio e Teatro Biblioteca Quarticciolo

La curatrice della sezione Anni Luce e coordinatrice del progetto è Maura Teofili, una figura importante per la scena artistica romana in particolare per quanto riguarda la formazione e il sostegno alla creazione. È infatti co-direttrice di Carrozzerie_n.o.t, spazio indipendente che, dopo numerose difficoltà, sembra poter finalmente riprendere le attività. 

Nel frattempo abbiamo chiesto a Maura Teofili di illustrarci meglio quest’opportunità offerta dallo storico festival internazionale di arti performative – la call scade il 20 luglio.

Quali sono le novità rispetto all’edizione dello scorso anno?

Quest’anno la proposta è più strutturata, tutti i partner coinvolti si sono impegnati per fornire risorse importanti. Riusciremo ad assicurare quindici giorni di residenza retribuita ai progetti vincitori grazie al Centro di residenza della Regione Lazio, con un intero teatro a disposizione e più tempo per lavorare sulla proposta. Ci sarà un percorso di affiancamento con un tutor tecnico che permetterà di affrontare il palcoscenico a cui si aggiungeranno degli incontri per spiegare le basi della contabilità a cura di 369gradi. Abbiamo previsto poi delle fasi di feedback artistico con la partecipazione di tutti i partner, affinché i gruppi possano elaborare e rendere accessibili agli altri le loro idee. 

Lo scorso anno questo tipo di confronto è avvenuto al margine di quanto previsto dalla call, stavolta lo abbiamo reso parte integrante dell’opportunità. Gli spettacoli dei gruppi vincitori saranno presentati al Romaeuropa ma quello non sarà il momento finale, sarà solo un passaggio nel percorso di messa in scena. Quell’esperienza permetterà un confronto a partire dal quale i progetti si consolideranno poi nella seconda fase di residenza, a cui seguirà la presentazione finale. 

Credi che il mondo delle arti performative sia attualmente accessibile alle giovani compagnie?

Le occasioni per accedere al settore sono limitate, bisogna implementarle per sfondare quella «soglia». Romaeuropa accoglie artisti molto importanti, ma proporre un’opportunità come Powered by REf serve a dimostrare che è fondamentale creare possibilità di incontro e relazione per ascoltare le voci delle giovani generazioni. In generale la sezione Anni Luce sta diventando un laboratorio, l’intenzione del direttore artistico Fabrizio Grifasi è di andare a cercare il potenziale che c’è tra i giovani, con la possibilità di intercettare anche quelle che sono delle primissime volte. È importante ascoltare quello che i ragazzi e le ragazze hanno da dire, anche se è ancora acerbo bisogna coglierne le possibilità di sviluppo e aiutarli a realizzarle.

Sei soddisfatta del percorso che hanno svolto i progetti vincitori dello scorso anno?

Sì, siamo molto contenti di come si sono sviluppati i progetti, quello di Secteur in.Verso — una compagnia italo-francese composta da tre ragazze — sarà ospitato nella prossima edizione di Anni Luce. È uno spettacolo che mette a fuoco il rapporto tra essere umano e ambiente in chiave ecologica, con una grande preparazione teorica alle spalle. Le ragazze state molto mature nel trovare autonomamente altri partner che le sostenessero, sia in Francia che in Italia. Anche gli altri progetti però non sono stati abbandonati, continua un’attenzione e un dialogo per aiutarli ad individuare occasioni di crescita e formazione che sono importanti affinché capiscano anche cosa non vogliono dire, cosa non vogliono fare, quali sono i linguaggi che non li riguardano. 

Cosa vorresti vedere da parte degli artisti che si presenteranno quest’anno?

Io mi accingo all’attesa dei progetti con uno spavento entusiasta, ho grande fiducia e spero sempre di trovare una proposta che mi inchiodi alla sedia e che non mi lasci alternative. In questo momento però credo che dobbiamo renderci conto che un anno e mezzo lontani dalle scene, con l’impossibilità di vedere teatro e di alimentarsi, avrà un effetto sui giovanissimi. Spero di essere presa in contropiede dalle richieste, di trovare qualcosa di inatteso. Abbiamo l’occasione di dialogare nuovamente con il pubblico in una modalità che non è più neutra, la situazione ha sviluppato un’attenzione maggiore anche sui contenuti. La tempesta è appena passata, forse stiamo vivendo gli strascichi. 

Ci ritroviamo in una terra molto fertile a livello di tematiche, ma il tempo di elaborazione è ancora da venire. In questo spazio lo sguardo degli artisti — e non parlo solo dei giovani naturalmente — può inserirsi in maniera imprevedibile. Forse non riusciremo ancora quest’anno a vedere spettacoli che si interrogano su questi temi, ma mi aspetto che tutto ciò agirà nei progetti presentati, anche se parleranno di argomenti che non hanno connessioni specifiche, perché saranno portate e vissute dagli spettatori. È un contesto che rende il dialogo molto concreto e contemporaneo e sarà importante per i linguaggi futuri, perché ci sarà un grande bisogno di aiuto per rielaborare tutto quello che è accaduto.