L’intercapedine del movimento di Credo di averti visto piangere
La sala è scarna, raccolta. Un vuoto funzionale trattiene il silenzio. Qui uno sguardo bifronte è predisposto. Il palco è segnato da una pellicola che agisce come una vera e propria finestra sul mondo. Credo di averti visto piangere è lo spettacolo di Danilo Maglio andato in scena a La Pelanda di Roma, parte del Trittico sull’Ultrareale, progetto di ricerca per l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e il Teatro Stabile dell’Umbria.
«In questo Ultrareale, il teatro è un esercizio di solitudine collettiva. Si condivide un’esperienza di visione ma non di veduta. Tutti accediamo a questa dimensione ma ognuno di noi lo fa dalla sua porta».
Una soglia percettiva, prima ancora che dispositivo scenico, mette in gioco una visione fenomenologica del vedere: non ciò che evade dall’invisibile, ma ciò che si deposita nello sguardo. Una superficie che separa e insieme lascia filtrare, protegge e concede trasparenza a un sistema fatto di pensieri frammentati e interiorizzati, intimità sospese, consapevolezze che affiorano nello spazio. Su questa soglia avanza un prologo silenzioso, simile a un dubbio rimasto a lungo in ombra, ora recuperato nel tentativo – fragile ma necessario – di determinare un sentire.
«Il tulle in proscenio è una retìna che è anche rètina, un buco dell’occhio, una pupilla. Da lì entrano le immagini, i riflessi di luce, come nei buchi neri e nei buchi bianchi di cui parla Carlo Rovelli. Ma ciò che l’occhio custodisce davvero è la lacrima».
Oltre il layer delle parole, Maglio costruisce traiettorie: linee di forza lungo le quali Rudi (Rodolfo Salustri), Elio (Elio Musacchio) e Daniele (Daniele Valdemarin) si lasciano cadere e si sostengono, si chiamano e si scansano, si attraggono e si respingono. Il corpo diventa superficie di scrittura primaria, e la scena una mappa instabile in cui spazio e tempo si intersecano continuamente. In questo modo, la percezione dei corpi nello spazio non appartiene solo agli attori: entra in relazione con lo spettatore, richiamando una prospettiva fenomenologica in cui il corpo è soggetto percettivo, misura viva del mondo che lo circonda.
«La relazione è il punto di partenza di tutto il mio lavoro: tra soggetti umani e non umani, tra corpi e oggetti. L’Altro è sempre una malattia, ma la malattia è anche una risposta del corpo, una forma di salvataggio. È in questa reciprocità che nasce l’immagine, ed è l’immagine che vede lo spettatore tanto quanto lo spettatore vede l’immagine, lasciandosi sorprendere da essa».
A governare questa geografia è un’energia precisa, quasi regolata da leggi fisiche. Una meccanica cinetica, a tratti quantistica, dove le particelle si attraversano nell’errare, scambiandosi di posto, talvolta confinandosi. Nulla che si auto-definisca; ogni posizione è provvisoria, ogni relazione è reversibile e bifasica.
Una parola ritorna con insistenza nei testi, affidati a interpretazioni lucide e sensibili: misura. La misura passa dalle gambe, che calibrano il peso di un corpo oscillante ma sempre in relazione con il suolo. Il rumore dei piedi diventa unità di misura del reale, indicatore sensibile della gravità terrestre. La gravità si fa suono quando, come un pendolo, le gambe si sincronizzano nella caduta. Il busto è già a terra, eppure le gambe resistono ancora, tentano un’ultima negoziazione con il movimento.
Ma cos’è davvero il movimento? È la caduta, la fine, l’esaurirsi di una traiettoria. Ma è anche l’oscillazione, la resistenza che non produce avanzamento e tuttavia persiste. In questa ambiguità Maglio innesta il suo dubbio primordiale:
«Conta di più la fine o l’oscillamento? Per me il tempo del teatro non è lineare: è un tempo che oscilla, un futuro anteriore in cui promessa, evento e ricordo coesistono. Una rotazione centripeta e centrifuga che produce un momento. Tutto sarà già stato lì, ma intanto accade per apparizioni e sparizioni: ciò che esce dal campo visivo non smette di esistere, semplicemente cambia relazione con chi sta guardando».
La scena non risponde al dilemma, ma apre un vuoto in cui lo spettatore è chiamato a “scovare” le immagini, a lasciarsi sorprendere e, in qualche modo, a essere visto da ciò che guarda. In questo quadro, la fiducia non assume la forma di una concessione risolutiva, ma si stabilizza in una disposizione minima: la possibilità di farsi accogliere e trovare uno spazio condiviso. La presenza ontologica dell’Altro, anche quando non risponde, struttura l’azione.
Qui, la musica di Tommaso Pandolfi interviene come dispositivo di regolazione, dando misura al ritmo dei passi e ribadendo la scala percettiva su cui si muove l’intero impianto scenico: quella del piede che sente il peso del corpo e la sua attrazione verso il suolo. Il bilanciamento sospeso tra punta e tallone è l’esercizio continuo di equilibrio, tra un inizio e una fine.
Come un pendolo tornano anche parole che, addensate da un’intensità drammatica, si sospingono tra un inizio e una fine, attraversano un segmento segnato da una corsa che si avvia e si arresta nell’equilibrio instabile di un piede sospeso. Quel segmento è una distanza, ma anche un territorio condiviso. Non un messaggio da veicolare, ma uno spazio comune che orienta lo sguardo nella stessa direzione. Credo di averti visto piangere resta in questo intervallo: asciutto, esatto, lirico. Misura. E nel farlo lascia emergere un sentire che non appartiene a uno solo, ma a chiunque accetti di sostare in questo brusco oscillare.
«Iniziare è sempre un po’ sbagliare. È un errore necessario, perché cambiare uno stato significa interrompere un meccanismo che già esisteva. L’inizio è una sparizione: qualcosa esce dal campo visivo, dai contorni, e allora non sai più se c’è o non c’è. Ma è proprio lì che il teatro comincia, nella deviazione».
L’inizio coincide così con una perdita di equilibrio che rende ammissibile ogni successivo cortocircuito. L’apparizione della scala, osservata ma non immediatamente attraversata, introduce una riflessione sulla direzione e sulla distanza. Il tentativo di apertura — di ingresso o di uscita — resta sospeso come possibilità, «uno sparire dai contorni, dai limiti che vanno anche oltre quello che è una coscienza fisica. Loro non sanno di esserci dentro, ma abitano l’intervallo. I tentativi di uscire sono naturali, come chiedersi: se esco da qui, cosa succede? Poi forse è meglio restare, perdersi nell’oscillazione, farsi acqua».
Con il procedere della messa in scena, i nomi perdono progressivamente la loro funzione referenziale. Nominare diventa insufficiente, e la caduta si produce nel momento in cui viene meno ogni pilastro simbolico. Elio, il corpo più controllato e formalmente definito, è esposto a una sospensione che lo costringe a un avanzamento solo apparentemente reale, affidato interamente allo slittamento. Il suo tentativo di entrare o uscire da una porta posta troppo in alto fissa il gesto nel continuo tentativo più che nel suo compimento.
I corpi si organizzano in strutture temporanee attraversabili, mentre il respiro accelera e le traiettorie si caricano di una nevrosi che richiama una vera e propria isteria delle particelle. La fine si ridefinisce come un altrove statico, un punto di mezzo privo di direzione, un’intercapedine pressurizzata.
Quando la forza torna a manifestarsi, lo fa attraverso le leggi del moto: le gambe di Rudi cedono, attratte da un peso non localizzato ma operante. Click netti rendono esplicita una meccanicizzazione del gesto e svelano la geometria dello spazio, trasformando il corpo in elemento di un sistema più ampio. Emergono frammenti di vita lasciata e di vita intatta, tracce silenziose che restano inscritte nella memoria dello sguardo.
La lunga sezione finale, con volti bendati e batterie di sedie, accentua la dimensione del transito: la musica, inizialmente prodotta da pochi, drammatici, tasti di pianoforte, cresce minimale fino a un picco di tensione massima con spostamenti, ribaltamenti e sovrapposizioni che si moltiplicano eccitati. L’azione procede nonostante la cecità, e la percezione della forma delle cose avviene per distanza calcolata, nel tentativo costante di evitare ciò che si muove, muovendosi. I passi restano contati, misurati, ancorati al tallone; le traiettorie sembrano disegnate a terra per permanere; le sedie, nel loro cedimento, resistono.
«Io scrivo “il mondo non lo so dire: allora lo vedo”. Il teatro per me è il luogo in cui questo vedere può accadere, perché nasce da un vuoto. Un vuoto, come diceva Peter Brook, da cui può emergere tutto ciò che già c’è. Non è un invisibile manchevole: è qualcosa che sta dentro, che va indagato. E a scovarlo non sono io, ma lo spettatore».
Credo di averti visto piangere non è una lettura intellegibile, né sembra rivendicare una chiarezza semantica, non nella sua partenza e ancor meno nel suo arrivo. Tuttavia, il segno drammaturgico e la coreografia lavorano congiuntamente per lanciare un colpo di lunga gittata. Danilo Maglio inscatola nella sua regia il senso stesso del suo dubbio: conta di più la fine o l’oscillamento? E lo fa nella restituzione materica e visibile di un invisibile e tangibile sentire. Un impatto che rifiuta l’invasione e non si colloca finalisticamente ma avanza a passi misurati, a tentativi di percorrenza.

Nasce a Roma dove si laurea in architettura alla Sapienza. Frequenta il master in Critica Giornalistica all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Si occupa di cinema e teatro e per Theatron 2.0 collabora con la scrittura di testi critici e attività di editing.


