La liberazione dal palco. Greta Cappelletti, un’attenta osservatrice del mondo

La liberazione dal palco. Greta Cappelletti, un’attenta osservatrice del mondo

La contaminazione tra teatro e stand up comedy si mostra in tutta la sua prorompenza in artisti che sono partiti dalla scrittura. Non siamo di fronte al/alla performer che si affida principalmente a imitazioni o ritornelli, ma piuttosto ad autori/autrici che decidono di dare un volto e una voce a parole che, di solito, cedono ad altri. Il gusto della narrazione, quotidiana o straordinaria che sia, esplode in questi casi regalando un punto di vista nuovo, curato, brillante.

Greta Cappelletti è un’attenta osservatrice del mondo, oltre a contare una ricca carriera da autrice teatrale, televisiva, dramaturg, copywriter. Il passo dalla scrittura mordace al prendersi la responsabilità di salire su un palco è avvenuto di recente, in modo quasi fisiologico.
Le abbiamo chiesto, in virtù della sua esperienza e del suo acume, di farci un quadro sulla stand up dal punto di vista di un’autrice e ora performer che spazia in più campi senza mai perdere la sua tagliente lucidità. 

Quando, come e perché hai deciso di dedicarti alla stand up?

Ho sempre avuto un amore sconfinato per la comicità e ho sempre scritto per altri perché una parte di me ama lamentarsi degli attori. Dopo la pandemia qualcosa è cambiato, i miei pezzi sono diventati più personali e non mi piacevano in bocca ad altri. Inoltre, mi infastidiva che il pubblico non riconoscesse il mio ruolo e quando qualcuno si complimentava con l’attore per le belle battute continuavo a pensare “Oh, ma devi ringraziare me mica lui!” Quindi avevo molti atteggiamenti da elettore non votante: mi lamentavo costantemente e non facevo niente per cambiare. Poi un giorno ho scritto di getto un pezzo, l’ho letto ad alta voce e nel giugno 2022 mi sono iscritta a un open mic. La gente rideva, io sono andata in brodo di giuggiole, e ho pensato “Mi piace, voglio fare questo”.

Cosa vuol dire essere una comica (e sottolineo comicA) nel 2024 in Italia?

Essere una comica nel 2024 in Italia significa essere una donna nel 2024 in Italia. Meglio essere donna oggi che negli anni Cinquanta? Certo. Va tutto bene? No. Invito a fare la conta delle comiche nelle rassegne, palinsesti, festival etc. (parlo per grandi numeri sia chiaro, ci sono organizzazioni più attente di altre).Qualità e quantità si sono alzate tanto, ci sono numerose comiche brave, originali, perfezioniste, spregiudicate, coraggiose. Ultimamente sono andata a vedere un paio di serate con più comici dove, a un certo punto, chi presentava ha detto “E ora abbiamo una comicA Donna!”. A parte la strana specifica di genere che fa sorridere, qualcuno dalla sala ha urlato “Era ora!”. Il pubblico mica sta a contare uomini/donne, il pubblico sente semplicemente che manca qualcosa. E se manca qualcosa ne va di una serata, della pluralità di sguardi e ne perdi tu, direzione artistica, in termini di visione, lungimiranza e mercato.

Come nasce un nuovo pezzo?

La rabbia è per me è un grande motore. Se qualcosa mi dà fastidio sono contenta perché inizio a macinare idee. Se qualcosa mi fa incazzare sono soddisfatta perché di sicuro ci posso ricavare un pezzo. Oltre a questo, la cosa bella della stand up comedy è che segue il ritmo di quello che ti circonda, è radicata nel contemporaneo e un pezzo, in generale, può nascere in mille modi diversi. Per gli autori di teatro è una liberazione, non ti serve riscrivere Pirandello per essere attuale e figurare nel cartellone di una stagione, ma vuoi mettere?

Quali sono i tuoi modelli artistici?

Modelli non ne ho, ti dico cosa mi fa ridere. Sono cresciuta con Paolo Rossi, Antonio Albanese, Jim Carrey. L’attuale Olimpo è: Louis Ck e Woody Allen (lo so, lo so!). A seguire: l’umorismo di Fran Lebowitz, la scrittura di Michelle Wolf, la follia di Jessica Kirson. Aggiungo i Contenuti Zero e Daniele Raco, amici che seguo da anni e che mi fanno impazzire. Poi, va a periodi. Questo è il periodo Edoardo Ferrario, l’ho visto di recente dal vivo ed è stata un’epifania. Comunque la cosa più divertente, assoluta, eterna è: qualcuno che appoggia il gomito sul tavolo e  manca il tavolo.

Come cambia il tuo approccio nella dimensione autoriale-performativa rispetto a quella “semplicemente” autoriale?

Non ho più intermediari tra me e il pubblico. Il linguaggio di un pezzo subisce continue mutazioni di sera in sera, prima ero più riflessiva sui cambiamenti da fare, ora taglio smonto e riscrivo continuamente fino a due secondi prima di andare in scena. Sono più esposta ma anche più leggera, se mi diverto e ascolto di solito funziona e, se qualcosa non va, dormo male la notte ma almeno il giorno dopo non devo discuterne con un attore.

Secondo te, ci sono argomenti ancora tabù in Italia? Se sì, quali sono?

Non ci sono tabù, ci sono argomenti su cui si scivola più facilmente e a cui bisogna prestare più attenzione. Per me si può ridere di tutto ma è corretto chiedersi perché vuoi fare una battuta su un soggetto piuttosto che un altro. Penso serva onestà. È giusto cercare il proprio linguaggio, il proprio punto di vista sul mondo e riuscire a sostenerlo. Io non ho ancora trovato un motivo valido per fare battute, che ne so, sui campi di concentramento o sulla lattuga. O, ancora più difficile, sulla lattuga nei campi di concentramento. Detto ciò, mezzi diversi applicano politiche diverse. In un bar puoi sentire un pezzo sui campi di concentramento, in tv no, ma tu comico puoi comunque diffonderlo in mille altre maniere.Ciò detto, magari un pezzo con quel soggetto non è poi così necessario, ma questo è un altro discorso. 

Una ferita ancora aperta: il Pilade di Giorgina Pi

Una ferita ancora aperta: il Pilade di Giorgina Pi

Fin dai tempi di Eschilo, Pilade è stato un personaggio per lo più silente. Dopo un tentativo di Euripide nell’Oreste, bisogna aspettare il genio di Pier Paolo Pasolini per ridargli vita. Pasolini, pur non conoscendo il greco, aveva affrontato l’Orestea traducendola per Vittorio Gassman e, nella sua sterminata creatività e poetica preveggenza, ha saputo poi dare dignità a un personaggio che racchiude in sé le contraddizioni del mito di ieri e di oggi, di un’epoca indefinita eppure a noi così immediata, di un’umanità che possiede tutto eppure è allo sbando.

 Il Pilade si identifica come un’operazione di mitopoiesi nella quale l’utopia della precedente Orestiade è ormai svanita. Un’opera complessa che continua a essere, negli anni ‘70 come oggi, un adattamento molto sfidante da portare in scena. Una sfida che la regista Giorgina Pi, nel suo continuo lavoro sulla riscrittura del mito antico, ha vinto. La crisi di quella Argo senza tempo rivive con disperata vitalità e magmatica poesia nella sua messinscena. 

Siamo negli anni 2000, a cavallo di un’epoca in cui crollano i sogni, in cui la polizia irrompe nelle scuole, in cui le guerre per il petrolio passano sotto silenzio, « una ferita ancora aperta« . Una Argo di periferia, un parcheggio alla fine dei rave, un luogo urbano, underground, in contraltare con una recitazione sempre misurata, elegante, che mastica ed espira battute levigate con cura mentre si racconta il tracollo. Oreste rientra ad Argo dopo la sua assoluzione ed è pronto a instaurare un nuovo governo in nome di Atena, novella divinità garante dell’ordine e della ricchezza. 

 © Guido Mencari

«Bisogna dimenticare il passato», questo lo slogan del capo Oreste, ma la sorella Elettra da una parte, e Pilade, l’amico di una vita, dall’altra, si oppongono al nuovo governo della Ragione. La politica di Oreste porta a un immediato benessere, il progresso però è solo un’illusione. La società-falena vi va incontro per rimanere scottata. Pilade resterà solo nella sua rivoluzione, ultimo baluardo di un dissidio destinato al fallimento.

Un lavoro di equilibrio nel caos che provoca un incanto dal sapore onirico e perturbante. Incanto che lascia amari. Agitati. Frementi.

Il Pilade risulta completo in ogni suo aspetto, a partire dal disegno luci e dai suoni (a cura rispettivamente di Andrea Gallo e Cristiano De Fabritiis-Valerio Vigliar) che avvolgono da qualunque direzione, senza mai sovrastare la recitazione ma sostenendola, arricchendola ora di grazia, ora di una dimensione da futuro post-apocalittico, in un impianto che per immersività ed efficacia risulta cinematografico.

All’inizio si viene travolti dal fiume di una lingua antica eppure così presente, un linguaggio che, dopo il primo straniamento (o forse stupore) diventa sempre più limpido, evocativo. Resta il mistero, ma se ne rivela la potenza.

Gli attori e le attrici si muovono precisi in questa Argo fumosa. C’è la voce umanissima di Laura Pizzirani, un coro che osserva e cerca di trovare spiegazioni, e c’è l’altro coro, Nico Guerzoni, con i suoi scatti, la sua fisicità mordace che butta a terra una croce celtica e girovaga fra i resti di un parcheggio desolato, perso, senza più ideali. Le divinità sono affidate alla solenne voluttà di Nicole De Leo, magnetica nel trasformare una complessa profezia in una folgorante rivelazione, e a Sylvia De Fanti, un’Atena dispettosa, difficile, annoiata, provocante e provocatrice. La schiera dei dissidenti di Argo è composta interamente da persone afrodiscendenti capitanate da una donna, Ambra Chiarello, che parla con dolore e disincanto. Le sinistre rivelazioni del più anziano fra loro, Anter Abdow Mohamud, descrivono la nuova schiavitù silenziosa e sfinita della città; a dar loro forza, c’è la speranza di trovare in Pilade un difensore. 

A opporsi ai ribelli c’è Oreste, Gabriele Portoghese, che con Pilade  arriva alla sesta collaborazione con la regista romana. Il suo è un Oreste democristiano, in cui la misura studiata e apparecchiata per l’occasione incontra momenti di crollo e di vagheggiamento. Le Erinni sono ancora dentro di lui, come un trauma che nessun ansiolitico potrà placare. 

Pilade
 © Guido Mencari

In nome della «Pace» , con la voce rotta da una colpa che cambia forma, Oreste è pronto a sacrificare qualunque ideologia, trovando nella sorella, Elettra, prima un ostacolo e poi un’alleata. Elettra, attraverso l’interpretazione di Aurora Peres, si ammanta di un animo infantile, con nevrosi umbratili: il suo atroce conservatorismo, dettato da una  costante  paura, la porta a riscrivere il passato, incurante del fatto che cancellare la storia conduca all’oblio.

E poi c’è lui. Pilade, «L’obbediente, il silenzioso, il discreto, il timido. (…) È lui la Diversità fatta carne, venuta a fondare nella città una matrice di tradimenti e di nuove realtà? A mettere in dubbio l’ordine, ormai santo», con il sogno di un mondo nuovo?

Pilade è interpretato da Valentino Mannias, capace di dosare con sapienza lirismo e forza, come un felino prima di un assalto. Nel protagonista riecheggiano tutte le amarezze e le angosce dell’idealista, scisso tra un amore per la gioventù e la cruda consapevolezza che ogni cosa è destinata alla degenerazione, anche il sentimento più puro.

Pilade
 © Guido Mencari

«Tutto è santo»  recita il centauro Chirone della Medea pasoliniana. In Pilade, «Tutto è politico» . Nella regia di Pi la lotta di classe vive sulla pelle dei diversi personaggi come un fardello del passato, come un miasma del presente. Quale eredità ha lasciato la lotta ai tiranni? Il nostro dopo  è figlio delle Erinni o delle Eumenidi? E se fossero lo stesso?

Ci si trova di fronte ai rottami di un mondo per cui è impossibile vedere la bugonia di virgiliana memoria: dalle carcasse dei buoi, per il poeta latino, nascevano le api. Qui, ad Argo, dalle carcasse delle auto, non nasce nulla. Solo la disillusione. Il fallimento di Pilade sfonda la dimensione teatrale, si irradia nella platea, rende il pubblico uditorio attivo.

Un lungo lamento di una società che si scava la fossa, che fa strada ai suoi stessi carnefici, nel tentativo di conciliare un mos maiorum con esigenze tutte nuove, ingannevoli, che schiacciano il prossimo per una logica capitalistica che illude, mastica e sputa. 

Assistiamo, attonite, al fascismo che non muore e all’arte che, come può e nonostante tutto, resiste. E a volte ci fa da scudo, a volte da lente. Il Pilade di Giorgina Pi e Bluemotion è uno spettacolo da vedere più di una volta, per poter cogliere ogni aspetto nascosto, ogni respiro, ogni frammento di un medaglione scagliato in terra, per poter vivere davvero ciò che Pasolini si auspicava nei suoi ultimi lavori: «Restare dentro all’inferno con la marmorea volontà di capirlo».

Reazione poetica, la Stand-up poetry secondo Lorenzo Maragoni

Reazione poetica, la Stand-up poetry secondo Lorenzo Maragoni

È dai tempi degli aedi, i mitici cantori delle corti dei re greci, che la performatività orale ci affascina. La capacità di un artista di improvvisare, lui solo contro un pubblico esigente, contro l’horror vacui dell’ispirazione, ha qualcosa di titanico.

La stand up poetry raccoglie il testimone di una tradizione millenaria di poeti improvvisatori, funamboli del verso sciolto, proponendo un format che tiene l’uditorio attento, incollato. Senza necessariamente lo scoglio della risata come nella stand up comedy, ancora, dopo secoli, è il rapporto privilegiato e il dialogo che si crea tra poeta e pubblico quello che rende le performance uniche e preziose. Sono serate in cui l’artista, solo con il suo microfono, crea una profonda condivisione emotiva.
Di questi momenti irripetibili Lorenzo Maragoni è un punto di riferimento a livello internazionale e, regista e poeta, vincitore nel 2022 dei campionati del mondo di Poetry Slam.   

Gli abbiamo fatto qualche domanda per la rubrica Open Mic, sulla situazione della poesia performativa in Italia, in rapporto anche alla crescente scena comica, con i loro punti di incontro e invece le peculiarità di un’arte in divenire, di cui lo stesso Maragoni è maestro e al contempo entusiasta “scopritore”.

Qual è la differenza tra stand up comedy e stand up poetry? 

Partiamo da cosa hanno in comune: una persona che è in piedi sul palco, che parla di fronte a un pubblico. Hanno in comune anche un rapporto con la verità, perché, a differenza del teatro tradizionale, i performer portano sé stessi e sé stesse sul palco, dicono cose che pensano, che cosa hanno vissuto, naturalmente con il beneficio della rielaborazione artistica. 

Rispetto alla comedy, la stand up poetry come genere sta esistendo adesso e ciò è reso possibile dalla slam poetry su cui si innesta anche l’aspetto comico. L’obiettivo della stand up comedy poi è far ridere, quello della stand up poetry è fare poesia, perciò non necessariamente far ridere, anche se c’è un rimando al “nome” stand up che indica che ci sarà ironia, leggerezza e comicità. 

Da un punto di vista tecnico, in questo momento della mia vita, avere a che fare con la poesia vuol dire: la scelta delle parole, il ritmo e una componente ludica per cui l’accostamento delle immagini, delle parole e del ritmo con cui vengono dette creino un livello ulteriore nello spettatore che prescinde dal significato. Si potrebbe dire lo stesso del teatro e della stand up comedy, ma il livello di suono e di senso della poesia “attacca” lo spettatore da più parti. Una parte cognitiva e una emotiva.

Come cambia anche il pubblico? 

Nei locali, nei teatri e nei club per la stand up comedy il pubblico è molto giovane, quello della slam poetry è ancora più giovane, sui 20-30 anni e tematicamente slam poetry e stand up comedy si muovono in direzioni diverse come orizzonti di aspettative del pubblico. 

Chi sono i tuoi artisti di riferimento? 

In questo momento per la stand up comedy direi Taylor Tomlinson e Bo Burnham: penso che siano molto bravi e brave a parlare di sé ampliando verso temi sociali in un modo divertentissimo. Ma “facendo male”. Sono più giovani di me, ma credo che per fare un percorso in questo tipo di linguaggi di mondi artistici il contatto con persone più giovani sia fondamentale. 

Nel mondo della poesia ho dei riferimenti magari un po’ più datati che però spingono ancora, ovvero Gianni Rodari, il mio poeta preferito, soprattutto nelle sue poesie per adulti, raccolte in un libro che si chiama “Il cavallo saggio” e che contiene dei componimenti dolorosissimi e bellissimi. Fra i contemporanei direi Vivian Lamarque che è un’autrice straordinaria. Scrive delle poesie che hanno molto a che fare con l’infanzia e che invitano a non dimenticarci che da qualche parte dentro di noi c’è un piccolo essere umano che ha voglia di divertirsi, di essere coccolato, di non essere trattato male, di crescere. Penso che quando un poeta o una poeta stia in contatto con quella parte, faccia un bel servizio.

E la poesia davanti a un pubblico cosa rappresenta, oggi?

La poesia resta un’esperienza di godimento per chi la fa, ma, mi piace pensare, anche per chi la riceve. Sentire una poesia fatta bene è libertà e condivisione, sentire un pubblico che ride è proprio un’esperienza stupenda. Per questo è importante anche l’immagine del poeta non tradizionale, non più legato solo all’area del dolore e della mancanza, ma anche all’area della gioia, del godimento. 
Altro aspetto poetico fondamentale è quello dell’invettiva spesso contro quella parte della società che non gli va bene, o invettiva contro sé stessi. Quando poi l’invettiva trova l’autoironia lì veramente si vola perchè metti il tuo corpo in sacrificio per il pubblico.

Quali argomenti, secondo te, sono ancora tabù in Italia? Ce ne sono, anzitutto?

Non credo. Ed è bene che non ce ne siano. C’è una nuova questione che secondo me è parte del discorso pubblico su questo: si parla molto di libertà di espressione e a volte la si confonde con l’intenzione. Posso commentare un caso di femminicidio con una poesia o con un pezzo di stand up? Certo. E però qual è il punto di vista che assumo? Perché ne parlo in quel modo? Su cosa scherzo? So che il tema può toccare le persone? Sono sereno all’idea che quelle persone possano essere ferite? Penso che quella ferita possa essere loro utile? Non mi importa di quella ferita?

Questo tipo di domande, secondo me, non creano tabù, ma consapevolezza sociale di quello che uno sta portando anche in forma artistica. L’obiettivo non è essere innocui. Tutt’altro, non è non fare del male, ma è dire: “io che punto di vista prendo su questi temi?” 

Come ti alleni per una competizione di poetry slam? Fai allenamenti alla Karate kid? 

I pezzi che porto, che a volte inserisco negli spettacoli, arrivano di solito lentamente. Ne scrivo uno, a volte viene subito qualcosa di buono, altre volte recuperi un pezzo scritto anni prima. Le prime volte che porto i pezzi a una serata li leggo. Già nel leggerli hai i primi riscontri del pubblico.

 Il pubblico ti fa la regia: capisci il ritmo, parole di troppo, inizi ad avere la geografia del pezzo grazie al confronto col pubblico. Poi ci rilavoro in scrittura e poi arriva la parte dell’impararlo a memoria, una parte strana: cerco di imparare il pezzo un po’ a memoria, ma non del tutto, e cerco di imparare a dirlo mentre cammino o guido. E lì, il corpo, memore dell’esperienza del palco e libero dal vincolo di cercare di imparare a memoria, ricorda quello che bisogna di ricordare. 
Fa del lavoro per te anche il tuo corpo. La memoria del corpo aiuta a volte ad asciugare il pezzo. Ma non esiste una fase in cui si finisce di scrivere. È un processo.

Hai una tua routine di scrittura?

Il panico.(ride) A volte però senti una forte emozione o il forte notare qualcosa, e ti accorgi che “questo è un pezzo”. Bisogna allora annotarlo subito perché le poesie ti passano in fretta. Ma mentre per me scrivere è faticosissimo e non piacevole, andare sul palco mi fa stare sempre bene.
Non ho una routine, perché se guardo troppo dritto un pezzo mi intimorisce. Devo auto-sorprendermi e auto-convincermi che non sto scrivendo. Non funziono con un metodo. Cerco di imparare ad abbracciare questo mio funzionamento. Quando ci riesco è liberatorio. 

L’aspetto migliore e il peggiore del tuo lavoro?

L’aspetto migliore è la libertà, il fatto che si possano guadagnare dei soldi e vedere le persone contente, però la stessa risposta potrebbe darla anche una persona che fa l’ingegnere o il barista.
Un altro aspetto molto bello è che è un percorso di crescita di vita, almeno per come lo affronto io. È un processo che accompagna proprio il tuo crescere.
A 25 anni scrivi cose di un certo tipo, a 30 di un altro, a 35 di un altro, quaranta di un altro ancora e poter vivere la vita e raccontarla contemporaneamente è bellissimo.

Ma gli aspetti negativi… Non mi vengono in mente. Mi chiedo anche perché non mi vengano in mente. Ecco, forse mi piacerebbe che la poesia avesse un ruolo più popolare, sicuramente. Mi piacerebbe che le persone reagissero alla parola “poesia” come fanno davanti alla parola musica o comicità.
È una cosa su cui bisogna lavorare ancora, soprattutto su un pubblico giovane. Poi quando i giovani vengono alle serate, so che sono contentissimi, però devi portarli lì e quindi anche giocare su tante piattaforme, giocare sul palco, giocare sulla scrittura e giocare sui social, giocare sulla TV se ci si riesce. 
Per far capire alle persone che cosa stai facendo, questo sì. Però è più appassionante per me che faticoso. 

In un mondo in cui “abbiamo già visto tutto”, cosa stupisce ancora secondo te? 

La maestria, la padronanza, l’abilità tecnica, da un lato. Come quella di uno sportivo, di una sportiva, di un’artista che eccelle nel lancio dei coltelli, nel calcio, nel poetry Slam, già quello è incredibile.
Secondo me poi, ciò che stupisce è la vera vulnerabilità. Chi riesce a scendere lì dentro e a portarti con sé mi stupisce. Succede rarissimamente, ma questo ha un impatto più profondo su di me, quando sento che qualcuno è stato disponibile con sé stesso, con sé stessa, a scendere fin là dove c’è qualcosa di autentico e vero e a mettere in comune quella cosa lì che non ti volevi sentire dire o che avevi proprio bisogno di sentirti dire e non te lo stavi dicendo, o non avevi le parole per dirtelo. 

E mi stupisce la creatività, nel senso, ancora, di godimento. Nel senso di chi riesce a farti ridere in diversi modi. Dalla poesia, al circo, a TikTok. C’è l’estemporaneo, ovvero ciò che capita in quel momento lì, una magia irripetibile che non tornerà più.
Poi c’è la costruzione di un’identità capace di rinnovare questa magia in qualche modo, parlo di un’identità artistica, personale. Come in certi gruppi teatrali; penso ai Sotterraneo, a Babilonia teatri o Giuliana Musso, Antonio Rezza, cioè artiste e artisti che vai e rivai a vedere perché sai che il momento magico arriverà. Paradossalmente non sei sorpreso del fatto che sarai sorpreso, ma non sai mai come. 

Giorgia Fumo: La Stand-Up Comedienne che canta i dolori dei Millennials

Giorgia Fumo: La Stand-Up Comedienne che canta i dolori dei Millennials

Per comprendere la dinamica del mondo della stand-up comedy in Italia, è sensato iniziare dall’analisi di un caso emblematico. Il caso in questione si chiama Giorgia Fumo. Tra le sue molteplici attività, emerge il suo ruolo di comica, content creator, presentatrice, ingegnera e la padrona di un bassotto di nome Giorgio. La sua abilità nel gestire simultaneamente queste diverse sfere, con un notevole e innegabile successo, si contrappone al predominio del testosterone nel mondo della stand-up. Fumo porta avanti con determinazione il suo prontuario di sopravvivenza per millennials confusi.

I suoi spettacoli comici, che registrano sold out in tutti i teatri in cui vengono ospitati, narrano le avventure di una generazione multitasking, dalle infinite risorse. Per forza, non certo per scelta. Una generazione dalle mille sfaccettature, forse semplicemente esaurita nel tentativo di far quadrare i conti e trovare un posto nel mondo. Giorgia Fumo fotografa la categoria dei millennial con ironico disincanto e conquista il cuore del suo pubblico senza fare prigioniere. Dalla Toscana a Cagliari, da Roma a Milano, Fumo si è costruita una solida carriera lavorativa nel mondo della comunicazione aziendale prima di atterrare sul teatro di improvvisazione e poi alla stand-up.

Il “caso Fumo” sembra un’ottima sintesi di impegno, dedizione, preparazione e capacità di osservazione, i cui frutti sono evidenti.

Fra uno spettacolo e una diretta per Sanremo ha trovato il tempo di rispondere a qualche domanda per noi, inaugurando il primo articolo dedicato alla ricerca sulla stand up in Italia su Theatron 2.0.

Dall‘improv alla tv, dai social ai teatri. Come cambia il pubblico nei vari contesti, secondo la tua esperienza? Come cambia, se cambia, il tuo modo di porti?

Il pubblico dell’improv è parte dello show, perché fornisce titoli e suggerimenti (nel match se la scena non gli sta piacendo o viene presa una decisione che non piace può anche tirare delle ciabatte sul palco, che vengono fornite all’ingresso insieme al cartellino per votare). Al 70% è composto da altri improvvisatori, fidanzati degli improvvisatori, gente che vorrebbe fare improvvisazione. Quindi dopo ogni show parla moltissimo di cosa è successo sul palco e viene analizzata ogni mossa. È un pubblico molto sportivo, ed è molto educativo perché ogni volta che ti esibisci hai il compito di fargli dire «Oh mio Dio, come usciranno da questa situazione?». Ti obbliga a non accontentarti mai e a non copiare, non ripeterti e non ritenerti più intelligente di loro. Il pubblico della stand-up, e quello dei social nel mio caso, è quasi identico, sono persone che hanno voglia di ragionare su ciò che ci succede e riderci su. Io non cambio mai il mio modo di pormi, anche perché improvviso parecchio anche quando faccio stand-up e non scrivo mai i video social prima di farli, quindi mi piace che ci sia coerenza fra i miei tre mondi. 

Quali sono i tuoi artisti di riferimento nel mondo dello spettacolo (comici o no)?

Daniel Sloss per il modo di accompagnare il pubblico in mezzo ad un campo minato di argomenti e battute che sarebbero terribili se non costruisse premesse così perfette. I Mischief (compagnia di teatro e improvvisazione inglese) per il gigantesco impegno nel creare ruoli incredibili anche quando minuscoli. Steve Carrell, che è -per me- un genio.

Cosa vuol dire essere un* comic* oggi in Italia? Cosa fa la differenza rispetto a un* brav* attrice-attore? 

Un bravo attore sa recitare. Un comico bravo si sforza di non farlo. Ma la differenza più grande credo sia che essere una comica ti dà la libertà di mettere la tua faccia sulle tue idee. Per me è la cosa più importante, mi annoierebbe da morire recitare monologhi scritti da qualcun altro. Tu sei autore, attore, regista e pubblico di quello che fai, anche tour manager, stylist e revisore contabile, attualmente. 

Quante difficoltà incontra una ingegnera che vuole fare la comica full time (e qui la specifica al femminile è chiaramente voluta, visti i temi dei tuoi pezzi)?

L’unica difficoltà specifica è un certo snobismo da parte di chi ti percepisce come un “dopolavorista”, qualcuno che non prende abbastanza sul serio l’Arte ed è legato ai freddi numeri. Al pubblico (cioè chi ti paga) invece non importa assolutamente niente. 

L’aspetto migliore e quello peggiore del tuo lavoro. 

L’aspetto migliore è la sensazione di essere ascoltati. Qualunque ragazza abbia lavorato in un ufficio sa quanto è brutto venire interrotta, zittita, o vedere le tue idee bellamente usate da qualcun altro senza alcun credito. Il collegamento che si crea sul palco con il pubblico poi è ciò che veramente mi rende felice, sapere che sto parlando di esperienze comuni e che possiamo riderne tutti insieme. Quello peggiore è che ovviamente sei spesso in giro e perdi cene, compleanni, a volte matrimoni e nascite; e una certa solitudine  che provi quando sei in un brutto albergo in una città che non conosci e ti ritrovi a cenare con i Ringo dei minibar.

Stand up comedy: istruzioni per l’uso

Stand up comedy: istruzioni per l’uso

Ultimamente, si ha l’impressione che la stand up comedy sia come la granella di pistacchio: ovunque. Open mic, comedy club, corsi di scrittura comica. È come una passepartout per garantire che “questo show fa ridere”. 
Ma cosa è, veramente, la stand up comedy? Se un attore o un’attrice si ritrova su un palco con un microfono e un testo brillante è automaticamente stand up comedy? 
La risposta è semplice: no. Forse è più utile partire da cosa non sia la stand up comedy per provare a darne una definizione di massimo: non è cabaret, non è stand up poetry, non sono monologhi comici teatrali. Non è certamente Pio e Amedeo.

La stand up comedy prende le sue file da una tradizione prettamente anglofona, che dai sottani dei locali arriva fino alle tv nazionali, alle tournée mondiali. Si parla di nomi come Carlin , Hicks, Chappelle, Wong, Burr, Gervais. Come spesso accade, da noi in Italia è arrivata ben più tardi e spesso in modo controverso (il caso Lutazzi fece abbastanza scalpore). E, come ancor più spesso accade, c’è ancora qualche difficoltà, soprattutto nel mondo teatrale, a distinguere uno spettacolo di stand up pura da altre declinazioni.

E qui urge una precisazione: il caso di Phoebe Waller-Bridge, spesso citata come exemplum magnum, non è in verità un fortunato caso di stand up comedian che fa il suo pezzo e bum! scrive una serie ispirata al suo spettacolo: la straordinaria Phoebe Waller-Bridge definisce infatti Fleabag come un’opera teatrale e al Fringe Festival di Edimburgo del 2013 era stato presentato come tale. Per gli inglesi e gli americani, sempre molto analitici, la differenza tra uno spettacolo come quello di Waller-Bridge e uno di stand up è molto chiara. Per noi un po’ meno.

Il ciclo di ricerche si propone di dare o provare a dare uno sguardo ad ampio spettro sul fenomeno stand up in Italia, con dei ritratti d’autore/autrice, con riflessioni su determinati eventi e temi ricorrenti, per cercare di avere una polaroid a colori di quello che rappresenta questa “nuova” forma d’arte nel nostro Paese. In un confronto con il resto del mondo, per lo meno europeo e americano, e nel tentativo di studiare anche quei casi di ibridazione tra stand up e monologo teatrale che uniscono all’epifenomeno culturale anche esigenze contingenti: attore-regista-autore/attrice-regista-autrice in una sola persona.

Gli stand up comedian possono essere o diventare anche autori teatrali, registi, attori, ma la loro forma primordiale è quella che li vede soli, su un palco, con un microfono e l’incertezza assoluta che le loro battute siano migliori di quelle dell’ultimo pezzo. 
Perché l’elemento fondante per cui la stand up può definirsi tale è uno: la presenza del pubblico.

Ma perché parlarne? Al di là della pura testimonianza di un evidente fenomeno culturale, perché ragionarci? Quale merito ha di fatto questa stand up comedy?
Quello di riportare la gente a teatro.
Le famose serate di stand up di cui si legge ovunque in Italia sono quasi sempre sold out. Perché si fanno in spazi piccoli? Non solo, perché ormai il Teatro dei Servi, il Brancaccio, l’Arcimboldi, il Parenti, il Trianon Viviani, Stradanuova a Genova e altri hanno rassegne dedicate alla stand up e la garanzia di platee e balconate piene. Non a metà. Non con le autorità in prima fila. Non grazie agli abbonati. Piene di pubblico vero. Di un’età che oscilla dai 20 ai 50 anni. Persone anche che, di norma, a teatro non ci vanno.

Con la stand up il pubblico riacquista un ruolo che gli viene negato da tempo: quello di determinare o no la qualità dell’esibizione. La risata del pubblico può segnare la vita o la morte di quello spettacolo, di quella battuta: ha un reale potere sull’artista in scena. Il brivido di avere un peso, l’ebbrezza di poter concretamente dichiarare se qualcosa a cui assistiamo hic et nunc valga il prezzo del nostro tempo e del biglietto, ha del catartico. 
In un’epoca in cui dimostrare apertamente cosa si pensa di uno spettacolo sembra ormai un privilegio di pochi, in un mondo del teatro (e del cinema) italiano sempre più borghese, borghesissimo, in cui il dissenso è bandito e il “comunque bellissima la scenografia” sembra d’obbligo, la stand up ridà dignità e valore al pubblico. Un pubblico incorruttibile. Onesto.
Perché fingere una risata è difficile. Fingerla ogni 20 secondi, ovvero la cadenza media per cui un pezzo di stand up può dirsi efficace, sarebbe un’impresa titanica.

Ci si propone di analizzare questa risata dalla funzione liberatrice e apotropaica. In un Paese in cui il permesso di soggiorno sembra un miraggio, il congedo di maternità una concessione, un Paese in cui il mondo l’arte si arrocca su torri d’avorio con selezione all’ingresso, la libertà di risata e i motivi per cui questa viene scatenata possono essere rivelatori. Possono descriverci davvero i tempi che stiamo vivendo. Senza filtri, senza censure. Ed è per questo che, forse, ha senso scriverci su.