Studente presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ha collaborato come cronista e operatore culturale con Teatro e Critica, Orizzonti Festival, Teatro dell'Orologio, PAC - paneacquaculture, Direction Under 30 - Teatro Sociale Gualtieri, Roma Europa Festival e Riccione Teatro.

Teatro e realtà virtuale. Intervista a Omar Rashid, regista di Segnale d’Allarme – La mia Battaglia VR

Omar Rashid ed Elio Germano

Intervistiamo Omar Rashid: nato in Iraq, cresciuto a Firenze. Termina gli studi al Polimoda di Firenze nel 2002. Dopo alcune esperienze come designer di abbigliamento fra Parigi e New York, crea la sua linea streetwear e usa canali non convenzionali per farla conoscere. La passione per i nuovi linguaggi e la loro applicazione diventa l’elemento centrale della sua professione. L’artista si può considerare uno tra i più interessanti innovatori nell’ambito dell’audiovisivo nel panorama nazionale. Nel 2016, insieme a Elio Germano, realizza NoBorders VR, primo documentario italiano che usa la realtà virtuale; vincitore del premio Migrarti del MiBACT al Festival del Cinema di Venezia. Oggi con la sua agenzia di comunicazione Gold Enterprise realizza progetti VR, parallelamente insegna viral marketing e web communication allo IED di Firenze. Con Elio Germano ha curato la regia di Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, trasposizione in realtà virtuale dello spettacolo La mia Battaglia, in scena al Teatro Argot Studio dal 4 al 16 febbraio, unendo spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality.

Qual è stato il tuo percorso di formazione e quali sono gli ambiti all’interno dei quali operi attualmente?

Io ho iniziato per passione a fare i graffiti a quattordici, quindici anni. Ero molto legato sia al mondo dell’underground sia a quello del cinema. Poi dal mondo dell’underground, sono arrivato a studiare moda. E quindi la mia prima attività è stata lavorare nell’abbigliamento. Creai il mio marchio, dopo un’esperienza a New York di un anno presso un marchio molto legato al mondo dello skateboard e dei graffiti, decidendo di proseguire quel tipo di percorso. E quindi fondai Gold nel 2003, che inizialmente era un negozio di abbigliamento con la particolarità di comunicare molto attraverso il non-convenzionale: io iniziai con gli stickers in tempi non sospetti, che comunque per me era un’evoluzione di quello che era il writing. Piano piano lo sviluppo del brand è andato di pari passo con la mia ricerca nel mondo della comunicazione non convenzionale.

Successivamente questa passione si è riversata anche nel mondo delle tecnologie, ma più come ricerca di linguaggio che di mero marketing. Nel senso che per me era più interessante avere un gioco nuovo e provare a giocarci. Quindi inizialmente la realtà aumentata, poi successivamente la realtà virtuale. Nel contempo, da quando avevo iniziato, l’audiovisivo è sempre stata una forma di comunicazione che cercavo di sviluppare totalmente da autodidatta con un fine promozionale, nel senso che facevamo dei piccoli corti o brevi documentazioni, film per comunicare il brand, che però avevano anche una loro identità individuale.

Poi lo scatto più cinematografico c’è stato intorno al 2013, sicché ho iniziato a lavorare su un documentario che è Street opera, che parlava del mondo del rap. In concomitanza c’è stata la conoscenza più approfondita con Elio Germano che faceva parte del documentario con il suo gruppo Bestierare, era un po’ il filo conduttore perché avevo individuato dei rapper molto distanti tra loro, che erano Gué Pequeno per la parte mainstream, Danno del Colle Der Fomento per quella underground e Clementino e Tormento che erano rappresentanti di due percorsi agli antipodi: nel senso che il primo veniva dall’underground e poi ha sfondato nel mainstream mentre il secondo ha sfondato nel mainstream ed è passato all’underground. Ed Elio faceva da filo conduttore. In quell’occasione ci siamo conosciuti meglio. Quando poi ho scoperto il mondo della realtà virtuale, lui è stata una delle prime persone a cui l’ho mostrato. Ci si è appassionato subito con l’intenzione di fare ricerca anche lui, poiché gli affascinava molto il linguaggio.

Da qui nasce Gold Productions che ha come cardini lo storytelling, la regia e la realtà virtuale. Come si inseriscono questi tre mondi all’interno delle tue produzioni?

Come dicevo, il filo conduttore è sempre lo stesso per me: la vicinanza alla filosofia che viene dal mondo dell’underground e dell’hip-hop che è quella dell’indipendenza. Nel senso che anche i graffiti come il rap sono un tipo di forma d’arte e di contaminazione che viene dal basso e si basa molto di più sulla volontà di esprimersi che sulla tecnica. 

Il mio brand, quello che ho fondato all’inizio, si chiamava Gold ed è rimasto quello, nel senso che per me è una evoluzione lineare. La cosa che dico sempre è che io mi considero un creatore di contenuti, quindi possono cambiare i supporti, una t-shirt, un lungometraggio o una esperienza in realtà virtuale, però il focus è sempre il contenuto che poi trova nel contenitore più adatto la forma per esprimersi. Faccio un esempio: proprio Segnale d’allarme – La mia battaglia VR che porteremo al Teatro Argot Studio, secondo noi, è la trasposizione perfetta di quel tipo di contenuto, in particolare si presta molto per un tipo di fruizione del genere.

Per contro, magari ci sono altri tipi di contenuti, che come dicevo prima trovano più adatto come contenitore, quello della realtà aumentata, quella del documentario o quello della grafica. Alcune volte basta un’immagine per raccontare un concetto. Quindi l’idea è sempre quella di dare, prima di tutto, risalto al contenuto, cioè cercare qualcosa che si presti per essere raccontato. Proprio per questo l’idea di Gold Productions è questa, di essere una casa di produzione indipendente, nel senso che comunque quasi tutti i progetti sono autofinanziati, autoprodotti, prevalentemente ci abbiamo investito tanto tempo ed energie più che tanti soldi, abbiamo veramente fatto tanti sforzi individuali miei e di tutto il team che ho. La filosofia è di ricercare qualcosa anche da un punto di vista produttivo realizzabile, tante volte i progetti non si possono fare perché necessitano di budget elevati, e invece quello che facciamo noi è cercare di fare a monte qualcosa che possiamo fare in un modo o in un altro.

In questo percorso si inscrive la produzione di Segnale d’allarme – La mia battaglia VR. Qual è stata la genesi e il lavoro di produzione del film in realtà virtuale?

Nasce come spettacolo teatrale di Elio Germano, “La mia battaglia”, che ho avuto la fortuna di veder nascere dall’inizio. Io ero con Elio in India a girare, un altro lavoro in realtà virtuale che si chiama The Italian Baba, che ci ha portato a stare in India per un paio di settimane. In questa situazione, di totale pace ed estraniazione dalla società, ci siamo trovati a prendere molto tempo in maniera riflessiva, e in quel momento Elio stava scrivendo lo spettacolo. Nel momento in cui lo scriveva si parlava della possibilità di realizzarlo in realtà virtuale. Quando poi ci fu la prima, presso lo Spazio Tondelli di Riccione, Elio mi disse: “Guarda che questa cosa è perfetta per la realtà virtuale perché lo spettacolo avviene più in platea che sul palco”.

Il giorno stesso decisi di partire per Riccione con il treppiede e la telecamerina. Mi interfacciai con Pierfrancesco Pisani, che è il produttore, per trovare il punto giusto dove mettere la macchina da presa, per cui mi liberò una sedia in prima fila. La prima ripresa fu in tempo reale dello spettacolo. Nonostante fosse stato un esperimento improvvisato, con poca attenzione sulle luci e con una qualità relativamente bassa, fu molto apprezzato da chi guardò il prodotto finale. Questa reazione positiva ci ispirò a realizzare il film in maniera più organizzata. Così l’anno successivo il progetto è diventato una vera e propria produzione, che è stata co-prodotta da Riccione Teatro. Come dicevo Segnale d’allarme non è una ripresa dello spettacolo ma una trasposizione nel senso che ci sono state delle accortezze tecniche, da un punto di vista delle luci, ma anche da un punto di vista della messa in scena. Infatti rispetto allo spettacolo sono cambiate delle cose, sia nel testo, sia nella disposizione degli attori figuranti che fanno poi gran parte del film. Infatti gli attori sono fondamentali, anche se apparentemente invisibili.

Ribaltando la prospettiva e ragionando sulla visione del pubblico: come cambia il rapporto tra spettatore e opera attraverso il visore VR?

La cosa che ci tengo a sottolineare è che il tipo di ricerca che facciamo noi è molto limitato all’ambito della realtà virtuale. Nel senso che è molto più vicina a un’esperienza cinematografica che interattiva, infatti permettiamo allo spettatore di poter muovere la testa a 360°, però il contenuto ha un inizio e una fine, nel senso che comunque si sviluppa in maniera orizzontale, rispetto ad esempio ai videogiochi, che permettono una serie di azioni più articolate. Praticamente il pubblico, attraverso i visori e le cuffie, si ritrova a essere in prima fila in questo spettacolo, in questo teatro, con accanto degli spettatori virtuali. La peculiarità che aiuta ancora di più l’immersione è che inizialmente il pubblico si siede in un teatro vero, come sarà il Teatro Argot, con accanto degli spettatori reali. Tutti insieme si indossa il visore e ci si ritrova accanto a degli spettatori virtuali, all’interno di uno spettacolo che si svolge tra il palco e la platea. Successivamente accadono anche una serie di cose intorno allo spettatore che lo porteranno a vedere, a esplorare anche oltre l’attore principale.

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Perfomance e poesia comica: intervista a Emanuele Ingrosso vincitore di MArteLive Teatro

Vincitore della sezione Teatro per le Finali Nazionali 2019 di MArteLive, intervistiamo Emanuele Ingrosso, autore di “Da piccolo odiavo i bambini“, primo spettacolo di teatro-poesia comico in solitaria debuttato a Torino nel novembre 2018.

Emanuele Ingrosso dal 2015 opera nelle scuole superiori di Milano e dintorni in qualità di operatore per laboratori di teatro e scrittura creativa, curando anche la regia degli spettacoli prodotti dai laboratori stessi. Nel maggio 2016 ha partecipato al primo poetry slam. Da allora girerà l’Italia con i propri testi, sia all’interno dei poetry slam LIPS che con i suoi spettacoli: “Young Hot Guys Make Huge Show For The First Time HD”, spettacolo comico a tema pornografico scritto e interpretato con Davide Magnaghi (2017) e “Da piccolo odiavo i bambini”. Nel frattempo fonda Sagome di Sabbia, associazione culturale che si pone l’obiettivo di accompagnare giovanissimi adulti verso l’universo delle arti performative: per questa cura il laboratorio di recitazione comica, improvvisazione teatrale, scrittura creativa e poesia performativa. All’interno del campionato LIPS è campione ligure nel 2018 e 2019, vicecampione nazionale 2018 e attuale campione nazionale.

Come nasce il tuo percorso artistico? Perché hai deciso di dedicarti all’arte comica?

Non l’ho propriamente deciso, diciamo che è capitato. Ho incontrato teatro e poesia più o meno nello stesso momento, a metà del liceo. Quando ho iniziato a scrivere poesie preferivo chiudermi nei canoni classici, forse anche per insicurezza. La comicità è intervenuta a salvarmi quando pensavo di non riuscire più a dar voce ai miei periodi più bui. Anche adesso, quando scrivo, non sento il bisogno di rimpolpare i miei testi di battute: a volte semplicemente capita.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici nazionali e internazionali?

Se si parla di comicità ti darò una risposta che forse suonerà bizzarra: il mio punto di riferimento è Rowan Atkinson e soprattutto il suo magistrale Mr. Bean. Il suo personaggio incarna perfettamente la comicità che vorrei portare sul palco, quella che alla fine c’è poco da ridere, insomma. Guardavo le puntate di Mr Bean a 5 anni e ridevo per la sua goffaggine, poi crescendo ho iniziato a confrontarmi con lo strazio che si porta dietro quell’ometto. I film o spettacoli comici che amo di più sono quelli che non riesco a vedere prima di andare a dormire perché mi tolgono il sonno (succede così anche con Dario Fo, Troisi, Woody Allen). Così spero che la mia comicità non sia solo “spiritosa”, ma ogni tanto tolga il sonno. Se penso alla scrittura più in generale, la prima volta che ho pensato “forse voglio scrivere anche io” è stato dopo aver letto John Fante per la prima volta.

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In che modo si sostanzia il rapporto fra comicità, poesia e performance nel tuo spettacolo Da piccolo odiavo i bambini?

Come dicevo prima, la comicità interviene per definirmi senza che m’inceppi, così raccontare la storia di un essere umano perennemente inadeguato era impossibile senza usare la comicità: avessi provato a scrivere uno spettacolo drammatico sarebbe risultato squallido. La chiave comica aiuta il pubblico a immedesimarsi con me e la mia storia gradualmente, senza che l’impatto sia brusco. Così anche le poesie cercano di presentarsi al pubblico in maniera delicata e la comicità in questo aiuta, non forza i toni. Affrontare sul palco la depressione di un adolescente è estremamente rischioso, ci ho pensato parecchio prima di mettere in scena questo spettacolo: per questo motivo parlo molto anche col pubblico, voglio che si annulli la distanza tra palco e platea. Mi piacerebbe che alla fine di questa oretta passata insieme ci si senta un po’ meno soli.

Se e in cosa si differenzia questo spettacolo dall’intrattenimento della stand-up comedy?

Questa è una domanda spinosa, perché soprattutto nella scena poetica i miei testi vengono definiti “cabaret” o addirittura “avanspettacolo”. La premessa è che amo alla follia la stand-up comedy, e ci sono alcuni momenti dello spettacolo che potrebbero rientrare in questa categoria: lo sono più che altro le interazioni col pubblico, le presentazioni delle poesie. Quello che cerco poi di ottenere è una transizione morbida tra le chiacchierate (che comunque hanno sempre un canovaccio di partenza) e le poesie, che hanno un decoro formale totalmente diverso da quello della stand-up: la stand-up dev’essere credibile, le poesie sono (o meglio, spero siano) momenti di sospensione dell’incredulità.

In questo lavoro proponi delle riflessioni sulla condizione psicologica che generalmente affiora nel corso dell’adolescenza. In che modo riesci a coinvolgere i diversi pubblici, pur trattando un tema particolarmente vicino ai giovani? Quali sono state le risposte più originali e sorprendenti del pubblico durante o dopo le tue performance?

Le prime volte che ho portato in giro questo spettacolo speravo sempre di trovare un pubblico di coetanei perché credevo potessero immedesimarsi di più. Invece ora è diventato affascinante confrontarsi con un pubblico variegato, in questo lo spettacolo (avendo una buona parte improvvisata) può cercare di essere camaleontico. La sfida ogni volta è non finire per essere fuori posto, solitamente riconosco un buon pubblico dopo i primi 3 minuti. Il rovescio della medaglia è che se non è il mio ho davanti a me 50 strazianti minuti.

Con Da piccolo odiavo i bambini hai vinto il premio del festival Marte Live per la sezione teatro. Cosa ti aspetti per il futuro di questo spettacolo e per la tua carriera artistica, in generale?

È stato clamoroso, lo so che si dice sempre ma mai me lo sarei aspettato. Per la prima volta mettevo in gioco i miei testi nel panorama teatrale (solitamente li leggo durante i poetry slam) e gli altri spettacoli erano completamente diversi dal mio, una volta salito sul palco ho pensato che avrei svuotato la sala dopo 30 secondi. Non ho idea di cosa succederà, mi auguro solo di lasciarmi travolgere come è successo negli ultimi tre anni.

Desideri ringraziare o parlare di artisti, spazi o Festival che ti hanno sostenuto durante questo primo ma intenso segmento di percorso artistico?

Innanzitutto MarteLive per la grande occasione datami; non posso dimenticare la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam), che per prima ha dato voce e fiducia ai miei testi, anche solo per 3 minuti. Infine “Sagome di Sabbia” e la “Compagnia delle Indie”, due collettivi (ma chiamiamoli anche “famiglie”) che quotidianamente mi permettono di salire sul palco e starnazzare poesie.

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Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista a Stefano Patti

Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista al regista Stefano Patti

Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista a Stefano Patti

Un uomo, un padre, un marito, nel corso di un pomeriggio si troverà a confrontarsi con tre donne, tre rappresentazioni carnali della parte più intima e oscura di sé stesso e ad affrontare le sue ossessioni pur di difendere la propria famiglia.

Dal 5 al 17 Novembre, dopo il successo all’interno della XVII edizione della Rassegna Trend, diretta da Rodolfo di Giammarco, Harrogate ritorna in un luogo storico di Roma, il Teatro Argot Studio di Trastevere. Per il terzo capitolo della stagione epico-teatrale ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso, Marco Quaglia e Alice Spisa, diretti da Stefano Patti, traducono scenicamente Harrogate, scritto dal drammaturgo inglese Al Smith. Harrogate è un trittico sull’ossessione, la repressione e la lussuria.

Ne parliamo con Stefano Patti, attore e regista anche di Echoes, spettacolo che abbiamo avuto modo di apprezzare negli scorsi anni, accolto con favore da parte della critica e del pubblico in occasione delle repliche in Italia e all’estero all’Edinburgh Festival Fringe, Tristan Bates Theatre di Londra e In Scena! Italian Theater Festival di New York.

Qual è stata la genesi creativa di Harrogate e quali le tematiche principali presenti nell’opera?

Lo spettacolo ha debuttato all’interno della XVII edizione della Rassegna Trend, diretta da Rodolfo di Giammarco, una rassegna che io e Marco Quaglia abbiamo inseguito per molto tempo perché Trend ha un’attenzione per la drammaturgia inglese che noi amiamo. Quando Rodolfo di Giammarco mi ha chiesto un testo, insieme ad Alice Spisa abbiamo trovato Harrogate di Al Smith, successivamente tradotto da Alice.

Sebbene non ci sia alcun omicidio, possiamo considerare il testo come un thriller: una drammaturgia molto intima, divisa in tre atti e ambientata all’interno di una cucina durante un unico giorno, dalle tre di pomeriggio fino alle dieci di sera. Harrogate racconta la parte più oscura di noi, quella più intima e profonda, la zona più sporca che la società vuole chiudere a chiave in un cassetto. Un’altra tematica è legata al ricordo, un fattore che mi ha profondamente affascinato quando ho letto il testo. C’è un ricordo che ossessiona il protagonista: questo ricordo, se non viene affrontato e non viene accettato nel tempo, può condurre a una nevrosi…

Come si configura il lavoro registico nel racconto noir della storia di questi personaggi?

Gran parte del lavoro registico è stato costruito sotto invito dell’autore. Nel senso che la drammaturgia inglese è affascinante anche perché ti mette davanti a una storia come quelle che noi amiamo vedere davanti a una serie TV. Non a caso, molti sceneggiatori di serie TV sono drammaturghi teatrali. Questo automaticamente e fortunatamente – aggiungerei – rompe l’idea di “chiave registica”: qui non c’è nessun idea di regia. Essendo anche un attore, ho deciso di mettere la regia totalmente al servizio della storia e dei personaggi. L’autore ha disegnato veramente dei caratteri bellissimi – questo è stato molto utile per gli attori – qualche volta anche schifosi; sono personaggi che questa società molto spesso rifiuta. Tutto il mio lavoro ha avuto come obiettivo la valorizzazione della storia e dei personaggi.

Sono contento di aver collaborato con una compositrice e musicista che è Virginia Quaranta in arte Bebawinigi che regala un colore unico alla pièce: è come se avesse fatto una regia musicale dell’opera. La scenografia è molto minimale, quindi non ci sono elementi disturbanti. L’autore vuole shockare lo spettatore puntando all’intimità. Al centro di Harrogate c’è la spettacolarità dell’uomo, delle sue debolezze e della sua impossibilità a correggersi. 

Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista a Stefano Patti

In che modo lo spettacolo e i protagonisti stabiliscono una relazione con il pubblico?

Lo spettacolo, già dalla modalità di scrittura automaticamente declinata nella mia regia, invita gli spettatori a osservare la scena come in uno spioncino, attraverso una prospettiva voyeuristica.
In questo senso lo spettatore è invitato a spiare l’animo sporco di questi personaggi che affrontano determinate situazioni all’interno delle mura domestica. Sono molto contento di aver lavorato su questa drammaturgia ma soprattutto con questi attori, perché hanno una capacità di immergersi nella parte più oscura di sé stessi, portando allo shock emotivo chi guarda lo spettacolo. 

Noi siamo stati molti contenti delle quattro repliche in sold-out dell’anno scorso e del “passaparola” che c’è stato. Come dice Caryl Churchill, il teatro deve essere poco rassicurante e il nostro lo è. Così abbiamo cercato di affrontare insieme allo spettatore queste tematiche così spinose. Alla fine la palla viene data al pubblico. Non c’è giusto o sbagliato ma c’è un problema. Ciò che accade è un fatto che esiste nel mondo, come le guerre o le malattie, e verrà scoperto dal pubblico durante lo spettacolo. Sotto questo punto di vista, lo spettatore verrà molto responsabilizzato.

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Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville di Gianni Guardigli con Daniela Giovannetti e Norina Angelini. Regia di Alessandro Di Murro. Foto di Mattia Mura

Bianca – Un omaggio a Moby Dick. Intervista all’autore Gianni Guardigli

Giovedì 1 agosto, alle 21.30, all’interno della XXVI edizione del festival I Solisti Del Teatro, andrà in scena Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville con Daniela Giovannetti e Norina Angelini. Lo spettacolo, diretto da Alessandro Di Murro, con la drammaturgia musicale di Enea Chisci, si nutre dei versi sciolti che compongono l’adattamento teatrale del romanzo di Melville a cura del drammaturgo Gianni Guardigli. Con l’autore forlivese navighiamo attraverso i mari infiniti che collegano la letteratura allo spettacolo dal vivo, dove la sfida fra il capitano Achab e la Balena Bianca può essere un punto di partenza per l’ennesima riflessione, ma con la consapevolezza che è assolutamente necessario collaborare alla creazione di un futuro a cui ognuno di noi “deve” regalare una tessera del mosaico.

Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville di Gianni Guardigli con Daniela Giovannetti e Norina Angelini.  Regia di Alessandro Di Murro
Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville
Foto di Mattia Mura

Dopo tanti anni di attività, in cui ha lavorato su romanzi di grandi autori della letteratura mondiale come Goethe, Bernhard, Tabucchi, Zola, Fest – solo per citarne alcuni – si è trovato ad affrontare il romanzo più celebre di Herman Melville, Moby Dick: come – e se – è cambiato, nel corso del tempo, il suo modo di interpretare le diverse opere letterarie e di tradurle in testi per la scena? 

Ogni volta ho affrontato i vari lavori con spirito diverso, ho cercato di individuare le  caratteristiche peculiari dei vari romanzi trovando i punti che reputavo più efficaci per essere portati su un palcoscenico.

Moby Dick, fra letteratura e teatro: qual è stato l’iter creativo di adattamento teatrale del romanzo? 

In questo caso ho cercato di “assorbire” al massimo le infinite striature di questo imponente romanzo, un vero trattato sulla vita, sul fronteggiarsi di bene e male, sul cercare di capire una parte dei segreti sul nostro viaggio terreno e poi ho immaginato tre menti pensanti, tre personaggi, e, cercando di entrare nelle loro sensibilità, li ho scritti.

Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville di Gianni Guardigli con Daniela Giovannetti e Norina Angelini.  Regia di Alessandro Di Murro.  Foto di Mattia Mura
Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville
Foto di Mattia Mura

In che modo i temi e i personaggi di Moby Dick possono, a quasi due secoli dalla pubblicazione del romanzo di Melville, riuscire a rappresentare il nostro presente e a definire l’orizzonte esistenziale in cui l’umanità si muove?

La profondità e la precisione con cui Melville sa descrivere le infinite sfaccettature dell’animo umano non possono non essere centrati per rappresentare la nostra esatta posizione nella scacchiera scivolosa di questo mondo. Mi riferisco alle paure che ci perseguitano in questo triste momento. Inoltre la speranza è che lo stesso Melville ci aiuti appunto fornendoci qualche strumento per guidarci a leggere dentro noi stessi e per riuscire, perché no, ad attrezzarci nelle nostre vite quotidiane.

Quali sono le impressioni scaturite dalla visione dello spettacolo del regista Alessandro Di Murro con Daniela Giovanetti e Norina Angelini?

Impressioni di potente adesione emotiva. La regia di Alessandro Di Murro ha saputo con grande intelligenza  interpretare  molto bene le parole che ho scritto. Daniela Giovanetti ha costruito le tre anime dei personaggi andando a scovare una verità fra testo e sottotesto.  Norina Angelini, con il canto e la musica del compositore Enea Chisci, ha reso rituale uno spettacolo di prosa arricchendolo con note di spiritualità.

Un estratto del testo di Bianca di Gianni Guardigli

Se la Natura, la longa manus di Dio su questo pianeta 
tanto piccolo nei confronti dell’Universo infinito, 
e tanto grande per la nostra percezione mortale 
ci ha regalato la possibilità di interpretare dei segnali d’allarme, 
noi, tutti noi, dovremmo essere tenuti a considerarli, 
questi segnali d’allarme, se vogliamo essere in sintonia. 
Essere in sintonia vuol dire non essere “dissonanti”, 
vuol dire non opporsi con la forza di un ramoscello sottile 
alla potenza crudele e devastante di un tifone. 
Se la Natura ci ha regalato dei “campanelli di allarme”, 
dobbiamo… dovremmo saperli ascoltare… 
aprire orecchie, cuore, anima e metterci in ascolto, cercare di capire. 
L’albatro è un uccello bianco, padrone dell’azzurro, 
una creatura che è capace di rapportarsi 
più alle preghiere del cielo e alle parole degli Angeli 
che agli avvenimenti terreni e tangibili di questa terra. 
E’ lui stesso, forse, un principe immacolato, 
o un valletto di un re, un servitore dotato 
di due ali immense e di un corpo candido e quasi sgraziato, 
che sa cavalcare la vastità dell’aria con la precisione 
e la velocità di un sogno, che sa collocarsi al centro del cielo 
con la sicurezza di un regnante, 
mentre è goffo, quasi menomato, inadeguato 
nel muoversi in terra, o in superfici ferme, 
come il ponte di una nave. 
Si narra che un albatro ucciso perseguitasse 
con sventure e poteri soprannaturali 
la nave che scivolava sotto il suo volo. 
Ma qualcuno è certo che proprio quel regale uccello 
dalle piume accecanti per la bianchezza 
sia il messaggero più scrupoloso, adatto ad andare 
a sussurrare brevi frasi nelle piccole orecchie degli Angeli, 
lassù, dove nessuno è mai riuscito ad arrivare, 
dove nessuno ha mai potuto andare a curiosare. 
Se la Natura, la longa manus di Dio su questo pianeta, 
è una madre attenta a collocare i frammenti, 
le pennellate del disegno, nel punto esatto 
in cui devono stare… è meglio chiudere gli occhi e ascoltare, 
perché, a occhi chiusi, si capiscono meglio, 
i significati delle frasi portate dal vento. 
 

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patamu

Patamu: la terza via per uno sviluppo culturale sostenibile. Intervista al fondatore Adriano Bonforti

Fondata con poco più di 100mila euro di finanziamenti, raccolti tra privati e due premi (Inventare il Futuro” dell’Università Alma Mater di Bologna ed il premio “Fondo per la creatività” della Provincia di Roma), la giovane start-up Patamu si è affermata, in pochi anni, come piattaforma web di riferimento per tutelare dal rischio di plagio le opere dei creativi italiani, generando una prova d’autore per qualsiasi opera d’ingegno o lavoro creativo. Oggi, dopo sei anni, può vantare circa 19mila iscritti che hanno deciso di tutelare la propria creatività e pubblicare o condividere in sicurezza i propri lavori iscrivendo un totale di 88mila opere nell’applicazione principale: Patamu Registry, il registro delle creazioni caricate sul portale.

Adriano Bonforti, fondatore e CEO di Patamu, ci racconta la nascita e lo sviluppo di questo progetto virtuoso, a partire da un’importante riflessione sul diritto d’autore. patamu

Liberalizzazione dei diritti d’autore e lotta al monopolio Siae: due principi propulsori per cui è stata fondata Patamu. Come nasce l’idea e come si è sviluppato negli anni il progetto?

L’idea nasce da un’esigenza personale, scrivere e comporre musica è qualcosa che da sempre prende parte della mia vita. L’iscrizione alla SIAE, come giovane artista, è stata un passaggio obbligato. La serie di vincoli non permettevano quella libertà di cui sento una forte necessità per poter creare. Volevo essere libero di suonare e condividere la mia musica.

Patamu nasce da questa esigenza e inizialmente si rivolgeva agli artisti in campo musicale. Quello che volevo era dare la possibilità a chi componeva musica di utilizzare le licenze Creative Commons (CC), coniugando la musica e il concetto di condivisione, ormai necessario nel panorama globale. E soprattutto di farlo tutelando comunque il proprio diritto d’autore, senza timore di essere plagiati.
Permettere a chi crea di essere tutelato senza la paura di cadere in vincoli legali è quello che continuiamo a proporci, creando una vera alternativa alla Siae. Il progetto negli anni si è articolato sempre più perché abbiamo percepito la necessità di tanti altri tipi di artisti e creativi di tutelarsi prima di condividere le proprie opere. Per questa ragione, sono nati servizi come Patamu Teatro, rivolto alla riscossione delle royalties in ambito teatrale, e Patamu Live, per la riscossione delle royalties per gli eventi dal vivo.

Allo stesso tempo, pensiamo sia importante uscire dalla rigidità di certe logiche e proponiamo vari tipi di account per godere dei nostri servizi. Questo perché riteniamo che ognuno dovrebbe disporre di un servizio quanto più vicino alle proprie necessità.  Dopo 6 anni, abbiamo quasi raggiunto i 20000 utenti e le 90000 opere depositate, e continuiamo a crescere per soddisfare le esigenze di tutti.

Quali sono le principali criticità dell’esercizio Siae nell’intermediazione del diritto d’autore?

La Siae nel proteggere il suo monopolio impone agli autori una serie di vincoli così stringenti da far gettare la spugna a molti, relegando la voglia di condivisione a quella di un cassetto chiuso nella propria stanza. Grazie alla recente istruttoria dell’Antitrust sulle attività della Siae, sono emerse delle criticità nei servizi promossi da questo ente. Questo sia in termini di trasparenza verso i propri iscritti sia di concorrenza verso i competitor. L’Antitrust è intervenuta per garantire quelle normative europee che superano, di molto, la normativa su cui regge la Siae, datata 1941.

Ovviamente, la situazione creatasi è dovuta non solo al mancato adeguamento della Siae ma ad un mancato adeguamento del sistema legislativo che va a diminuire la libertà di scelta degli autori. Questo danneggia l’intera industria, scoraggiando artisti e aziende che non riescono a muoversi tra i paletti imposti dal legislatore, rendendo l’Italia un fanalino di coda rispetto agli altri Paesi europei. Al momento, siamo in attesa che la direttiva Barnier sia recepita nella sua interezza in maniera da garantire a piccoli e medi artisti una maggiore attenzione.

Il dibattito sul diritto d’autore in italia ha sempre visto affrontarsi due fazioni radicali: le imprese e i loro organismi di rappresentanza a difesa della formula “tutti i diritti riservati” e i propugnatori del no-copyright. In questa lotta tra “conservatori” e “innovatori” sta il motivo della difficoltà di trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Come si pone Patamu in questo quadro e a quali artisti si rivolge?

Questa domanda è estremamente interessante, perché è frutto del sistema in cui viviamo e dei modi in cui siamo abituati a pensare. No-copyright o tutti i diritti riservati sono punti di vista che molte volte vengono creati anche da chi non crea opere, generando quindi un parere non interno che non fa bene agli artisti stessi. Con Patamu, cerchiamo di imporci in una situazione di ascolto verso il pubblico. C’è da considerare che in Italia viviamo, come dicevo precedentemente, un’arretratezza da questo punto di vista.

Non c’è verso il pubblico l’attenzione necessaria per accogliere pienamente i suoi bisogni. Per questa ragione Patamu ha deciso di non chiedere nessuna esclusiva sulle opere depositate, evitando che si crei quel rapporto vincolante con gli autori. Chi crea e vuole avere una certificazione di paternità deve avere la piena libertà di utilizzare il servizio di deposito anche se iscritto ad una collecting tradizionale.

Allo stesso tempo, riteniamo che per garantire il rispetto dei bisogni degli autori, ci debba essere un servizio quanto più facile e rapido possibile. Questo si traduce sia nella possibilità di caricare direttamente in piattaforma le proprie opere ed avere a disposizione la propria licenza, sia nella possibilità da parte degli utenti di disiscriversi in qualsiasi momento. Inoltre, all’interno del nostro portale, gli autori possono decidere di scegliere tra una licenza di copyright tradizionale e una licenza Creative Commons. Diamo questa possibilità di scelta perché diverse opere richiedono diversi sistemi, e possiamo affermare con orgoglio che più della metà delle quasi 90.000 opere depositate su Patamu hanno una licenza libera. Interessarsi al diritto d’autore non deve essere una lotta tra due fazioni, ma deve essere una decisione di chi crea. E solo dando ai creativi la strumentazione per far valere le proprie necessità che si può far evolvere il sistema.

Patamu ha raggiunto quota 19mila iscritti e un totale di quasi 90.000 depositati sulla sua applicazione principale: Patamu Registry, il registro delle creazioni caricate sul portale. Quali sono le sfide che si pone Patamu per il futuro?

Cercheremo sicuramente di mantenere alto il tasso di innovazione, proprio per permettere sempre la maggiore fruibilità dei nostri servizi. Già oggi, l’autore di un’opera può scegliere di utilizzare la marcatura temporale, riconosciuta a livello istituzionale, e quella realizzata attraverso il deposito blockchain. Quest’ultima è collegata direttamente ai Bitcoin, e va ad inserirsi in un registro digitale che valida la data di creazione dell’opera in questione. Accanto alla necessità di disporre di certificazioni sempre più robuste e solide, pensiamo sia utile permettere agli utenti di disporre di una quanto più ampia gamma di servizi possibili. Come accennato su, i servizi che offriamo si stanno differenziando sempre di più. Oltre Patamu Teatro e Patamu Live, offriamo anche Patamu Enterprise, per chi fa un uso professionale di Patamu, e Patamu Legal, per chi ha bisogno di assistenza legale.

Infine stiamo lavorando intensamente per poter offrire presto un servizio vero e proprio di riscossione di royalties. Possiamo quindi affermare che quello che Patamu si riassume in tre punti. Una valorizzazione del ruolo della tecnologia, per creare una marcatura sempre valida e al passo con i tempi. Un servizio sempre più delineato sui bisogni degli utenti, in modo che questi possano accedere a delle certificazioni in linea con le proprie necessità. E un servizio sempre più vicino a chi crea e necessita di aiuto nella riscossione delle royalties, che speriamo di lanciare presto con il supporto di tutti i nostri utenti. In questo modo pensiamo sia possibile delineare un servizio sempre più vicino agli autori e che possa essere guardato come una vera alternativa alla Siae.

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Dialogando con l’autore Fabio Pisano vincitore del Premio Hystrio Scritture di Scena 2019

Vincitore del Premio Hystrio Scritture di Scena 2019 con il testo Hospes, -ĭtis, Fabio Pisano nasce a Napoli, laureandosi in Scienze Biotecnologiche. Durante il periodo universitario, studia recitazione presso il teatro Totò, e, contemporaneamente, coltiva la passione per la scrittura teatrale seguendo numerosi stage di scrittura con alcuni autori e registi teatrali internazionali. Dopo aver pubblicato sulle nostre pagine un approfondimento dedicato al testo Lacerazioni, continua il dialogo intorno alla drammaturgia contemporanea, con l’autore campano della compagnia LiberaImago, attraverso un racconto che prende le mosse dagli esordi teatrali e dagli incontri formativi, passando per i momenti decisivi di produzione artistica fino ad arrivare ai riconoscimenti e ai successi recenti.

Gli esordi: com’è nata la passione per la scrittura e per il teatro?

La passione per la drammaturgia è stata una passione improvvisa, complice soprattutto la “paura del palcoscenico”; ho iniziato come attore, recitavo ma sul palco mi sentivo a disagio, mi sono sempre sentito a disagio, davanti gli occhi di qualcuno; preferivo non esser visto, ma avvertivo la volontà di voler comunicare qualcosa, così iniziai a studiare, a leggere drammaturgia, pratica che ancor oggi faccio con una costanza incredibile: leggo moltissima drammaturgia – non solo contemporanea. Analizzo i testi, sottolineo, mi appunto passaggi, cerco di scavarci dentro e capire dove trovarci il teatro che mi piace. E poi, alla fine, se mi va, scrivo. Col passare del tempo ho capito però che per me il teatro è – oltre l’attore – drammaturgia. La storia ci ha consegnato dei testi. Indizi. Una prova. La drammaturgia è la prova dell’eternità del Teatro.

Quali sono stati gli incontri formativi e le esperienze più rilevanti per il tuo percorso artistico?

“Incontri” è la parola giusta. Nel mio percorso formativo, ho “incontrato” coloro che per me erano veri e propri idoli, miti. Martin Crimp, Mark Ravenhill su tutti. Poi la nuova scena spagnola, nella figura – in particolare – di José Manuel Mora, Esteve Soler, Carolina Martin, ma anche Enzo Moscato, di cui ammiro la meravigliosa, eterea figura, oltre che la scrittura; molto significativi sono stati anche gli incontri con alcuni registi (mi diletto nella regia, mi piace molto misurarmi con questo “mezzo”), come Oskaras Korsunovas, e con personalità del teatro quali Loredana Putignani, attraverso cui ho rafforzato amore e conoscenza per Antonio Neiwiller che resta un grande rimpianto non aver conosicuto da vivo, Licia Lanera, Davide Carnevali, Emma Dante, Massimiliano Civica. “Incontri”, perché seminari, o laboratori brevi, che amo perché sono momenti da cui cerco di trarre il massimo, concentro forze fisiche e psichiche per trarne il meglio. E tra queste personalità immense, c’è tanto “meglio”.

Sei laureato in scienze biotecnologiche con un curriculum medico. Come si concilia e interagisce questo background con le tue drammaturgie e produzioni artistiche?

Non saprei dirlo con precisione, ma sento che una forma mentis scientifica mi è necessaria; un testo teatrale – a mio avviso e forse anche influenzato dai miei studi universitari – è qualcosa di molto, molto scientifico.

Con il testo Hospes, -ĭtis hai vinto il Premio Hystrio – Scritture di Scena 2019. Qual è il principale tema di indagine che hai affrontato e come si relaziona ai tuoi precedenti scritti come Lacerazioni e Celeste?

Non credo ci sia un fil rouge, tra i testi citati, se non una mia grande voglia di indagare la drammaturgia, e farlo secondo forme e strutture sempre nuove; i testi hanno morfologia e sintassi proprie e sempre diverse, ma forse tutti ricercano storie non raccontate, storie dimenticate (come quelle di Celeste Di Porto) o da dimenticare (nel caso di Oud, di Lacerazioni). Hospes, -itis però è qualcosa di profondamente differente, nuovo per me, un testo con una grammatica che non avevo mai ancora approcciato, che forse ho cercato e non ancora trovato. Questo “osare”, è stato premiato con il riconoscimento da parte dell’associazione Hystrio, un premio che ho sempre seguito ma non credevo di poter raggiungere, anche perché sono alla soglia dei trentatré anni, ormai quasi al famoso confino con l’under 35!

Celeste pH Ivan Nocera
Celeste – Foto di Ivan Nocera

Qual è, a tuo avviso, la “missione” di un drammaturgo alla luce degli equilibri teatrali odierni?

Non credo di essere pronto a rispondere; e forse, se lo facessi, diverrei pedante; mi limiterò a dire che, secondo me, la drammaturgia oggi nel nostro paese, come ogni forma di cultura, sta “sbiadendo”, diventa sempre più “trasparente”, e questo la rende più delicata, più difficile anche da guardare, da guardare per davvero. C’è bisogno di tempo, per scrivere, tempo che non viene più concesso; Hospes, -itis è nato dopo otto mesi, lunghi e intensi, di lavoro. E otto mesi, in un momento storico così “rapido” e “povero”, sono un lusso che non sempre ti viene accordato. Infine, credo che i drammaturghi – almeno i giovani, coloro cioè che hanno il diritto di provarci e soprattutto di sbagliare – debbano osare, puntando ad una drammaturgia che amo definire “longitudinale”, che salga su, che eslpori altre atmosfere, anche a rischio di cadere e farsi male, e non solo “latitudinale”, non solo cioè volta a percorrere confini già esplorati, allungandone solo le maglie, spingendo solo un po’ più in là il limite.

Recentemente hai preso parte al progetto BeyondTheSud, nato dall’intento di promuovere nuovi modelli di gestione delle imprese culturali in America Latina e di favorire lo sviluppo delle carriere di giovani artisti e operatori under35 in un contesto internazionale. Cosa porti dietro da questa esperienza?

Porto dietro prima di tutto una bellissima esperienza umana; ho conosciuto persone belle, come Mario Gelardi, Carmelo Alù, e poi gli artisti argentini, cito ad esempio il tutor dei registi, Ariel, o Beto Romero, un allievo regista, un artista visionario; ciò che però su tutto, questo viaggio in Argentina mi ha restituito, è stata una parte della mia famiglia, persone che ho trovato o ri-trovato, familiari di cui avevo solo foto o racconti, e questo è stato un regalo che il Teatro mi ha concesso, un regalo bellissimo, intenso che mi ha arricchito in modo straordinario. Buenos Aires è una città enorme, piena di contraddizioni come nel migliore immaginario di noi altri occidentali. Dal punto di vista artistico, ci sono molte differenze, credo soprattutto quando si parla di drammaturgia. Lì mi è parso che la storia, la fabula sia parallela se non subordinata all’immagine, mentre qui la storia – almeno per quel che ho potuto dedurre io – ha un peso ancora necessario. In fondo, però, il teatro che sia argentino, italiano o di qualsiasi altro posto del mondo, ha in sé la cura per l’uomo. E questo è comune, immagino, ovunque. Mi è piaciuto molto scoprirlo, sbirciarne le priorità, anche se il tempo è stato meno di quel di cui si necessita. Ma bisogna sempre e comunque fare i conti con la realtà.

BeyondTheSud
BeyondTheSud

Nel 2007 insieme a Francesca Borriero e Roberto Ingenito hai dato vita a Liberaimago, organizzazione orientata alla produzione teatrale e alla realizzazione di eventi culturali. Quali sono i vostri fronti di azione e quali le prospettive future?

La compagnia è stata la cosa più bella che abbia fatto nella vita. Un passaggio che non avrei mai realizzato senza Francesca e Roberto, artisti unici, di grande talento, di liricità e conoscenze profonde. Francesca è un’attrice bravissima, con uno spessore ed un talento che non si ritrovano facilmente, a mio avviso; Roberto è un attore poetico, un regista leggero, nell’accezione più bella del termine. È stato un incontro fortunato, per me, un incontro che più d’ogni altro mi ha fatto crescere come uomo, prima di tutto il resto. Adesso stiamo provando a trovare spazi per “Celeste”, uno spettacolo da me scritto e diretto, lavorato tanto, che ha avuto una bella “vita”, finora, e speriamo di poterne dare altra, e “Cyrano station” composto e diretto da Roberto. Più in generale, noi agiamo su drammaturgie inedite, le mie o quelle di Roberto, e lavoriamo sui classici, proponendoli in chiave contemporanea, ma senza tradirne messaggi e parole. Inoltre ci impegnamo molto per le scuole, portando alla ribalta temi sociali che vincono, perché niente è più forte della realtà, quando – se non l’hai potuta vivere per mera questione anagrafica – la riesci a raccontare con ardore e amore. Le prospettive future sono irrimediabilmente di crescita, perché la nostra famiglia si allarga e accoglie professionisti sempre pronti a mettersi in gioco, penso ad esempio a Francesco Luongo, a Francesco Santagata, a collaboratrici grandiose come Sonia e Annalisa. Insomma, vogliamo crescere, diventare grandi, poter vivere oltre che di scritture in compagnie, anche di noi stessi, delle nostre passioni, del nostro Teatro.

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ScupLAB

Nasce a Roma ScupLAB: la sala polifunzionale di Scup – Sport e Cultura Popolare

ScupLAB
ScupLAB

Nel quartiere Appio – Latino Tuscolano di Roma, all’interno del progetto di Scup – Sport e Cultura Popolare, sta nascendo un nuovo spazio culturale polifunzionale di teatro e arti performative, grazie all’iniziativa di giovani attrici, attori, registe e registi emergenti: ScupLAB.

Il progetto di Scup, dopo anni di occupazione, ha quest’anno ottenuto il comodato d’uso per i locali di Rfi in via della stazione Tuscolana 82/84 anche grazie all’intermediazione del Municipio VII, ed è da tempo punto di riferimento per le attività culturali e sociali del territorio.

Dalle nuove energie e proposte della sua comunità è nato il progetto di ridare vita agli ex capannoni industriali, attraverso la costruzione di una sala polifunzionale, capace di ospitare eventi culturali, artistici e sportivi.

Ed è questo il punto di forza del progetto ScupLAB: la possibilità poliedrica di essere allo stesso tempo un teatro, uno spazio per proiezioni, una sala prove, una sala esibizioni e concerti, un’area meeting o uno spazio per il mercato popolare.

ScupLAB

ScupLAB, spazio fisico e collettivo artistico, si propone di dar voce e supporto alle realtà indipendenti che operano nel settore dello spettacolo dal vivo sostenendo e incentivando le nuove produzioni, organizzando laboratori e corsi di formazione professionale travalicando l’aspetto legato esclusivamente alle arti performative.

La  pazienza e la dedizione di tecnici e operatori del settore dello spettacolo ha fatto sì che l’opera architettonica si adattasse alle numerose attività socio-culturali che caratterizzano l’identità di Scup. In questo senso, c’è la volontà, da parte degli animatori dello spazio, di veicolare gli stessi messaggi di equità e solidarietà ma attraverso il linguaggio universale dell’arte.

Per aggiungere questo tassello e realizzare ScupLAB, e per migliorare lo stato dei tre capannoni che compongono Scup c’è bisogno di molti lavori di manutenzione e ristrutturazione. Attraverso la campagna crowdfunding da Maggio fino a Luglio, Scup vuole raccogliere 40.000 euro.

Per maggiori informazioni sulla raccolta fondi potete visitare il sito di Buonacausa.org.

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#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

Over – Emergenze teatrali al Teatro Argot. Intervista a Tiziano Panici

Se le speranze di un sistema economico più equo e rispettoso dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sembrano ormai tramontate e se le lotte per un sistema politico che sappia creare le condizioni necessarie per rilanciare un settore in perenne crisi, andando a valorizzare le relazioni umane attraverso l’arte e la cultura piuttosto che distruggere l’umanità degli artisti che cercano di opporsi a questo status quo, sembrano essere sempre più lontane, qualcosa a Roma, più precisamente al Teatro Argot Studio, si muove.

Visioni illuminate che portano a percorsi che, a loro volta, liberano creatività e desideri comunardi di rigenerazione socio-culturale di un gruppo di giovani, che, rilanciando il protagonismo cittadino, hanno cercato di rivoluzionare un sistema antropofago e disumanizzante qual è quello dello Spettacolo dal vivo in Italia. Un gruppo di bell* e ribell* che, da anni anima l’amorfa Roma attraverso l’organizzazione di Dominio Pubblico, Festival under 25, è riuscito anche a riversare tutto il proprio entusiasmo nelle numerose attività proposte nel teatro trasteverino di Via Natale del Grande.

L’ultima, in ordine temporale, è #OVER – Emergenze teatrali. Rassegna di giovani talenti + 25, kermesse teatrale dedicata alle nuove generazioni artistiche del panorama romano e nazionale, che tesaurizza le forti connessioni del network creato con cura da diversi anni fra diverse realtà che lavorano nel settore: compagnie, festival, operatori e pubblico, i quali diventano protagonisti di un’esperienza di cambiamento necessaria quanto vitale. Un’operazione guidata dal direttore artistico Tiziano Panici, con cui, in questa sede, continuiamo a dialogare circa le destinazioni possibili di questo folle volo.

#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25
#OVER – Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

La rassegna #OVER – Emergenze teatrali. Rassegna di giovani talenti + 25 presenta come slogan: “L’artista è una specie rara da proteggere”. Come nasce la rassegna e quali sono gli obiettivi prefissati?

Negli ultimi anni abbiamo dedicato molte energie e attenzione alle giovanissime generazioni attraverso il progetto Dominio Pubblico. Nel 2015, in collaborazione con Teatro dell’Orologio e Kilowatt, Argot programmava Dominio Pubblico Officine, riuscendo anche a garantire un premio di produzione a progetti in via di sviluppo. Poi con la chiusura dell’Orologio il progetto Dominio Pubblico si è progressivamente trasferito al Teatro India e oggi è un evento unico nel suo genere dedicato a progetti di artisti con meno di 25 anni. Come Argot ci siamo di nuovo posti il problema di come però deve essere affrontata la crescita e lo sviluppo delle giovani compagnie una volta che sono “emerse”. Crediamo che oggi il compito di una casa di Produzione come Argot sia di fungere da incubatore per nuove realtà che hanno il bisogno di crescere e diventare adulte. Spazi come il nostro devono poter incoraggiare e tutelare questa crescita mettendo a disposizione quello che è nelle nostre possibilità: offrire spazi di residenza, visibilità e accompagnamento produttivo.

Tanti nomi di compagnie “giovani” ma con alle spalle debutti e repliche in festival e teatri importanti: quali sono stati i parametri artistici perseguiti nella selezione degli spettacoli?

Ancora una volta è stato importante il connubio con Dominio Pubblico che ci ha permesso di venire in contatto con moltissime realtà ancora poco conosciute ma con grande potenziale. È il caso di Alessandro Blasioli, attivissimo autore e interprete che è stato ospite nel Festival per ben due edizioni e che da quest’anno inizia a collaborare con Argot Produzioni, dopo essere stato notato e premiato in contesti nazionali come il Festival della Resistenza del Museo Cervi o Direction Under 30 del Teatro Sociale di Gualtieri, realtà con cui collaboriamo attivamente ormai da tre anni.

A Gualtieri abbiamo conosciuto anche Anonima Sette e la sensibilissima drammaturgia di Giacomo Sette. Abbiamo poi amplificato le relazioni con il Matuta Teatro di Sezze, alla cui rassegna Pollini ci siamo legati fin dalla prima edizione. Ma lo stesso Argot in questi anni è rimasto spazio aperto che si è fatto attraversare da compagnie contemporanee più affermate, come quella di Licia Lanera che ha iniziato a produrre giovani scommesse tra cui Danilo Giuva.

Tra i protagonisti di OVER anche Valerio Peroni e Alice Occhiali, nuova generazione cresciuta sotto l’ala dell’Odin Teatret, che gira il mondo proprio come le ragazze di Unterwasser che, con il loro OUT, sono approdate lo scorso autunno al REF dopo centinaia di date internazionali. Non manca la ricerca sulla drammaturgia, da sempre cara a casa Argot: la freschissima scrittura di Paolo Tommaso Tambasco e quella di Sandra Lucentini a servizio della cura scenica di Lucrezia Coletti. Ad aprire le danze di OVER, il 2 maggio, sarà un progetto che proviene da una delle fucine più interessanti del panorama nazionale: il NEST di Napoli. Lo spettacolo, ospitato in residenza in questi giorni all’Argot, è firmato da Adriano Pantaleo e Giovanni Spezzano.

#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25
#OVER – Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

Se volessimo scattare un’istantanea della situazione teatrale romana e nazionale attuale, cosa emergerebbe dall’analisi delle nuove generazioni teatrali? Quali sono le ricerche artistiche e quali le specifiche sperimentali rispetto ai movimenti delle generazioni precedenti?

Mi sembra che nel suo piccolo OVER abbia proprio questa ambizione: cercare attraverso queste nove realtà artistiche di scattare una fotografia, sicuramente parziale ma molto eterogenea, di una nuova generazione teatrale e non solo. Se osserviamo il lavoro di questi artisti troviamo dei percorsi e delle ricerche davvero uniche e per nulla ripetitive. Sono opere diverse nel linguaggio, nella scrittura, nella ricerca visiva e sonora. Ma, allo stesso tempo, se guardiamo il quadro generale, questi giovani artisti sono tutti legati da un filo sottile che li tiene insieme: una rete di rapporti e di sostegno che da più parti d’Italia si è impegnata a garantire supporto alle nuove voci della scena.

Mi sembra che rispetto alle generazioni precedenti oggi ci sia anche un gruppo di programmatori che sta cercando di rinnovare l’impegno nei confronti della ricerca e della sperimentazione contemporanea, atteggiamento che forse si era un po’ perduto e che si mantiene solo con il grandissimo sforzo di mettersi insieme.

La rassegna #OVER – Emergenze teatrali sembra essere un momento di collegamento fra la stagione artistica del Teatro Argot Studio e la prossima edizione di Dominio Pubblico che si terrà a Giugno: c’è un filo rosso che attraversa queste esperienze?

Ho sottolineato la forza di questa congiunzione fin dall’inizio. Posso solo aggiungere che, in merito a quanto appena detto, Dominio Pubblico vorrebbe diventare sempre di più un connettore di esperienze di scouting e di programmazione per giovani generazioni, ma per crescere, diventare adulti e poter vivere del proprio lavoro ci devono essere realtà come Argot Produzioni, attente e sensibili al rinnovamento e pronte a prendere in custodia progetti che hanno bisogno di cura per riuscire a circuitare e diventare progetti sostenibili.

#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25
#OVER – Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

Ci sarà una futura collaborazione che permetta in futuro l’inserimento delle compagnie all’interno della programmazione stagionale di Teatro Argot Studio?

OVER è uno dei progetti che Argot Produzioni ha inserito quest’anno nelle sue sfide per il futuro e sicuramente avrà una seconda edizione che è già in via di sviluppo. Quest’anno con i nuovi bandi SIAE abbiamo partecipato nella categoria per le residenze pensando a una fase due del progetto. Immaginiamo le prossime stagioni di Argot Studio sempre meno focalizzate sulla programmazione e l’ospitalità di compagnie e sempre più incentrate su un’idea di spazio produttivo dove si scelgono progetti da testare e far crescere. Ci auguriamo anche di riuscire a rafforzare la dimensione distributiva di questi lavori perché al momento è il vero anello debole di tutta la produzione italiana, quindi deve necessariamente essere adeguata all’enorme capacità creativa degli artisti nostrani, altrimenti destinati a non avere uno sbocco.

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L'Aria di Pierfrancesco Nacca

L’Aria di Pierfrancesco Nacca in scena per l’Italia Intervista all'autore Pierfrancesco Nacca e alla regista Giulia Paoletti

Abbiamo discusso con il drammaturgo e attore Pierfrancesco Nacca e la regista Giulia Paoletti intorno all’evoluzione scenica de L’Aria, in scena il 13 e il 14 Aprile al Teatro  Garbatella di Roma, cercando di mettere in luce le peculiarità artistiche e contenutistiche dell’opera ambientata in un carcere, dove i personaggi/detenuti sono i simboli di un’umanità abbandonata e costretta all’isolamento sociale ed esistenziale.

Pierfrancesco Nacca muove i suoi primi passi artistici con la “Compagnia Teatrale C.G. Viola” di Taranto. Studia al Dams di Bologna con docenti del calibro di Claudio Longhi, Gerardo Guccini e Marco De Marinis. Frequenta la Scuola  di Alta Formazione “Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini” di Roma dove si diploma e dove collabora con diversi registi del panorama italiano: Armando Pugliese, Giuseppe Marini, Veronica Cruciani e Massimo Venturiello. La sua passione per la scrittura riesce a concretizzarsi grazie all’incontro con l’autore Gianni Clementi con il quale scriverà, insieme all ass.cult “Atto21”, una commedia tragi-comica intitolata “E Pinocchio prese il fucile”. Scrive per il teatro e lavora insieme all’attore e maestro d’armi Massimo Cimaglia. Pierfrancesco Nacca è uno dei componenti di Atto21, compagnia teatrale nata alla fine del percorso accademico della Scuola di Alta Formazione “Officina Pasolini.

 

Un’ora sola per sentirsi liberi, per respirare aria pulita, un’ora sola per guardare il cielo.

L’Aria è il pretesto per raccontare la storia di quattro detenuti: Nicola, Mario, Rosario e Carmine, rinchiusi in un istituto di detenzione del nostro paese. Raccontano pezzi della loro vita, quella vera, prima di essere reclusi, fino ad arrivare poi al momento della carcerazione. Cosa si nasconde dietro ai loro reati? Dietro a quei volti scavati, dietro al loro taglio di capelli, dietro a quelle tute acetate? Forse, semplicemente, solo uomini.

La situazione delle strutture carcerarie italiane è vergognosa e drammatica, il sovraffollamento e le precarie condizioni igieniche rendono la detenzione infernale, mettendo a dura prova il rispetto e la dignità umana che spesso viene calpestata.

Quelle strane morti, improvvise, sospette, quelle foto violacee di volti emaciati, di membra lacerate, gridano ancora giustizia: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli…

Pierfrancesco Nacca

L'Aria di Pierfrancesco Nacca
L’Aria di Pierfrancesco Nacca

Genesi e processo creativo de L’Aria

Risponde Pierfrancesco Nacca (attore ed autore):

“Ho scritto diversi testi per il teatro ma solo alcuni hanno visto la luce del sole, uno di questi è proprio “L’Aria”. L’ idea di raccontare la reclusione nasce dal forte desiderio di dare voce e dignità alle minoranze e al disagio che esse vivono quotidianamente all’interno di quel micro mondo che è il carcere. Ho iniziato questo processo scrivendo ed interpretando un monologo per un contest di corti teatrali, “Bestia”: una storia comune, ambientata in periferia, dove i grandi caseggiati delle case popolari, fanno ombra sulle ville dei ricchi; un quartiere, dove il furto e il malaffare costituiscono l’unica fonte di guadagno, in cui i giovani non hanno possibilità di scegliere cosa fare nella vita. E’ già tutto scritto, tutto predestinato…

Si può dire che con questo monologo ho piantato il seme e che questo, a distanza di un anno, abbia dato alla luce un frutto, “L’Aria”. Un passo sicuramente importante e decisivo per questo testo è stato quello di continuare a tenere vivo il rapporto di committenza con un vecchio amico tutt’ora recluso nella Casa Circondariale di Taranto. Grazie al nostro scriverci, ho potuto mettere nero su bianco alcuni gerghi, usi e costumi tipici di quell’ambiente.

Ho continuato la mia ricerca studiando tutti quei casi irrisolti che hanno avuto luogo nel nostro bel paese e ho cominciato a sfogliare libri come “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault per capire a fondo da dove deriva quella strana pratica del rinchiudere per correggere (e non per torturare, questo lo aggiungo io).

Ho letto, visto e poi trascritto diverse interviste di alcuni detenuti ed ex detenuti del carcere di Rebibbia, Poggio Reale e della Dozza , per poi mettere in moto la mia immaginazione e creare così un testo semplice, lineare, crudo e dal cuore grande.”

Personaggi e tematiche trattati nello spettacolo

“Con L’Aria ho voluto portare fuori dalle mura dei penitenziari, non solo il reato ma l’uomo, l’uomo con tutte le sue fragilità e con tutte le sue paure. L’obiettivo è quello di raccontare le vite dei detenuti, denunciare gli abusi di potere subiti e sdoganare quel credo popolare secondo il quale tutti i detenuti sono uguali. E’ facile dire “buttate via la chiave” senza sapere, conoscere e comprendere cosa ci sia dietro quell’uomo, dietro il suo taglio di capelli, dietro quel volto scavato, dietro quella tuta acetata.. Cosa c’è prima del detenuto? L’uomo! Un uomo non può essere mai solo ed esclusivamente il reato che compie.

In questo testo si parla degli abusi di potere ai danni dei detenuti da parte di chi rappresenta lo Stato, la legge. Ne L’Aria si parla di sovraffollamento delle carceri, di reinserimento nella società, di rieducazione ma anche di abuso di legittima difesa, di scelte sbagliate e della disperazione di uomini abbandonati dalle istituzioni e spesso anche dalle proprie famiglie.

Non racconto storie di pazzi omicidi, di stupratori seriali, malavitosi o serial killer, Racconto storie di uomini che loro malgrado si sono trovati a commettere degli errori (dei reati anche importanti) perché non avevano scelta (o forse si). Nonostante il testo sia dedicato a Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Michele Ferrulli e Giuseppe Uva e a tanti altri, non ho messo in scena le loro vite ma quelle di altri uomini con nomi diversi, con storie diverse per mandare un messaggio chiaro:

Non credete che quello che è successo a Stefano Cucchi non possa capitare anche a voi!

Voglio fare una domanda ai lettori: tenendo in considerazione che il carcere è lo specchio della società in cui viviamo, uno straniero, un musulmano, un omosessuale, come vivrebbe la detenzione?

Parliamo e parleremo anche di questo ne L’Aria, ma attenti, non è tutto come sembra…”

Lavoro registico con gli attori

Risponde Giulia Paoletti (regista):

“Il motivo iniziale che mi ha spinto a voler lavorare registicamente su questo testo è la forma che è stata scelta dall’ autore per raccontare il vissuto dei quattro personaggi. L’intervallarsi dei dialoghi dei detenuti ai brevi monologhi (che sono la risposta ad un’intervistatrice che non viene, però, mai messa in scena) dà un ritmo molto preciso alla storia.

Quello che ho ricreato con gli attori in scena è proprio questo tempo scandito e monotono che traspare attraverso i gesti, le parole, la ripetitività quasi ossessiva dei singoli passi e delle traiettorie. Sono partita da un training fisico, spesso accompagnato con della musica, per ricreare un luogo circoscritto che può essere quello di un cortile di un carcere o i pochissimi metri quadri di una cella e ho dato delle regole specifiche da seguire per far sentire gli attori costretti a rispettare una disciplina precisa.

In un clima così ferreo diventare vulnerabili è più facile e i personaggi si reggono infatti su un equilibrio molto precario. Inoltre c’è stata un’approfondita ricerca iniziale rispetto ai quattro personaggi tramite esercizi sensoriali e di improvvisazione che ha permesso ad ogni attore di avvicinare il proprio personaggio a sé stesso e di farlo vivere trovando il giusto equilibrio tra l’esperienza personale e quella del personaggio. Nel testo, in più, traspare una quasi totale assenza di giustizia e di rispetto delle regole da parte di chi, invece, dovrebbe dare l’esempio. Chi ha il potere spesso è il primo che trasgredisce le leggi e che abusa della propria forza. Davanti a questo ci si può sentire o totalmente impotenti e lasciarsi andare o assurgere ad un esempio universale di vittima dell’umanità.”

Ringraziamenti

“Ci tengo particolarmente a ringraziare gli enti che hanno deciso di patrocinare il nostro lavoro on le seguenti motivazioni: Amnesty International: “per la sua efficacia nel descrivere la vita e il passato delle persone che vivono recluse, e ricordare al pubblico, ancora una volta, alcune storie spezzate e finite troppo presto”

Cucchi Onlus: “per aver dato voce in modo coinvolgente a storie e a situazioni che si trovano a vivere i detenuti nelle carceri italiane, sensibilizzando allo stesso tempo sul tema delle morti di stato e sulla necessità di fare luce e giustizia”.

Doveroso da parte mia è ringraziare i miei colleghi: (la regista) Giulia Paoletti; (gli attori) Alessandro Calamunci Manitta, Andra Colangelo, Gabriele sorrentino; (voice off) Marina Lupo; (scene e costumi) Nicola Civinini; (grafica) Paolo Rossetti; (ufficio stampa) Nuvole Rapide Produzioni e la Compagnia Teatrale C.G. Viola di Taranto.

In fine e non per ultima ringrazio mia madre che mi ha insegnato a giocare al gioco dell’attore.”

 L’ Aria 

Di: Pierfrancesco Nacca
Regia: Giulia Paoletti
Con: Alessandro Calamunci Manitta Andrea Colangelo , Pierfrancesco Nacca, Gabriele Sorrentino

Voice off: Marina Lupo
Scene e costumi: Nicola Umberto
Grafica: Paolo Rossetti
Trailer: Carlo Barbalucca

Special thanks: Compagnia teatrale C.G. Viola – Old Fashion Taranto –Nuvole Rapide Produzioni
Patrocini: Amnesty International – Associazione Stefano Cucchi – Onlus – Antigone

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Secret Show di Internoenki Teatro Incivile a Scup – Sport e Cultura Popolare

Secret Show è un format a cura di Internoenki Teatro Incivile creato per sostenere la raccolta fondi del teatro di Scup – Sport e Cultura Popolare

Il format prevede la presentazione alle ore 21.30 di uno spettacolo segreto, con un cast a sorpresa, presso la grande casa di Scup – Sport e Cultura Popolare.

Una scelta che nasce dalla volontà di condividere solo con chi decide di partecipare all’iniziativa i contenuti dello show, che devono rimanere assolutamente segreti prima e dopo la rappresentazione. Lo spettacolo non si potrà filmare né recensire, non si potrà diffondere in nessuna forma mediatica o scritta. Si potranno condividere solo le sensazioni, le emozioni e le impressioni, derivate dall‘esperienza condivisa e partecipata.

Un incontro “carbonaro” che unirà i presenti in un’esperienza unica nel suo genere; dove il motivo della condivisione non sarà il titolo o il tema, o il nome di punta, ma la voglia di ritrovare il valore della partecipazione e della consociazione civile, il valore dell’appartenenza a quella Polis che fu modello di struttura per i greci, per un’attiva partecipazione da parte di tutti i cittadini liberi alla vita politica del paese.

Internoenki, compagnia vincitrice nel 2013 del Premio Scenario per Ustica, da sempre lavora controcorrente, non inseguendo regole conclamate e modaiole, ma solo la necessità di espressione. Un collettivo che non produce arte assecondando i tempi ministeriali ma solo il bisogno di testimoniare la resistenza artistica.

Interno Enki Teatro Incivile
Internoenki Teatro Incivile

Prima della rappresentazione, alle ore 20.00, sarà possibile degustare le prelibatezze gastronomiche preparate per cena dai mitici cuochi di
Cucinare con lentezza, la trattoria autistica (e non) più rinomata della capitale!

Info sul progetto: frama.link/CucinareSenzaFretta

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