DISCORDANCE / Unwired Dance Theatre – L’ibridazione di una performance digitale

DISCORDANCE / Unwired Dance Theatre – L’ibridazione di una performance digitale

L’artista

L’Unwired Dance Theatre è un collettivo di artisti fondato e diretto da Clemence Debaig dal 2021, con l’intenzione di ricercare nell’ambito delle digital dance performance. Il gruppo progetta esperienze giocabili e spettacoli immersivi, in cui il focus principale è l’interazione tra tecnologia e arte e la partecipazione del pubblico, sia esso in remoto, in prossimità e/o in virtual stage, gallerie, musei e location non convenzionali. Il lavoro del collettivo mette in discussione il senso di empatia, soprattutto quando mediato attraverso la tecnologia e la connessione remota. Tra le tecnologie principalmente impiegate troviamo wearable technology (come smart clothes, motion tracking suit, VR headset etc.) e l’XR.

Clemence Debaig è un’artista di danza, UX/XR designer e tecnologo creativo, con base a Londra. Il suo background, che unisce l’esperienza come danzatrice e un Master in Ingegneria Meccanica e Design Industriale presso l’Università di Tecnologia di Compiègne (Francia) oltre a una precedente carriera come designer UX, porta una prospettiva unica nell’ambito della coreografia di esperienze interattive e partecipative. Negli ultimi anni il suo lavoro è stato presentato in varie location ed eventi, tra cui Ugly Duck London, Kallida Festival, Oxo Tower, Tramshed e Open Online Theatre. Nel 2012 crea l’Atelier du Lampadaire, un collettivo artistico multidisciplinare con sede in Francia che coinvolge ballerini, attori, software engineers, architetti e designer. Il suo scopo era quello di creare performance interattive all’intersezione di quelle discipline. 

Dall’inizio della pandemia si concentra sul riunire artisti e spettatori in remoto, esplorando nuove forme di lavoro interattivo dal vivo online, tra cui progetti con telepresenza, wearables technology, Mocap e VR. Debaig è anche docente presso la Goldsmiths University di Londra, dove insegna tecniche di motion capture, digital embodiment, teatro immersivo e design dei servizi. Porta avanti una ricerca tra la Goldsmiths a Londra, l’Università di Lasalle a Singapore, Mavin Khoo, il Creative Associate della Akram Khan Dance Company e l’ Alexander Whitley Dance Company. Il progetto mira a esplorare come la tecnologia di camera-less motion capture possa consentire la collaborazione virtuale tra danzatori in luoghi remoti. La sua ultima creazione, di cui è designer e performer, è DISCORDANCE, una performance ibrida di danza.

L’opera

DISCORDANCE è una performance di danza che avviene in diretta contemporaneamente in due città e combina performer dal vivo, motion capture, tecnologia VR e teatro immersivo. Danzatori da Londra e New York si collegano in tempo reale da un teatro in uno spazio virtuale, in compresenza di partecipanti dal pubblico che indossano dei visori per VR e degli spettatori in un teatro. DISCORDANCE è supportato da Open Online Theatre Fest22, il festival ibrido della IJAD Dance Company e dalla venue del Rich Mix di Londra e ha debuttato lo scorso 25 Novembre. 

Performance ibrida

La performance può essere fruita in tre modi. Se si sceglie di partecipare di persona in teatro, un danzatore sul palcoscenico danzerà in prossimità mentre gli altri performer da New York si uniranno da remoto nello spazio virtuale, proiettato sullo sfondo. Alcuni spettatori a teatro, per un massimo di quattro, potranno richiedere di utilizzare dei visori per la realtà virtuale ed interagire direttamente nello spazio virtuale. La partecipazione attiva del pubblico è incoraggiata tramite l’implementazione di attività interattive nella stanza virtuale. Si può infine partecipare seguendo la diretta streaming dell’evento, tramite qualsiasi device, e osservando quello che accade nel mondo virtuale e sul palcoscenico. Ancora da concretare, invece, la possibilità di poter fruire lo spazio virtuale tramite un visore personale e una solida connessione internet, comodamente da casa. Lo spettacolo espande l’esperienza di uno spettacolo di danza tradizionale combinandola con il potenziale interattivo delle tecnologie immersive. Il pubblico può scegliere il proprio livello di immersione e partecipazione e ogni formato intreccia le immagini di ogni luogo virtuale e fisico, rendendo DISCORDANCE una vera esperienza ibrida. 

Discordanze

DISCORDANCE esplora i temi della multi-identità e della ricerca di connessione umana. Durante la performance, i partecipanti intraprendono il viaggio di un personaggio alla scoperta di sé stesso, cercando di integrarsi con ciò che lo circonda ma rendendosi conto che solo la sua diversità lo aiuterà a connettersi con gli altri. Durante il suo corso si attraversano diversi ambienti virtuali, dai più naturalistici, come un campo di erba alta, ai più industriali e astratti, da luoghi chiusi, come caverne buie, a pedane con vista su un desertico cielo viola. Il design degli avatar varia da figure umanoidi a presenze poligonali più sintetiche, a differenziare i danzatori dai membri del pubblico.

Coreografia: Clemence Debaig
danzatrice a Londra: Clemence Debaig
danzatrice a New York: Lena Adele Wolfe 
musica: Christina Karpodini 
avatar design: Clemence Debaig
3D design e world building: Joseph Ibbett 
drammaturgia: Brendan Andolsek Bradley
con il supporto di: Noitom Mocap, Goldsmiths University, OnBoardXR, Barnard The Movement Lab al Barnard College of Columbia University, NYC 
pubblico: spettatori a teatro, partecipanti in VR, spettatori in streaming 
spazio: stanza virtuale, teatro, piattaforma streaming

Hunter Filmed / Oona Doherty – L’estasi, il trauma e la catarsi di Belfast

Hunter Filmed / Oona Doherty – L’estasi, il trauma e la catarsi di Belfast

L’artista

Oona Doherty, classe 1986, è una coreografa irlandese originaria di Belfast. Inizia la sua educazione presso il St. Louise’s Comprehensive College di Belfast, per poi proseguire alla London School of Contemporary Dance, University of Ulster e la LABAN London con un master in Contemporary Dance Studies. Dal 2010 lavora con compagnie internazionali quali T.R.A.S.H. dance/performance group, Abbattoir Fermé, Veronika Riz e United Fall/Emma Martin. La sua ricerca coreografica cerca di giocare con le barriere tra corpo e spirito, tra pubblico e scena, creando delle “esperienze cinetiche”. Come l’artista stessa condivide: “Sono motivata nell’esplorare stati di pura onestà metafisica. Nel riportare il sesso, il punk, l’amore e il chi al corpo, alla scatola nera, al cubo bianco e all’Irlanda”. Fra le sue coreografie, che hanno vinto numerosi premi, ricordiamo il solo Hope Hunt and the Ascension into Lazarus del 2015, Hard to be Soft – A Belfast Prayer del 2018 e Lady Magma – the birth of a Cult nel 2019. Ambito di ricerca per la coreografa è anche il campo delle arti visive, con installazioni video e sonore: la sua esposizione  Death of a Hunter è stata presentata presso la Golden Thread Gallery di Belfast, la Lothringer 13 Halle di Monaco, l’ ADC Gallery di Ginevra e il Kanal – Centre Pompidou di Bruxelles. Oona Doherty vince il Leone D’argento alla Biennale Danza nel 2021, per l’approccio creativo poco ortodosso, il lavoro degno di nota con non danzatori e l’impegno con le comunità locali. Il suo lavoro, conferma il direttore Wayne McGregor, “(…) riesce a raggiungere e a parlare a quanti di solito non vanno a teatro”.  

Luca Truffarelli è un fotografo e videomaker che vive e lavora a Dublino. Dal 2011 sperimenta nel campo delle arti visive e negli ultimi anni si dedica a lavori di danza contemporanea e teatro come video maker, visual/set e sound designer e collaboratore artistico.

L’opera

In Hunter Filmed, i due artisti traducono la performance Hope Hunt & The Ascension Into Lazarus della Doherty e un’installazione sonora che interpreta un incidente in macchina, dalla mostra personale della coreografa Death of a Hunter, in un corto onirico e crudo. “Il Covid stava durando più del previsto, così abbiamo trovato una soluzione e abbiamo creato un corto che parlasse delle stesse tematiche (della performance e della mostra, ndr)”, spiega la Doherty. Hunter Filmed è un’esplorazione della decadenza urbana raccontata dal punto di vista frenetico dei performer. Ispirandosi a Irréversible di Gaspar Noé, lo sguardo di Truffarelli ci conduce verso performance dal carattere di una allucinazione, cercando di riportare nello spettatore la sensazione del danzatore nel performare il pezzo. Belfast, la città che ha ospitato le riprese del corto, è protagonista assoluta, rappresentata dalle sue strade e dalle voci dei suoi abitanti, appartenenti per la maggior parte alle classe operaia di giovani definiti “smicks”, concetto non traducibile ma paragonabile all’italiano “tamarro” o “coatto” e spesso usato con tono dispregiativo. In questo senso i movimenti dei danzatori accompagnano i cambiamenti di tono delle voci in sottofondo, alternando sinuosità a brusche interruzioni. 

Ed è proprio agli smicks che si riferiscono le parole che aprono il corto, “I am flesh, I am flesh”, primo tra i versi composti dai due creatori per inquadrare l’atmosfera aspra che rimarrà invariata per tutta la durata della scena. I racconti che sentiamo come in lontananza dipingono i quotidiani affanni della famiglia media di Belfast, culminando nell’immagine dell’incidente stradale: “Abbiamo trovato un fantastico sfasciacarrozze a Belfast e abbiamo usato lo stesso audio dell’installazione, ma riprendendo questo obitorio per macchine. Sembrava un posto dove le macchine vanno per morire.” 

durata: 36 minuti
performer: Ryan O’Neill, Sati Veyrunes
pubblico: chiunque possieda un device con connessione internet
Regia: Oona Doherty, Luca Truffarelli
Scrittura: Oona Doherty, Ryan O’Neill
Coreografia: Oona Doherty
Committenti: Art Night and Fact, 180 Studios

Download and run Zoom/Lucinda Childs & (LA) HORDE – Costruire dialogo e scrivere movimento

Download and run Zoom/Lucinda Childs & (LA) HORDE – Costruire dialogo e scrivere movimento

Gli artisti

Nata nel 1940, Lucinda Childs si appassiona al teatro e alla danza già dall’infanzia. Il suo incontro con il danzatore e coreografo Merce Cunningham determina la svolta artistica decisiva nella sua vita, che più tardi l‘avrebbe portata a unire le forze le forze con il collettivo artistico che includeva Yvonne Rainer, Steve Paxton and Trisha Brown alla Judson Dance Theater. Inaugura la sua carriera coreografica nel 1963 con il solo Pastime, fondendo la logica della destrutturazione al vocabolario classico che intanto stava apprendendo. Istituisce la propria compagnia nel 1973, sviluppando uno stile di danza minimalista. Nel 1976 prende parte ad Einstein on the Beach, opera diretta da Bob Wilson e composta da Philip Glass, performando coreografie di  Andy de Groat,  che le fa vincere un Obie Award. Dance, creato nel 1979, è il suo primo balletto collettivo in larga scala, seguito da diversi lavori in collaborazione con altri artisti come Available Light nel 1983 con le scene di Frank Gehry. Lucinda Childs detiene il grado di Commandeur nell’ordine delle Arti e delle Lettere in Francia. Nel 2017 riceve il Leone D’oro dalla Biennale di Venezia e il Samuel H. Scripps American Dance Festival award alla carriera. È inserita nella Hall of Fame del National Museum of Dance di Saratoga Spring e nel 2021 riceve una laurea onoraria dall’Università Côte d’Azur. 

(LA)HORDE è un collettivo fondato nel 2013 dagli artisti Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel. Insieme, mettono in discussione i codici di varie discipline artistiche, specialmente l’arte contemporanea e le arti performative. Alla testa del Balletto Nazionale di Marsiglia dal settembre del 2019, hanno creato lavori coreografici, film, installazioni video e performance che si sviluppano sempre attorno al corpo in movimento. Dall’interazione e accostamento di questi media diversi, sviluppano scenari e azioni con particolare interesse verso le tematiche contemporanee. (LA)HORDE collabora con comunità di individui ai margini della cultura mainstream: tra i performer si contano persone sui settant’anni, non vedenti, fumatori, teenager o così via. Contro ogni forma di gerarchia o appropriazione culturale, il loro approccio concreto è basato sulle relazioni interpersonali e sulla cooperazione. Il corpo è il cuore della loro ricerca e negli ultimi anni sviluppano un interesse nell’ indagare gli effetti dell’arrivo di internet sulla danza, che ha portato i membri del collettivo a definire il fenomeno della post-internet dance.

L’opera

Download and run Zoom è un cortometraggio che documenta la collaborazione a distanza tra l’artista americana e il Balletto Nazionale di Marsiglia durante il 2020 e 2021. Tra i committenti il Manchester International Festival, che lo inserisce nella serie Postcards From Now: un progetto che unisce le prospettive di cinque artisti provenienti da campi diversi – danza, musica, visual art, teatro, animazione – sviluppatosi durante il primo lockdown globale del 2020. Chiede agli artisti di declinare a piacimento la domanda what happens next? (e adesso che succederà?), riflettendo sul potenziale dell’arte e della creazione durante un’emergenza sanitaria.

Il primo lockdown 

Nel 2020 Lucinda Childs e il Balletto Nazionale di Marsiglia si ritrovano ad essere separati dalle restrizioni per gli spostamenti proprio durante quello che sarebbe dovuto essere il periodo di ripresa di Tempo Vicino, performance di repertorio messa in scena dalla Childs per la prima volta nel 2009. Inizia così un periodo di collaborazione digitale, atta ad esplorare come la distanza imposta dalla pandemia faccia crescere inaspettate possibilità di interazione creativa. Tramite video call, la coreografa progetta esercizi a distanza per i danzatori costretti nelle loro case, guardandoli fare “improvvisazioni selvagge”, raccogliendo idee per un suo nuovo progetto. “Ho pensato: come posso farlo su Zoom? Non è stato progettato per quello che ho bisogno di fare” – esordisce la Childs all’inizio del corto. Ma presto il collettivo di artisti si renderà conto che il lavoro dev’essere portato a termine e che, in qualità di creativi, quello offerto dalla quarantena è un periodo di riposo ma anche un’occasione per mettere alla prova le proprie abilità e adattarsi a una nuova cornice. 

Le improvvisazioni

Le prime immagini del cortometraggio mostrano le sperimentazioni dei danzatori del Balletto Nazionale di Marsiglia nell’utilizzo della finestra di Zoom: assoli in cui solo una parte del corpo è inquadrata, duetti con un invisibile partner sostituito da una una camicia, ma anche esperimenti collettivi, in cui tutti i danzatori condividono lo schermo in un mosaico di volti e corpi. 

Il debutto 

A maggio è finalmente possibile il ritorno in sala per la compagnia, seguita da Lucinda in remoto, e nella parte finale del cortometraggio assistiamo al debutto della performance ad Aprile 2021. Il processo di costruzione, così peculiare viste le circostanze, diventa spunto per rinnovare la performance. L’originale fondale bianco è adesso sostituito dalla proiezione della chiamata zoom di Lucinda, che veglia sui suoi performer da molto più vicino di quanto la prossimità avrebbe mai potuto permettere.

durata: 18 minuti
con: Lucinda Childs, (LA) HORDE e i danzatori del Balletto Nazionale di Marsiglia
pubblico: chiunque possieda un device con connessione internet
commissionato da: Manchester International Festival, Brooklyn Academy of Music, Théâtre du Châtelet and Esplanade – Theatres on the Bay.

Breathless Puppets / Khan & Azhari – Quando la danza è proibita

Breathless Puppets / Khan & Azhari – Quando la danza è proibita

Gli artisti

Nato nel 1974 nel distretto sud di Londra da famiglia di origine bengalese, Akram Khan è un danzatore e coreografo noto per la sua ricerca che combina danza contemporanea e Kathak, tradizionale tecnica indiana. Inaugura la sua carriera a tredici anni, diretto da Peter Brook nello spettacolo Mahabharata.Già da giovane, infatti, trova nella danza il suo modo di comunicare, o come egli stesso ama definirla, la sua voce. Il training nella tecnica Kathak incontra la danza contemporanea durante gli anni adolescenziali, portandolo a completare gli studi presso la Northern School of Contemporary Dance. Inizia a coreografare i suoi primi assoli durante gli anni ‘90 e nel 2000 fonda la Akram Khan Dance Company.

In più di vent’anni di attività, la compagnia vanta un vasto repertorio tra Kathak e moderno e numerose collaborazioni con artisti internazionali e ensemble, tra cui Sacred Monsters, duetto di Akram Khan e Sylvie Guillem, o il balletto Giselle coreografato per l’English National Ballet. Il coreografo ha inoltre ricevuto numerosi premi internazionali tra cui due Olivier Award, per la performance DESH nel 2012 e XENOS nel 2019. La Akram Khan Company è un associate artist del Sadler’s Wells Theatre e Mountview Academy of Theatre Arts di Londra, e del Curve Theatre di Leicester.

Naaman Azhari nasce in Francia ma frequenta anche il Libano in giovane età. Completa gli studi nel Regno Unito, dove sviluppa un particolare interesse per l’animazione digitale, in particolare il Rotoscoping. Il suo primo corto d’animazione The Sunshine Boy riceve il Vimeo Staff Pick nel 2017. Due anni dopo, il secondo corto The Magic Boat riceve una nomination BAFTA per miglior corto d’animazione.

Breathless Puppets

L’opera

Breathless Puppets è un corto che vede la collaborazione tra i due artisti, l’uno a curarne la coreografia e l’altro la regia e animazione. Tra i committenti il Manchester International Festival, che lo inserisce nella serie Postcards From Now: un progetto che unisce le prospettive di cinque artisti provenienti da campi diversi – danza, musica, visual art, teatro, animazione – sviluppatosi durante il primo lockdown globale del 2020. Chiede agli artisti di declinare a piacimento la domanda what happens next? (e adesso che succederà?), riflettendo sul potenziale dell’arte e della creazione durante un’emergenza sanitaria.

Il duetto

Protagonisti della storia sono Nick e Karim, due giovani aspiranti danzatori alle prese con i preparativi per l’audizione a una scuola prestigiosa. La disapprovazione delle loro famiglie, che non considerano la danza un vero lavoro, rende loro la vita complicata. Ricorrente è la frase “Dance is Haram, termine arabo che indica qualcosa di proibito o illegale. Ciò li obbliga a mantenere segreti i loro appuntamenti, fino a separare del tutto le loro vite. Solo la pandemia riuscirà a farli tragicamente riunire, ma non sotto le luci dei riflettori. La coreografia di Khan si concentra sull’uso delle mani, disegnando gesti e forme abilmente ricalcati dall’animatore. Le due figure danzano intersecandosi, creando effetti di sovrapposizione e incastro. 

Dalle parole del coreografo: «Il progetto è una risposta al Covid-19 […] parla di due uomini che sono amici, della loro storia e come questa influisce sul loro futuro […] riflette sulla vita. La vita non è mai chiara, riconosci alcune sue parti, pensi di esserne in controllo ma in realtà non è così».

L’animazione

Azhari adopera il rotoscoping, processo che consiste nel tracciare manualmente ogni frame di un filmato. L’artigianalità della tecnica dà come risultante delle linee dal carattere dinamico e ondulante, che seguono alla perfezione il disegno tracciato dalle coreografie di Khan e che ne sottolineano il carattere etereo e sfocato. Lo stile si mantiene minimale per tutta la durata del corto, riducendo gli sfondi a un neutro bianco o nero, aggiungendo di rado oggetti di decoro. 

I colori giocano inoltre con le linee narrative del racconto: se il bianco rappresenta la realtà, il nero sembra descrivere una dimensione onirica e virtuale. La lineart è sottile e essenziale, per porre l’accento solo su determinate parti del corpo. Ecco allora apparire il contorno bianco su sfondo nero solo delle braccia e della testa dei danzatori, mentre il loro corpo è tutt’uno con lo spazio che li circonda. 


durata: 16 minuti
performer: Akram Khan Hannes Langolf Ashton Hall Robbie Ordona
pubblico: chiunque possieda un device con connessione internet
tecnica: animazione per rotoscoping
suono: composizione originale di Vincenzo Lamagna

Prune. Flat. / Robert Whitman – La linea sottile tra reale e virtuale

Prune. Flat. / Robert Whitman – La linea sottile tra reale e virtuale

L’artista

Robert Whitman è un artista visivo nato a New York nel 1935. Dopo la laurea in Letteratura e Teatro all’Università del New Jersey, inizia a studiare Arti visive alla Columbia University. Farà parte della scena avanguardista teatrale newyorkese di fine anni ‘50 e inizio anni ‘60, organizzando insieme ai colleghi artisti Jim Dine, Red Grooms, Allan Kaprow e Claes Oldenburg una serie di happening alla Reuben Gallery, che ridefinirono la relazione tra spazio, performer e spettatore. Il suo interesse verso le nuove tecnologie in relazione alle immagini in movimento lo conduce a diventare una delle figure chiave dell’Expanded Cinema, un movimento che tenta di sorpassare i limiti del cinema tradizionale tramite proiezioni multiple e esperimenti sensoriali. Dal 1964 realizza installazioni che collegano oggetti di uso quotidiano con proiezioni di film: vediamo ad esempio un box doccia all’interno del quale viene proiettata l’immagine di una donna che si lava dietro una tenda trasparente (SHOWER, 1964). 

In questi lavori, l’inconsistenza delle proiezioni unita alla materialità dell’ambiente e degli oggetti crea una forma ibrida che rende difficile determinare cosa sia reale e cosa sia effimero. Nel 1966, con gli ingegneri Fred Waldhauer e Billy Klüver, e l’artista Robert Rauschenberg, Whitman ha co-fondato l’organizzazione Experiments in Arts and Technology (E.A.T.). Partecipa così, insieme a John Cage, Öyvind Fahlström e Lucinda Childs, alle 9 Evenings: Theatre & Engineering , una serie di dieci spettacoli messi in scena quello stesso anno  presso il 69th Regiment Armory di New York, uno spazio espositivo per mostre e intrattenimento. I suoi lavori sono ricchi di immagini e atmosfere sonore, facendo dialogare performer, film, video, suono e oggetti di scena in ambienti di sua creazione. Dagli anni ‘60 ad oggi ha presentato più di 40 lavori tra Stati Uniti ed estero. Negli ultimi anni, ha continuato a  collaborare con ingegneri e scienziati per installazioni e opere che incorporassero le nuove tecnologie, tra cui laser e vetri ottici, per poi specializzarsi nell’uso performativo dei mezzi di comunicazione, come i telefoni cellulari.

L’opera

Prune. Flat. (traducibile con “Potare. Piatto.” ndr), presentato per la prima volta alla cineteca di New York nel 1965, è una performance silenziosa che integra azioni, oggetti e immagini. La scena è composta da una parete bianca, due sedie poste una di fronte all’altra e due corde che scendono dall’alto.  Il tema chiave di Prune. Flat. è la discrepanza tra immagine proiettata e presenza scenica, e differisce dai lavori di altri artisti visivi per la puntuale precisione e per la peculiare estetica. Tre performer si muovono tra azione in tempo reale e filmata, appiattendosi contro l’immagine e generando nuove immagini di forma ibrida. 

Prune. Flat.
Robert Whitman

PARTE 1: IL TAGLIO DELLA FRUTTA

La performance si apre con il filmato di un proiettore in azione. Si passa poi all’immagine ravvicinata di un pompelmo, tagliato da un coltello. Dal suo interno, rotolano via quelle che sembrano sferette di metallo. Segue un pomodoro, che due mani stanno per affettare. Due giovani performer, che indossano un grembiule bianco e un fazzoletto in testa, entrano dalla sinistra e dalla destra della scena, scivolano sulla parete dando le spalle al pubblico, diventano esse stesse schermo mescolandosi nelle proiezioni di luce. Raggiunto il centro, proprio nel momento del taglio del frutto, sono investite da una pioggia di glitter dalle sfumature violacee, che erano contenuti all’interno del pomodoro. Altre immagini di tagli si susseguono sulle due figure umane, ora con l’intervento di una nuova esperienza sensoriale: dal video ci accorgiamo di un ventilatore che fa volare via tutto ciò che esce dai frutti. Le performer, abbattendo ogni logicità spaziale, sembrano reagire al vento come se questo fosse reale, davvero percepibile. 

PARTE 2: IL DOPPIO VIRTUALE

Le performer siedono ora sulle sedie, mentre alle loro spalle è proiettato un ambiente che sembra boschivo. Una terza performer entra in scena, accogliendo su di sé la proiezione di un filmato che la ritrae. In un gioco di sovrapposizione, vediamo il colore del suo vestito cambiare, mentre interagisce con il suo doppio virtuale. Le due figure sembrano adesso inseguirsi, farsi lo sgambetto per sfuggire l’una dall’altra, in una serie di azioni quali sedersi, o spogliarsi e fare una doccia. La scena sullo sfondo si anima di paesaggi che esplorano il macroscopico (un paesaggio urbano frenetico) e il microscopio (la ripresa di tessuti e mucose del corpo umano, un prato e i suoi fili d’erba) ma anche il surreale (il volo di una donna).

PARTE 3: IL RIFLESSO DELLA LUCE

Protagonista della parte finale della performance è la luce, o la sua assenza. Una performer in scena, utilizzando le corde appese al soffitto, inizia a dondolarsi. Al buio della sala, risaltano solo i vestiti bianchi che brillano sotto la luce blu, dando l’impressione di sfidare le leggi della gravità. La performance continua e trova la sua conclusione nell’esplorazione di azioni sceniche tra performer e spazio circostante, mentre sullo sfondo passano i filmati delle stesse sequenze di azioni, ora imitando la scena, ora anticipandone l’andamento.Con Prune. Flat., l’artista suggerisce la duplice idea di realtà e rappresentazione della stessa, nutrendo l’occhio dello spettatore su più livelli. Ne risulta un tempo immediato, dilatato dall’immagine proiettata, e uno spazio virtuale, reso tangibile da corpi in carne ed ossa.

La ripresa è del 2017
durata: 24 minuti 
performer: Clarisse Chanel, Paula Pi, Malika Djardi 
pubblico: frontale 
spazio: parete bianca con oggetti di scena 
suono: muto supporto 
filmati: pellicola 16mm a colori