Athletes Bologna – prima azione, traslare i linguaggi

Dic 13, 2023

Ateliersi è un punto di riferimento per la produzione e attività teatrale bolognese. Sede dell’omonimo collettivo artistico, la cui direzione è curata da Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi, è spazio di incontro e creazione, dal grande teatro, al cortile al piano terra sino ad arrivare alla caffetteria al primo piano. Ponendosi come obiettivo l’ibridazione delle culture e dei linguaggi è un’accogliente sede di residenza artistica. 

Simona Bertozzi, danzatrice e performer, vi ritorna con il progetto Athletes Bologna – prima azione, la cui restituzione al pubblico avviene il 5 dicembre.
Undici donne entrano nella sala teatrale che si trasforma presto in uno stadio: il pubblico è seduto tutt’attorno, abbastanza numeroso da creare due file di spalti. Le donne corrono a piedi nudi delineando il perimetro della sala e tendendo la mano al pubblico per ricevere forza, chiedendo di aver fede in loro durante la performance, di diventare tifosi.
Tutte diverse per età, carnagione, altezza, indossano abiti sportivi di vari colori: ginocchiere, pantaloncini, magliette, fasce e lunghi cerotti variopinti per proteggere i muscoli dopo allenamenti intensi. Si alternano in coreografie individuali e di gruppo dove sono chiari i riferimenti a sport come il lancio del martello e il rugby, alle volte sembra anche di scorgere delle posizioni da pallavolo.
C’è chi sta in panchina mentre un trio racconta ciò che lo sport può essere, ovvero performance, fatica, gioco, lotta, suono. Suoni di sforzo, di presa di coraggio, di scarica di adrenalina sono prodotti dalle stesse attrici in scena ma anche dalla traccia audio montata per l’occasione;  si insinuano tra brani originali e non che variano nel genere.

Si assiste ad un allenamento-partita, dove gli stessi ruoli e competenze di ciascuna delle donne si mescolano a tal punto da non essere riconoscibili nella riuscita coreografia che richiama dinamiche di un gioco di squadra. Il trionfo di un movimento che non ha età è celebrato dalle giocatrici quando si intona il ritornello de Il mondo di Jimmy Fontana, che appunto «non si è fermato mai un momento», proprio come loro.

Ed è in un fermo immagine, in un movimento, anche se bloccato e senza tempo, che si conclude l’azione: insieme formano la touche, azione del rugby che consiste nel sollevamento di un giocatore, da parte dei compagni, per cercare di afferrare il pallone. Un ergersi elegante e di una forza quasi ultraterrena, che vede la realizzazione proprio attraverso una comunità, che sia una squadra o un corpo di ballo.
Come spesso accade negli spazi di Ateliersì è previsto un incontro con il pubblico, che stimola un coinvolgimento grazie all’informalità che lo caratterizza. Il pubblico è commosso e numeroso resta in teatro rompendo gli spalti, avvicinando sedie e cuscini alle atlete e ai loro allenatori. Tihana Maravic, che all’interno del collettivo bolognese si occupa della progettualità e della comunicazione, media l’incontro raccontando la genesi della residenza.

Athletes è frutto di un intenso lavoro di quattordici giorni che ha visto Bertozzi lavorare con Ester Balassini e Erika Morri, ex campionesse Azzurre di lancio del martello e di rugby, le danzatrici Arianna Brugiolo, Federica D’Aversa e Valentina Foschi e le cittadine che hanno risposto alla chiamata per il progetto ovvero Adriana Bernardi, Luana Checchia, Elisa Tinti, Daina Pignatti, Marieva Vivarelli, Carolina Yerovi.

«Questo in realtà» specifica Maravic «è un episodio pilota, un esperimento di un progetto più lungo, itinerante, che vorrà poi dopo svilupparsi in altri territori con altre atlete del gesto, con altre donne». Il punto di partenza del processo artistico è un mosaico del IV secolo d.C. che si trova nella Villa del Casale di Piazza Armerina, comune siciliano: nel mosaico sono rappresentate delle donne in tenuta sportiva dell’epoca che con vari strumenti si allenano in gruppo.

La ricerca di Bertozzi verte proprio sul racconto di un corpo femminile atletico poco rappresentato nella storia, spesso all’ombra di una più celebre e convenzionale iconografia maschile. L’atletismo indagato ha più assonanze con l’idea di una padronanza del corpo più che con l’agonismo. Un prestanza fisica lontana da stereotipi fisici e di genere che vede appunto undici corpi di donna esprimersi e dialogare in gruppo e singolarmente con uno spazio, interpellati da capo a piedi, che rivendicano anche una voce, una sua sonorità.

Ne viene fuori una coreografia che non smette mai di esprimere la necessità umana di un movimento. Bertozzi:«Il mio primo innamoramento è stato la ginnastica artistica, l’atletica, il salto in alto, sono stati parte della mia formazione, poi dopo la danza ha prevalso. Comunque l’esattezza del gesto atletico sportivo è sempre stata una grande poesia, è quello che deve essere in quel momento ed è creatività nell’esattezza che va cercata e quindi sono molto affascinata da questo aspetto.
In qualche modo mi interessava capire come ritrovare un momento in cui potevo osservare una dimensione coreografica anche da un’altra prospettiva rispetto a quello che ho praticato magari in maniera più approfondita fino ad adesso e quindi questa idea di intrecciare la prospettiva, la dimensione dell’atletismo come un crocevia fra sport e coreografia e vocalità è diventato un po’ la direzione su cui andare a immaginare come pensare, come lavorare intorno a questo progetto».

® Olivia Magnani

Continua Maravic:«Per ogni artista in residenza noi di Ateliersì immaginiamo quale potrebbe essere uno sguardo da appoggiare, la figura di un tutor. Questa volta quando Simona ha cominciato a raccontare di Athletes abbiamo pensato di aprire le porte al mondo dello sport e abbiamo pensato che forse proprio un’atleta sarebbe potuta essere la scelta migliore e poi ne sono arrivate due ovvero Ester Balassini e Erika Morri, una figura di uno sport individuale e una di uno sport di squadra». Le due atlete portano in scena una testimonianza territoriale e femminile di un gesto, che ancora prima della restituzione pubblica, hanno descritto e illustrato in sede di prova; portatrici di un «vocabolario», come lo chiama Bertozzi stessa, da analizzare, scomporre e riadattare. Balassini:

«Quando ho ricevuto il messaggio da Simona per partecipare al progetto, ho pensato:”Chissà, ma sa bene quello che sta scrivendo questa donna? Lancio del martello e teatro? È colmo di pregiudizi e di stereotipi. Impossibile”. Però ho letto questo testo e incorporava una energia pazzesca e ho deciso di seguirla. Dopo ho chiamato Erika, ci siamo incontrate in un bar e siamo rimaste credo affascinate dalla magia comune di questi due mondi. Ci siamo affidate talmente tanto a questa onda energetica che non poteva secondo me non uscire qualcosa di bello, non fosse altro per l’esperienza che ci ha fatto conoscere e ci ha dato questa sintonia. Sono tornata a vent’anni fa, con questa sensazione del lancio.

Meike Clarelli (preparazione vocale e direzione del coro, autrice delle creazioni musicali originali, insieme a Davide Fasulo) ha stirato, estrapolato l’urlo del mio record italiano, l’ha tipo stretchato e ha creato musica e l’ho detto a tutti i miei compagni e compagne di nazionale:”Voi non capite niente, noi per degli anni abbiamo urlato sempre come degli animali in gabbia e invece c’abbiamo una roba dentro che solo adesso l’ho scoperta”. Sto ancora vivendo di emozioni di questa esperienza che credo che me la porterò per tutta la vita». 

Aggiunge Morri: «Faccio parte delle pioniere del rugby, siamo state tra le prime in Italia a giocare ed eravamo considerate delle pazze. Ho pensato che trent’anni fa mi hanno detto: ”Giochi a rugby? Ma va a danzare!”. C’ho messo un po’ di tempo però sono arrivata alla danza e al fatto di scomporre il rugby in danza contemporanea. La cosa che mi è piaciuta moltissimo e che ho trovato tra danza e rugby è la libertà, l’espressione della libertà c’è una cura del gesto tecnico esattamente uguale, maniacale, Abbiamo già traslato tutto, abbiamo le tre capitane, le allenatrici, è già tutto “rugbizzato”. Io sono la founder di un progetto che si chiama “Women’s Sport Land of Freedom” dove noi sosteniamo che il mindset è un grandissimo rafforzativo per la vita quotidiana e ho intervistato settanta donne da tutto il mondo chiedendo come il rugby avesse impattato nella loro vita e la stessa cosa ho fatto con le mie compagne, ho chiesto:”Come la danza ha impattato sulla vostra vita?”, e nel rugby come nella danza, la danza le ha rinforzate».

Tra collettività e coralità, Clarelli racconta il suo progetto sonoro, che vede anche lei esibirsi vocalmente dal vivo insieme alle altre durante la performance: «È stata una bellissima esperienza. Le voci di Ester e Erika hanno un bellissimo baricentro, esprimono un bellissimo principio di realtà, mi colpisce la loro sostanza, la loro densità, molto bene aderenti al corpo. Sulla coerenza dei linguaggi io e Simona ci siamo trovate molto bene.
Lei ha un linguaggio e uno sguardo sull’essere coerenti con il proprio corpo nelle geometrie dello spazio, per me questo vale sulla voce. Sono stati pochi giorni, sono state velocissime e molte delle composizioni che avete sentito hanno parti vocali, a volte ci sono proprio brani costruiti con le voci, con i respiri, siamo andati da Vivaldi alla techno. Simona che è una grande contemporanea ama profondamente l’ibridazione. Anche io amo l’ibridazione perché quando il contemporaneo è troppo contemporaneo non racconta più una storia per me, rimane nell’astrazione concettuale e in questo lavoro dove c’è una ibridazione, innesti tra danza atletismo e gesto portato dai corpi indipendentemente dalla loro postura e collocazione professionale, per me è meraviglioso».

Le tre danzatrici si sono ritrovate unanimemente nella possibilità in questo progetto di azzerare la loro tecnica, di dimenticare il loro corpo allenato per crearne un altro, a servizio del gesto della sportività. Ciò che però le ha più intimorite è stato l’aspetto della vocalità che, una volta imparato a padroneggiare:«ci ha aiutato tutte a usare invece la voce come un qualcosa di potente e di necessario e non decorativo, qualcosa che era proprio necessario nel gesto e non dà paura, ma anzi dà forza».
Anche le partecipanti al laboratorio sono invitate a condividere la loro esperienza da neofite e una di loro aggiunge un tassello necessario:«Un interesse, una passione, uno scoprire quanto mettere in gioco le proprie capacità nella maniera più semplice ci ha permesso grazie a tutte loro di venir fuori.
Sentire e abbracciare un’idea di stare insieme, di fare delle cose insieme, di voler trasmettere un pensiero, qualcosa che viene più dall’anima che dal movimento e questo ti permette probabilmente di metterti in gioco anche con i propri limiti, le proprie capacità. Il desiderio di dire qualche cosa attraverso il corpo, come ne sono capace io».

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