AS-SAGGI DI DANZA #1 – Non-danse: l’arte del corpo

Ott 17, 2016

Si è abituati a considerare la danza come l’arte del movimento per eccellenza, scandita da un ritmo e circoscritta in una coreografia che, nella maggior parte dei casi, racconta una storia, lancia un messaggio e rende manifesta una visione o filosofia. Immaginarla lontana da tutto ciò, dunque, è difficilmente concepibile, ma non impossibile. Ne dà riprova una corrente coreografica inserita all’interno del filone contemporaneo denominata non-danse, nata e diffusasi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso in particolar modo in Francia. Il nome non lascia margini di dubbio (o forse li moltiplica): una danza che non è danza, cioè che non rispetta i “canoni” identificativi citati precedentemente. E allora cos’è? È una performance corroborata da passi di danza? È una partitura coreutica allestita a mo’ di performance? A onor del vero, non è nessuna delle due ed è, allo stesso tempo, entrambe: una vera e propria indefinitezza stilistica e scenica, chiave di volta che rende questo genere di spettacolo unico e straordinario.

Viene indicata come un transdisciplinary movement, una disciplina artistica che, partendo dalle fondamenta strutturali della danza, si edifica in una forma teatrale, videografica, pittorica o di arte plastica. Dà luogo a una trasformazione, a un divenire altro da sé, pur non mascherando l’impianto coreutico originario. Semmai, anzi, amplificandone il linguaggio corporeo per donare un nuovo senso alla rappresentazione, ogni volta del tutto personalizzato. Ogni artista della non-danse, infatti, persegue una propria linea performativa, variabile persino a ogni singola creazione: Come nel caso di Xavier Le Roy – classe 1968 – che dal 1998 ha arricchito il suo repertorio con numerose performance di vario tipo, passando dall’utilizzo del corpo nudo per creare coreografie “inumane” (Self Unfinished, 1998) al mimare l’intera direzione musicale del Berlinen Philharmoniker durante l’esecuzione de La sagra della primavera di Igor Stravinsky (Le Sacre du Printemps, 2007). Indice infallibile di una versatilità senza paragoni, questa duplice esemplificazione è testimone di un concetto-base profondamente radicalizzante, vale a dire che da più di vent’anni il significato dell’arte tersicorea è divenuto labile, glissando i propri confini verso campi artistici difficilmente eletti a fonte d’ispirazione. La danza, arte dell’effimero per eccellenza, necessita di una nuova “lingua” attraverso cui possa essere comunicata, che si articoli col gesto o con la parola, proprio come ha fatto il precursore del movimento non-danse, Orazio Massaro. Componente della compagnia di Dominique Bagouet, nel 1990 presenta alla decima edizione del Festival Montpellier Danse il lavoro Volare, in cui a sei danzatori viene bandita la partitura coreografica per far posto a una attoriale, mediante la quale essi raccontano della danza con la propria esperienza personale: la parola sostituisce il movimento, il concreto spodesta l’etereo. Il corpo del danzatore diviene, dunque, un discorso culturale, emblema della società a cui appartiene. L’assioma dell’arte per l’arte è superato e la non-danse trova una connotazione – si potrebbe dire – politica nel mondo dello spettacolo, quella cioè di manifesto della performatività del corpo del danzatore portato in scena attraverso tre principali modalità: la nudità, la sparizione e l’immobilità.

Al primo caso, già ricordato con Xavier Le Roy, fa afferenza l’italiana Maria Donata d’Urso, la quale definisce il suo corpo una “metafora di stratificazione della memoria” (Pezzo 0 due, 2002); il secondo caso riporta alla memoria nomi del calibro di Emmanuelle Huynh e Christian Rizzo, la cui non-danse punta all’assenza del corpo, tanto in senso scenico quanto in quello meramente materiale (Múa, E. Huynh 1995 – 100% polyester, object dansant n°(à définir), C. Rizzo 1999); infine, per il terzo caso è senza dubbio notevole di menzione Boris Charmatz, che in prima persona in ogni performance sfida l’assoluto controllo del proprio corpo plasmando in scena – paradossalmente – sequenze d’azione virtuosistiche e, a volte, estreme (régi, 2005).

Naturalmente i succitati sono solo gli exempla più rilevanti a proposito di questa suggestiva disciplina coreutica, in continua espansione sfortunatamente solo all’estero. La speranza è, dunque, che il panorama italiano si interessi con altrettanta passione alla divulgazione di un nuovo (e necessario) Verbo della danza.

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