Bodyscape: bando per due residenze artistiche a cura di Danza Urbana

Bodyscape: bando per due residenze artistiche a cura di Danza Urbana

Bodyscape è un programma dedicato al sostegno della ricerca coreografica e performativa nello spazio pubblico e nel paesaggio, rivolto ad autori, autrici e formazioni artistiche interessati a sviluppare un percorso di indagine nella fase pre-produttiva. L’obiettivo è accompagnare i processi di ricerca, offrendo tempo, strumenti e occasioni di confronto per approfondire le relazioni tra corpo, spazio pubblico e paesaggio, senza vincolare il percorso alla realizzazione di una produzione o di un esito performativo finale.
Il programma si rivolge ad artisti e artiste che avvertono l’urgenza di esplorare le potenzialità creative del lavoro site-specific e di sperimentare modalità di creazione capaci di dialogare con i contesti urbani e naturali. Attraverso un bando pubblico, Bodyscape seleziona due progetti di ricerca, ai quali offre un percorso articolato composto da residenze artistiche, borse di ricerca, tutoraggio personalizzato e momenti di confronto con studiosi, operatori e professionisti provenienti da differenti ambiti disciplinari. Il percorso intende favorire lo sviluppo di nuove metodologie di lavoro, sostenendo gli artisti nella definizione delle proprie linee di ricerca e nella maturazione dei processi creativi.
Bodyscape 2026 è un’azione di Dancescapes, progetto promosso e organizzato da Danza Urbana ETS, con il sostegno del MiC – Ministero della Cultura, il supporto di h(abita)t – rete di spazi per la danza e in collaborazione con Sementerie Artistiche.

Il Bando offre a ciascun vincitore/vincitrice

1. Due residenze artisticheLa prima, della durata minima di 7 giorni fino a un massimo di 10 giorni continuativi da svolgere nel periodo 2 – 22 novembre 2026 presso Sementerie Artistiche – Crevalcore (BO); la seconda residenza, da concordare successivamente con i vincitori per tempi e modalità, avverrà nel 2027.
2. Una borsa di ricerca di € 4.300 (quattromilatrecento/00 Euro) al lordo dell’imposta IVA 22% (indipendentemente dal numero di artisti coinvolti). L’erogazione avverrà tramite bonifico bancario dietro presentazione di regolare fattura emessa da un ente italiano che assicuri la gestione fiscale e amministrativa del progetto. Le spese di viaggio e vitto sono a carico degli artisti e la borsa può essere utilizzata anche per la loro copertura.
3. Tutoraggio e Mentoring (Accompagnamento del processo): Gli artisti avranno a disposizione tutor e mentori qualificati, individuati sulla base del progetto proposto e delle indicazioni date dalla commissione di selezione. I mentori accompagneranno e arricchiranno il percorso di ricerca e creazione sia da remoto sia in presenza durante le residenze, favorendo nuovi approcci, metodi e linee di indagine pre-produttiva.
4. Ospitalità (Alloggio): Copertura dell’alloggio/foresteria per i componenti della formazione artistica (fino ad un massimo di 5 persone) per l’intera durata di ciascuna residenza.

Requisiti
La borsa di ricerca può essere erogata esclusivamente ad artisti/artiste/formazioni artistiche che soddisfino i seguenti requisiti:
– cittadinanza e/o residenza in Italia;
– residenza fiscale in Italia e capacità in proprio o appoggiandosi ad altre strutture in Italia – che operano nell’ambito dello spettacolo dal vivo – di emettere regolare fattura.
– essere autore/autrice di una o più creazioni di danza, documentate, o aver fatto esperienze di formativa di ricerca nell’ambito della danza in spazi urbani, naturali o, più in generale, in spazi non convenzionali.

Destinatari
Il Bando è rivolto ad artisti/artiste/formazioni artistiche residenti in Italia che intendano sviluppare una ricerca coreografica o performativa sul rapporto tra corpo, spazio pubblico e paesaggio.
I candidati dovranno presentare il progetto di ricerca, già avviato o da avviare, che vedrà nelle residenze artistiche offerte alcune tappe del proprio percorso. Durante le residenze sarà garantito il supporto di esperti del settore per accompagnare e arricchire il processo creativo. Non è richiesto un esito performativo finale: l’obiettivo è offrire uno spazio di confronto con studiosi e operatori, favorendo nuovi approcci, metodi e linee di indagine.

Specifiche sulle residenze
• Ogni residenza avrà una durata non inferiore a 7 giorni e non superiore a 10 giorni continuativi. I periodi di residenza offerti nel 2026 non sono modificabili.
• la foresteria è garantita per un massimo di 5 persone.
• gli artisti/formazioni artistiche vincitori svolgeranno la residenza 2026 presso Sementerie Artistiche – Crevalcore (BO)
• Al termine di ciascuna residenza è previsto un momento di restituzione pubblica del progettonello stato di avanzamento in cui si trova (nella forma prescelta dall’autore, come per esempio: studio, prove aperte, talk ) alla presenza di studiosi, mentori e artisti invitati, per condividere il processo creativo e di ricerca.
• Le spese di viaggio e vitto delle persone in residenza potranno essere coperte attraverso la borsa di ricerca coreografica. Non sono previsti ulteriori contributi economici.

Modalità di partecipazione
Per candidarsi sarà necessario compilare il FORM online (link a fondo pagina). Per completare la procedura di candidatura è necessario autorizzare Danza urbana ETS al trattamento e archiviazione dei dati personali in esso contenuti. Il mancato consenso non permette di procedere coll’invio della domanda. All’avvenuto completamento della procedura di candidatura sarà comunicato in automatico conferma dell’avvenuta registrazione.

Documentazione richiesta
Ai fini della compilazione del FORM sono necessari:
1. Curriculum vitae dell’artista o degli/lle artisti/e (max 1.000 battute).
2. Idea progettuale o relazione sul progetto in corso (max 2.000 battute) – specificando come il progetto intende dialogare con lo spazio pubblico o il paesaggio urbano/naturale.
3. Metodologia di lavoro e linee di indagine (max 1.000 battute).
4. Piano di sviluppo del progetto (residenze già realizzate o programmate, collaborazioni e partnership attive o previste) (max 2.000 battute).
5. Per i progetti già avviati video (max 15 minuti) di una fase di lavoro (link a una piattaforma video come YouTube o Vimeo, accessibile senza password)
6. una foto ritratto (da utilizzare per la comunicazione via social)

Calendario e Scadenze
• Scadenza invio candidature: La documentazione dovrà essere trasmessa entro e non oltre le ore 23:59 di martedì 15 settembre 2026.
• Comunicazione esiti: L’esito della selezione sarà comunicato via e-mail entro lunedì 5 ottobre 2026. Successivamente, sul sito di Danza Urbana, saranno pubblicati i risultati accompagnati dalle motivazioni della Commissione.

Inottemperanze e revoca della borsa
I/le vincitori/trici sono tenuti/e al rispetto delle attività concordate e definite sulla base del progetto presentato. In caso di inottemperanza o mancato rispetto, totale o parziale, degli obblighi previsti sulla base di verifiche effettuate da Danza Urbana ETS, questa si riserva la facoltà di richiedere alla COMPAGNIA / ARTISTA la restituzione totale o parziale della borsa erogata.

Obblighi comunicativi
I vincitori dovranno riportare su tutti i materiali di comunicazione, stampa e web relativi al progetto selezionato la seguente dicitura: “con il sostegno di Dancescapes 2026, progetto di Danza Urbana ETS, con il contributo del MiC – Ministero della Cultura, con il supporto di h(abita)t – rete di spazi per la danza e in collaborazione con ….”

o nella versione più breve “con il sostegno di Dancescapes, progetto di Danza Urbana ETS, con il contributo del MiC, il supporto di h(abita)t e in collaborazione con ….”

Per richiedere copia del FORM inviato e/o informazioni sulla compilazione inviare una mail a dancescapes@danzaurbana.eu

info e bando: https://danzaurbana.eu/bando-completo-bodyscape-2026/

Bando accessibilità del Ministero della Cultura

Bando accessibilità del Ministero della Cultura

È stato pubblicato il decreto del Direttore generale Spettacolo 14 luglio 2026, rep. n. 1305, recante l’Avviso pubblico per favorire l’accessibilità alle attività di spettacolo dal vivo da parte di artiste e artisti con disabilità, per l’annualità 2027.

L’Avviso è finalizzato al sostegno di progetti presentati da organismi professionali dello spettacolo dal vivo operanti nei settori del teatro, della musica, della danza, del circo e dell’ambito multidisciplinare, volti a favorire l’accessibilità alle arti performative da parte di artiste e artisti con disabilità, valorizzandone il contributo creativo, artistico e professionale.

La dotazione finanziaria complessiva dell’intervento è pari ad euro 300.000,00, destinata al finanziamento di un massimo di 12 progetti che dovranno prevedere:

  • La partecipazione professionale di una o più artiste e/o artisti con disabilità nelle diverse fasi della produzione artistica;
  • Interventi e soluzioni finalizzati a favorire l’accessibilità ai luoghi di prova e di spettacolo;
  • Una circuitazione nazionale degli spettacoli con almeno 6 repliche in non meno di 2 regioni;
  • Un piano di comunicazione accessibile;
  • L’inserimento organico degli spettacoli nella programmazione ordinaria degli spazi ospitanti.

Possono presentare domanda gli Organismi professionali dello spettacolo dal vivo costituiti in partenariato composto da almeno tre soggetti, con individuazione di un soggetto capofila, in possesso dei requisiti previsti dall’Avviso.

Le attività progettuali dovranno concludersi entro il 31 ottobre 2027.

Le domande, firmate digitalmente dal legale rappresentante dell’Organismo capofila, dovranno essere presentate, pena esclusione, utilizzando unicamente i modelli predisposti e resi disponibili on-line dalla Direzione generale Spettacolo sulla piattaforma DOS-Culturaentro e non oltre le ore 16:00 del 21 settembre 2026.

Ai fini dell’attestazione del ricevimento delle istanze e per il rispetto dei termini ivi previsti, farà fede la notifica di ricezione inviata via PEC all’utente, che il sistema genererà automaticamente al termine della procedura di compilazione della modulistica disponibile sul portale.

Per la presentazione delle relative istanze, l’Organismo capofila dovrà essere dotato di indirizzo di posta elettronica certificata PEC e del Kit per la firma digitale.

L’help desk on-line fornirà la necessaria assistenza tecnica.

Bando per spettacoli di danza dedicati all’infanzia e alla gioventù

Bando per spettacoli di danza dedicati all’infanzia e alla gioventù

Tre realtà del Friuli Venezia Giulia con un forte radicamento nella danza e nel teatro per i più giovani che uniscono le forze per offrire visibilità e programmazione a un linguaggio ancora troppo raro nei cartelloni italiani: la danza come drammaturgia originale.

Cerchiamo spettacoli in cui la danza e il movimento siano il linguaggio drammaturgico principale. Sono benvenute contaminazioni interdisciplinari — teatro fisico, teatro di figura, arti visive, musica dal vivo — purché la danza rimanga al centro.

A chi è rivolto
Il bando è aperto ad artisti singoli, collettivi emergenti o compagnie italiane.
Si può applicare solo con lavori già compiuti e pronti alla programmazione. Non sono ammesse opere in fase di sviluppo o creazione.
Si può applicare solo con un lavoro per artista o collettivo/compagnia.
Non è richiesta una fascia d’età specifica: accettiamo spettacoli per piccolissimi, infanzia, adolescenti e giovani adulti.

Cosa offriamo
Gli spettacoli selezionati potranno essere inseriti in una o più delle seguenti finestre di programmazione:
Trallallero Festival – dal 10 al 18 ottobre 2026 a cura di Teatro al Quadrato
Off Label _ rassegna per una nuova danza – Stagione 2026/2027 a cura di Compagnia Arearea
Stagione 2026/2027 per scuole e famiglie a cura di Ortoteatro

Modalità di partecipazione
Le proposte dovranno essere pervenute, entro e non oltre venerdì 31 luglio 2026, attraverso compilazione dell’apposito modulo on line, allegando i seguenti documenti:

  • scheda artistica completa di crediti, sinossi e note di regia
  • scheda tecnica, con specifica su eventuali esigenze tecniche a carico dell’organizzazione e sugli spazi di rappresentazione (ad esempio, possibilità di programmazione in spazi non convenzionali come auditorium o palestre)
  • video integrale dello spettacolo
  • un’indicazione di cachet omnicomprensivo di viaggi e alloggi.

La selezione sarà effettuata congiuntamente dai responsabili artistici di Arearea, Trallallero e Ortoteatro e potrà riguardare uno o più spettacoli tra quelli candidati, in base alle esigenze di programmazione di ciascuna realtà.

I referenti degli spettacoli selezionati saranno contattati personalmente, entro lunedì 10 agosto 2026, per concordare le date di programmazione e, se necessario, rimodulare il cachet in funzione delle specificità di ciascun contesto.

Scàuza: la fiction sonora che racconta il teatro in carcere

Scàuza: la fiction sonora che racconta il teatro in carcere

Disponibile sulle principali piattaforme di ascolto Scàuza, il nuovo podcast prodotto dalla Compagnia Petra nell’ambito del progetto di teatro in carcere IN_OUT. Libertà Aumentata. Coordinato da Theatron 2.0, nasce come dispositivo di narrazione collettiva delle esperienze sviluppate all’interno del progetto, con l’obiettivo di avvicinare un pubblico più ampio alla pratica teatrale negli istituti penitenziari e offrire uno sguardo libero da stereotipi sulla realtà del carcere.

Scàuza sceglie il linguaggio della fiction sonora per costruire un racconto immersivo che intreccia luoghi, persone e storie attorno alla Casa Circondariale di Potenza. Protagonista è Angela, una giovane operatrice teatrale di venticinque anni che attraversa la città fino al carcere, accompagnando gli ascoltatori in un percorso che mette in relazione il “dentro” e il “fuori”. Biblioteche, bar, piazze e altri luoghi della quotidianità dialogano idealmente con l’istituto penitenziario, restituendo l’idea che la detenzione non riguardi solo chi la vive, ma l’intera comunità. Il titolo del podcast richiama un verbo del dialetto lucano: Scàuza significa sia andare a piedi scalzi sia, nel linguaggio agricolo, eliminare ciò che ostacola la crescita di una pianta. Una metafora che sintetizza il senso del progetto: rimuovere pregiudizi e luoghi comuni per lasciare emergere storie, relazioni e possibilità di cambiamento.

Il podcast nasce dal desiderio di raccontare in una forma originale ciò che accade nella Casa Circondariale di Potenza, dove da anni la Compagnia Petra realizza percorsi teatrali con le persone detenute. Per la sua realizzazione è stata costituita una redazione temporanea, selezionata attraverso una call pubblica e composta prevalentemente da giovani under 35 con competenze eterogenee che hanno sviluppato capacità nel podcasting, nella scrittura, nel sound design e nella post-produzione. La redazione ha avviato un processo di ricerca condivisa che ha previsto l’accesso agli spazi della Casa Circondariale, incontri con operatori, artisti e persone detenute e la consultazione dei materiali prodotti negli anni da IN_OUT. Libertà Aumentata. Un’esperienza che ha dato vita a una narrazione fondata sull’ascolto, sulla conoscenza diretta e sulla complessità delle relazioni che attraversano il carcere.

Attraverso la forza evocativa del linguaggio sonoro, Scàuza affronta indirettamente temi come la recidiva, il reinserimento sociale e il ruolo del teatro nei percorsi di trasformazione personale. Il podcast restituisce la dimensione umana dell’esperienza teatrale, ricordando come numerose ricerche evidenzino il contributo delle attività teatrali alla riduzione della recidiva e alla costruzione di percorsi di responsabilizzazione e reinserimento.

«IN_OUT. Libertà Aumentata è un progetto culturale e sociale che da oltre quattordici anni promuove il teatro e i linguaggi del contemporaneo nelle carceri di Potenza e Matera, estendendosi a istituti di Puglia, Basilicata e a livello nazionale – afferma Antonella Iallorenzi, direttrice artistica della Compagnia Petra. – Frutto di una collaborazione stabile con le istituzioni penitenziarie, le scuole, le artiste, gli artisti ed operatrici/operatori culturali, il progetto favorisce spazi di dialogo e incontro aperti a persone detenute, studenti e cittadinanza. Grazie al sostegno del Ministero e a una rete culturale in crescita, IN_OUT rende visibili pratiche nate in carcere ma rivolte all’intera società.»

Da oltre quattordici anni IN_OUT. Libertà Aumentata promuove un modello culturale fondato sull’incontro tra arte e cittadinanza attiva attraverso laboratori teatrali per le persone detenute, percorsi integrati con studentesse e studenti, rassegne negli istituti penitenziari, formazione per operatori, attività rivolte alla cittadinanza e alle scuole e un costante monitoraggio dell’impatto sociale delle pratiche teatrali. Con Scàuza queste esperienze trovano una nuova forma di diffusione, capace di raggiungere pubblici diversi e ampliare il dialogo oltre i confini del carcere. La fiction sonora invita l’ascoltatore a interrogarsi sul significato della pena, della libertà e della possibilità di cambiamento, facendo dell’ascolto un esercizio di prossimità e partecipazione civile.

Il podcast è su tutte le principali piattaforme di ascolto.

Maggiori informazioni sul sito: https://www.compagniateatralepetra.com/inout

Un rito coreografico tra pietra, memoria e trasformazione: Mandala Dance Company presenta Stone al debutto nazionale

Un rito coreografico tra pietra, memoria e trasformazione: Mandala Dance Company presenta Stone al debutto nazionale

Una pietra come fardello, un gradino verso la trasformazione, un totem come approdo di un percorso condiviso: da questa traiettoria simbolica prende vita Stone, la nuova produzione di Mandala Dance Company, con ideazione e coreografia di Paola Sorressa. Un progetto di danza contemporanea che pone al centro della scena la materia come elemento drammaturgico, sviluppando una ricerca sul potenziale simbolico del gesto e sul rapporto tra corpo, memoria e trasformazione. Realizzato con il contributo della Regione Lazio, lo spettacolo debutterà in prima nazionale il 25 luglio 2026, alle ore 21.00, nell’ambito del festival Tevere Danza, al Teatro all’aperto del borgo storico di Nazzano Romano, inaugurando una tournée estiva che proseguirà in alcuni festival e rassegne dedicati alla danza contemporanea.

La pietra è il fulcro della creazione scenica: presenza materica che si carica progressivamente di significati, accompagnando il percorso di trasformazione dei corpi. Simbolo che attraversa numerose culture, richiama memoria, spiritualità e connessione con la natura; con un riferimento particolare alla tradizione dei giardini Zen giapponesi, dove diventa elemento di contemplazione e ricerca dell’equilibrio. La composizione si sviluppa come un rito di passaggio, costruito sul dialogo costante tra corpo e materia, nel quale ogni gesto ridefinisce il rapporto con il peso, la memoria e l’esperienza. Attraverso azioni singole e collettive le danzatrici e i danzatori trasformano i propri fardelli in elementi di opportunità: le sette pietre delineano nuove vie fino ad essere ordinate e sovrapposte per dare forma ad un totem, immagine conclusiva dell’opera, simbolo di completezza e perfezione raggiunta. La ricerca coreografica di Paola Sorressa intreccia partnering, floorwork acrobatico, contact e improvvisazione alternando assoli, duetti, trii e momenti corali. In scena sei interpreti under 35 – Giulia Avola, Gabriele Crosta, Davide Galuppi, Silvia Pinti, Gaia Rita Sessa e Alessia Stocchi – danno vita a una scrittura fisica che combina sistemi coreografici codificati e pratiche di improvvisazione, valorizzando la qualità tecnica e interpretativa di ciascun danzatore.

La multidisciplinarietà rappresenta uno dei tratti distintivi di questa nuova produzione: le musiche contemporanee elettroniche originali di Sergio De Vito, la voce di Patrizia Hartman e il disegno luci di Luca Bevilacqua e Paola Sorressa dialogano con la scrittura coreografica, contribuendo alla costruzione di una drammaturgia in cui corpo, suono, voce, luce e materia concorrono alla definizione di un unico dispositivo scenico. Con Stone, Mandala Dance Company prosegue il proprio percorso di ricerca attraverso una creazione che mette in dialogo danza, arti visive e ritualità, in una riflessione sul peso dell’esperienza e sulla possibilità di trasformarlo collettivamente in una nuova forma di equilibrio. 

Maggiori informazioni: www.mandaladancecompany.com

Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica cerca responsabile amministrativo

Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica cerca responsabile amministrativo

Ci chiamiamo Z.I.A. – Zona Indipendente Artistica e siamo un’ Associazione Culturale fondata nel 2023, nata dal desiderio di dar voce e spazio alle diverse realtà artistiche indipendenti che operano sul territorio milanese e non solo. Crediamo che il teatro e l’arte siano strumenti fondamentali per la comunità cittadina e intendiamo riportarli in prossimità delle persone, nel cuore di un quartiere periferico di Milano: quello di Stadera. Nell’arco di questi primi 3 anni di vita il nostro progetto è cresciuto e continua a farlo, sentiamo ora il bisogno di allargare il gruppo.

Per questo cerchiamo una persona che ci accompagni nella gestione amministrativa dell’associazione, aiutandoci a costruire, con cura e continuità, tutto ciò che rende possibile il nostro lavoro artistico. Ci piacerebbe incontrare qualcunə che abbia già un po’ di esperienza nell’amministrazione del Terzo Settore, delle associazioni culturali o dello spettacolo dal vivo. Ma siamo altrettanto felici di conoscere persone motivate, curiose e desiderose di imparare, perché crediamo che anche le competenze possano crescere insieme ai progetti e alle relazioni.

La figura che cerchiamo si occuperà, insieme a noi, della gestione amministrativa dell’associazione: organizzazione documentale, rendicontazione dei progetti, rapporti con commercialista, consulente del lavoro e con gli enti finanziatori, monitoraggio delle scadenze e delle pratiche amministrative (Siae, biglietteria, bilanci annuali).

Cerchiamo una persona che viva a Milano o nelle zone limitrofe e che abbia voglia di essere presente anche nella vita dell’associazione. La nostra sede è in via De Sanctis 43, Milano, e ci piacerebbe che chi entrerà a far parte del gruppo possa condividere con noi anche i momenti pubblici, gli spettacoli e gli eventi che organizziamo.

La collaborazione sarà retribuita. L’impegno previsto inizialmente è di 16 ore a settimana, per un totale di 64 ore al mese. Le modalità di lavoro saranno definite insieme in base all’esperienza della persona e alle esigenze dell’associazione.

Per candidarsi basta inviare curriculum e una breve lettera motivazionale (facoltativa) entro il 31 agosto all’indirizzo organizzazione@zonaindipendenteartistica.it

Leggeremo con attenzione tutte le candidature ricevute. Le persone con cui desidereremo approfondire la conoscenza saranno ricontattate entro la metà di settembre per un colloquio

CANTI. CO eventi diffusi tra sacro e profano

CANTI. CO eventi diffusi tra sacro e profano

Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, nasce il progetto CANTI. CO eventi diffusi tra sacro e profano, promosso dalla rete 4D Teatro, composta dalle compagnie mantovane Carrozzeria Orfeo, Teatro Magro, Teatro all’improvviso, Ars. Creazione e Spettacolo, con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, nell’ambito di “Progetti Speciali” del FNSV (Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo), del Comune di Mantova, Gruppo Tea, con il patrocinio del Comune di Curtatone, rispettando i principi di Greenstage e Unione Europea.

Un percorso esperienziale diffuso, immersivo e partecipato, che indaga il confine, oggi sempre più mobile, tra sacro e profano. Se il “sacro” è inteso non solo come ciò che appartiene alla sfera rituale o simbolica tradizionale, ma che porta valore, rispetto, cura, bellezza e connessione profonda, il profano, a sua volta, diventa spazio di incontro e relazione umana, di vita pulsante nelle strade, nelle case, negli interstizi del territorio. 

Con la sua radicale visione del mondo, la figura di Francesco diviene così chiave per leggere la contemporaneità e le sue tensioni, attraversando e abitando luoghi emblematici del patrimonio mantovano, soglie da cui partire per esplorare e interrogarsi su come sacro e profano abitino e trasformino il presente in un dialogo fertile con la memoria: Palazzo Te e il Museo Diocesano Francesco Gonzaga a Mantova, il Complesso delle Grazie e Corte Maddalena a Curtatone,oltre all’individuazione di spazi speciali nei comuni di Quistello Gazoldo degli Ippoliti.

In questo intreccio di tempi e visioni, l’immaginario francescano torna a risuonare nel nostro presente, aprendo uno spazio rinnovato di riflessione collettiva grazie ad un progetto capace di coniugare ricerca artistica contemporanea e valorizzazione del patrimonio culturale, architettonico, naturalistico e comunitario, in stretto contatto con le comunità locali e in connessione con l’ambiente.

Primo appuntamento è il 26 luglio (ore 21) a Palazzo Te con CREATURA di Compagnia Ars. Creazione e Spettacolo, in collaborazione con Iuvenis Danza, testo e regia di Federica Restani. Creatura vuole restituire lo sguardo francescano sulla natura intesa come creazione originale e originaria rintracciabile nelle iconografie e negli spazi di Palazzo Te. Il Cantico delle Creature, testo poetico, inno religioso, modo di guardare il mondo che celebra una fraternità concreta, si rispecchia nel luogo e lo fa vibrare. È un insegnamento per riconoscere il Palazzo come una creatura vivente e portare il Cantico nel cuore dell’architettura, facendolo risuonare attraverso voci e corpi. La performance diventa un rito collettivo che conduce il pubblico ad attraversare stanze ed iconografie in un legame di significati e trame.

Ritorna a Corte Maddalena, a Curtatone, il 19 settembre (ore 20) e il 20 settembre (ore 12.30), il Teatro delle Ariette con NOI SIAMO UN MINESTRONE [IMAGINE], di, con e regia di Paola Berselli e Stefano Pasquini. Più che uno spettacolo meglio pensarlo come un incontro, un’ora di tempo vissuta insieme poeticamente, cercando quello che c’è prima delle parole e quello che resta dopo che sono state pronunciate e dimenticate. Un pezzo di vita per tutte le cose da raccontare, sull’amore, sul teatro, sulla forza delle piante e degli animali, su come sarebbe facile, in fondo, essere felici. Attori e spettatori condividono un rito semplice e potente: il minestrone che prende forma, un piatto così umile e quotidiano da appartenere alla vita di tutti. In un tempo di guerre, il Teatro delle Ariette, la compagnia di attori-contadini del teatro da mangiare e dell’autobiografia, presenta una delle sue ultime creazioni per raccontare l’amore, ritrovare il piacere del gioco, immaginare il presente.

Un vero e proprio pellegrinaggio laico e spirituale, dove il camminare non è più solo un attivatore del pensiero logico, ma diventa un atto di spoliazione e connessione profonda, è quello che Teatro Magro in GRAZIE E DISGRAZIE propone il 3 e 4 ottobre, ogni 5 minuti (ore 8, 10.30, 17.30) con partenza dalla città di Mantova per raggiungere il Santuario delle Grazie di Curtatone. Il percorso performativo, regia di Flavio Cortellazzi, con attori e attrici di Teatro Magro, è una camminata in cui l’itinerario si trasforma in uno spazio di esperienza artistica condivisa, dove dimensione sacra e profana si intrecciano in dialogo con il paesaggio e la memoria dei luoghi. Il vero soggetto è l’atto del camminare, condizione indispensabile per favorire lo sviluppo rigoroso e spietato del pensiero. Nella spiritualità francescana, il cammino a piedi è la condizione stessa dell’essenzialità: ci si mette in viaggio senza bagagli, accettando la vulnerabilità del corpo e l’incontro imprevedibile con il mondo.

Un percorso performativo e laboratoriale che intreccia linguaggi artistici, patrimonio culturale e pratiche di ascolto, rivolgendosi a bambini, famiglie e adulti, è quello che propone Teatro all’improvviso in un progetto articolato in più momenti. Il 18 ottobre alla Sala Ex Mondadori di Palazzo Te (con due turni di due ore ciascuno, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 17.30) si svolge DANCING MATERIAL / MATERIAL DANCE – NATURA DELLE MATERIE, un laboratorio sulla sensibilità, a cura di Cornelia Böhnisch & Katharina Schrott di Toihaus Theater (Austria) che si avvale anche del patrocinio del Forum austriaco di Cultura a Milano e del contributo di Fondazione Comunità Mantovana. Declinata in due versioni, per famiglie e adulti, l’esperienza vuole esplorare percezione, movimento e relazione con l’ambiente, promuovendo un ascolto attivo e una più profonda consapevolezza corporea. Il workshop, attraverso l’esplorazione delle caratteristiche che contraddistinguono materiali diversi, dai tessuti al cotone, l’acqua o la nebbia, fonde questi elementi con il corpo umano, la musica e lo spazio, creando un’esperienza immersiva che regala un nuovo modo di sentire la propria figura e osservare le opere d’arte. A completare il percorso, nel mese di dicembre, è lo spettacolo ATTRAVERSO IL BOSCO testo, scene e regia di Dario Moretti, con Silvia Viviani, musiche di Saya Namikawa, proposto a Quistelloper le scuole, e a Gazoldo degli Ippoliti con replica per le famiglie. Lo spettacolo racconta la storia di un’amicizia tra una bambina e un orso che richiama l’antico legame tra l’essere umano e la natura.  Dopo un incontro burrascoso, i due protagonisti imparano a conoscersi e a comunicare, instaurando una relazione fatta di gesti e doni, che nel rispetto della giusta distanza, si accompagna alla scoperta dell’altro e della bellezza che la natura del bosco riserva. Un invito a coltivare il rispetto per ogni creatura vivente e la meraviglia verso i paesaggi naturali.

Al Museo Diocesano di Mantova, luogo che custodisce secoli di arte sacra e memoria collettiva, l’11 dicembre alle ore 21, Compagnia Ars. Creazione e  Spettacolo propone una performance che rimette al centro la figura di San Francesco d’Assisi come chiave per leggere il presente. FRANCESCO. LE CREATURE E LA SOGLIA, regia di Raffaele Latagliata, testo di Davide Rondoni, con Federica Restani e Raffaele Latagliata, unisce poesia, teatro e danza per attraversare la soglia – sempre più sottile – tra sacro e profano. Lo spettacolo nasce da un testo originale di Davide Rondoni, che darà voce a un pensiero francescano capace di parlare all’oggi con la stessa radicalità di otto secoli fa.

INFO E PRENOTAZIONI
340 3440881 | 4dteatro@gmail.com
www.carrozzeriaorfeo.it/4dteatro

YARN #1 (melbourne\naarm) | tanti elefanti per tutte le stanze che siamo

YARN #1 (melbourne\naarm) | tanti elefanti per tutte le stanze che siamo

è il venti agosto del duemila e venticinque. abito a melbourne\naarm, in australia.
è inverno o quantomeno la stagione pare essere quella invernale. che sia fredda o che sia calda, dipende da quale sia la propria geografia di riferimento, ovvero quale sia il parametro con cui. un poco come quando ci si accorda, accoda sulle dimensioni di una stanza. grande o piccola, dipende da dove si guarda. così come dipende da chi guarda cosa sia o non sia elefante. al di là dell’oceano, in quell’elefante e quella stanza che sono origine dei miei, di parametri – ovvero in sicilia – è notte fonda ed è estate. che bello. quella parte di mondo in cui sono nata sta dormendo e intanto io me la svigno per st. johnston street – che è una strada lunghissima, larghissima e, tra le varie, è indirizzo di collingwood yards. 

collingwood è il nome del quartiere e yards, ça va sans dire, ne indica i cortili: spazi abitati da gente che lavora in ambito culturale – in quel senso del pensare la cultura come incrocio, intersezione, effervescenza tra musica, arte visiva, multimediale, scultorea, e poi performance e poi danza e teatro e scrittura, editoria… lo chiamano distretto di creazione (creative precinct) in relazione al concetto di ecologie creative con cui discutono certe organizzazioni formali e informali del mondo dell’arte (Anatolitis, Frichot 2024). ovvero: quando ben governate, quando poste nelle condizioni di connettere l’industria culturale alle comunità di artisti, alle associazioni, ai singoli, quando sono supportate dal governo statale e dai suoi strumenti di pianificazione, risorse, ridistribuzioni – le ecologie creative materializzano spazi generativi di senso e interazione tra comunità artistiche e comunità locali – chi fa e chi del fare ne gode.
collingwood yards è stato disegnato-immaginato come ambiente dinamico per lo sviluppo culturale dal governo del victoria nel duemila e quattordici (più di dieci anni prima dunque che ci capitassero i miei piedi e testa) e messo in vita e in forma e in materia da un’organizzazione non-profit (the contemporary arts precints board) la cui strategia fondativa, tra rischi e aspettative, prevedeva una conversione di ampi magazzini – fino alla metà del xix secolo ad uso industriale – in spazi dedicati a una collaborazione gioiosa e mutuale tra organizzazioni artistiche e pubblico.
ora… tra queste linee, non intendo entrare nel merito della storia dei suoi cortili – che sono intricati, gentrificati, riconvertiti e spesso, volentieri o no, hanno rischiato la riproduzione di quegli artificial hells (Bishop 2012) – inferni artificiali – che non corrispondono mai del tutto all’immaginario di creativa partecipazione locale e piuttosto tendono a sodalizzarne il profitto. (sodalizi tra privati, s’intende). non entro nel merito benché, in generale, ci sarebbe tanto da scrivere, tanto da ragionare sulle direttive d’azione dei luoghi rigenerati e riappropriati e risignificati – a cui il mondo, tutto, qualunque sia il suo oceano, si presta nel tempo. sarebbe e magari sarà scritto e ragionato a un certo momento, ma in questo yarn – che è una messa appunto di pensieri – mi incuriosisce accennare alle vertigini su cui certi fili insistono per far di questo accenno un accadimento possibile anche altrove. cosa e chi siano questo altrove e questo possibile, è tutto certamente ancora da indagare. il che significa che, ancora una volta, la domanda dovrebbe e dovrà poter vertere, tanto e a lungo, sul dove e sul chi. e la stanza e l’elefante. 

riannodo i fili.
è il venti agosto del duemila e venticinque e dentro collingwood yards, una stanza – grande, intera, trasparente, simile a una sala da cabaret – è dedicata a tavole rotonde per discutere dello stato (del victoria? dell’australia?) e degli stati (economie) dell’arte. le tavole sono chiamate resilience roundtables e, dalle dieci del mattino fino a un tempo qualsiasi dello stesso giorno, si è tutte invitate a pensare-fare insieme su come poter creare e continuare a incontrarci – di fronte a esaurimento, precarietà e trasformazione? curioso interrogativo. d’altronde cosa significa esaurimento, cosa precarietà e cosa trasformazione. e poi chi sono i soggetti coinvolti? e quali sono le geografie? sì, ancora una volta, quale elefante? e quale stanza?
a rendere possibile questa giornata (possibile nella sua materialità economica e messa a disposizione di finanziamenti propri) è APHIDS. un collettivo, una compagnia, una piattaforma… – a nominarla con una sola parola – un’organizzazione di experimental art. la categoria dell’experimental, che in italiano è intraducibile nel suo senso radicale, (ovvero quello che attraversa la radice etimologica per superarla e moltiplicarla) indica lavori che attentano, tentano, esercitano forme mai del tutto pensate per raggiungere e finalizzare ciò per cui nascono. una modalità per mescolare linguaggi e lingue, dispositivi e devices, restando fuori dal mainstream e al tempo stesso confondendolo (Attridge 2018). non a caso, fondatori di APHIDS sono un regista\compositore, una scrittrice\musicista, un’artista visuale, una fashion designer – a dire, dare il senso moltiplicato dello sperimentare, sperimentale, le discipline. una postura che dal 1994 gioca, fonde musica, performance e nuove tecnologie e che nel tempo si è rimodificata con altri nomi, altre persone, facce, corpi, voci. a celebrare la bellezza di una struttura culturale che si concede di essere attraversata, consolidata negli anni da identità differenti, artiste e arti che cambiano… come nelle più belle storie pirata in cui il capitano scompare e si dissolve tra la ciurma, a suggerire che dentro una stessa barca può esistere una forma di autogoverno che si può e si sa rinnovare ogni volta. senza capi, senza capitali, senza principi ordinatori e senza tempi indeterminati.
a raccontarmi di APHIDS per la prima volta è lara thoms – attuale co-direttrice insieme a mish grigor dal 2019. il racconto, il primo, lo ascolto a una festa, a una di quelle che sarebbe bene potessimo fare in qualunque luogo del mondo ma che soltanto certuni si consentono (e la stanza e l’elefante). almeno fino ad adesso. la festa si svolge tutto il giorno dal pomeriggio fino alla notte, per il ventesimo compleanno di arts house – spazio di indagine artistica, avventura e trasformazione sociale (dicono): adibito e aperto a chi l’arte la fa e la pensa, a chi l’arte la produce e la guarda, a chi l’arte la finanzia, a chi dell’arte ne gode, ne discute, se ne commuove e ne celebra umori ed entusiasmi. e lo fa tutto il tempo da più di venti anni.
durante la festa, vengono invitate – e ben pagate – circa venticinque artiste a presentare 180 secondi (in heaven or hell, in paradiso o nell’inferno) di una qualunque loro creazione. come accade a tutte le feste che innamorano, quelle a cui ti viene sempre voglia di andare e a prescindere da chi e dove, anche a questa festa accade che ci si riconosce. ci si conosce. anche se non si sa niente, anche se si sa già tutto, anche se si è in jet lag, anche se si è appena arrivate in città, anche se è la prima volta, anche se… anche se. le facce infatti sono tutte amiche. come a volersi dare di continuo una forma di saluto, di approvazione, di senso, di riconoscimento appunto. come a non volersi fare afferrare dalla competizione, dal gioco mortifero del potere. quasi tutta la comunità di gente che si occupa – per vie traverse o dirette – di cultura, arte, creazione (performance si, ma non solo) e che abita a melbourne\naarm è lì. è lì e partecipa alla festa. e lì ci sono anche io, estranea e disinvolta.
dopo settimane e settimane, quelle stesse facce, tutte, le ritrovo tra le tavole rotonde. 

yarn

riannodo un’altra volta. 
la stanza di collingwood yards è piena. saremo circa un centinaio – tra andirivieni e permanenze. 
la discussione verte intorno all’elefante. quella storia che non si nomina mai e che in verità è il principio cardine per cui alcune persone che si occupano di cultura guadagnano bene e possono chiedere il mutuo per la casa e pagare spese sanitarie straordinarie e non leggere il prezzo nei menù, nelle etichette, negli scaffali; mentre altre persone che in verità fanno lo stesso mestiere finiscono a inventarsi il subaffitto come forma di sostentamento e\o residenza e a cambiare lavoro di continuo oppure a farne cinque di lavori oppure anche se finiscono a farne soltanto un altro solo di lavoro, quell’altro solo è sempre diverso dal desiderio e l’ambizione, la formazione (elenco che continua).
in quella stanza – un poco cabaret – siamo una marea di gente che abita in questo momento nella stessa città e siamo tutte insieme a parlare di quel grasso e grosso elefante che è il sistema economico dell’arte, delle arti – ovvero quel classico schema per cui certune di noi sono prodotte, altre meno, altre a volte, altre a metà, altre no, altre di continuo. quel giorno, ci si prende un tempo, per riconoscersi (forse), per sostenersi, per guardarsi, fermarsi, pensare insieme a cosa e come fare il dopo. tra salite e discese dal palco, tra pezzi di carta su cui scrivere, tra pensieri a voce alta che si moltiplicano nello spazio, in mezzo a pranzi vegani e anche gluten free e anche vegetariani e acqua frizzante.

ogni tavola ha al centro un mazzo di fiori freschi. verdi, rossi, fucsia.
ognuna che entra dentro la stanza sembra conoscere almeno un’altra persona. perfino io, col mio passaporto europeo e la residenza in sicilia, conosco più di una persona (benché, ammetto, melbourne\naarm è piena zeppa di gente con almeno un passaporto europeo e un qualche parente che la residenza in sicilia l’aveva e poi l’ha lasciata… per quella cosa che si chiama migrazione economica – sì gli elefanti e le stanze, ancora e ancora). 

nonostante la fatica, la stanchezza, i finanziamenti che in australia si riducono (ma mai quanto in italia); nonostante la distanza, gli obblighi e le responsabilità; nonostante i tanti altri desideri e tutti i cedimenti e i privilegi dei singoli e le tante comodità… ci si prende un tempo a ribadire «to those who work precariously and are not getting paid to be in this room: your labour is valued» che in italiano significherebbe qualcosa tipo a tutte coloro il cui lavoro è precario e che non sono pagate oggi per stare in questa stanza: il vostro labour (intesa come l’attività che conduce al soddisfacimento del bisogno e non del desiderio, ovvero non è work, non è action) è valido, è reale, è visto. il vostro sforzo, ciò che fate, noi qui lo riconosciamo tutto, tutte.
come accade in qualunque occasione pubblica, a esser pronunciata per prima è la formula di consapevolezza dell’appropriazione\occupazione\colonizzazione europea della terra su cui poggiano oggi i nostri piedi e teste (we acknowledge the Traditional Owners of the land, the Bunurong Boon Wurrung and Wurundjeri Woi Wurrung peoples of the Eastern Kulin Nation, and pay our respect to Elders both past and present and, through them, to all Aboriginal and Torres Strait Islander people). poco dopo, lara thoms introduce e ci accoglie, sostenendo e rivendicando la responsabilità che hanno coloro che oggi non sono più precarie, e si possono permettere una vita felice e comoda: ovvero, farsi carico di tutta quella gente che invece ancora precaria lo è e che quella vita felice e comoda ancora non la può.

si discute allora di resilienza con erica mccalman che ne parla, ne racconta come a dire di una comprensione incarnata, realistica e puntuale delle circostanze che e in cui abitiamo: una metodologia per supportarci l’un l’altra, infine. a seguire interviene nisha madhan con una performance sulla sopravvivenza del fare artistico e del suo senso del tempo. fino poi a comporsi, inevitabile e autonoma, la conversazione tra le tavole.
come possiamo trasformare in compost ciò che è marcio del settore culturale?
-siamo noi i vermi?
-siamo noi i vermi per i prossimi venticinque anni e ci vorrà tempo e ci vorrà spazio, ma.
-l’arte in questo momento segue un modello industriale che si basa sulla transazione piuttosto che sulla relazione.
-dobbiamo uscire dalla logica che ci impone di essere la star
(l’eroe, il capitano, il dio) e riscoprire l’arte come atto di generosità e amicizia.
-bisogna che si dica la verità sulle condizioni economiche piuttosto che continuare a infilare e farci fregare dalle storie di chi ha successo.
emily parsons-lord accende infine un piccolo fuoco d’artificio e il giorno si conclude con un resoconto di cosa si può fare adesso, di chi può farlo, di come farlo. ovvero: cosa possiamo fare succedere come artisti; cosa possono fare le piccole organizzazioni; cosa possono fare le grandi organizzazioni; cosa possono fare il governo e tutte quelle strutture – pubbliche e private – che l’arte e le arti, la cultura le finanziano. e soprattutto cosa è bene aspettarsi e pretendere e da chi e dove. e poi quando è necessario interrompersi.
un elenco, infine. posto e posizionato per ribaltare le stanze, rimettere gli elefanti, tanti e tutti interi, e imparare a guardarli e guardarci. a suggerire, forse, perfino di dover materializzare – qui e altrove – quel potenziale delle piccole comunità che abitano le isole, che dalle isole vanno e vengono, che dell’isolamento ne fanno strumento di conversazione, del pensiero nell’azione. 
e se ritorno in quella parte del mondo in cui sono nata, allora da dove e con chi cominciare.
ed ecco intanto un primo filo che parte da lontano… in questa cosa che si chiama yarn e che vuole osare a stringere nodi e alleanze, al di là di classi, religioni, lingue, geografie – attraverso un dire che prima del fare, in fin dei conti o senza nessun conto, ci mette sempre in mezzo il mare. 

di bruna bonanno


bruna bonanno (Catania, 1997) drammaturga e studiosa di filosofia, conduce un dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano Statale con una tesi su scritture e pratiche performative che interrogano la relazione tra democrazia radicale e acqua salata. Diplomata come autrice alla Scuola Civica Paolo Grassi e laureata in filosofia tra Nord e Sud Italia, al momento vive tra Venezia, Bruxelles, Melbourne, a volte anche Napoli – in un gioioso andirivieni che sempre poi diventa anche Sicilia. Il suo ultimo testo è vincitore del Biennale College Teatro di Venezia (edizione 2025).

bibliografia citata
Anatolitis, E., & Frichot, H. (2024). Collingwood Yards: The formation of a creative precinct. In J. T. Miao & T. Yigitcanlar (Eds.), Routledge Companion to Creativity and the Built Environment. Routledge.
Attridge D., (2018) ‘What Do We Mean by Experimental Art?”, Angles [Online], 6 | 2018, Online since 01 April 2018, connection on 06 June 2022. URL: http://journals.openedition.org/angles/962 ; DOI: https://doi.org/10.4000/angles.962 
Bishop, C. (2023). Artificial hells: Participatory art and the politics of spectatorship. Verso books. 

crediti fotografia articolo
resilience roundtables cover (2025), APHIDS
resilience roundtables p.5 (2025), APHIDS 

Vicinato, note su una rete artistica under 35: intervista a Collettivo EFFE 

Vicinato, note su una rete artistica under 35: intervista a Collettivo EFFE 

Il Collettivo Effe nasce nella provincia torinese dall’incontro di Giulia Odetto (regista/autrice), Antonio Careddu (dramaturg/autore) e Camilla Soave (danzatrice/video artista), che dal 2020 portano avanti una ricerca multidisciplinare sulla drammaturgia d’immagine e sulla relazione tra il corpo, il paesaggio e le tecnologie. Nel 2025 avviano Vicinato Artistico, una rete di realtà artistiche a loro affini, nata per riuscire a partecipare al bando ministeriale. Oggi, il progetto, conta una dozzina di artistə, che il collettivo sostiene e affianca sugli aspetti produttivi, distributivi, organizzativi e artistici: una relazione di mutuo supporto e confronto, per affrontare le sfide del comune panorama precario in cui gli artisti operano.

Abbiamo incontrato Giulia Odetto e Antonio Careddu per parlare di tutto questo: come si costruisce una rete e cosa vuol dire, per una generazione di artistə under 35, imparare ad abitare le regole di un sistema complesso che spesso crea relazioni per necessità di sopravvivenza. Odetto e Careddu hanno voluto pensare le relazioni dentro e attorno al collettivo, in un sistema a cerchi concentrici, privo di gerarchie fisse. Non un capofila che gestisse solo gli interessi amministrativi di compagnie minori – come spesso accade – ma un vicinato, composto da persone che condividono uno spazio per un periodo breve o lungo, sempre libere di restare o traslocare.

Come nasce Vicinato? A quale mancanza o necessità vuole rispondere?

Antonio Careddu: Vicinato è nato per rispondere a un’esigenza molto concreta: la compilazione del bando ministeriale. Come collettivo non avevamo abbastanza giornate disponibili e abbiamo quindi pensato di creare una cordata di secondo livello, che raggruppasse più realtà senza avere direttamente la nostra firma. 

Giulia Odetto: Ci siamo però presto accorti che non avevamo il tempo materiale per progettare tutto e che le altre compagnie non avevano gli strumenti necessari per approcciarsi alla piattaforma del Ministero.

A.C.: Era necessario che il processo raggiungesse un livello di maturazione maggiore. Abbiamo quindi proposto alle realtà con cui eravamo in contatto di affidarci la compilazione della domanda ministeriale, attorno alla quale avremmo raccolto anche le loro azioni e le date previste per il triennio. Non volevamo che questo progetto diventasse soltanto un’aggregazione di repliche: abbiamo cercato di trasformarlo in un processo virtuoso, che ci permettesse di realizzare azioni utili a tutte le realtà coinvolte.

G.O.: Anche perché, più o meno, tutte le realtà coinvolte in Vicinato condividono alcuni punti di contatto, sia nella ricerca sia nei linguaggi. All’inizio abbiamo cercato delle affinità con il nostro collettivo; poi, quasi naturalmente, la rete si è espansa e sono stati i nostri contatti a coinvolgere artisti con cui sentivano un legame. Questa dinamica si è rivelata molto utile anche nel processo di distribuzione: ogni volta che si conclude una data di uno degli artisti che fa parte del progetto, inviamo subito un follow-up con tutti gli altri spettacoli di Vicinato. Cerchiamo inoltre di prenderci cura dei rapporti con tutte le realtà coinvolte e di organizzare periodicamente una riunione per presentare l’insieme dei lavori di Vicinato.

Come si rispecchiano il vostro percorso e la vostra idea di compagnia nel progetto Vicinato?

G.O.:  Fin dall’inizio abbiamo concepito il collettivo come una relazione aperta, strutturata secondo una logica di cerchi concentrici. Al centro ci siamo io, Antonio, Camilla e Valentina, che ci lavoriamo quasi costantemente; poi ci sono artistə con cui collaboriamo molto spesso e, infine, artistə che partecipano solo ad alcuni progetti. Anche Vicinato rientra in questa logica e il nostro interesse è far sì che si creino sempre più intersezioni.

A.C.: Esattamente. Abbiamo cercato di impostare le relazioni, sia all’interno del collettivo sia all’interno di Vicinato, nel modo più libero, aperto e non gerarchico possibile. Anche per questo abbiamo scelto di chiamare questa aggregazione di artistə e compagnie “Vicinato”. Non volevamo richiamare, nemmeno dal punto di vista lessicale, un’idea di famiglia, di clan o di legame di sangue. Ci riconosciamo, piuttosto, in un gruppo di persone che coabitano uno spazio di lavoro, ma che potrebbero anche traslocare in qualsiasi momento, proprio come accade in un vicinato o in un condominio.

G.O.: È una modalità molto flessibile: c’è chi ha scelto di affidarsi a noi per tutti i propri progetti e chi, invece, aveva già accordi con altre realtà ma ha voluto che curassimo noi la produzione di alcuni spettacoli, a volte anche uno soltanto. Da entrambe le parti c’è sempre la possibilità di ridefinire il percorso nel tempo. Dal punto di vista organizzativo, una cosa che trovo particolarmente interessante, dopo diversi anni di lavoro in questo ambito, è che spesso le compagnie hanno poca consapevolezza di come si costruisce e si gestisce un budget. Noi cerchiamo di lavorare nella massima trasparenza: la compagnia definisce budget e cachet oppure, se necessario, la aiutiamo a costruirli. Fin dall’inizio condividiamo come vengono ripartite le risorse, quali sono le spese, come funzionano le messe in agibilità, gli oneri e i costi di viaggio, che anticipiamo noi. Per noi il principio è semplice: il budget della replica appartiene alla compagnia, almeno per questo primo triennio, come Vicinato abbiamo scelto di non applicare costi di produzione, che vengono assorbiti dal Ministero o dal Collettivo Effe. L’unica spesa che chiediamo di coprire è il costo effettivo dell’apertura della busta paga. L’obiettivo è anche favorire una maggiore consapevolezza, affinché le compagnie comprendano meglio il funzionamento del sistema e possano gestire le risorse economiche con maggiore autonomia.

A.C.: A differenza di altre realtà produttive, la nostra, non è impostata attorno al gruppo per così dire veterano, o più forte, che traina gli altri con il proprio nome e con il proprio lavoro. Abbiamo scelto di crescere insieme alle compagnie con cui abbiamo costruito questa alleanza.

Chi sono gli artisti coinvolti e come si è formata questa rete?

G.O.: I primi ad entrare sono stati Gruppo URORUCCI UCCIBenedetta Parisi e Angela Dionisia Severino. Poco dopo è entrata Sathya Nardelli: è stato un ingresso interessante perché aveva già un proprio gruppo e, iniziando a lavorare con lei, quasi automaticamente abbiamo iniziato a collaborare anche con alcuni degli artisti che ne fanno parte. Per esempio, Nicholas Turba e Diego Piemontese, di cui abbiamo cominciato a seguire alcune date. Nel secondo anno la rete si è ampliata con Anna Demichelis, grazie a un suggerimento di Maura Teofili. Conoscendo sia il nostro lavoro sia il suo, aveva individuato una possibile affinità con il progetto dell’evento della montagna. Sono entrate presto anche Lidia Margiotta e Anonima Sette, di cui però seguiamo soltanto alcuni progetti. Da quest’anno abbiamo iniziato a seguire anche Elvira Scorza in uno dei suoi spettacoli, realizzato in coproduzione con un’altra compagnia under 35, B.E.A.T. Teatro. Seguiamo inoltre l’altra compagnia di Antonio, Gruppo Kapushka, e uno dei suoi interpreti, che è anche autore e sviluppa progetti personali.
Riceviamo molte richieste e cerchiamo di sostenere chi ne ha bisogno, ma questo non significa entrare automaticamente a far parte del Vicinato. Per noi è fondamentale conoscere prima gli artisti di persona, vedere i loro spettacoli e capire se esistono le condizioni per avviare una relazione fondata su un’affinità di ricerca e di linguaggi.
Vicinato è un organismo in continua evoluzione e, proprio per questo, valutiamo con attenzione anche il carico di lavoro che ogni nuovo ingresso comporta. In questo ci aiuta Valentina, che si occupa dell’organizzazione e ci ha permesso di ampliare la rete. Sono convinta che, a partire dal prossimo triennio, riusciremo a sviluppare un progetto ancora più ampio, proprio perché nel frattempo il Vicinato è cresciuto.

Nel settore culturale si parla molto di collaborazione, per voi fare rete, oggi, è più una scelta politica o una necessità di sopravvivenza? 

G.O.: Credo che tutto nasca da un’esigenza di sopravvivenza, come risposta a una serie di richieste necessarie per entrare nel sistema. Avremmo anche potuto continuare a rimanerne fuori, visto che fino a qualche anno fa eravamo artisti associati di un’altra compagnia ministeriale. Sono stati tre anni bellissimi, ma mancava quel passaggio ulteriore sul piano del rapporto artistico, quel legame che ci facesse pensare che restare lì ci avrebbe permesso di imparare qualcosa in più. Dal punto di vista della gestione amministrativa funzionava tutto molto bene, ma il rapporto si fermava sostanzialmente a quello. Forse la vera scelta politica è stata decidere di partecipare al bando del Ministero, perché questo significa riconoscersi, in qualche modo, come un’istituzione. Significa scegliere di dialogare con le istituzioni, entrare nel sistema e, di conseguenza, accettarne le regole. Con Vicinato abbiamo trovato una modalità per farlo, così come hanno fatto anche altre realtà, come Pallaksch, con cui condividiamo la rete 34punto9. Naturalmente non è un modello che abbiamo inventato noi: è una modalità che molte altre persone hanno già sperimentato. La particolarità del nostro caso è che una compagnia under 35 costruisce una rete con altre compagnie under 35, invece di essere una struttura più consolidata che si circonda di un vivaio di artisti più giovani. Quindi sì, credo che la scelta politica sia stata quella di entrare nel sistema e accettarlo, con tutte le sue contraddizioni, cercando di capire come abitarlo in modo virtuoso. La costruzione di una rete è stata una delle prime risposte che abbiamo trovato. E forse anche il modo in cui proviamo a costruirla è una scelta politica: non ci interessa mettere in piedi semplicemente un’alternativa più “smart”, ma sperimentare un diverso modo di stare dentro il sistema. 

Come si può evitare che l’idea di collaborazione tra realtà artistiche diventi un modo per compensare la mancanza di risorse economiche e di tutele?

A.C.: La prima risposta che mi viene in mente è questa: collaborare davvero, cioè fare in modo che la collaborazione non sia soltanto strumentale, ma abbia uno sguardo più ampio. Chiaramente questo richiede risorse, sia in termini di tempo che di denaro, affinché queste collaborazioni non si riducano semplicemente a un insieme di recite utili a raggiungere i numeri richiesti, ma producano qualcosa in più, capace di generare un circolo virtuoso di energie.

G.O.: Un grande problema, emerso anche in diverse riunioni, è che le imprese di produzione under 35 non sono valorizzate dal Ministero per quanto riguarda le attività di formazione o di confronto. Ciò che produce punteggio sono soprattutto le recite, le giornate lavorative e, in parte, alcuni progetti con le università.

A.C.: Ad esempio, la residenza che stiamo organizzando per settembre in Puglia, Ozio di Vicinato, è un investimento sostenuto interamente dal collettivo. Si svolgerà durante Fori Festival e sarà una residenza volutamente improduttiva. Trascorreremo tre giorni insieme, con quasi tutte le realtà del Vicinato, dedicandoci allo scambio di pratiche e prevedendo anche alcuni momenti di apertura verso la comunità che ospita il festival. È un’attività che racconteremo nel consuntivo destinato al Ministero e che proveremo a tematizzare, anche se oggi non esiste uno strumento per valorizzarla, perché non rientra in nessuna categoria riconosciuta. Le compagnie di teatro di ricerca, ad esempio, possono valorizzare le attività laboratoriali, perché la normativa riconosce quel tempo come parte integrante del loro lavoro. Noi riteniamo che trascorrere tre giorni insieme a colleghi e colleghe per condividere pratiche sia altrettanto utile e funzionale al lavoro artistico, anche se non ci si definisce una compagnia di teatro di ricerca. Oggi, però, questo tipo di attività non trova alcun riconoscimento. 

G.O.: Una cosa interessante di Ozio, è che, inizialmente, noi avevamo proposto al Vicinato artistico di organizzare tre giornate di programmazione, invitando operatori e operatrici in un teatro e presentando brevi estratti di tutti gli spettacoli della rete. Nel corso delle riunioni, però, gli artisti ci hanno detto che avrebbero preferito un momento di confronto e di scambio di pratiche, cioè un tempo da trascorrere insieme per riflettere come generazione. È interessante che questa esigenza sia emersa direttamente dal Vicinato. Noi, assumendo il punto di vista dei produttori, pensavamo soprattutto a come sostenere la circuitazione degli spettacoli e immaginavamo che quella fosse la priorità.

A.C.: Un’altra richiesta arrivata in modo molto esplicito è stata quella di non organizzare questa residenza in uno dei grandi centri – come Roma, Milano, Torino o Napoli – ma di scegliere un contesto decentrato. Per questo abbiamo iniziato a fare una ricognizione tra diverse realtà che avrebbero potuto ospitarla, ed è emerso Fori Festival, che si trova effettivamente in una posizione piuttosto periferica rispetto ai circuiti teatrali più mainstream. Se oggi siamo lì è certamente grazie all’entusiasmo e alla grande generosità di Valentino Ligorio, il direttore artistico di Fori Festival, ma anche perché abbiamo scelto consapevolmente di cercare un contesto con queste caratteristiche.

Cosa avete in programma per il prossimo futuro, e in che direzione vorreste che Vicinato si sviluppi?

G.O.: Tra i programmi per il futuro c’è innanzitutto Ozio di Vicinato. Poi ci saranno diversi debutti e le presentazioni degli spettacoli della rete, ai quali cerchiamo naturalmente di essere presenti. Abbiamo inoltre avviato la prima coproduzione di una certa rilevanza con il Teatro di Roma, relativa allo spettacolo di un’artista del Vicinato. Speriamo che questa esperienza possa trasformarsi in un’occasione di dialogo con le istituzioni e contribuire a dare maggiore visibilità a ciò che stiamo costruendo.

A.C.: E poi c’è tutto il lavoro di programmazione: capire come impostare il prossimo triennio, che ormai non è così lontano.

G.O.: Sicuramente questi tre giorni di Ozio di Vicinato, saranno molto utili. Confrontarci con le artiste e gli artisti con cui lavoriamo ci aiuterà a capire quale direzione vogliamo prendere. Cerchiamo sempre di metterci in una posizione di ascolto. Ogni tanto, anche all’interno della rete 34punto9, che rappresenta un contenitore più ampio, discutiamo della possibilità di mettere in comune alcune risorse per finanziare nuove creazioni, sostenere la produzione di spettacoli o istituire borse di studio per artiste e artisti. In sostanza, proviamo a capire come impiegare al meglio le limitatissime risorse di cui disponiamo, a fronte di una mole di lavoro molto grande, per continuare a trovare modi di “danzare” – come dicevamo prima – all’interno delle regole istituzionali del Ministero.

Laboratorio gratuito di analisi del testo e creazione collettiva

Laboratorio gratuito di analisi del testo e creazione collettiva

Laboratorio gratuito di analisi del testo e creazione collettiva, a partire dal testo L’Ospedale al Tempo della Rivoluzione di Caryl Churchill.
La call è rivolta a 8 attori/attrici professionisti under 35.

COSA SUCCEDE QUANDO UN TESTO ENTRA IN UNA STANZA?
Dipende da chi c’è nella stanza

MONSIEUR: “Proprio un bel momento per ammalarsi. Quando dovrei dedicare tutte le mie energie a – ogni scintilla può divampare in mia assenza. Comunque non ci vorrà molto vero?”
MADAME: “Lei è Françoise, nostra figlia, purtroppo. Gliel’abbiamo portata perché non la sopportiamo più”.


Sei un’attrice/attore professionista U35? Puoi candidarti per partecipare al laboratorio di analisi del testo e creazione collettiva condotto dalla regista Angela Ruozzi, dall’8 al 15 settembre 2026, presso La Corte Ospitale di Rubiera (RE) nell’ambito del progetto di Residenze Artistiche 2026 sulla drammaturgia contemporanea.

In “L’ospedale al tempo della rivoluzione” (1971), Caryl Churchill, una delle più influenti drammaturghe britanniche contemporanee, utilizza la cornice storica della guerra d’indipendenza algerina e lo spazio clinico dell’ospedale psichiatrico dove operò lo psichiatra Frantz Fanon per articolare una riflessione su colonialismo, razzismo e dinamiche di oppressione, coniugando l’urgenza dell’impegno politico con una sperimentazione formale che rende il testo, ancora oggi, di grande attualità.

Il percorso, condotto dalla regista Angela Ruozzi insieme alla scenografa Alice Benazzi, si propone di innescare un processo di “risonanza” tra il materiale testuale e le percezioni dei partecipanti, per scoprire quali legami esistono tra noi e i temi dell’opera, oggi. L’obiettivo non è la semplice analisi accademica, ma la costruzione di un commento condiviso che permetta di esplorare come i temi di potere e resistenza, oppressione e ribellione agiscano sulle nostre sensibilità contemporanee per poi scoprire come restituirli in scena attraverso il testo di Churchill e la composizione collettiva.

Il metodo di lavoro si articolerà in diverse fasi:

IMMERSIONE: Lettura e analisi dei contenuti dell’opera;
PERCEZIONE: Raccolta di impressioni. Cosa mi colpisce? Che visioni emergono? Cosa risuona oggi?
RIUNIONE: Lavoro di ricerca a gruppo, condivisione di idee e composizioni sceniche collettive.
EMERSIONE: Restituzione interna delle proposte elaborate e rilanci.

Un percorso di scambio e dialogo. Uno spazio di “risonanza” dove potersi confrontare dal vivo su tematiche sociali e possibilità di rappresentazione.

A chi è rivolto
Il laboratorio è aperto a 8 attrici/attori professionisti U35 ai quali verrà garantito vitto e alloggio presso dall’8 al 15 settembre 2026 presso La Corte Ospitale, Rubiera (RE).

Modalità di partecipazione
le candidature dovranno pervenire entro il 15 agosto 2026, all’indirizzo info@angelaruozzi.com, allegando proprio CV e un video di presentazione e motivazione (max 2 minuti). I risultati della call verranno comunicati entro il 23 agosto 2026.

Il testo
L’ospedale al tempo della rivoluzione” è parte della raccolta “Caryl Churchill, Teatro VI”, a cura di Paola Bono, Editoria & Spettacolo, 2020

ELENCO DEI PERSONAGGI

Fanon, nero, circa 30 anni. É direttore del dipartimento di psichiatria dell’Ospedale Psichiatrico di Blida-Joinville in Algeria. Veste di bianco.
Monsieur e Madame, europei, di mezza età.
Françoise, loro figlia, 17 anni. Indossa abiti curati e graziosi, di stile troppo infantile.
Giovane Dottore, europeo, tra i 20 e i 30 anni, dal volto aperto. Veste di bianco.
Tre pazienti algerini:
A, circa 30 anni, magro, con i polsi bendati, depresso.
B, 50 anni, un uomo piccolo con un neo sul mento, un contadino. É in uno stato di stupor e la sua unica reazione è di terrore.
C, circa 25 anni, pelle molto chiara, molto eccitato.
Infermiere, veste di bianco.
Ispettore di polizia, europeo, circa 35 anni, un uomo grande e grosso.

ANGELA RUOZZI

Angela Ruozzi, regista e imprenditrice culturale. Crea dispositivi artistici e partecipativi che mettono in relazione persone, luoghi e comunità, utilizzando il teatro come linguaggio d’origine e principale strumento della propria ricerca. Il suo lavoro nasce dall’incontro tra regia, pratiche partecipative e progettazione culturale e si sviluppa attraverso spettacoli, festival, percorsi site-specific e processi collettivi che trasformano temporaneamente gli spazi in luoghi di esperienza condivisa. Formata all’École Philippe Gaulier di Parigi e grazie all’incontro con maestre come Ariane Mnouchkine e Claudia Castellucci, ha firmato regie prodotte da LAC Lugano Arte e Cultura, ERT Emilia Romagna Teatro, Fondazione I Teatri e Centro Teatrale MaMiMò. Oggi affianca alla creazione teatrale la direzione artistica, la curatela e la progettazione di interventi culturali nei territori, indagando il rapporto tra arte, ambiente, comunità e benessere. La sua ricerca parte da una domanda semplice: come può un’esperienza artistica modificare, anche solo per un momento, il modo in cui le persone abitano un luogo, si relazionano tra loro, immaginano il mondo?

https://www.angelaruozzi.com