C’è un sipario che schiocca nel vento, quello del teatrino costruito da Konstantín Trepliòv. Una piattaforma simbolica che dalle pagine di Čechov trasmigra nel presente: un palco su cui generazioni di artisti cercano nuovi modi per sopravvivere al sistema odierno che ha fatto della precarietà una condizione strutturale.
È da qui che si può entrare nel docufilm Il Gabbiano, ultimo atto di Cinema Vivo – Percorso di Alta Formazione a cura di Argot Studio, realizzato da Massimiliano Benvenuto, Filippo Gili e Arcangelo Iannace a partire dall’adattamento del testo cechoviano firmato dallo stesso Gili. Quindici attrici e attori del corso di alta formazione – oltre agli stessi Gili e Iannace – recitano larga parte del film all’interno degli spazi dell’Argot Studio (da cinquant’anni storica casa di programmazione e di produzione della capitale che ospita Argot Produzioni), utilizzando l’opera di Čechov come strumento critico per interrogare il presente e la fragilità di chi sceglie di affidare la propria esistenza all’arte.
A oltre un secolo dalla sua prima rappresentazione, Il Gabbiano continua a parlarci come un manuale d’anatomia dell’inquietudine umana. Una commedia costruita attorno a desideri che non trovano compimento, vocazioni che divorano chi le possiede, giovani artisti incapaci di riconoscersi nel mondo che dovrebbero ereditare. Il carosello dei legami incrociati non si risolve mai in quiete, ma rimane sospeso in uno stato di perenne incompiutezza. La regia di Benvenuto, Gili e Iannace si muove dentro gli interstizi del testo, lasciando emergere il lento stillicidio che caratterizza ogni pagina. Il passaggio dal palcoscenico allo schermo rielabora le tensioni sotterranee: la fotografia desaturata attenua ogni residuo naturalistico, mentre il montaggio alterna primi e primissimi piani a soggettive, costruendo un continuo movimento, tra immersione, prossimità emotiva e distanza contemplativa, che restituisce l’inquietudine cechoviana senza tradirne la complessità. Questa scelta è particolarmente coerente con la struttura sentimentale dell’opera. Il Gabbiano è costruito su triangoli amorosi che non coincidono mai: la macchina da presa a mano libera li insegue con lo stesso respiro irregolare, senza trovare un centro, senza tracciare una traiettoria lineare.
Il nucleo più caldo dell’opera è rappresentato dall’allegoria del gabbiano morto come metafora della condizione dell’artista: la sua fragilità, il fallimento delle aspirazioni, il modo in cui il talento brucia chi lo porta. Come osserva Angelo Maria Ripellino nella sua lettura del dramma, l’opera «vuol essere anche un dialogo sull’arte scenica e sulla strategia dello scrivere»: il docufilm riesce a tradurre questa tensione in traslucenza, attraverso la grammatica stessa dell’inquadratura. Trepliov non viene distrutto dalla mancanza di talento, ma dal talento stesso e dal suo mancato riconoscimento. Vive convinto di essere un drammaturgo fallito e tuttavia scrive, crea, non riesce a smettere. È questa coazione – non il fallimento in sé – a renderlo una figura così contemporanea e a farne, almeno in parte, un erede della tradizione moderna che in Vladimir Majakovskij trova uno dei suoi centri di riflessione. Ne La nuvola in calzoni (1915) il talento si configura come imperativo identitario insostenibile, destino che divora. Ciò che accomuna Trepliov alle storie di molti poetə non è la tragicità del gesto finale, ma qualcosa di più politico e meno romantico: l’incapacità del sistema socio-culturale di fare spazio a chi non si adatta ai criteri di riconoscimento che il sistema stesso ha stabilito.
Il finale de Il Gabbiano è tra i più agghiaccianti della storia del teatro moderno, proprio perché non si vede. Si sente lo sparo – secco, rapido, quasi accidentale – e poi il mondo riprende a girare. Come nota Ripellino, la tombola prima e lo spuntino dopo sono per Čechov indizi di quella «trivialità inveterata, di quel trionfo del futile e del commestibile, che stronca gli estri e si prende gioco della disperazione». Trepliov lacera i suoi manoscritti, si uccide, e il mondo continua. Il docufilm non cede alla tentazione del melodramma: il dolore di Trepliov non viene amplificato, ma enucleato senza giudizi o patetismi. Un ensemble attoriale coeso, composto da Alice Azzariti, Saverio Barbiero, Maria Vittoria Boccanera, Guido Gerardi, Federico Giovannoli, Guendalina Losito, Valentina Maffei, Filippo Marone, Caterina Masala, Maurizio Mogarelli, Lorenza Montoni, Valentina Oteri, Omar Sandrini, Emma Vitalone e Vittoria Vitiello, ha saputo rispondere a un progetto che li ha messi di fronte al precipizio che separa il desiderio dal riconoscimento, e ai molteplici modi di attraversare l’arte. Diverse risposte alla stessa domanda: quale prezzo si è disposti a pagare per vivere di teatro?
È una questione che il sistema culturale italiano tende a eludere, scaricandone il peso sui singoli. Quello che Ornella Rosato ha definito, su Theatron 2.0, il ricatto della vocazione – la logica per cui l’abnegazione totale verso il lavoro artistico viene presentata come condizione naturale della professione – maschera in realtà un meccanismo preciso: il trasferimento sistematico del rischio economico dagli enti di produzione e programmazione a singoli lavoratori e lavoratrici. Per comprenderne la portata strutturale è utile ricorrere alla categoria di campo elaborata da Pierre Bourdieu: il campo artistico è uno spazio sociale in cui i capitali simbolici – reputazione, riconoscimento, legittimità estetica – funzionano come moneta di scambio, spesso in sostituzione di quella economica. Chi non può investire tempo gratuito o rischiare è penalizzato strutturalmente. Questa logica favorisce chi dispone di reti di supporto familiare, patrimoniali o relazionali, e penalizza chi non può permettersi di lavorare gratuitamente in attesa di un riconoscimento che potrebbe non arrivare mai. Tutto viene assorbito e normalizzato dalla retorica della dedizione artistica, che trasforma l’auto-sfruttamento in virtù e la rinuncia in prova di autenticità.
In questo scenario, precarietà economica e fragilità psicologica sono componenti profondamente intrecciate con le condizioni di chi opera nel settore. Scegliere Il Gabbiano come testo di un percorso di alta formazione vuol dire chiedere ad allieve e allievi di guardarsi in uno specchio scomodo, per riconoscere le strutture che li attendono e sviluppare una consapevolezza che vada oltre alla tecnica. Il docufilm ha il coraggio di non risolvere questa tensione, di lasciarla aperta come una ferita, restituendo all’operazione tra cinema e teatro la capacità di parlare del presente anche quando racconta del passato. Il sipario che schiocca nel vento fu immaginato da Čechov nel 1895, ma non è mai stato così contemporaneo.
IL GABBIANO
di Anton Čechov adattamento Filippo Gili
Un docufilm di
Massimiliano Benvenuto, Filippo Gili, Arcangelo Iannace
Con
Alice Azzariti, Saverio Barbiero, Maria Vittoria Boccanera, Guido Gerardi, Federico Giovannoli, Guendalina Losito, Valentina Maffei, Filippo Marone, Caterina Masala, Maurizio Mogarelli, Lorenza Montoni, Valentina Oteri, Omar Sandrini, Emma Vitalone, Vittoria Vitiello
Cinema Vivo è un progetto del Circolo Culturale Argostudio, in collaborazione con OFF/OFF Theatre. Promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, è vincitore dell’Avviso Pubblico curato dal Dipartimento Attività Culturali per progetti di ricerca e sperimentazione nello spettacolo dal vivo e nella formazione (Stagione 2025/2026 – Culture Roma).

La webzine di Theatron 2.0 è registrata al Tribunale di Roma. Dal 2017, anno della sua fondazione, si è specializzata nella produzione di contenuti editoriali relativi alle arti performative. Proponendo percorsi di inchiesta e di ricerca rivolti a fenomeni, realtà e contesti artistici del contemporaneo, la webzine si pone come un organismo di analisi che intende offrire nuove chiavi di decodifica e plurimi punti di osservazione dell’arte scenica e dei suoi protagonisti.















