Arezzo Crowd Festival: l’arte del passato incontra il futuro

Set 7, 2021

Dall’8 al 12 settembre 2021, la città di Arezzo rinasce all’arte con la terza edizione del Festival multidisciplinare Arezzo Crowd. Nel susseguirsi degli eventi culturali in programma, compagnie teatrali emergenti e artisti di rilievo nazionale dialogheranno sulla necessità di un atto artistico che sia anche atto politico, in un clima di festa e di comunione tra artisti e cittadinanza. Tra mostre, spettacoli, incontri e concerti, la patria dei poeti del passato rivivrà nello sguardo di chi abiterà questi luoghi per offrire la propria arte e scrivere il futuro. Nel cercare di comprendere la genesi di questo progetto e le sue finalità, abbiamo intervistato Giovanni Firpo, direttore artistico di Arezzo Crowd.  

Arezzo Crowd festival multidisciplinare delle arti, è un progetto che nasce nel 2018 dalla volontà di giovani artisti under 35 di creare uno spazio di socialità e crescita intellettuale. Diretto da Officine Montecristo, il festival presenta dall’8 al 12 settembre, la sua terza edizione dedicata Ad Astra, al superamento delle asperità e alla rinascita.

G.F: Le prime tre edizioni del Festival sono state progettate e dirette con l’entusiasmo che accompagna l’inizio di ogni nuova esperienza, poi sono sopravvenute le difficoltà e le incertezze causate della pandemia. Nonostante questo, abbiamo continuato a lavorare ai futuri progetti, avviando un processo di crescita personale e artistica, ponendoci degli obiettivi tali da proiettarci il più lontano possibile: verso le stelle e oltre. È il momento in cui l’arte deve accompagnare la società verso territori ancora inesplorati. Il nostro, è un messaggio di speranza e di impegno, che accoglie con propositività le sfide sociali contemporanee. 

Cosa significa rinascere all’arte in un presente precario e nella prospettiva di un futuro incerto?

G.F: Significa prendersi la responsabilità di creare spazi di ascolto e di co-progettazione, coinvolgendo, sia verticalmente sia orizzalmente, la società. È un processo faticoso, dai margini non sempre definiti e che richiede tanto lavoro e attenzione ma solo dal coinvolgimento trasversale di istituzioni, cittadini, commercianti e aziende, è possibile generare eventi inclusivi e di grande respiro. Questo a volte richiede una parziale cessione di una parte di identità in favore di un progetto più grande, che però ha sempre un peso specifico più alto rispetto alla somma dei suoi singoli componenti.

L’azione artistica diviene dunque un mezzo per il cambiamento sociale, per esprimere la necessità della relazione e dell’incontro, opponendosi all’isolamento identitario e sociale causato dalla pandemia?

G.F: Arezzo è una città ricchissima di risorse, non sempre sfruttate al meglio. Dopo la crisi del 2008, molti spazi dedicati ai movimenti artistici e alla scena contemporanea hanno cessato la loro attività di produzione e promozione culturale e molti giovani, soprattutto under 35, sono stati tagliati fuori dalle scene. La nascita del Festival nel 2018/2019 è stata la naturale conseguenza dell’ascolto di questa situazione che la pandemia, nel nostro territorio, ha solo contribuito ad acuire.

Lo scorso anno abbiamo realizzato una versione ridotta del nostro Festival per sottolineare la necessità di un’azione culturale, soprattutto in un periodo di crisi sociale, culturale, economica. La pandemia ha solo scoperchiato il vaso di pandora mettendo in luce la solitudine in cui abitiamo, i nostri mondi virtuali. Chi lavora nel settore dello spettacolo ha la responsabilità trovare la chiave giusta per coinvolgere il pubblico in eventi collettivi, in un mondo reale. Tornare a condividere uno spazio, respirare insieme la stessa atmosfera e vibrare mentre ascoltiamo gli stessi suoni quando assistiamo a un’azione artistica che abbia un suo valore di sociabilità.

Particolare attenzione è riservata alle realtà autoriali e alle compagnie emergenti con la rassegna Young Theatre Contest, allo stesso tempo con il Book Club ampio spazio è dedicato a personalità di spicco nel panorama culturale italiano. Obiettivo del festival è di creare e favorire uno spazio di confronto tra realtà culturali distanti ed espressività artistiche differenti? 

G.F: Si, questo è l’obiettivo. Il Festival si muove su assi convergenti di vettori: c’è un vettore verticale che spinge dal basso all’alto ed è rappresentato dai 50 giovani under 35, che intendono realizzare concretamente, l’arte che immaginano per il futuro. Un vettore orizzontale che riunisce cittadini, istituzioni e artisti, in un dialogo aperto e partecipativo sul tema della valorizzazione del territorio attraverso la valorizzazione dei luoghi della cultura.

Infine, c’è un vettore bidirezionale e trasversale, che vuole portare Arezzo fuori dai suoi confini e allo stesso tempo, attrarre ad Arezzo esperienze artistiche oltreconfine. Questi tre vettori si incontrano in un centro che è appunto il Crowd Festival, dove convergono professionisti emergenti e non, che guardano all’arte contemporanea e alla storia di questi luoghi, per proporre nuovi modelli di azione culturale sul territorio.

Tra mostre, performance live, spettacoli e rassegne, la città di Arezzo accoglierà nelle sue piazze e tra i suoi abitanti l’energia creatrice di molti giovani. Quale è stato l’atteggiamento dei cittadini e dell’amministrazione locale nei confronti di una manifestazione culturale di ampio respiro come Arezzo Crowd?

G.F: La risposta dei cittadini è stata straordinaria fin dall’inizio, loro la rassegna la chiamano “il Crowd” e partecipano con costanza. Siamo stati accolti con entusiasmo e un pizzico di curiosità. Nel corso degli anni, sempre più  istituzioni ci hanno supportato: dal Comune di Arezzo alla Fondazione Guido d’Arezzo che, insieme Zero Spreco – Aisa Impianti, a cui si è aggiunta la Fondazione Intour che collabora con Discover Arezzo. Questo è il segno che il Crowd si è finalmente affermato e inizia ad interessare un pubblico sempre maggiore.

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