#AnticipAzione: Quel noioso giorno d’estate o del tedio a morte del vivere in Provincia

Mar 13, 2017

La panchina di un parco, tre ragazzi alle periferie dell’esistenza, la noia della provincia. Una pistola nelle mani sbagliate, un bersaglio casuale e un colpo fatale. Poi il buio e il silenzio. Odore di sangue e di ergastolo, al tramonto di un noioso giorno d’estate.

In vista delle rappresentazioni sceniche del 13 e del 14 marzo ore 21 presso il Teatro Marconi di Roma ad opera della Compagnia Habitas entriamo anticipatamente nella dimensione drammatica di Quel noioso giorno d’estate, testo scritto dall’autore e regista teatrale Niccolò Matcovich con cui abbiamo riflettuto intorno alla genesi drammaturgica dell’opera e alle cause socio-culturali che hanno guidato le azioni dei tre giovani ragazzi protagonisti, realmente esistiti e trasfigurati in dramatis personae attraverso la mediazione intimistica dello stesso drammaturgo che dal principio finale scava a ritroso nella storia personale dei ragazzi coinvolti in questo brutale affare di cronaca. Una commedia nera che trova l’accezione più violenta nella dimensione puerile e ludica della rappresentazione quotidiana di una gioventù alienata, vittima e al contempo boia di sé stessa, costretta a sottostare a quel cinico gioco di sopraffazione fisica e mentale che oscilla fra la noia e il dolore.

“Il primo dato fondamentale è che Quel noioso giorno d’estate nasce da un fatto di cronaca nera reale. Negli Stati Uniti tre ragazzi minorenni hanno compiuto un delitto così come si racconta nel testo. Alle domande delle polizia sul perché avessero commesso quel gesto hanno risposto per noia, per gioco, per divertimento come è scritto nel prologo. Questa storia mi ha sconvolto, e assecondando l’istinto, la mattina di piena estate in cui lessi quell’articolo iniziai a scrivere subito il testo perché avevo bisogno di capire come fosse possibile che tre ragazzi minorenni dessero quelle motivazione per un fatto così grave. Motivazioni che trovavo grottesche, surreali. L’operazione che ho voluto compiere è stata di mettermi io nella testa di questi tre, anziché giudicarli nella riproduzione di un processo o di un circolo mediatico esterno; ho provato a stare in questi tre corpi e da lì sono scaturite tutte le dinamiche e i motivi che portano a un gesto violento, qualsiasi esso sia. Giocando a tessere le vite di questi personaggi sono nati problemi di estrazione culturale provenienti dalle famiglie di base. Si evince da subito che sono tre ragazzi abbandonati a sé stessi di cui uno è adottato senza sapere chi siano i suoi genitori; gli altri due fratelli, che hanno perso il padre vittima di un omicidio, anche loro nascono da un dolore al quale si aggiunge una madre depressa, sotto psicofarmaci. Questi ragazzi, che dai fatti di cronaca sono statunitensi, ho voluto riportarli in una periferia italiana per renderli più vicini a noi, da ciò viene fuori questa storia di provincia. Ma non perché queste cose accadono in provincia e non nelle grandi città, ma di provincia in senso profondo. Queste sono tre anime provinciali messe al confine col mondo, anime periferiche. Da qui il tema di questo razzismo fintamente giocoso più o meno latente in ciascuno di noi.”

Continua Niccolò Matcovich: ” La chiave è stata di cercare nel torbido però con una forma ludica, perché questi personaggi sono ragazzi minorenni che intrattengono relazioni molto da adolescenti e quindi il gioco è una componente importante nelle citazioni cinematografiche o dei videogiochi. Ho cercato di creare un sottobosco che non fosse di giudizio nei confronti di questi tre ma di osservazione e di comprensione. Tanto che quando abbiamo fatto lo spettacolo, uno degli scopi che volevano raggiungere e che abbiamo raggiunto era quello di creare un’empatia fra questi tre e il pubblico. Il pubblico non deve permettersi di giudicarli così come non ci permettiamo noi di giudicarli. Se nel finale tutto quanto crolla per questo atto così tragico allora lì arriva più che il giudizio, il patto: è come se il pubblico ricevesse quel colpo di pistola. Non siamo più nell’ambito del giudicante ma nell’ambito dell’impatto emotivo che secondo me è più interessante ricreare teatralmente.”

con
Federico Antonello
Francesco Aricò
Riccardo Pieretti

testo e regia
Niccolò Matcovich

scenografia
Davide Bakunin Germano
assistente scenografia
Federica Foschia

ufficio stampa
Marta Scandorza
grafica
Eleonora Danese

INFO E PRENOTAZIONI

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