Anamnesi di una crepa o la geometria fragile delle relazioni

Mag 22, 2026

Tra i progetti in concorso al Festival InDivenire, ideato nel 2017 da Alessandro Longobardi e diretto da Giampiero Cicciò, ospitato allo Spazio Diamante di Roma, c’è Anamnesi di una crepa della compagnia Il Kraken.

Lo studio mette in scena le coscienze di quattro persone progressivamente sconquassate dalle proprie fragilità. Anna (Valentina De Florio) si rivela attraverso le confidenze leggere e solo apparentemente innocue con il suo amico Davide (Federico Diana), mentre quest’ultimo intraprende nel frattempo una relazione segreta con Claudia (Virginia Pini), compagna di Bruno (Federico Russo). È proprio quest’ultimo, arrivato ai ferri corti di questa rete di relazioni già instabile, a innescare un ulteriore slittamento, avviando un percorso con Anna, psicoterapeuta che infrange la regola primaria della propria professione: non innamorarsi del paziente.

In apparenza sembrerebbe una commedia degli equivoci, costruita su un sistema relazionale troppo chiuso per non implodere. In realtà Anamnesi di una crepa non si esaurisce mai nella superficie del meccanismo narrativo: lo attraversa e lo scava, fino a far emergere la materia più instabile dei rapporti umani. Anna si innamora davvero di Bruno o è attratta dalle sue vulnerabilità, che diventano specchio e nutrimento del proprio ego professionale e affettivo? Bruno ha davvero elaborato i traumi del passato o li sta solo riorganizzando in una forma più sopportabile? E in che misura Claudia riesce a reggere la tensione tra permanenza e fuga, tra adesione e rimozione? Davide, infine, è davvero esterno a questo sistema o ne è il punto cieco, quello che osserva senza riuscire a definire ciò che prova? 

In circa mezz’ora di spettacolo, Il Kraken costruisce una progressione interrogativa fitta e inesorabile, in cui le domande tentano una pressione crescente. Tutto affiora gradualmente fino a un’esplosione finale che non ha nulla di catartico: una deflagrazione più fisica che emotiva, fatta di singoli a badminton, affanno, pulsazione elettronica e dichiarazioni sentimentali portate al limite della saturazione percettiva.

I drammaturghi Mirko De Meo e Valentina De Florio costruiscono un dispositivo che ha una chiara direzione di ricerca. Anamnesi di una crepa, infatti, ha dei riferimenti ben preicisi: leggere il corpo umano come archivio di fratture, ricostruendo una sorta di memoria emotiva e relazionale di ciò che tende alla disintegrazione. Il progetto si fonda così sull’idea di crepa come unità minima della crisi, una condizione strutturale. “Cosa succede quando due crepe si incontrano? Si crea una frattura irreparabile”, suggerisce De Meo, lasciando intravedere una logica di collisione inevitabile – e dalle conseguenze insanabili – che attraversa tutto il progetto.

Anamnesi di una crepa porta a galla i demoni individuali irrisolti organizzandoli in una terapia d’urto scenica, dove il linguaggio dialogico – serrato, contemporaneo, quasi compulsivo – diventa lo strumento principale di esposizione e insieme di aggressione. Il palco, volutamente spoglio, funziona come campo di attrito dove ogni elemento è sottratto alla decorazione e restituito come funzione. Nel separare gli ambienti, gli incontri, le crisi, Il Kraken adotta strategie mimiche in ripetizione, mettendo in standby qualcosa che invece distrae lo spettatore con la sua presenza collaterale. È impossibile per lo spettatore concentrarsi su una crepa mentre a pochi metri ne sta avanzando un’altra.

Sullo sfondo, però, emerge anche un sottotesto che appartiene in modo diretto alla contemporaneità. Le relazioni sono attraversate da una sfiducia strutturale quasi preventiva: ogni legame sembra già esposto alla sua possibile cancellazione. La terapia appare come infrastruttura quotidiana del vivere – e non a caso vengono evocati riferimenti precisi come piattaforme di psicoterapia online accanto a dinamiche di dating digitale riconducibili a sistemi ben dichiarati. L’idea stessa di incontro è mediata, filtrata, protocollata: anche la crisi, in qualche modo, diventa interfaccia.

Nonostante la densità dell’impianto concettuale e la chiarezza del progetto di ricerca, la resa attoriale lascia intravedere una fase ancora in via di consolidamento. La recitazione appare talvolta trattenuta in una dimensione leggermente accademica, più aderente al disegno che alla sua piena incarnazione, come se la struttura teorica precedesse ancora la libertà del gesto scenico. È un limite coerente con la natura di studio, ma che segnala anche il punto in cui il lavoro dovrà scegliere se restare esercizio di sistema o farsi esperienza pienamente organica. 

Tuttavia Anamnesi di una crepa si distingue per la chiarezza di un progetto lineare, costruito con ordine interno e con una pulizia formale che rende sempre leggibile la dimensione drammaturgica. Il dispositivo – testuale prima che registico – mantiene una direzione costante, lasciando che le connessioni tra i personaggi emergano con un’evoluzione che sì ribolle ma resta controllata e coerente.

In questa semplicità strutturale si innesta un elemento a cui far caso: il contrasto tra la giovane età dei drammaturghi e degli interpreti, e la densità delle dinamiche affettive e psicologiche che sono chiamati a incarnare. Questo scarto produce un cortocircuito generazionale che fatichiamo ad ammettere nell’insieme delle dinamiche reali, un’evidenza scenica in cui la precisione del disegno registico rende ancora più nitida la complessità dei rapporti messi in gioco. Ne deriva una riflessione che rimane aperta più che conclusiva: la sensazione di una società che si muove lungo una rotta di collisione relazionale, in cui la fragilità dei legami appare come una condizione sempre più riconoscibile, osservata qui attraverso una forma teatrale che la organizza con lucidità, senza la presunzione di giudicarla.

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