Dal 28 novembre al 14 dicembre è andato in scena presso i locali della Fabbrica del Vapore di Milano lo spettacolo-evento SONS: Ser o no ser, con cui la nota compagnia La Fura dels Baus fa il suo ritorno in Italia. Liberamente ispirato alle vicende di Amleto Principe di Danimarca, lo spettacolo promette un’esperienza di teatro immersivo, in linea con le sperimentazioni che, fin dai primi tentativi, hanno contraddistinto il collettivo catalano.
Il foyer del capannone che ospita l’evento è gremito, code di folle scomposte si agitano in cerca del segnale che indichi l’apertura delle porte, che tarda ad arrivare. Si percepisce un’energia insolita, tipica dei grandi appuntamenti più che di un venerdì sera a teatro. Di lì a poco ci troviamo all’interno di una sala di grandissime dimensioni; in assenza di posti a sedere il pubblico si riversa confusamente occupando lo spazio circostante. L’atmosfera è lugubre, cupa, ma le luci soffuse tradiscono comunque il sistema di graticce, corde e impalcature su cui lo spettatore immagina di vedere oscillare a breve i performer.
L’ambientazione, arricchita dalle bare in platea e dalle proiezioni che bagnano per intero le pareti della sala, suggerisce che in scena si sta consumando un rito funebre. A rompere il silenzio è Amleto stesso — o la sua funzione, poco importa — che da un ponteggio di fianco alla cabina di regia incalza il pubblico con una serie di domande sull’io, l’esistenza, l’agire. È chiaro fin da subito che l’opera di Shakespeare non troverà restituzione fedele alcuna, né nella trama, né in qualche sparuto monologo pronunciato in un italiano dall’accento marcatamente iberico e di debolissimo impatto.
Il palcoscenico si amplia e i performer, seguiti da macchinisti con telecamera in spalla che ne proiettano le azioni sulle pareti, invadono la platea, ora partecipando da terra al rito funebre, ora rispondendo all’intuizione dello spettatore che li voleva librarsi sulle corde. La quantità di pubblico che affolla la sala è tale da costringere a rinunciare a seguire il movimento degli attori e a seguire buona parte dello spettacolo dalle proiezioni sulle facciate, con una notevole perdita di tensione emotiva e coinvolgimento scenico.
Lo spettacolo prosegue in un alternarsi di quadri che, in aria all’interno di buste simili a quelle delle flebo, o in piano con tuniche da monaci, i corpi dei performer assemblano e smembrano. Scorrono accostate confusamente le immagini di un mondo distopico, in cui reale e digitale sono sprofondati l’uno nell’altro; e ancora proiezioni di catastrofi ambientali, guerre, carestie e discariche. Il compito di congedarci dalla sala spetta a un gruppo di attori che, come Ofelia dal letto del fiume, si tirano fuori da una vasca grondante di fango, riversandosi in platea e cercando il contatto di qualche generoso spettatore che ricambia l’abbraccio, mentre i più si scostano cercando riparo. E di lì a breve, è chiaro il gioco: non stiamo assistendo a una storia ma a un sistema di segni.
Esiste un collante? O meglio, è nelle intenzioni della regia che ci sia? Lo spettatore può rispondere in due modi. Se sì, è lecito supporre che l’affastellamento di stimoli volesse rimandare con precisione al nostro presente e a una generale perdita di senso, valori, orizzonti condivisi. In questo caso, la domanda cardine di Amleto “essere o non essere” potrebbe essere meglio tradotta con “posso essere in un contesto del genere? Cosa devo fare per essere?”, ponendo l’accento non sulla dimensione esistenziale pura posta da Shakespeare, ma facendo un passo indietro sulla possibilità che questa esistenza sia concessa o meno.
Se la risposta è no, la quantità caotica dell’evento-spettacolo milanese si risolve in un tentativo finito male. Del resto, se si caldeggia per questa seconda via, è pur sempre vero che al termine della pièce lo spettatore, facendo i conti con quanto appena visto, non si sente né turbato, né sconvolto, né tantomeno minacciato, perturbato o particolarmente stupito – tutte piste che invece lo spettacolo prometteva di seguire. Rimangono sprazzi di adrenalina e granelli di inquietudine che, questi sì, trovano facilmente un modo per risolversi. Eppure, nelle parole di Padrissa, fondatore de La Fura dels Baus, il motto amletico doveva suonare quantomai imperativo, come un appello lanciato all’umanità al suono di “scegliere di lottare” e quindi essere o “accettare il mondo e le sue brutture”, scegliendo l’esistenza inautentica. Di quanto dichiarato, lo spettacolo non sembra essere il manifesto.

Nato a Siracusa nell’ormai lontano1997. Si laurea in filosofia a Bologna per proseguire gli studi tra Milano e Parigi. La passione per scrivere e raccontare storie apre a collaborazioni con le testate giornalistiche online Frammenti Rivista, Palomar e Theatron 2.0. L’interesse per il teatro e il mondo classico lo deve interamente al meraviglioso teatro greco della sua città.














