di Alice Scarpa
«Mi piace essere un artista perché voglio parlare di storie quotidiane familiari»
Mario Banushi, giovane regista greco-albanese, premiato con il Leone d’Argento nell’ambito di Alter Native – la 54° edizione del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia, diretto da Willem Dafoe – dichiara con chiarezza quel che muove la propria poetica. I principi creativi del suo teatro affondano nella geografia dei luoghi che l’artista abita e ha abitato, intimamente connessi alla sua vita privata e familiare. Sono questi i temi al centro di Romance Familiare: a Trilogy, il progetto presentato quest’anno alla Biennale Teatro, in cui i tre capitoli che lo compongono si generano da una stessa spinta autoriale atta a indagare i rapporti della quotidianità familiare nello spazio della scena.
Nato in Grecia nel 1998 e cresciuto in Albania, Mario Banushi torna nel suo Paese d’origine a sei anni, dove si diploma nel 2020 presso la Scuola di Arte Drammatica di Atene. Durante i suoi studi collabora con Euripides Laskaridis come assistente per la performance Thirío, presentata alla Biennale di Atene nel 2018. Ad oggi è artista residente del Centre Culturel Hellénique di Parigi e ha ottenuto un Onassis AiR Fellow nella stagione 2023-2024, il New Theatre Artist Award dall’Associazione Ellenica dei Critici Teatrali, e altri inviti a Festival e teatri internazionali.
Nelle performance di Banushi la scena ricostruisce ambienti domestici che permettono ai ricordi di riemergere. Lo spazio del palco è un luogo in cui il passato convive con il presente.
Prendendo le distanze da un’idea di riproduzione documentaristica, si accentua un’intenzione trasformativa che, a partire da eventi personali, genera una riflessione collettiva. La narrazione non è autobiografica, ma appare come frammento che permette la non totale coincidenza tra scena e realtà, così che il ricordo della vita ritrovi la stessa valenza del ricordo della performance, attraverso forme opache e aperte.
Nei tre capitoli di Romance Familiare, Mario Banushi esplora il rapporto tra scena e pubblico. Ragada, è il primo lavoro dell’artista creato per uno spazio domestico, dove la prossimità degli spettatori diventa parte integrante dell’azione scenica. In Goodbye Lindita – presentato per la prima volta nel Teatro Nazionale Greco – la questione della distanza dal pubblico assume invece un ruolo fondante, nel tentativo di preservare la medesima intimità all’interno di spazi teatrali di maggiori dimensioni. Questa riflessione trova ulteriore sviluppo nell’ultimo spettacolo Taverna Miresia: Mario, Bella, Anastasia.
La trilogia attraversa tre figure familiari che corrispondono a tre momenti cardine della vita dell’artista. In Ragada – dal greco smagliatura – focalizza la storia materna a partire dall’evento traumatico del parto. In Goodbye Lindita affronta un’altra esperienza di maternità: la seconda moglie del padre che si muove verso il lutto, esplorando dunque il senso della perdita e del rito. La memoria dei riti funebri balcanici dell’infanzia di Banushi si affaccia all’interessante proposta di Alice Parrinello di accostare le teorie di Ernesto De Martino e le documentazioni funerarie e ritualistiche pugliesi nello schermo di Cecilia Mangini. Mentre Taverna Miresia: Mario, Bella, Anastasia – dal greco gentilezza – è un atto d’amore dedicato all’addio del padre.
Le stanze dialettiche del privato e del collettivo si intrecciano nella condivisione di storie, il cui segno traccia una preziosa e sincera relazione politica con lo spazio, il tempo e l’identità. Tuttavia, la prospettiva del politico non è la diretta postura creativa di Banushi, che ne riconosce e concorda le immediate e future implicazioni nella ricezione del pubblico. Questa trilogia riflette i principali nuclei tematici della ricerca dell’autore. Al centro vi è la famiglia, che Banushi indica come sua principale ispirazione: gli album di famiglia diventano così il motore di un incessante lavoro di ricerca, memoria e riscoperta.
Intimità, memoria, rito e famiglia sono questioni attraversate e condivise con un linguaggio teatrale visuale, immaginativo e immaginifico e non-verbale. Questa cifra stilistica informa anche il suo ultimo lavoro, Mami (2025), che indaga il rapporto tra madre e figlio.
Un’altra traiettoria poetica di Banushi è la frontiera, intesa come terreno di soglia nella considerazione dei luoghi come spazi pieni di riconoscibili intrecci relazionali, linguistici e culturali. Evocata anche nel libretto di sala dedicato a Romance Familiare, la nozione di confine accoglie il riferimento a Breve diario di frontiera (2006) del poeta, scrittore e giornalista albanese Gazmend Kapllani, affiancando le esperienze di migrazione dall’Albania alla Grecia dei due artisti. La frontiera è attraversata con modalità espressive differenti: se Kapllani lo fa con la scrittura, Banushi lo fa con la scena, con la volontà di creare dei sensorium, luoghi sensibili che ammettano un pieno coinvolgimento sensoriale, sollecitando il linguaggio corporeo.
Gli stessi oggetti, nella poetica di Banushi, sono strumenti materici e organismi vivi, disponibili alla possibilità di metamorfosi oltre la diretta corrispondenza di oggetto-funzione. Non solo capaci di ricreare spazi domestici quotidiani, ma elementi centrali nel dispiegamento delle posizioni e movimenti dei corpi nello spazio.
L’idea di corpo che abita la scena è quella di una condizione liminale, i corpi si trovano in uno stato di costante trasformazione in un’attitudine di ricerca che si appoggia all’ignoto e all’inatteso. Per queste ragioni il tempo non può che essere lento, stratificato e dilatato, prediligendo la lentezza della vita familiare. Nell’intervista tenuta nell’ambito di Biennale Teatro, l’artista, fa riferimento alla vita lenta della nonna, che influenza e dà forma alle temporalità elastiche e tensive che propone in scena. Il tempo è espanso e Banushi è capace di trattenerlo in sospensione.
La stratificazione della temporalità è mediata dall’utilizzo della luce. I tagli di luce caravaggeschi e le angolazioni scelte detengono una carica drammaturgica a carattere cinematografico, linguaggio già frequentato da Banushi nel suo primo lavoro, il cortometraggio Pranvera (2021).
Le creazioni di Banushi evocano e risuonano in un’atmosfera nostalgica e malinconica, in cui tutti gli elementi temporali, materici e gli intrecci relazionali attivano un potenziale scollamento dalla realtà, l’apertura di interstizi di fraintendimento, pur nell’apparizione di iconografie inizialmente riconoscibili.

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