L’Italia è un Paese plurale, una geografia che si compone di una complessa stratificazione di differenze interne, culture, storie e tradizioni.
Un’ampia gamma di scenari morfologici, economici e sociali, rende l’eterogeneità del paesaggio italiano un elemento non trascurabile nelle riflessioni che coinvolgono lo specifico dei territori.
A fronte di tale ricchezza, città, province e aree interne si configurano come teatri di profonde disuguaglianze, dal punto di vista economico quanto sociale e culturale.
Il mantra della rigenerazione per mezzo dell’arte – un processo virtuoso che a partire dalle comunità sostiene i territori marginalizzati o esclusi dalle traiettorie trainanti del Paese – che ha caratterizzato numerosi progetti nati negli ultimi anni, agisce in maniera difforme a seconda dei luoghi in cui si innestano.
Il successo, la sostenibilità e la reale capacità d’impatto di un progetto culturale restano, ancora oggi, legati al codice di avviamento postale in cui l’intervento si sviluppa.
Il primo aspetto da vagliare è di natura geografica e logistica. Il centro cittadino poggia sulla presenza di trasporti efficienti, su una maggiore visibilità, su un pubblico fidelizzato e sulla possibilità di accedere a risorse molteplici.
Laddove la cultura funziona da volano turistico, l’investimento produce un drenaggio economico consistente.
Nel novero di simili iniziative, le aree periferiche subiscono invece il contraccolpo di un isolamento cronicizzato, spesso affiancato dall’assenza o dall’inadeguatezza di spazi. Un progetto che si erge sul dialogo partecipato con le comunità non può qui limitarsi a fungere da aggregatore, dovendo spesso supplire alle mancanze dell’intervento statale, inventando sistemi di mobilità alternativa, rimettendo in sicurezza i luoghi, ricostruendo o forgiando un’abitudine alla partecipazione.
A questa asimmetria viene a sommarsi la miopia di certe politiche economiche e culturali, con buona parte dei bandi pubblici che, sebbene orientati al rilancio, utilizzano logiche di assegnazione che in larga parte premiano realtà già di per sé strutturate. Imponendo metriche di valutazione basate prevalentemente sui grandi numeri, finiscono per depotenziare l’azione di quelle associazioni che offrono delle alternative culturali e generano un indotto concreto per la comunità di riferimento.
Ai parametri dell’evento a trazione commerciale, andrebbe piuttosto contrapposta una misurazione realistica del valore che risiede nella cucitura paziente, processuale del senso di appartenenza e della costruzione di presidi democratici in territori meno attenzionati.
Un esempio tangibile di modello curatoriale che tenga conto delle urgenze dei luoghi e della comunità artistica è offerto dall’esperienza del Festival Strabismi. Nato nel 2015 nel comune di Cannara, in Umbria, dall’idea di un collettivo di giovani lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, Strabismi ha scelto fin dalle prime edizioni di non cedere alla logica del festival vetrina, rifuggendo il meccanismo bulimico che tende a sopraffare le esperienze artistiche con la richiesta sistematica di opere inedite e che corre il rischio di indebolire i processi di ricerca in fieri.
I progetti di artiste e artisti under 35 rappresentano da sempre il cuore del cartellone del Festival, che punta a visibilizzare la proposta emergente, dandole dignità, proteggendola dall’ansia da scadenza del dettame bandistico, instaurando una densa relazione con il tessuto sociale.
In controtendenza con le consuetudini vigenti, Strabismi ha puntato sul tempo e sulla continuità, difendendo la propria scelta anche a fronte delle vicissitudini che hanno interessato la rassegna, obbligata, a causa delle difficoltà di interlocuzione con la politica locale, a spostarsi da Cannara in altre cittadine umbre, fino al trasferimento a Perugia. Trasferimento che ha sgretolato in maniera coatta il lungo lavoro di attivazione territoriale compiuto in quasi dieci anni di percorso, e che ha richiesto la costruzione di un nuovo patto di fiducia con la comunità ospitante. Ma, ancora una volta, il collettivo non si è tirato indietro.
Questa redazione segue il Festival dal 2020 e, nel corso del tempo e lungo l’arco delle varie migrazioni affrontate dall’evento, ha avuto modo di osservare come il progetto Strabismi non abbia mai assunto una postura colonizzante, al contrario si è trasformato, adeguando la propria fisionomia alle esigenze dei luoghi, si trattasse di un centro di poco più di 4.000 abitanti come Cannara o della ben più vitale e attrattiva Perugia.
La città, nota per essere uno dei maggiori centri universitari del Paese, è abitata da una popolazione di studenti e studentesse che ha dimostrato, con una larga partecipazione, la necessità di un’offerta culturale alternativa ai grandi eventi.
In sinergia con Spazio Mai – Movement Art Is, che ha accolto Strabismi in un progetto di residenza permanente, la dodicesima edizione del Festival è stata suddivisa in due parti: una costellazione di eventi organizzata in alleanza con le associazioni locali animate da giovanissimi, immaginata per offrire cultura in maniera continuativa, ed Exotropia, la storica sezione della programmazione multidisciplinare riservata agli spettacoli di gruppi emergenti, organizzata presso il Teatro del Pavone, a cui siamo stati invitati ad assistere dal 19 al 21 marzo scorso.

IF (sulle possibilità di un incontro) di Gaia Amico e Nicola Lorusso è ambientato sulla banchina di un treno. La sospensione dell’attesa tramuta la stazione, non-luogo per eccellenza, in un intimo e onirico ricamo di tempo in cui un’anziana coppia di sconosciuti si scopre, si ammalia, attraverso un tira e molla che ha il sapore di un’ancestrale danza del corteggiamento. Le delicate marionette a figura umana, realizzate da Gaia Amico e manipolate assieme a Nicola Lorusso, attraverso un sapiente gioco di apparizione e sparizione, paiono lievitare a ogni tocco dei corpi, in un mescolarsi animistico che ha il tratto bifronte della vita e della morte.
Varskrik! (The cattle follow her, for they know her voice) è l’ultima tappa di una ricerca tra musei rurali e istituti di musica folclorica in Svezia condotta da Sara Bartolucci.
Il pubblico, disposto sui palchi, osserva dall’alto una figura ieratica che, illuminata da una flebile luce d’alba primordiale, attraversa lentamente la platea. Il canto, una crasi sonora tra l’animalesco e l’angelico, sesto senso con cui procedere in avanscoperta, si scioglie in un pianto ferino. Nelle pieghe di quella voce sola, rimbomba l’eco di uno sciame inquieto.
Quando il buio sovrasta la performer, il canto è ammutolito dalla luce che sgorga dalla sua stessa bocca. Nel silenzio, i suoni della natura accompagnano la fine della performance. La simbiosi con la terra è compiuta.
Ahmen di CROMO Collettivo, ci obbliga a uno sforzo di responsabilità. Un lavoratore pakistano si barcamena in un’odissea burocratica per ottenere il ricongiungimento familiare con sua moglie. Andrea Perotti impersona un uomo la cui identità è schiacciata dai numeri di matricola delle scartoffie e dei documenti che lo separano dalla sua famiglia.
Si muove muto, servile, sotto l’occhio distratto, indifferente del datore di lavoro, dell’impiegato dell’ufficio immigrazione, dei clienti della lavanderia in cui presta servizio, personaggi che Valerio Sprecacé ci mostra provocandoci, con la guasconeria urticante di chi gode di una condizione di privilegio. Vorremmo assolverci ma, nell’assistere alla prova di resistenza emotiva e psicologica di Ahmen, non ci è concesso provare compassione: di quella macchina inospitale siamo ingranaggi complici.

La voce umana di Francesca Fedeli compie una ricerca sull’umano a partire dalle ingerenze tecnologiche che hanno stravolto la vita delle persone. Indossando una maschera di cane, tenendo tra le mani una lanterna, Fedeli racconta per mezzo di una partitura fisica e dell’ausilio di registrazioni sonore, la perdita della voce come perdita d’identità. Sullo sfondo della parabola filosofica di Diogene, la performer attraversa un percorso di lotta e abbandono delle convenzioni sociali. Un tentativo di resistenza, alla ricerca dell’essenza umana vituperata dalle ipocrisie del potere.
Con The old man la compagnia Nanouk ragiona per mezzo della danza sulla circolarità dell’esistenza. In un’atmosfera rarefatta, i quadri che si susseguono fotografano il passato e il presente che si rincorrono, tra la frustrazione del ricordo e l’eccitazione per il futuro. Un flusso di vita che nelle rifrazioni del tempo trasborda dai gesti precisi dei performer, allineati in un unico, grande corpo poetico.
Se il tempo fosse un grande condominio? Un alveare di umanità, centinaia di stanze, in cui si annidano gli eventi della vita.
Sergio Beercock è un artista poliedrico, performer, autore, musicista che, con Quando sarò piccolo, genera una tempesta di suoni e parole a squarciare la ritrosia dell’incontro con l’altro cui la società dell’atomizzazione pare condannarci. Ci prende per mano e ci porta con sé, grandi e piccini, tra i versi per l’infanzia di poeti del calibro di Gianni Rodari e Bruno Tognolini. In quel condominio c’è il bambino che abbiamo abbandonato, tradito, dimenticato. Il bambino che per sempre saremo, nel gioco della vita che ha un inizio e mai una fine.
Rivolgendosi contestualmente ai margini e al centro, Strabismi conferma una capacità di sguardo divergente che, nell’abitare le crepe, non teme di rinnovarsi nella proposta e nel senso.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.
















