4 domande per 4 compagnie, il futuro-presente di Collettivo BEstand e Basti/Caimmi

Ott 7, 2021

Su cosa si interrogano gli artisti di oggi? Quali occasioni hanno le compagnie contemporanee per portare all’attenzione del pubblico il proprio lavoro? E con quali mezzi?

A queste domande tenta di rispondere il Premio PimOff per il teatro contemporaneo, realizzato da PimOff, realtà milanese che fonda i propri principi identitari sulla messa in campo di processi di cura e di sostegno nei confronti di progetti inediti del panorama teatrale nazionale.
Tramite una call pubblica sono state selezionate quattro compagnie che, il 23 ottobre, durante la finale del Premio, potranno presentare i propri progetti artistici in forma di studio. Una giuria composta da operatori e pubblico decreterà lo spettacolo che avrà diritto a un prolungato periodo di residenza presso PimOff e gli spazi dei partner associati, oltre a un supporto concreto nelle fasi di ultimazione e circuitazione nazionale. 

Per approfondire i processi artistici che sottendono le creazioni teatrali in concorso al Premio PimOff, abbiamo dialogato con le compagnie finaliste, aprendo spazi di riflessione sui loro progetti e sullo stato dell’arte.

Iniziamo con il Collettivo BEstand e la Compagnia Basti/Caimmi, rispettivamente in gara con Occidente e What is a fancy word for ending, due lavori accomunati da un approfondimento tematico lirico e cosciente, che muove agilmente tra le contraddizioni del presente e le ricadute di queste ultime sul futuro. 

Collettivo BEstand

OCCIDENTE

Collettivo BEstand si prefigge l’obiettivo di portare avanti un’indagine sull’immaginario collettivo, fornendo nuove possibilità di riflessione sul contemporaneo. Che cosa significa per voi fare un teatro politico oggi?

Giuseppe Maria Martino: Fare un teatro politico significa per noi ragionare su un certo tipo di immaginario, con la consapevolezza di vivere il proprio tempo, di essere pienamente nel nostro contemporaneo. Decidere di di fare delle scelte politiche per il nostro collettivo ha a che vedere con chi ti produce, a chi vuoi proporre il lavoro. Non parlare di politica ma fare un teatro consapevole, in questo senso è politico.

Dario Postiglione: Per me politico è soprattutto critico, ovvero non ignorare tutti gli elementi critici che accompagnano la produzione: la proposta artistica da un lato e lo sguardo sul contemporaneo dall’altro. Non proponiamo una denuncia e non invitiamo il pubblico a schierarsi in senso strettamente politico. Il nostro teatro è politico per via di qualcosa che è insito nello sguardo e nel modo di lavorare. Sappiamo che l’idea che l’arte possa essere distaccata dalla politica è solo un’illusione, per questo cerchiamo di esserne consapevoli a livello ideale e lavorativo.

Volendo approfondire le tecniche compositive che sottendono il vostro lavoro, in che modo si struttura l’intervento artistico di BEstand e come interagiscono sulla scena i diversi linguaggi adottati?

G.M.M: Lavoriamo a partire dalla scrittura scenica, dalla scelta di alcuni temi, di una domanda intorno alla quale fare ricerca. Non ci prefiggiamo un obiettivo in termini di linguaggio, perché esso è aderente all’opera e quindi alla domanda che cerchiamo di formalizzare nel miglior modo possibile.
Per quanto riguarda Occidente abbiamo sperimentato un approccio diverso: per la prima volta siamo stati sostenuti da una produzione che ci ha offerto la possibilità di scegliere, di fare ricerca.

D.P: Sono un autore abituato a scrivere in solitaria e a vedere come il testo venga tradotto sulla scena. Con Occidente, però, non siamo partiti dal testo, abbiamo cercato un cuore concettuale artistico, qualcosa che ci premesse particolarmente, pensando a come tradurlo in scena a partire dall’interazione tra la nostra poetica e gli attori. Ciascuno porta un proprio linguaggio. Normalmente svolgiamo una ricerca per tentativi: si forma progressivamente un’immagine, un’idea estetica, poi capiamo in che direzione stiamo andando.

A proposito dell’indagine sul contemporaneo condotta dal vostro collettivo, Occidente alza la posta in gioco, prendendo le mosse dal tempo presente e immaginando un futuro possibile in cui convenzioni e contraddizioni della società occidentale di oggi vengono scandagliate e messe in discussione…

D.P: Per Occidente ho estratto dal genere fantascientifico alcuni elementi che mi interessavano per utilizzare il futuro come una di cartina di tornasole, come una cassa di risonanza del presente. Per questo motivo Occidente è stato definito distopico, anche se noi preferiamo definirlo “realismo distopico”. Non ci sono i termini di una distopia, si tratta della nostra proiezione di ciò che sarà la civiltà occidentale tra venti, trenta o quaranta anni. 
Ho incrociato tre cose nella scrittura di Occidente: l’immaginario fantascientifico/distopico; la filosofia critica della sinistra dialettica della scuola di Francoforte – la decadenza, l’inefficacia e la vecchiaia di un certo tipo di critica –; la poesia e il suo destino in quanto forma d’arte che per prima in Occidente ha cercato un rapporto verticale e sacro con la realtà. Unendo questi tre piani, la storia è venuta da sé.

G.M.M: Nel passaggio alla messa in scena i temi della morte della poesia, la tirannia del talento, la crisi degli intellettuali, non cercano il realismo o la sola leggibilità dell’opera. Dal momento che i personaggi sono diversi, ognuno di loro mantiene un codice teatrale, musicale e cinematografico e sviluppa un linguaggio: dall’incontro tra questi linguaggi ne risulta uno solo ma vincente. 

La finale al Premio PimOff, rappresenta una possibilità che si innesta in un panorama funestato dalla crisi del settore, amplificata più che generata dalla diffusione della pandemia. Che vantaggi comporterebbe la vittoria del PimOff ? In quanto giovani artisti, quali azioni ritenete necessarie per il futuro del settore?

Chiara Cucca: Il collettivo BEstand è costituito da un gruppo di fondatori ai quali, seconda del progetto, si aggiungono maestranze e attori che scommettono con noi e che decidono di abbracciare una modalità di lavoro che spesso non è né sostenibile né sostenuta. Per me anche questo è molto politico: la cura delle relazioni all’interno del collettivo, l’apertura nei confronti di tutte le professionalità della città.

Per quanto riguarda la politica culturale chiederei alle direzioni artistiche degli stabili e delle produzioni medio-grandi, più coraggio nel guardare a una scena contemporanea che a Napoli risulta ancora claustrofobica. Abbiamo deciso di partecipare al PimOff proprio per cercare di uscire dalla realtà napoletana in cui lavoriamo ormai da 4 anni. È un momento di apertura utile a capire cosa sta succedendo nel resto d’Italia e per intercettare altri artisti che, come noi, cercano di vivere una realtà teatrale non elitaria, che portano avanti i propri progetti anche nella mancanza.

D.P: Mostrare il nostro lavoro al PimOff di Milano rappresenta già una vittoria per noi, perché ci consentirà di mostrare il nostro lavoro a un pubblico diverso. A Napoli abbiamo dimostrato già una credibilità, ora la sfida è ampliare il confronto.

BASTI/CAIMMI

What is a fancy word for ending

Come è nata la vostra compagnia, perché avete sentito l’esigenza di unire i vostri percorsi artistici?

Anna Basti: Ci siamo incontrate anni fa lavorando come performer per la compagnia Muta Imago. Contestualmente ho iniziato a lavorare a dei progetti in maniera autonoma ma sentivo di non aver voglia di portarli avanti da sola. Ho pensato subito di coinvolgere Chiara perché ci eravamo trovate molto bene, sia rispetto ad un fare scenico sia rispetto al modo di gestire il lavoro in sala.
Unlock è stato il primo lavoro che abbiamo curato insieme. Ci troviamo oggi in una nuova fase: se Unlock nasceva da un un mio desiderio di ragionare su certi temi, oggi, con What is a fancy word for ending, il nostro secondo progetto a quattro mani, affrontiamo un desiderio di Chiara. Ciò che mi stimola molto di questo incontro è che proveniamo da due percorsi molto diversi. Interessante è notare come i nostri sguardi, pur essendo originariamente divergenti, tendono allo stesso obiettivo, insieme si contaminano e si pongono in un dialogo sempre molto aperto. Questo per me è molto prezioso.

Da alcuni anni portate avanti una ricerca artistica che indaga la relazione tra i dispositivi di controllo e il corpo. Perché avete scelto di occuparvi di questa tematica?

Chiara Caimmi: Questa ricerca è stata il cuore del progetto Unlock, un affondo sugli effetti patiti dal corpo per l’immersione in una rete di dispositivi di controllo, non solo tecnologici e digitali ma anche sociali e culturali. Un macro-tema che ha guidato quella che poi è diventata una “piattaforma progettuale”. Anche con What is a fancy word for ending, partendo da un tema facciamo in modo di non limitare l’indagine alla forma scenica ma lasciamo che sia proprio l’argomento a suggerire il modo di essere trattato. 
Unlock è supportato da un laboratorio e ci piacerebbe che accadesse lo stesso con What is a fancy word for ending. Il tema dei dispositivi di controllo è talmente vasto che sta riverberando in altri nostri progetti: in What is a fancy word for ending ci confrontiamo sulla relazione tra i nostri corpi, la cultura d’appartenenza, le tradizioni, i rituali e la loro assenza. È il tema che ci ha avvicinato e quello a cui torniamo più spesso.

A.B: I nostri corpi non possono essere sganciati dalla dinamica relazionale che li conduce, li modifica e li condiziona: resta dunque una nostra base di indagine che continueremo a portare avanti.

What is a fancy word for ending, che indaga il tema della fine e le possibilità di un nuovo inizio, è lo studio con cui siete in concorso alla finale del Premio PimOff. Come avete lavorato alla commistione dei diversi piani che caratterizzano questo lavoro e come si inserisce nel tempo presente la trattazione del tema della fine?

C.C: La nostra collaborazione parte da un processo di ibridazione: cerchiamo un’intersezione tra i nostri interessi e i nostri modi di intendere lo stare in scena in generale, a quel punto i linguaggi si compenetrano in maniera piuttosto naturale. In What is a fancy word for ending utilizziamo principalmente tre media: prevalentemente i corpi, ma anche il suono ed alcuni apporti video.
Rispetto al posizionamento nel presente, le riflessioni su questo progetto nascono ben prima della questione Covid. 

Da molti anni immaginavo di fare uno spettacolo composto da soli finali, in seguito, creandolo insieme ad Anna l’idea ha preso forme diverse e si è arricchito di tantissimi spunti. In questo processo già in corso è arrivato il covid, portando con sé tutte le sue fini e le sue ripartenze. Ciò ha precipitato nel nostro quotidiano tutte quelle riflessioni che invece prima rimanevano più legate a un discorso di memoria, di, proiezione. È diventato immediatamente urgente e concreto riflettere su cosa accade nello spazio tra una fine e una ripartenza.

PimOff intende, attraverso questo premio, sostenere la creatività teatrale contemporanea. Che valore ha per voi, considerando lo stato del settore, un’attenzione di questo tipo?

C.C: Per noi è un’occasione a dir poco preziosa. Lavorando entrambe come interpreti, la nostra condizione di creatrici esiste innanzitutto per una nostra fortissima volontà, quindi è un sospiro di sollievo e una conferma trovare realtà che si prendono anche cura di quel momento molto delicato e molto importante della creazione che anticipa il debutto. È importante che nella fase produttiva ci sia tutta una rete di sostegno ma anche di sguardi amici, di occasioni di scambio e di confronto, per arrivare al momento dell’apertura al pubblico. Che ci sia questa attenzione, non soltanto al risultato ma al processo, mi sembra essenziale. 

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