A Corpo Libero con Silvia Gribaudi. L’odore della verità e l’ironia della danza

C’è tutto il senso beffardo ed emozionante della vita nella voce, nel corpo, nella danza di Silvia Gribaudi. C’è l’ilarità e la serietà della sua poetica artistica. Il senso della misura e l’improvvisazione in una sospensione temporale tra l’umano e l’astratto. 
Il nostro incontro è avvenuto al termine di una tournée nella Repubblica Ceca, con Graces, l’opera ispirata alla scultura di Antonio Canova. Poco prima di inaugurare Paesaggi del Corpo, Festival Internazionale di Danza Contemporanea, che si svolgerà a Velletri dal 12 giugno al 21 novembre 2021. Dialoghi è il titolo suggestivo della seconda edizione in un corroborante processo di interscambio tra arti, artisti e persone.

 «A Velletri porterò Corpo Libero, sono molto contenta di ritornare in un contesto urbano. Con questa performance di 15 minuti, nel 2009, ho vinto il Premio Giovane Danza D’Autore-Veneto che ha aperto per me tante porte, tanti incontri nel mondo – dichiara la Gribaudi. Sono veramente felice di poterlo fare di nuovo, anche se in più di 10 anni il corpo è cambiato insieme con l’atto performativo. Ha una forza diversa, adesso è sicuramente un corpo che si espone in un modo differente, la storia è cambiata per cui sono molto felice. Ringrazio per avermi dato l’opportunità di stare di nuovo con il corpo nello spazio esterno, urbano. Sono molto curiosa, scopriremo che effetto avrà perché poi la domanda che da sempre mi pongo è volta a comprendere l’impatto che ha il nostro corpo con l’altro».

Come è cambiata la relazione tra i corpi a teatro? È ancora il centro dell’arte secondo te?

Credo che sia difficile fare un’analisi oggettiva perché siamo ancora dentro il processo di quello che stiamo attraversando. Stiamo vivendo i primi spiragli di relazione, di contatto. Con il gruppo di Graces (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) abbiamo ultimato una tournée nella Repubblica Ceca, da Praga a Brno, e anche lì hanno sofferto molto per la chiusura dei teatri. 
Sono i primi spettacoli che vengono realizzati con il pubblico presente, per cui si respira dappertutto un grande entusiasmo. A noi è capitato anche di trovarci, durante il lockdown, in luoghi dove i teatri non erano chiusi come la Spagna. Abbiamo sentito una gioia infinita perché lo spettatore aveva una relazione con la scena, la viveva in modo diverso, guardavano i corpi esposti, esibiti.

La relazione tra i corpi a teatro è fatta anche di fiato, di sudore, non è solo come cambia, come si modifica il corpo del danzatore. È come cambiano le reazioni degli spettatori che si sentono “respirare addosso”, soprattutto quelli delle prime file che sono maggiormente esposti a tutto questo e percepiscono l’affaticamento dei performer. In realtà sono stupita nel vedere come si sviluppi sempre una grande gioia nel ritrovare la complicità tra le persone, fra i corpi, il piacere di muoversi, di sudare, di essere vivi, di fare in modo che il corpo bruci calore e che quindi possano esprimersi, mediante la danza, tutte le forze in azione.

Mi aspettavo più paura, invece ne ho trovata poca. Vedo un grande desiderio, una voglia e una volontà di movimento, di espressione. La cosa complicata è che i corpi hanno subito e risentito del blocco. Anche noi, rispetto a prima, abbiamo avuto qualche piccolo inconveniente, nulla di grave però. La mia schiena ha subito le conseguenze della precedente inattività e lo percepisco adesso che abbiamo spettacoli quasi ogni sera. Fisicamente non è facile ricominciare, stare dentro un ritmo che è il recupero di un anno e dei mesi in cui siamo rimasti fermi.

Il corpo è tanto programmato al recupero quanto al rigenerarsi, ma non è facile mettere insieme quello che noi pretendiamo che il nostro corpo faccia con quello che realmente esso può fare. Grazie a tutte queste prove e difficoltà, ho imparato a sviluppare una cura maggiore nel danzare, nel muovermi. L’attenzione nell’utilizzare il mio corpo non come se fosse sempre pronto a fare tutto quello che voglio quanto piuttosto ciò che è in grado di fare per ricominciare a prendersi il proprio spazio di libertà.

Hai dichiarato che ridere è importante. “La risata scatena endorfine e rilassa la mente”. Come sviluppare il confronto e il tempo del comico nell’opera contemporanea?

Questo è un tema che mi sta molto a cuore soprattutto per l’interazione con la danza, rispetto alla quale è un territorio che va studiato e compreso un po’ di più. Esistono tante sfumature della coreografia nella comicità che generano non solo una risata, ma un divertimento consapevole. La parola divertire ha un valore peculiare, spesso viene equivocato con l’accezione dell’intrattenimento. In verità può esprimere anche quell’azione di portare da un’altra parte per poter esplorare qualcosa di più profondo.

Rappresenta una deviazione rispetto al carico e al peso con cui un tema potrebbe essere affrontato. Spostando l’attenzione su un punto preciso si crea un’apertura maggiore nell’osservazione. Consiste in un alleggerire per poi immergersi ancora più a fondo con il corpo e con la mente. Quello che porto in scena però sono tentativi che a volte si comprendono meglio, a volte sono soltanto esperimenti. Rimane il fatto che è ancora un territorio inesplorato. È necessario, da parte di tutti i coreografi che utilizzano la comicità e la risata, che si instauri un processo di studio, di confronto dialettico, di scrittura e codificazione. Per capirne i misteri coreografici, i meccanismi del ridere, quando nasce quella complicità, che funzione ha all’interno della struttura coreografica. È qualcosa di cui non abbiamo una grandissima narrativa.

Consegnare le riflessioni contenute nelle coreografie, dal palco, alle spettatrici e agli spettatori comporta la restituzione di reazioni e altre visioni. Qualcosa di bello nasce nel momento in cui si sgretolano e si ristrutturano il pensiero, la bellezza?

Diciamo che si ricostruisce qualcosa che non so se sia bello, ma sicuramente rappresenta un nuovo significato rispetto a qualcosa di codificato in precedenza. Come forma di metodo creativo trovo molto sano destrutturare continuamente per poi ricomporre. lo trovo un bel mantra. Consolida la possibilità di non rimanere attaccati a troppe certezze ma alla capacità di mantenere viva l’elasticità della mente, la trovo una pratica sana.

Tempo fa mi è stato proposto, nell’ambito di un progetto europeo a cui avevo partecipato, un esercizio sulla drammaturgia nel movimento. Il compito consiste, una volta definito l’assetto di uno spettacolo, nel togliere la parte che, durante le prove, risulta essere quella che convince maggiormente, per rivedere tutto il resto. Togliere cioè la parte che è più forte, il porto sicuro dove è possibile ormeggiare. Eliminare le certezze rappresentate da quell’ancora per mettersi nuovamente alla prova esaminando la parte rimanente, può determinare due possibilità. Si può decidere di tornare sui propri passi e attraccare, oppure si scopre che l’ancora nascondeva altro. Trovo che anche questa sia una bella pratica.

Come è possibile correggere e convertire la paura, qui e oggi, adesso, all’interno dell’atto coreografico?

Convertire la paura, bella domanda! La cosa che mi viene da dire, parlando in generale e per esperienza personale, è che quando provo paura l’unica risposta che trovo è l’azione coraggiosa. Fare qualcosa di valoroso. Normalmente il fatto di mettersi in gioco e di andare, di attraversare la qualità di questa emozione mi fa sempre scoprire delle potenzialità. A livello coreografico devo dire però che quando sono in scena con il pubblico non mi è mai capitato di provare paura. Semmai c’è prima perché ci si preoccupa che il lavoro possa non essere abbastanza. 

Mi vengono dei dubbi rispetto a quello che sto creando però sono dei sani interrogativi, penso che sia impossibile non porseli o non averli all’interno di un processo di crescita.
La paura è comunque un alleato di ascolto, per dialogare con sé stessi, per scoprirne la forma che ha all’interno di ciò che si sta costruendo. Si tratta dell’allarme per un pericolo reale o per qualcosa che in realtà è solo un’illusione? Io non sono esperta di psicanalisi devo dire però che più vado avanti con l’età e più emergono dubbi, paure e incertezze nel “dietro le quinte”, durante le fasi del processo creativo di costruzione di uno spettacolo, ma anche questo fa parte del gioco. 

Il tour nella Repubblica Ceca con Graces ha consolidato la convinzione che, anche se in alcuni punti il pubblico non reagisce nello stesso modo, ciò non vuol dire che lo spettacolo sia o non sia piaciuto. La grande gioia di aver creato qualcosa che mette in relazione tante persone rimane sempre e regala l’opportunità di portare la nostra creazione in giro. Affrontare tutte le piccole incertezze, i dubbi, ha permesso di arrivare a qualcosa che genera e crea valore, relazione, pensiero e questo mi piace molto. Anche la paura che abbiamo vissuto recentemente, nel momento in cui abbiamo perso tutto e ci siamo domandati cosa fare del nostro futuro, in qualche modo ci ha permesso di riflettere sulle necessità più profonde, mettendo in discussione le nostre personali e professionali.

Intimità, intuizione, rivoluzione: come e cosa ti ispirano queste parole?

L’intuizione mi affascina tanto perché sono attratta dalla parte intuitiva dell’essere umano, quella parte misteriosa che in qualche modo sceglie prima di aver scelto, che decide prima di aver deciso, la parte che, secondo me, è quella che ci fa muovere nel mondo. Penso che l’intuizione sia una qualità estremamente intima ma nello stesso tempo permette di compiere atti rivoluzionari. Dentro l’intuizione c’è un seme potente.

In uno scritto postumo, Pier Paolo Pasolini descrisse la pelliccia di sua madre con “il profumo della primavera, un miscuglio di gelo e tepore, di fango odoroso e di fiori ancora inodori, di casa e di campagna”. Aggiunse che era quello l’odore della sua vita. Fuori e sul palcoscenico, qual è l’odore della tua danza, della tua vita?

Giocando a dare una risposta, e non so quanto la mia possa essere poetica, quando penso agli odori mi viene in mente quello del letame perché quando ero piccola ho vissuto molto in campagna. In realtà io ripeto spesso che per me la danza è nata nel paese della mia infanzia con i suoi ritmi, con le sue feste popolari e lì c’è sempre un odore molto forte, quello delle mucche, della stalla. Nella sala prove il profumo è altrettanto penetrante quando si lavora veramente e intensamente insieme. L’odore è dunque quello del corpo che lavora operosamente e che si esprime mediante l’esalazione del sudore. Questo è l’odore che amo di più perché è l’odore della verità.
È sincero, non mente mai e ogni persona racconta molto di sé quando in sala si crea e c’è questa intimità che in me richiama gli odori della campagna.

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