Giuseppe Sartori e il teatro: uno, nessuno e tanti corpi da abitare

L’autore di Antropologia del corpo e modernità, David Le Breton, docente di sociologia e antropologia alla Facoltà di Scienze Sociali dell’Università Marc Bloch di Strasburgo, ha scritto che «Il corpo è sempre più un’estensione dell’anima. Una misura del mondo».

Senza il corpo a donare un viso, le mani che reggono una sigaretta accesa, una voce con tutte le sue sfumature sonore, non esisterebbe l’individuo. Non ci sarebbero gli attori e gli spettatori a teatro. Fin tanto che il corpo vive, l’esistenza è dunque corporea. 

È una strana sensazione quella di intervistare Giuseppe Sartori mediante un dispositivo tecnologico: quel suo corpo così forte e vibrante in scena, diventa un’immagine, a volte nitida, a volte sgranata, che riempie un monitor 14 pollici. Quasi la metafora dei nostri tempi.
«La nostra pelle, il nostro corpo, deve servire solo come metafora, filtro semantico», risuonano nella mia mente, prepotentemente, le parole di Le Breton, tra una pausa e l’altra, tra un ricordo e una riflessione.

Quella di Sartori è una carriera che ha inizio nel 2008, quando termina gli studi e la sua formazione presso la Scuola del Piccolo di Milano. Realizza successivamente una serie di incontri e di esperienze con registi autorevoli. In parallelo inizia quella che diventerà una lunga parentesi lavorativa con la Compagnia Ricci/Forte. Dieci anni dopo, nel 2018, riceve il Premio Mariangela Melato insieme con Federica Rosellini.  

Un corpo che Giuseppe Sartori ha saputo utilizzare e interpretare come strumento di riconoscimento e di espressione, come dispositivo biomeccanico, come la sorgente di ogni parola, respiro, gesto, movimento, stasi.

E mentre ne parliamo, si delinea un’ipotesi, una domanda senza risposte certe: da questo momento storico in poi, sopravviverà il Teatro nonostante la carne sia ancora “il pensiero del mondo” – come scriveva Le Breton – ma i corpi sembrano essere sempre più minuscoli, sempre più avatar, privi di percezione sensoriale, incastrati nelle stories di una realtà virtuale? 

Ripensando ai tuoi inizi, alle motivazioni che hanno mosso la tua scelta artistica e professionale, pensi che sia cambiata l’urgenza che sta alla base della tua esperienza teatrale? 

Se penso all’inizio della mia carriera, a quando, nel 2008, sono uscito dalla scuola del Piccolo di Milano, non voglio dire che fossi “naif”, ma forse è proprio il termine giusto. Non sapevo che cosa avrebbe potuto significare entrare nel mondo di questo lavoro. Ho abbracciato le cose che arrivavano quasi senza aver coscienza di cosa volessi fare in realtà. L’urgenza è stata quella di capire chi sarei potuto essere professionalmente.

Negli anni ho capito, piano piano, cosa posso e cosa mi piace fare. L’urgenza di questi ultimi anni è provare a sperimentare più cose possibili senza rinchiudermi in una cosa sola. Non mi reputo né artista, né autore – se non co-autore di qualcosa di interessante che mi viene proposto. Ecco forse l’urgenza reale: quella di trovare qualcuno che ha qualcosa di stimolante da dire e che ha i mezzi per farlo, nel modo il più artisticamente onesto possibile.

Quali sono stati i principali cambiamenti non solo professionali ma anche come persona, come uomo?

Credo (e spero) che ce ne siano stati tanti in un arco di tempo lungo dodici anni. Da ventidue, sono arrivato ai trentaquattro anni di oggi: non un periodo qualsiasi, mi verrebbe da dire. Mi auguro di essere cambiato molto, come persona. Tante sono indubbiamente state le proverbiali “fette di prosciutto” tolte dagli occhi.

Alle vecchie frustrazioni se ne sono aggiunte di nuove, ho ricevuto delusioni e riconoscimenti in egual misura (mai abbastanza i riconoscimenti).  Negli anni ho approfondito il concetto di professionalità; migliorando il mio modo di relazionarmi e di gestire le situazioni, le dinamiche, cerco di essere personalmente e artisticamente il più professionale possibile.

Durante il tuo periodo di formazione alla Scuola del Piccolo di Milano hai avuto due esperienze con la regia di Luca Ronconi. Che ricordo hai di lui?

Uno dei miei più grandi rimpianti è di aver appena sfiorato quell’uomo. Nessun’altra situazione ho trovato più stimolante e magnifica che assistere alle sue lezioni; sarei stato lì ore e giorni interi. Non necessariamente a lavorare come attore, ma semplicemente ad ascoltare quello che lui diceva.

La fortuna è stata quella di averlo avuto come insegnante, anche se esser messi alla prova da lui rimane uno dei miei incubi ricorrenti. Si imparava anche solo guardando. Il me diciannovenne si sarebbe volentieri reso invisibile.

Che tipo di spettatore sei?

Devo ammettere che mi dà fastidio l’atteggiamento di alcuni colleghi che vanno a vedere un lavoro solo per poterlo poi criticare. Cerco di assistere a qualsiasi spettacolo che vedo con la spontaneità di un bambino: non in assenza di spirito critico ma senza preconcetti; senza stabilire a priori se mi piacerà, se mi annoierò o se scapperò via all’intervallo. Ci metto sempre un po’ prima di formulare un parere su ciò che ho visto; sento la necessità di rifletterci e dormirci sopra. 

Come hai vissuto l’esperienza con la drammaturgia di Arne Lygre?

Sono stato nel cast di due spettacoli che, pur essendo dello stesso autore, presentano delle differenze sostanziali. Diverse erano le richieste e i ruoli che avevo, in uno ero molto più protagonista che nell’altro. Quella di Lygre è una scrittura che non è mai banale; difficile perché a una prima lettura non dà nessun appiglio, anche quando si è in scena.

È più quello che viene taciuto rispetto a quello che viene detto, ma se quel “non detto” non viene riconosciuto dall’interprete si trasforma in ostacolo. Bisogna riuscire a cavalcarlo. È stato molto bello lavorare in Niente di me, con la regia di Jacopo Gassman, il primo dei due lavori che ho sostenuto; un ruolo importante, complicato nella sua apparente linearità. 

Le prove sono servite fondamentalmente a capire come non farsi schiacciare dall’estrema sintesi di questo testo, dalla sua essenzialità. E’ una scrittura penetrante, che scava sotto la pelle, che una volta padroneggiata regala una grande libertà. Io e la mia collega di scena Sara Bertelà abbiamo dovuto faticare molto per costruire il groviglio delle relazioni tra i nostri due personaggi.

Con l’altro mio collega, Michele Di Mauro, il solo guardarlo mi aiutava tantissimo a scardinare certi meccanismi del linguaggio, lui è un maestro in questo. Più complicato affrontare la scrittura di Uomo senza meta prodotto dal Teatro di Roma con la regia di Giacomo Bisordi.  

Testo complicato, con salti temporali e vari piani di lettura. Una scrittura molto scarna che nasconde indizi di relazioni, di ruoli; personaggi che sono quello che dicono ma che allo stesso tempo sono archetipi, in un disegno metaforico più ampio.

Nulla poteva essere lasciato al caso o alla nebbia del non sapere cosa si stava facendo. Soli e piccoli di fronte all’enorme palco del Teatro Argentina vuoto, spoglio, aggrappati a scialuppe in mezzo a un testo sempre in tempesta. 

Il lavoro di rappresentazione e il teatro in genere lo hai vissuto e lo vivi come qualcosa che è più reale della realtà?

C’è qualcosa di rassicurante nella realtà parallela che è una rappresentazione: le emozioni sono reali, i processi per creare questa realtà altra sono quelli della vita, ma senza l’angoscia dell’ignoto del domani. Non so se mi sono spiegato bene…

Nella tua esperienza con Ricci/Forte hai maturato un rapporto diverso con il tuo corpo, una consapevolezza del tuo corpo in relazione con quello degli altri?

E’ stato intenso lavorare con loro. Quando li ho incontrati avevo ventun anni e non immaginavo con quali sfide mi sarei dovuto confrontare. Essere parte attiva nella creazione di qualcosa, sviluppare una capacità drammaturgica (fisica e di parola), testare il mio corpo e la mia mente alle fatiche fisiche e dei loro testi.

Il lavoro con loro mi ha costretto a rivedere il mio rapporto con concetti come il pudore, mi ha aiutato a responsabilizzarmi e a essere maggiormente indipendente e più consapevole dei meccanismi di espressione.

Considerando il momento attuale, secondo te è possibile immaginarsi il Teatro privo dei corpi degli attori?

Assolutamente no, altrimenti è radio. 

Ognuno di noi ha sperimentato e vissuto di recente più paure che certezze. Che rapporto hai con la tua fragilità e quali sono le tue paure?

Le mie fragilità, le mie frustrazioni, le mie debolezze sono sempre pronte all’attacco. Il mio rapporto con loro è perfettamente irrisolto. I mesi di lockdown sono stati inaspettatamente facili. L’autoflagellazione e l’autocritica si son messe a dormire: per una volta c’era qualcosa di tangibile a cui dare la colpa. Questa volta non era tutta colpa mia! Un respiro di sollievo.

Man mano che la speranza di una riapertura si fa più concreta, ecco che riaffiorano le ansie, il terrore di rimanere indietro, di scomparire, di non essere abbastanza intraprendente, bravo. Credo che per molti sia cosi, non solo per chi fa questo mestiere. 

C’è qualche progetto che stai pensando di abbracciare?

Mi auguro che il progetto Niente di me possa andare avanti. Ci sono altri lavori che stanno per iniziare, ma non dico nulla per non affezionarmici troppo. Ultima parola al DPCM. 

In cosa o in chi riponi maggiormente speranza e fiducia per il futuro?

Mio nipote nato a maggio di questo 2020. Achille. Il mio compagno, Pasquale, e Bianca la vicina di casa ormai a tutti gli effetti parte integrante della famiglia. 

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