Conferenza stampa dei Presidi Culturali Permanenti di Roma: la proposta dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo

Giovedì 3 dicembre si è svolta la conferenza stampa del gruppo Presidi Culturali Permanenti di Roma. Una realtà nata di recente e in maniera spontanea, subito dopo il decreto che ha imposto la chiusura di cinema, teatri e sale da concerti lo scorso 26 ottobre. Dal giorno successivo numerose lavoratrici e lavoratori, afferenti a tutto il settore dello spettacolo dal vivo — tecnici, attori e attrici, addetti all’organizzazione, alla produzione, alla comunicazione — hanno iniziato ad incontrarsi fuori dal Teatro Argentina, lo stabile di Roma.

Giorno dopo giorno ha preso vita un presidio permanente che non solo continua ad andare avanti, con l’appuntamento fisso alle 11.30 della mattina, ma che si sta diffondendo anche in altre città: a Milano davanti a Il Piccolo Teatro a cui si sono aggiunte di recente Napoli e Padova.

La conferenza stampa cade nel trentaquattresimo giorno di presidio che viene definito dal gruppo un periodo di studio, di riunioni, di mobilitazioni. All’indomani della chiusura, i lavoratori e le lavoratrici hanno sentito l’urgenza di esserci e incontrarsi, non tanto per richiedere la riapertura ad emergenza in corso quanto per essere riconosciuti come categoria e per affermare i propri diritti, contro una narrazione che vorrebbe il settore tradizionalmente disunito e poco informato.

Il riconoscimento, sostiene il gruppo, potrà avvenire solamente se verrà sancita la natura intrinsecamente intermittente delle professioni dello spettacolo. Serve un progetto di politica culturale che immagini un modello lavorativo inedito, in grado di sostenere periodi di inattività, a prescindere della crisi sanitaria che stiamo attraversando. Ed è proprio per i momenti di non attività che i Presidi Culturali Permanenti hanno la loro proposta più specifica e concreta.

Un programma di formazione retribuito e permanente è lo strumento individuato per garantire tanto un aggiornamento professionale quanto un reddito di continuità. Il progetto prevede un insieme di corsi formativi che coprano tutte le mansioni interessate, così da rendere i momenti di inattività momenti di crescita e allo stesso tempo assicurare un salario con regolari contributi sia ai formatori che ai frequentanti. Nella proposta viene ipotizzata la creazione di una commissione formata da lavoratori e lavoratrici, esperti e critici insieme ai membri delle istituzioni, che possano di concerto fissare le regole per l’avviamento dei corsi. 

Quelle suggerite dal gruppo riguardano un tetto massimo del reddito come criterio per l’ammissione e la parità di genere per la scelta dei formatori e delle formatrici. L’ente a cui si rivolgono direttamente i Presidi Culturali Permanenti è la Regione Lazio, chiedendo che il progetto venga inserito nei programmi finanziati dai fondi europei per gli anni 2021-2027, a cui si potrebbe aggiungere l’apporto del FUS. La formazione, sottolineano, sarebbe permanente come lo è attualmente il presidio: una buona pratica da estendere a tutto il territorio nazionale.

Oltre agli interventi più tecnici di Elena Vanni e Barbara Folchitto, nella conferenza stampa c’è spazio anche per spunti più poetici. Nell’introduzione, Giuseppe Filipponio evidenzia come siano passati nove mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria, il tempo giusto per una nascita. Il terreno fertile è stato proprio l’assenza, dove perdita e amore si fondono.

Lì è cresciuta spontaneamente la determinazione per unirsi e trasformare le fragilità in forza. In chiusura, Angela Saieva cita il filosofo Gilles Deleuze: «Vivere è sentire a fondo la potenza liberatoria, la pretesa che nasce quando i corpi si distendono nella gioiosa capacità di inventarsi reciprocamente alla vita». Un buon auspicio per il futuro, affinché il tempo sospeso della pandemia possa generare risultati inattesi.

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