Il Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski, una riflessione contemporanea

Articolo a cura di Federica Balbi

Grotowski

Le parole di Jerzy Grotowski e dei suoi collaboratori scolpiscono interrogativi intrinsechi alla natura stessa del teatro, costituendo un punto di partenza per sviluppare riflessioni sul periodo storico attuale e immaginare ripartenze possibili. 

Teatr Laboratorium (La casa Usher, 2007) è un’opera collettiva, una raccolta di scritti di vario genere che permettono di ricostruire il percorso di ricerca di Jerzy Grotowski e la rivoluzione del teatro e del linguaggio da lui messa in atto. È nel Teatr 13 Rzędów (13 file) di Opole, in seguito rinominato Teatr Laboratorium, che l’attività di Grotowski ebbe inizio nel 1959, con un piccolo gruppo di attori e con la collaborazione di Ludwik Flaszen. Il volume, a cura di Ludwik Flaszen, Carla Pollastrelli e Renata Molinari, è composto da saggi brevi, appunti e testi ricavati da alcune conferenze tenute da Grotowski e Flaszen, ed è corredato da uno scritto di Eugenio Barba. 

Nel suo presente, Grotowski si confronta con la sfida che il cinema pone al teatro. Egli si interroga sul ruolo di quest’ultimo, poiché il cinema, attraverso effetti speciali, set e montaggio, ha possibilità molto più ampie dal punto di vista tecnico. Il breve saggio Per un teatro povero, incluso in questo volume, è considerato il manifesto del teatro di Grotowski: egli aspira a un teatro spoglio di scenografie, oggetti di scena e costumi non necessari, ma anche liberato da gesti impostati, da linguaggi convenzionali e svuotati. 

I due ensembles

La differenza tra teatro e cinema, tuttavia, non è soltanto tecnica, ma risiede nella modalità stessa di svolgimento dello spettacolo: con un pubblico, ogni sera unico e irripetibile. Questo fattore, considerato quasi ovvio, non è più scontato oggi, a causa delle correnti restrizioni e degli esperimenti di teatro in video, che fanno temere il peggio ad alcuni per il futuro dello spettacolo dal vivo. 

Nelle argomentazioni di Grotowski si ritrova un briciolo di speranza: il teatro è unico per la relazione che instaura tra attori e pubblico, composto non da spettatori passivi, ma da un secondo ensemble che compartecipa alla creazione dello spettacolo. Nelle sue produzioni, Grotowski sfida le possibilità spaziali del teatro, eliminando il palcoscenico, disponendo il pubblico in modi alternativi e provocandolo anche apertamente, per accrescere al massimo la tensione che intercorre tra i due gruppi.

Come spiega il regista, quando un uomo è parte di un pubblico, di un gruppo di persone che momentaneamente ricoprono lo stesso ruolo, le sue reazioni e i suoi comportamenti sono diversi, più viscerali e spontanei, come aveva scritto Gustave Le Bon ne La psicologia della folla. Ora, può tutto questo essere replicato attraverso uno schermo?

Teatro come rituale

Sulla base di queste riflessioni, Grotowski accosta il teatro a riti religiosi e tradizionali, dichiarando l’aspirazione a dar vita a un “rituale laico”. Il regista rimanda spesso alle sue stesse fonti di ispirazione, dalla formazione con Stanislavskij alle influenze che hanno avuto su di lui esperienze sceniche orientali, in particolare le rappresentazioni e tradizioni indiane, ma non abbraccia nessuna di queste in maniera totale. Il suo teatro deve avere alcune caratteristiche del rito, a cui dà vita l’attore con il suo corpo e la sua voce, per cui sono presentati approfondimenti su esercizi e tecniche vocali. Questo rito deve essere sociale, come sfida allo spettatore, e necessariamente politico.

Solo attraverso la messa in scena di opposizioni, per Grotowski, è possibile raggiungere questo obiettivo. Pertanto, uno spettacolo che abbia le caratteristiche del “mistero”, nel senso ellenistico di rito sacro, deve anche contenere elementi farseschi; al tragico deve essere accostato il carnevalesco, e così via, a tutti i livelli di composizione. Tra i temi prediletti, proprio per questo, vi sono quelli archetipici della nostra cultura, attraverso personaggi quali Caino, Amleto, Faust e figure cristologiche. 

La composizione stessa dello spettacolo, come emerge continuamente dai testi di Teatr Laboratorium, non è un’imposizione dall’alto, ma sgorga dal lavoro collettivo dei presenti, tanto che il ruolo del regista sfuma in una figura molto meno rigida e codificata. Anche questo tipo di ricerca, di laboratorio, è da prendere in considerazione nella riflessione odierna sul fare teatro e nel confronto con i media a disposizione. La lettura di questo testo fornisce innumerevoli spunti, e può farci riscoprire alcune prospettive per affrontare il nuovo assetto che le arti sceniche sono chiamate a formulare.

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