È nata Amleta. Intervista alle attiviste Chiara Chiavetta e Giulia Maino

Amleta

La disparità di genere è un tema che continua a mortificare ed emergere nella vita di ciascuno di noi. Ciascuno, perché questo divario, feroce, invalidante e ancora troppo evidente, pur riguardando in larga parte le donne, è un problema sociale che investe tutte e tutti. Il fulcro della questione non è il rovesciamento dei rapporti di potere per dar vita a una preminenza femminile che annienti il maschile, ponendolo in una posizione di inferiorità. Si tratta di spezzare le catene dell’oppressione, alla ricerca dell’uguaglianza. Non una richiesta, ma la corretta applicazione dei principi della nostra Costituzione. 

Amleta, collettivo spontaneo nato alcuni mesi fa dall’incontro tra attrici e attiviste, riunitesi dapprima intorno al tavolo di genere di Attrici Attori Uniti, persegue questo obiettivo. Concentrandosi sull’impatto che il divario di genere ha in ambito teatrale, le attiviste di Amleta hanno indagato la disparità occupazionale in termini di ruoli di rilevanza ricoperti dalle donne nel settore, di meritocrazia, di trattamento sindacale, intavolando una concreta discussione sul diritto delle donne di non vedersi più rappresentate attraverso una narrazione del femminile viziata dalla visione maschile. 

Cuore pulsante delle battaglie condotte da questo collettivo è quella contro la violenza di genere. Un cancro che, insinuatosi nelle pieghe della società, tocca fisicamente e psicologicamente centinaia di professioniste per le quali il lavoro diventa un potenziale pericolo. Queste donne non possono più essere lasciate sole, la loro difesa è un dovere che riguarda tutti e tutte. Ecco perché Amleta ha istituito una mail (osservatoria.amleta@gmail.com) alla quale far pervenire segnalazioni e testimonianze che, una volta raccolte, vengono affidate ad avvocate ed esperti per un sostegno legale e psicologico.

Oltre ad aprire un dibattito su tali impellenti questioni, il progetto detiene il grande merito di tramutare tali argomentazioni in inconfutabili verità. Di fatto, per mezzo di una serie di attività e di un lavoro volontaristico portato avanti collettivamente, Amleta ha raccolto dati, monitorato ed evidenziato le differenze di trattamento tra donne e uomini nel mondo dello spettacolo. La situazione emersa è allarmante.

Ce ne parlano Chiara Chiavetta e Giulia Maino, attrici e attiviste, raccontando nascita, urgenza e obiettivi del collettivo Amleta.

Gli esordi di Amleta: come è nato il progetto, in che modo vi siete incontrate e intorno a quale tema avete sentito l’esigenza di unirvi?

Chiara Chiavetta: Ci siamo incontrate in maniera telematica per la prima volta grazie al tavolo di genere formatosi in seno ad Attrici Attori Uniti. Questa spinta ha fatto sì che attraverso incontri e riunioni, si sviluppasse quello che oggi è Amleta. La prima esigenza che abbiamo sentito è stata quella di mappare la presenza femminile nei Teatri nazionali e nei Tric facendo leva sui numeri: quante attrici, direttrici e drammaturghe sono presenti in questi teatri? In che misura vengono rappresentate le donne sui palchi ufficiali? I dati emersi, rispetto alla presenza femminile, sono allarmanti.

Abbiamo fin da subito sentito la necessità di fare autoformazione, per questa ragione sono nati quelli che chiamiamo I mercoledì in genere, durante i quali abbiamo dialogato con filosofe, psicologhe, drammaturghe. Tutti gli incontri sono stati registrati e usciranno sotto forma di “pillole video” sui nostri canali social, poichè sono molto utili per approfondire la questione di genere.

Giulia Maino: Con gli Incontri del mercoledì abbiamo voluto creare una conoscenza comune, un terreno fertile su cui ragionare e crescere insieme. Nel momento in cui ci siamo unite, ciascuna aveva un diverso livello di femminismo interiorizzato. Grazie al lavoro che stiamo svolgendo e a questi confronti con specialisti e professionisti del settore, stiamo cercando di avere un’idea di femminismo comune a tutte, che racchiuda la nostra mission: fare in modo che in Italia il settore dello spettacolo sia più paritario, più giusto, più equo e soprattutto più sicuro

Uno dei nostri maggiori obiettivi è contrastare la violenza di genere. Per questo, abbiamo pubblicato un decalogo che, forse per la prima volta in Italia, non si rivolge solo alle donne ma anche agli uomini, poiché occorre non dimenticare che questi terribili episodi accadono anche a loro. Siamo e saremo sempre dalla parte delle vittime e dalla parte di chi denuncia.

Il decalogo non si rivolge solo ad attrici e attori professionisti, ma anche a chi organizza i casting: riteniamo fondamentale, e non solo nel nostro settore, educare chi, come casting director, registi, registe, è in una posizione di potere. La consapevolezza deve essere acquisita da ambo le parti, in modo che chi detiene il potere sia in grado di non mettere e non far sentire in pericolo chi viene provinato ad esempio, dato che si tratta di lavoro.

A proposito della disparità occupazionale che Amleta mette in luce nell’ambito delle performing arts, qual è la causa per cui ruoli registici, autoriali, di direzione continuano a essere in larga parte affidati agli uomini? 

CC: Questa è una delle domande che ci stiamo ponendo. Personalmente, credo si tratti innanzitutto di un retaggio culturale. Fino a una certa storia del teatro, i ruoli femminili erano scritti da uomini. È ancora raro che il lavoro delle drammaturghe arrivi a una vasta platea. Qual è la causa, qual è l’effetto? Dal mio punto di vista, ripeto, una lettura storica di quello che è il teatro, dall’altro la mancanza di presa di posizione.

Non solo è necessario riflettere su quanto il patriarcato sia entrato nel teatro, ma anche su quanto gli si sia stato lasciato spazio. Di sicuro è fondamentale che si inizi a parlarne, a dire che il teatro ha una narrazione prettamente maschile e anche quando si vuole raccontare il femminile, questo racconto è fatto dal punto di vista degli uomini.

Considerando che, come dimostrato da numerose statistiche, la maggior parte del pubblico pagante è costituito da donne, e che queste donne hanno il diritto di vedersi rappresentate, su cosa dovrebbe vertere la riformulazione della rappresentazione dell’immagine femminile a teatro?

GM: Faccio un esempio più pop, ricollegandomi a un Mercoledì in genere di Amleta in cui è intervenuto il critico cinematografico Attilio Palmieri, specializzato in serialità. Attilio ha raccontato che, negli ultimi anni, la rappresentazione femminile nelle serie TV ha allargato gli orizzonti di visione del mondo in maniera incredibile.

Se, partendo dagli albori, pensiamo a Sex and the city, che ha sdoganato questa narrazione femminile, o a  Fleabag, un monologo teatrale scritto da una donna, che in Inghilterra riscuote ancora successo, notiamo come si sia verificata, anche attraverso le serie TV, una quarta ondata di femminismo. Questi tipi di narrazione sono in grado di aprire una finestra su un mondo in cui non solo le donne possano riconoscersi. La cosa incredibile è che una storia raccontata da una donna ha paradossalmente più incisività sul presente: la sensibilità che permea il racconto, inevitabilmente include tutti.

La donna è abituata a non essere rappresentata per questo riconosce la non rappresentatività anche in altre categorie sociali, comprese determinate specificità dell’uomo, dell’essere maschile, che egli stesso non prende in considerazione. Non vogliamo che si dia spazio alle donne per toglierlo agli uomini. Vogliamo che ci sia posto per tutti. Una molteplicità di rappresentazione, questo chiediamo.

Amleta non è solo un’iniziativa che raggruppa utenti intorno a una tematica per far scaturire un dibattito. L’impegno di Amleta si sostanzia in una serie di attività di supporto, di sostegno e di raccolta dati che, confutando il divario di genere, tentano di arginarlo. Come avete lavorato alla Mappatura Amleta?

CC: Per il lavoro sulla mappatura siamo partite dalle stagioni pubblicate nell’ultimo triennio dai Teatri nazionali e dai Tric. Prendendo in esame i titoli in cartellone, i nomi che comparivano, abbiamo iniziato semplicemente a contare. È stato un lavoro certosino e abbiamo impiegato mesi per farlo. Abbiamo sfruttato il periodo del lockdown, facendone anche un buon modo per impiegare il tempo con un obiettivo.

Durante l’estate alcune colleghe hanno fatto una sintesi del lavoro svolto, tirando fuori dei numeri allarmanti: nei Teatri nazionali non ci sono direttrici donne. O meglio, c’era una sola direttrice, poi quel teatro è stato retrocesso a Tric. Sulle grandi scene, anche coloro decide cosa c’è da guardare sono uomini. 

Abbiamo quindi creare dei grafici a torta, in cui la percentuale di presenza femminile è veramente bassa, che saranno fruibili alla fine di novembre. La seconda mappatura su cui siamo attualmente al lavoro riguarda le drammaturgie, ci stiamo chiedendo quante e quali donne vengono rappresentate. Cerchiamo di sdoganare il solito clichè della donna moglie, figlia e madre. Noi non siamo solo questo, siamo tutt’altro. 

GM: Il lavoro sulle drammaturgie si chiamerà Test Amleta e prende ispirazione dal Bechdel Test attraverso cui venivano analizzati film e serie tv, che passavano il test solo se presentavano almeno una conversazione tra due donne in cui non si parlava di uomini. Questa è la nostra base di partenza, stiamo ancora decidendo quali siano i parametri, quali siano le domande da farci quando approcciamo a una drammaturgia contemporanea.

L’impegno della lotta alla violenza è un punto cardine del progetto Amleta: a seguito delle segnalazioni, il team mette a disposizione della vittima un supporto concreto, prevedendo l’attivazione di un percorso di sostegno affidato a esperte ed esperti del settore. Qual è nel dettaglio il procedimento messo in campo? Che panorama hanno fatto emergere le segnalazioni sopraggiunte fino ad ora?

GM: Abbiamo un indirizzo email, osservatoria.amleta@gmail.com, che è a disposizione di tutte e tutti. Una volta giunta la segnalazione, noi la leggiamo, rispondiamo a chi c’è l’ha inviata e passiamo la testimonianza a delle avvocate, con cui siamo in contatto, che procedono in base alla propria esperienza.

Questo percorso si è concretizzato, a partire da quest’estate, quando siamo riuscite a far arrestare un violentatore che si fingeva regista e che purtroppo ha perpetrato diverse violenze anche ai danni di ragazze molto giovani. Grazie all’aiuto delle avvocate che ci assistono siamo riuscite a procedere con l’incarcerazione. Purtroppo abbiamo tra le mani altri casi, di cui uno molto recente.

Ci siamo più volte incontrate con le avvocate per farci spiegare  la differenza tra molestia verbale, violenza verbale, violenza fisica, stupro, proprio perché nel momento in cui ci giunge una segnalazione dobbiamo saperla leggere. Purtroppo, a livello quotidiano, ci giungono testimonianze da parte di tutte noi che, durante l’esperienza professionale, collezioniamo improperi, commenti non richiesti, violenze verbali, fino alle violenze più grandi.

Risulta sempre più necessario parlarne e prendere provvedimenti. Siamo molto orgogliose di poter essere un faro nella notte a disposizione di quelle attrici che si sentono sole e incomprese. Noi, in piccola parte, vorremmo rimediare a questa sensazione.

Quali sono le prospettive del progetto Amleta? Dopo aver vinto quali battaglie sentirete di aver raggiunto gli obiettivi prefissati?

GM: L’idea è quella di costituirci come associazione, portare avanti battaglie sempre più importanti. Il futuro, come per tutti, è molto incerto ma avere tante cose in comune, di cui discutere ogni giorno, rappresenta una certezza. C’è uno stereotipo, di cui sono stata vittima anch’io, che riguarda il fatto che la competizione o il giudizio non permetta alle attrici di unirsi attorno a una causa.

Questa cosa mi ha fatto soffrire a lungo, poi ho incontrato Amleta e donne con molta più esperienza di me, che hanno sulle spalle anni di lotta, attivismo e carriera. Mi sono resa conto che non c’è niente di cui avere paura, c’è solo bisogno di avere voglia di lavorare insieme e di spogliarsi di quegli stereotipi che ci hanno costruito addosso e che non ci appartengono più.

Questo mestiere, questo ambiente devono essere svecchiati, rinnovati e nutriti da un senso di comunione, da una coscienza di classe. Le donne, come stanno dimostrando al mondo proprio in questi giorni, possono andare molto lontano, specialmente se lo fanno insieme. 

CC: Amleta vive nel presente. I temi che affrontiamo quotidianamente – dalla violenza nel settore, alla presenza femminile sui palchi e nelle narrazioni – non si esauriranno in pochi mesi. Il nostro lavoro, che ricordo essere volontario, ha certamente una lunga gettata.

Vogliamo creare dei piccoli “anticorpi” per affrontare il tempo presente. Oggi siamo un collettivo spontaneo ma ci costituiremo Associazione proprio per rafforzare e sostenere al meglio i nostri studi e le nostre colleghe. La grande vera battaglia? Credo sia quella di non aver più bisogno di un’Amleta.

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