Spazio Zut!: la ricerca nel cuore di Foligno. Intervista a Emiliano Pergolari e Michele Bandini

Zut!
Spazio Zut!

Zut! è una realtà profondamente calata nel territorio di Foligno, uno spazio che nel mantenere saldo il legame con la comunità locale e con gli artisti e le artiste che sostiene, volge lo sguardo all’internazionalità e alla costituzione di una rete che si faccia amplificatore di possibilità di ricerca e di confronto. Dal Palazzo delle Logge, situato nel cuore della città, Emiliano Pergolari e Michele Bandini portano avanti la direzione artistica di Zut! dal 2014, promuovendo la realizzazione di progetti culturali e artistici, progetti di produzione legati al teatro, alla danza, la musica e le arti visive e performative. 

Dal 2018 lo spazio è entrato a far parte del progetto C.U.R.A., Centro di Residenze Umbre, affermandosi come centro di residenza artistica, con la volontà di istituire nuove pratiche per curare e favorire la crescita di identità creative e di nuove progettualità, in un percorso comunitario condiviso con altri spazi.

Il lockdown non ha interrotto l’attività artistica del collettivo che anima lo spazio che, in quel tempo sospeso, ha realizzato il radiodramma La Quarantena del Signor Zut e #IORESTOZOEGARAGE, due progetti artistici home edition inseriti nel programma del Festival Strabismi 2020. Intervistati, Michele Bandini ed Emiliano Pergolari hanno raccontato mission del progetto, prospettive future dello spazio e il percorso artistico mutato e ricostruito durante la pandemia.

A quali esigenze della scena artistica umbra ha risposto la creazione di Spazio Zut! e qual è la mission del progetto?

Emiliano Pergolari: crediamo che il nostro progetto sia rivolto a tutta la comunità e a tutto il territorio, a partire dagli artisti. Da questo punto di vista crediamo che in questi anni lo ZUT abbia rappresentato un punto di riferimento per la scena umbra e per i vari linguaggi, fermo restando che l’interdisciplinarietà e la mescolanza fra le varie arti rientra da sempre nella natura della nostra mission.

Ci siamo sempre posti l’obiettivo di dare delle possibilità e delle risposte adeguate ai percorsi specifici, alle volte accompagnando la crescita formativa di artisti in fieri, o emergenti, altre ancora offrendo la possibilità di mostrare il proprio lavoro, o di aprire un confronto con noi e con il pubblico.

Questa nostra natura di casa/scuola/vetrina appartiene sicuramente alla nostra mission che prevede uno spazio, non solo fisico, in cui sia possibile un incontro vero tra gli artisti, tra gli artisti e la comunità, tra le persone, cercando i modi per costruire e rigenerare le relazioni umane. Crediamo che in questo senso la cultura possa realmente rappresentare un valore aggiunto all’interno di una comunità e di un territorio.

A seguito della pandemia, il settore culturale ha subito una forte crisi che è ricaduta anche sugli spazi. Quanto sono cambiate, se sono cambiate, le vostre prospettive progettuali? Su cosa avete deciso di puntare per la ripartenza?

Michele Bandini: il lockdown è stato per noi, come per molti altri, un momento di sospensione che ci ha prepotentemente messo di fronte a un cambio di prospettiva. Da un pieno di vita e di attività a un vuoto che ci ha fatto mettere in discussione il nostro fare quotidiano e progettuale. Abbiamo risposto reattivamente, traducendo alcune attività on-line con l’intento di mantenere vivo il legame con la comunità a cui apparteniamo, ma ci siamo anche presi del tempo per riflettere internamente sul futuro. 

Abbiamo intrapreso un percorso collettivo di riorganizzazione interno allo spazio per reinventare un futuro prossimo in cui le attività possano essere il più fluide e malleabili possibili, progettando sempre con la consapevolezza della fragilità di lavorare a lungo termine in questo momento.

La prima azione di riapertura, in estate, è stata quella di ospitare una residenza artistica tecnica volta allo sviluppo di un’applicazione realizzata dalla compagnia Kokoschka Revival; la seconda è stata quella di ideare e promuovere, insieme al Centro di Residenze Umbre C.U.R.A., il bando Fase X, percorso formativo on line per 10 artisti che propone un’indagine e uno studio sul rapporto tra arti performative e dimensione digitale.

Una formazione a distanza strutturata secondo una formula che prevede il dialogo e lo scambio di pratiche, realizzata con il supporto di tutor e formatori nazionali e internazionali di alto livello. Da queste due operazioni emerge il nostro progetto a lungo termine: approfondire il tema dell’ibridazione dei linguaggi, la natura del rapporto tra arte performativa e dimensione digitale, tra presenza e assenza, esplorandone le potenzialità e le criticità. 

Questo itinerario progettuale prevede, da un lato, il mantenimento dei percorsi formativi per non professionisti e, dall’altro, ipotizzare un potenziamento dell’aspetto formativo in ambito professionale con una vocazione multidisciplinare.

Poi, ancora, ospitare residenze artistiche dei vari linguaggi favorendo la contaminazione delle arti; programmare all’interno delle nostre stagioni, progetti di teatro, musica, danza realizzati in rete con strutture e soggetti regionali, nazionali e internazionali per alimentare e sostenere la nostra vocazione di spazio di provincia, in stretta relazione con la comunità locale di riferimento ma anche in dialogo e scambio con una dimensione nazionale e transnazionale.

La Quarantena del Signor Zut è un progetto nato durante il lockdown, un radiodramma che racconta il confinamento attraverso la vicenda di un personaggio dei fumetti animato dalla voce di Michele Bandini e di altri artisti che hanno aderito all’iniziativa. In un tempo in cui la frenesia tecnologica ha finito per oscurare il predominio che la radio ha avuto nel secolo scorso, da dove deriva la scelta di realizzare un radiodramma?

MB: La Quarantena del Signor Zut è stata una delle nostre risposte al lockdown, con la volontà di tenere vivo un legame tra lo spazio e le persone che seguono le nostre attività. L’idea del radiodramma arriva da un mio precedente percorso artistico volto allo studio e alla ricerca del rapporto tra teatro e radio, tra scena ed elemento sonoro, tra voce e dispositivo microfonico.

Il radiodramma è stato realizzato grazie al facile accesso odierni alla tecnologia che permette di realizzare progetti sonori di buona qualità acustica, anche in una dimensione domestica. Il progetto è stato interamente realizzato in casa. Ho creato un piccolo studio di fortuna in cui registrare la mia voce e  paesaggi sonori, mentre i materiali che ho chiesto di registrare agli artisti coinvolti nel progetto sono stati condivisi tramite telefono. 

Penso che ad oggi ci sia un rinnovato interesse per la dimensione radiofonica, vista anche la proliferazione di podcast e webradio. Trovo che si sia attivato un processo estremamente fecondo, in cui poter immaginare lo sviluppo di percorsi artistici che possano re-inventare un modo nuovo di ascoltare il teatro alla radio, di creare teatro radiofonico e di immaginare un nuovo rapporto tra dimensione visiva e acustica.

Un rapporto, questo, capace di sondare in profondità il potere speculativo, immaginativo, visionario del rapporto tra dimensione sonora del reale e amplificazione, elaborazione, frammentazione dei segni sonori, dei contenuti di senso o di narrazione.

Nel rinnovato rapporto tra tecnologia e umanità, tra spazi digitali e reali, tra presenza e assenza, può nascere un rinnovato interesse per la dimensione dell‘ascolto, intesa al tempo stesso come esperienza intima e condivisa, privata e pubblica, individuale e collettiva, viste anche le infinite possibilità di costruzione e di fruizione delle creazioni sonore.

Durante la quarantena avete lavorato anche a #IORESTOZOEGARAGE, un progetto video di cui saranno presentati gli esiti in una conferenza al Festival Strabismi. Entrambe le proposte dimostrano la volontà di continuare a dedicarvi alla vostra attività artistica nonostante gli impedimenti sorti in era covid. Come vi ponete rispetto al dibattito sul teatro in video?

EP: Crediamo che il dibattito rientri nel più ampio quadro delle relazioni tra teatro, arti performative, tecnologia e digitale. Si tratta di una discussione sicuramente complessa e variegata. Certo è che, in una fase come quella che abbiamo attraversato, ognuno di noi ha avuto la possibilità di riconsiderare e rivalutare il proprio percorso e le proprie pratiche.

Questa pausa forzata dello spettacolo da vivo, delle prove, delle residenze, dei percorsi formativi, ha portato alla luce tutta una serie di proposte legate al digitale, ai social, alle varie piattaforme, che di fatto hanno costituito una seconda strada per gli artisti e per quanti hanno voluto esporsi in tal senso. Molte volte anche in maniera discutibile.

Se da un lato, questa non può essere una risposta sostitutiva della presenza in teatro o in un luogo di spettacolo, dall’altro lato crediamo che chiudersi completamente alle possibilità offerte dal digitale, più che una posizione politica o una reale esigenza, rappresenti un atteggiamento di rifiuto che sicuramente non crea le condizioni per un reale dibattito.

Da sempre, tra l’altro, l’attore, il regista, il performer, cercano di uscire dalla comfort zone, di provare nuove strade, magari meno chiare e meno battute. Forse, oggi, è proprio questa la vera sfida. Detto ciò, ovviamente, è  sano e normale che ogni artista scelga il proprio percorso e faccia le proprie scelte anche in questo senso.

Per quanto riguarda #IORESTOZOEGARAGE, si tratta di un piccolo esperimento di laboratorio nato nel momento in  cui  la stretta causata dal virus ci ha impedito di continuare i percorsi formativi dello Zut!, per l’appunto i laboratori ZoeGarage. #IORESTOZOEGARAGE è una rubrica settimanale in cui abbiamo raccontato come, nonostante tutto,  avessimo voglia di continuare  a incontrarci e di proseguire i nostri percorsi.

Lo consideriamo un progetto di laboratorio teatrale senza teatro, che prova a sperimentare e a reinventare parole, immagini, suoni all’interno di un processo creativo sicuramente inedito, rischioso e proprio per questo stimolante. Le restituzioni dei percorsi sono state varie, dal video sotto forma di promo alla mini serie video/teatrale, dal radiodramma alla videopoesia ispirata dalle parole di Mariangela Gualtieri.

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