Il teatro che cura l’oblio. Intervista ad Alessandro Sesti

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Stefano Preda

Quando il dolore è forte al punto da non poter essere affrontato, spesso, si ricorre all’oblio. Eppure la dimenticanza è un fendete a doppia lama: curativa; distruttiva, talvolta. E se voltare lo sguardo aiuta a proseguire il cammino, mantenere vivo il ricordo nel cuore dei più consente di estirpare il male alla radice. Il teatro, in questo, può svolgere una funzione importante. Per il suo potere catartico, tanto caro agli antenati ellenici, per la sua capacità di parlare a molti. 

Il dolore, anche quello più intimo e individuale, può essere una goccia dispersa in un mare di sofferenza collettiva. La nostra penisola è immersa in queste acque da troppo tempo, funestata com’è dall’affare mafioso. L’oblio, allora, non può più essere accettato, perché voltare lo sguardo significa indebolire la grande rivoluzione che tanti eroi moderni, inciampati nel tranello malavitoso, portano avanti per rinvigorire la battaglia per il bene comune.

L’operazione artistica di Alessandro Sesti, drammaturgo, performer e direttore artistico del Festival Strabismi, persegue quest’intento: ricordare che la mafia è intorno a noi, dentro di noi. Anche quando non è tangibile. 

Prima con Ionica, spettacolo incentrato sulla vicenda di Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca, poi con Luca 4,24, spettacolo vincitore del premio della critica “Dante Cappelletti” nel 2019, dedicato alla storia del più giovane testimone di giustizia italiano, Sesti si addentra in queste vite stravolte, maneggiandole con delicatezza, per mantenere accese le luci sulla lotta alla mafia. 

Ospite in residenza di Periferie Artistiche, continua la propria ricerca su Luca 4,24, i cui esiti saranno presentati in una prova aperta il 23 agosto al Teatro La Fenice di Arsoli. In questa intervista Sesti racconta il proprio approccio drammaturgico e i progetti futuri, riflettendo sul teatro che sarà. O che dovrebbe essere.

Nel mese di agosto Periferie Artistiche ti ha ospitato in residenza al Teatro La Fenice di Arsoli, dove hai lavorato allo spettacolo Luca 4,24. La mafia è un tema ricorrente nelle tue esperienze teatrali degli ultimi anni, cosa ti ha spinto a farne il perno della tua creazione drammaturgica?

Faccio una correzione: non sono la mafia o l’illegalità il perno della mia creazione, ma è l’urgenza, la necessità. In questo momento della mia vita ho bisogno di raccontare le storie di eroi contemporanei e rimanere aderente alla realtà. Ho urgenza di utilizzare il teatro come veicolo per sensibilizzare e far sapere, quanto più possibile, che alcune dinamiche mafiose non sono lontane o chiuse nel mondo artificioso delle fiction tv, ma sono intorno a noi. O, peggio ancora, dentro di noi.

Lentamente mi sto spostando da questo focus. Sto raccogliendo materiale per dei nuovi progetti che mi vedranno collaborare con vari artisti. Si spazia dalla performance sonora che sto costruendo insieme a Nicola “Fumo” Frattegiani intorno al tema dell’alzheimer, a un progetto sull’Umbria e, più in generale, su quella parte di storia popolare che rischia di andare perduta. Infine, il prossimo anno andrò in scena con uno dei miei artisti preferiti.

Condannare la mafia ogni giorno, con ogni mezzo disponibile, senza dimenticare il suo potere mortale nei periodi di apparente inattività, significa lottare per il bene comune. In questo, il teatro può giocare un ruolo importante di denuncia e di sensibilizzazione. Quanto la tua operazione artistica vuole perseguire questo obiettivo mantenendo vivo il dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Per quel che mi riguarda, ho sempre avuto una repulsione per le persone che si lamentano delle meccaniche della società, di ciò che le circonda, senza però far nulla per provare a cambiarlo. Credo che in ogni mestiere, ad ogni livello, si possa fare qualcosa, nel proprio piccolo, per importare una rivoluzione umana e migliorare ciò che è intorno a noi. Ecco perché racconto queste storie: ho l’opportunità di  far aprire occhi e cuore di chi mi ascolta.

I miei lavori, a partire già da Fortuna, sono stati spesso ospitati nelle scuole ed è li che sono avvenute le reazioni più belle. In quei momenti, ho capito che le nuove generazioni reagiscono esattamente come le vecchie, bisogna solo premere i tasti giusti. Diciamo che, piuttosto che sederci a osservare e giudicare, preferiamo portare un messaggio e vedere dei risultati, sperando che qualcosa, un giorno, possa davvero cambiare.

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Valeria Pierini

Come Luca 4,24, anche Ionica si occupa della vicenda di un testimone di giustizia, Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca. Per creare la drammaturgia di Ionica hai vissuto sotto scorta di massimo livello. Cosa ha significato per te calarti in una realtà così dolorosa e in che modo hai lavorato sull’aspetto più intimo di queste vite stravolte dall’affare mafioso?

Per raccontarti cosa ho vissuto quei giorni, non credo basterebbe questa intervista. Posso però dirti che oltre ai fatti raccontati nello spettacolo, ce ne sono altrettanti che ho lasciato fuori e che raramente condivido. Sono momenti preziosi che non voglio mettere in piazza. Vivere in quella situazione è qualcosa di inimmaginabile e pensare che Andrea e la sua famiglia vivono così ogni giorno, fa comprendere la fortuna che abbiamo e quanto diamo per scontate certe cose.

Ed è proprio qui che si è fermato il fuoco del mio racconto: sugli affetti di Andrea e su tutto ciò che c’era prima e ora non c’è più; sulla normalità divenuta ormai un tenue miraggio; sul pranzo della domenica rimasto sacro e immutato perché, alla domenica, Andrea non esce mai di casa, ma resta con la sua famiglia, intorno a un tavolo, come molti di noi.

Sarebbe stato inutile raccontare a fondo eventi così terribili da sembrare irreali, avrei forse creato una distanza col pubblico anziché prenderlo per mano. Il dramma sta nel raccontare le cose così come sono, se aggiungessi alcuni racconti efferati, crudi o storie di violenza si tratterebbe quasi di pornografia. Occorre nascondere le sfaccettature più nere, se non sono condivisibili per l’ascoltatore. 

Faccio un esempio molto semplice: se raccontassi aneddoti cruenti, omicidi, magari riguardanti la faida dei boschi, non si potrebbe mai creare una connessione con chi ascolta. Se parlassi di solitudine dovuta alla violenza minacciata dalla mafia, parlerei solo di quella solitudine e non di quella che possiamo conoscere tutti.

Immagina, però, che qualcosa possa negarti il contatto con i tuoi cari, o ti faccia avere la sensazione che qualcuno possa non arrivare al pranzo della domenica. Probabilmente avremo più possibilità di vivere un’emozione perché il pranzo della domenica, avvolti dai parenti, l’abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita. Una faida ndranghetista, lo dubito fortemente. 

Una piccola storia a margine voglio lasciartela. Prima ho detto che Andrea la domenica non esce mai di casa. Bene, devi sapere che lui, cristiano praticante, andava a messa ogni domenica. Da quando vive sotto scorta ha deciso di andare solo alla messa del sabato pomeriggio e rimanere tutto il giorno in casa. Perché?

«E come perché? I ragazzi – la scorta – devono stare con la famiglia la domenica. Come tutti». Mi rispose.

Continuando a dedicarti al progetto di Luca 4,24, spettacolo vincitore nel 2019 del Premio della giuria critica “Dante Cappelletti”, quali aspetti del processo artistico intendi sviluppare durante la permanenza ad Arsoli?

Luca 4,24 è stato realizzato in collaborazione con 2MaD Collective, con la regia di Debora Renzi che cura anche le coreografie di Mattia Maiotti, il danzatore che è in scena con me. Durante la residenza abbiamo deciso di concentrarci principalmente sul rapporto fisico sulla scena tra me e Mattia. A questo dovremo legare le musiche originali realizzate dai Grandi insegne il grande allibratore, la band che lavora in sinergia con noi a questo progetto. Il tutto, coadiuvati sempre dal nostro fonico e guida spirituale, Nicola “Fumo” Frattegiani. Seguirà poi un momento in cui saremo raggiunti dal nostro tecnico Marco Andreoli e, da lì, inizieremo a ragionare su altri aspetti come il disegno luci.

Nel frattempo, tutto è sempre in balìa di cambiamenti e nuovi frammenti di testo. Questo, proprio grazie a Luca il testimone di giustizia. Ogni volta che lo sento al telefono ha sempre in serbo un pensiero, una parola, un racconto che ti lasciano con il sorriso e gli occhi lucidi. Quel ragazzo è un sole nelle nostre vite e rinnova sempre l’energia con cui approcciamo al lavoro. Anzi, per dirla con parole sue «Io sono solo un seme e voi siete la mia acqua». 

Periferie artistiche crede nella possibilità di creare economie intorno alla ricerca e al processo creativo. Una scommessa coraggiosa portata avanti in un tempo in cui molti, invece, si trovano, per scelta o necessità, a insistere sulla produzione. In qualità di artista e di direttore artistico, in quale misura ritieni che la ricerca possa essere il giusto punto di partenza per ripensare il nostro affannato sistema teatrale?

Ho grande fiducia nelle persone, un po’ meno nei sistemi che queste hanno creato. Una realtà come quella del Centro di Residenza Settimo Cielo di Arsoli dovrebbe essere un esempio, per l’umanità che offre. Gloria, Maurizio, Rossella e Giacomo sono un esempio di bellezza. Sono stati loro a cercare me per il lavoro che facevo e non il contrario, cosa di per sé già assai rara. Non solo, non hanno mai perso contatto nei mesi in cui progettavamo questa residenza.

È curioso che si chieda sempre a noi artisti quale possa essere il modo per ripensare il nostro sistema teatrale. Mi dirai che sono anche un direttore artistico. Touché. Ma prendiamola così. Strabismi Festival non è altro che il festival in cui vorrei andare tutti gli anni, perché è fatto di persone che hanno la cura di farti star bene. È un luogo dove non si promette niente e non ci si riempie la bocca di parole, non si mette la critica al centro della questione, ma gli artisti. È un incontro tra artisti e pubblico. Portiamo avanti progetti basati sugli spettatori, sui giovani, fino a quelli delle scuole elementari, perché si, saranno loro il pubblico di domani. Con difficoltà, ma ce la facciamo.

Ora, non sto qui a dire che noi siamo bravi e gli altri no. Sono due anni che Kilowatt Festival ci ospita e per me, loro sono sempre un esempio da tener ben presente. Un teatro sano è possibile. Ne sono certo. Basta uscire dalle dinamiche delle e-mail e farsi due chiacchiere in più al telefono, perché sembra incredibile ma se ci si parla, poi ci si capisce pure. Credo che sarebbe bellissimo vedere nelle programmazioni di teatri e festival, almeno a cadenza biennale, un rinnovo totale del cartellone o perché no, delle produzioni. Magari i Teatri Stabili diventerebbero incubatori di nuovi talenti e non luoghi stupendi dove pellicce con esseri umani al seguito vanno a vedere dal vivo il volto noto della televisione. 

Immagina se diventasse un obbligo, forse creeremmo una variabile in più nella distribuzione e non avremmo quelle programmazioni fossilizzate da decenni solo per necessità ministeriali e simili.

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