Il rito simpoietico di DOM-. Intervista a Leonardo Delogu e Valerio Sirna

Le città si trasformano, lo spazio pubblico si riconfigura, l’individualità si scardina per aprirsi al rito collettivo. Dove si posiziona il teatro nel percorso di rigenerazione delle pratiche che sovverte la visione antropocentrica dell’ambiente circostante? È in questo campo di indagine, fatto di permeabilità tra corpi e paesaggi, che si sviluppa il lavoro di DOM-, progetto di ricerca nato nel 2013 dalla collaborazione tra Leonardo Delogu e Valerio Sirna.

Vincitori del Premio Rete Critica 2019 con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia, gli artisti di DOM- figurano tra le cinque compagnie di Oceano Indiano, sperimentale luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma. Raccontando CAMP / Fare campo, il progetto di studio con cui abiteranno criticamente gli spazi del Teatro India, Leonardo Delogu e Valerio Sirna dischiudono le porte di quel teatro italiano che, interdisciplinare e sensibile al presente, ridisegna i confini e segnala nuove direzioni.

L'uomo che cammina - DOM
L’uomo che cammina – DOM

I vostri lavori si dispiegano in una serie di percorsi di rovesciamento e di abitazione critica dello spazio pubblico, che si manifestano in un rito collettivo finale. Come si formalizza questa tensione tra l’assoluta innovazione di inedite possibilità di relazione tra corpo e spazio, tra umano e non umano e il ritorno al nucleo originario del performativo che è il rito, come centro propulsore di futuri possibili?

Valerio Sirna: Parto dalla questione dei “futuri possibili”. In generale, gli studi che stiamo facendo in questo periodo ci orientano verso degli sguardi che cercano di non appiattirsi sulle retoriche dell’apocalissi che appiattiscono l’azione, l’immaginario e ogni possibilità di rigenerare la condizione che stiamo attraversando. Questo non vuol dire che la condizione che stiamo attraversando non sia grave, cioè che non ci sia la possibilità, come dice Donna Haraway, che la complessità si disfi.

Ci sono delle studiose, come appunto Donna Haraway e Rosi Braidotti, a cui ci riferiamo, che si collocano in un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, l’ecocritica, le ecologie e la biologia. Ci siamo resi conto di non avere veramente tutti gli strumenti per immaginare verso cosa stiamo andando e questo ci permette di credere che possano essere messe in campo delle relazioni che aprono a nuove tematiche. Donna Haraway parla, all’interno di un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, la filosofia, la biologia evolutiva e i nuovi studi ecologici, della simpoiesi cioè della capacità di creature umane e non umane di allearsi e di creare un dialogo per un’evoluzione e una crescita diversa.

Leonardo Delogu: La necessità del nostro lavoro è quella di creare un rapporto con ciò che sentiamo essere la ferita del tempo. Abbiamo sempre mirato a fare un teatro che non fosse un divertissement, per cui le persone non venissero solo a “consumare” un’ora di spettacolo facendo del teatro un semplice atto confermativo di una modalità di vita. Il desiderio è sempre stato quello, anche utopico, di creare dei lavori che potessero rompere questa dimensione, attraverso cammini molto lunghi, esperienze reali per le persone e non la rappresentazione di un’esperienza. Per questo, lo sfondamento in altre discipline è sempre stato, per noi, un modo per capire come rigenerare il teatro. L’architettura, il camminare, per tanti anni sono stati lo strumento con cui abbiamo contaminato il lavoro e adesso è come se queste direzioni che Valerio cita, fossero diventate la nuova linfa che viene a spostare il linguaggio.

Il rito è nient’altro che la radice prima del teatro, il nostro interesse si rivolge alle modalità in cui portare il teatro alla sua forma originaria di luogo in cui gli umani si ritrovano e traguardano, attraverso un’esperienza collettiva, la propria condizione aprendosi ad altre possibilità. Abbiamo iniziato a parlare di Teatro di paesaggio perché iniziamo a pensarci oltre la sola dimensione umana, pensandoci piuttosto come un sistema di relazioni che tiene insieme le piante, gli animali, l’invisibile.

Proprio in questi giorni siamo sconvolti da un microbo che viene da chissà dove e sovverte un intero meccanismo. Questo è interessante perché racconta, ancora una volta, il rapporto che abbiamo con la dimensione sinpoietica. Ecco che il rito diventa un modo per riprendere quell’origine, trovare le forme per le quali il rito si rinnova e integrarvi le questioni su cui stiamo provando a ragionare.

Valerio: Per noi il solco dell’interdisciplinarietà è importante. Siamo in un momento in cui finalmente tante discipline capiscono il bisogno di entrare in relazione e di ibridarsi. Per noi il teatro è quell’alveo privilegiato per mischiare le cose, per far interagire l’arte teatrale con saperi che provengono dall’architettura e dall’urbanistica, temi a cui siamo sensibili e con cui il camminare ci ha portato a confrontarci spesso. 

Nel presentare il progetto artistico di DOM- parlate di una indagine del linguaggio performativo attraverso l’approccio militante delle Environmental Humanities. Secondo la vostra esperienza artistica, che tipo di impatto pensate che la ricerca ambientale possa avere sulla vita di una società?

Leonardo: Prevedere gli impatti di un’operazione artistica non è mai semplice. Diciamo sempre che l’arte è lì per sollevare domande non per dare delle risposte, ma allo stesso tempo il cambiamento di punto di vista incide sul reale. Quando le persone ci dicono che dopo L’uomo che cammina vedono diversamente la loro città, pensiamo sempre che si sia innescata anche un’abitazione diversa della città, più sensibile, più aperta. Osserviamo che il cercare di essere radicali, di essere vicini a quello che amiamo per quanto possibile, tende anche a dividere: ci sono persone che non riescono a relazionarsi con quel che facciamo e persone che ci entrano profondamente dentro. Quella profondità è capace di creare un innesco. 

Valerio: Un Teatro di paesaggio è un teatro che mira a scardinare l’idea di un’individualità. Forse abbiamo sbagliato a pensare che esista un’individualità, non considerando che ogni organismo è un ecosistema, che è in relazioni visibili e invisibili con il circostante. Accompagnare le persone che si accostano al nostro lavoro in questa visione della realtà è sicuramente una delle sensibilità che vorremmo coltivare.

Leonardo: Si tratta in primo luogo di un lavoro su noi stessi. È quanto stiamo facendo in questi giorni durante il laboratorio Wild Facts / Fatti feroci, che si tiene al Teatro India. Ci stiamo domandando se tutto ciò che ci stiamo dicendo sia afferrabile e condivisibile concettualmente e come far diventare una pratica l’essere connessi con un mondo microbico, con le piante, con gli animali.

Se non avviene una trasformazione nel corpo e nell’habitus della vita, siamo di fronte a una trasformazione mentale che da sola non è sufficiente. Noi stessi siamo calati nel lavoro, guardando cosa accade nel nostro corpo, nella nostra mente, formalizzando pratiche che lavorano in questa direzione. Al laboratorio partecipa un gruppo di persone, una comunità nata da Roma non esiste, che sta giocando con noi a capire come si incarna la simpoiesi.

All’interno di Oceano Indiano, luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma, avete proposto e avviato CAMP / Fare campo. Mi raccontate questo progetto che vi vedrà anche alla guida di un percorso laboratoriale inserito nell’offerta formativa del Master PACS?

Valerio: La cosa che ci preme dire come introduzione a Oceano Indiano è che la nuova direzione del Teatro di Roma sta facendo un esperimento che in Italia è abbastanza inedito: ospitare cinque compagnie per tre anni, assegnare loro un budget e chiedergli di co-curare la programmazione di un Teatro Stabile. Nella fattispecie, CAMP / Fare campo il progetto che abbiamo proposto, si colloca in una ricerca sul tema dell’accampamento iniziata negli ultimi anni. Siamo usciti da un triennio di Estate Romana in cui abbiamo camminato, percorso la città, accompagnato e invitato persone a condividere i nostri ragionamenti e l’estate scorsa ci siamo trovati con Roma non esiste ad attraversare la città con un dispositivo di accampamento mobile.

Abbiamo vissuto lo spazio pubblico in un modo a cui non siamo abituati perchè ci sono delle leggi che vietano la possibilità di dormire in una strada, in una piazza o in un parco. Per noi è stato interessante allargare le possibilità che lo spazio pubblico e la legislazione offrono. Siamo in questo filone di ragionamento e vogliamo sviluppare questo tema del campo che poi ha un doppio significato: sia di campo di forze, sia di accampamento.

L’accampamento è il modello abitativo del XXI secolo, uno spazio cui i governi biopolitici si stanno sempre più abituando per far fronte a disastri naturali, alle grandi immigrazioni, per ospitare persone che vivono ai margini, ma sono anche quegli spazi, come gli accampamenti di piazza Tahrir, che hanno ospitato momenti di rivolte. A noi piace intendere l’accampamento come un luogo di studio e di critica rispetto all’abitazione delle città.

Leonardo: E anche come dispositivo che permette di continuare a lavorare dentro quella permeabilità tra la dimensione strettamente umana e la dimensione vegetale e animale. La sottigliezza dei muri dell’accampamento fa in modo che il circostante sia molto più vivo e molto più forte. L’accampamento ci permette, inoltre, di lavorare sulla dimensione della co-creazione e dello stare insieme: è soltanto con la forza dei legami e delle relazioni che oggi si può prefigurare qualcosa che non c’è in questo momento. Per questo, la scelta di dare seguito a questo gruppo di Roma non esiste, guidandolo verso una produzione, risiede nella volontà di evitare che l’accampamento diventi un fatto puramente estetico, perché non può esserlo vista la dimensione di dolore che porta con sé.

C’è bisogno dell’esposizione dei corpi, della comunità e del vivere in comunità. Il tema dunque è indagare come si riesce, nel 2020, a stare in comunità. Sicuramente non sono più le forme degli anni ’70, perché abbiamo raggiunto un livello di comodità tale per cui non possiamo più rinunciare ai bisogni dell’io e vederli dissolversi nel mare magnum della comunità. Come coesistono quindi le individualità? Come si riesce a essere delle volte orizzontali, delle altre verticali, riconfigurando la questione della leadership? Questo ha molto a che fare con il teatro come arte della comunità. Sono stati l’800 e il ‘900 a far nascere il Teatro di regia col grande regista demiurgo che compone lo spettacolo in sala e dà la sua visione al mondo. Non è più quell’epoca, oggi siamo chiamati a starci accanto nella frana dell’ego, però siamo tutti egocentrici ed egoici. Questo diventa il campo di studio e di lavoro.

Valerio: In questi primi mesi di residenza all’India, i progetti a cui stiamo lavorando sono due: uno è Nascita di un giardino durante il quale ci occuperemo della co-creazione di un giardino in un campo incolto negli spazi abbandonati del Teatro India. L’idea è quella di invitare la cittadinanza, per due domeniche al mese, a osservare questo spazio e la sua trasformazione sottile, ispirata ai principi del Terzo paesaggio e del Giardino in movimento di Gilles Clément. Si tratta di osservare le dinamiche di un campo e orientarle con piccoli interventi, come falciature d’erba, la creazione di piccoli sentieri di radure, qualche seduta. Vorremmo addestrarci ad abitare il selvatico e a innamorarcene, senza doverlo necessariamente addomesticare.

Le compagnie residenti di Oceano Indiano
Le compagnie residenti di Oceano Indiano

L’altro filone di ricerca è più prettamente performativo, siamo in un teatro e abbiamo la voglia e l’esigenza di tornare a quella dimensione da cui entrambi proveniamo. Abbiamo invitato una comunità di persone a Wild Facts/Fatti feroci, laboratorio di pratiche performative aperto e gratuito come la maggior parte delle attività che si svolgono all’interno di Oceano Indiano. Cerchiamo di arrivare alla produzione di uno spettacolo nel 2021, per il quale stiamo gettando i semi: a un certo punto questo giardino ospiterà un accampamento che sarà un fatto performativo.

Leonardo: Il Master PACS è dentro questo viaggio. Il tema è la performatività e lo spazio pubblico, e l’accampamento è uno spazio semi-pubblico che permette la performatività. Di fatto, travasiamo e intensifichiamo in quella settimana del PACS, tutte le questioni che ci stiamo dicendo, con una grande intensità e con un numero alto di persone. In particolare, questo percorso si avvierà nei giorni conclusivi del lavoro sul giardino per cui il gruppo del Master si troverà a collaborare con il gruppo di persone che in queste domeniche ci avrà seguito e, insieme, allestiremo un rito finale. Il giardino sarà inaugurato il 30 maggio con una festa che abbiamo chiamato Festa sortilegio, dove per sortilegio intendiamo il rito di protezione di un luogo e di tutti i luoghi selvatici del mondo. 

Lo scorso dicembre avete vinto il Premio Rete Critica con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia. Come nasce quest’opera? Cosa ha rappresentato nel vostro percorso?

Leonardo: L’uomo che cammina nasce nel 2015 come risposta a tutta quella dimensione di ricerca che si era scatenata con la nascita di DOM-, in cui prendemmo il camminare come strumento di apertura. A un certo punto, però, la pressione della radice del teatro è venuta fuori in maniera forte e L’uomo che cammina è divenuto la risposta a come far sì che tutto questo camminare, potesse diventare un fatto performativo e incontrare il teatro. Dal 2015 fino ad oggi abbiamo continuamente rinnovato la domanda perché è uno spettacolo che, essendo così tanto in relazione con il paesaggio, si trasforma in base alle città che attraversiamo, cambiando la nostra stessa idea di teatro.

Se il primo Uomo che cammina aveva delle dimensioni teatrali più esposte, adesso è un lavoro sempre più percettivo e sottile, forse anche più efficace rispetto a quel che accade nel pubblico. L’uomo che cammina nell’edizione milanese, che è quello che Rete Critica ha premiato, raggiunge un po’ un vertice perché è accompagnato anche dal testo di Antonio Moresco, una lingua che porta senso e che diventa una lama che entra nella dimensione percettiva, facendo un affondo che porta al teatro in maniera ancora più netta.

Valerio: L’uomo che cammina è legato a un fumetto da cui trae il titolo di Jiro Taniguchi, con delle tavole disegnate senza dialoghi, in cui c’è un flâneur che attraversa Tokyo, la cui attenzione viene attirata da diversi particolari della città. Da quest’opera abbiamo tratto anche il dispositivo, quello di un uomo che viene spiato da un gruppo di spettatori e che permette, attraverso il suo procedere calmo e disteso, un’apertura rispetto al circostante. Una notazione del circostante che ci consente di fare quel gioco, tramite una serie di alleanze che stringiamo con il territorio, per cui lo spettatore non capisce cosa sia reale e cosa sia invece rappresentazione.

Questo titolo fino ad ora ci ha sempre legati al fatto che il protagonista fosse un uomo, nel nuovo allestimento che stiamo per fare a Friburgo – siamo stati invitati al Festival di Belluard, in Svizzera – ci piacerebbe che si trattasse di una donna. Abbiamo la prima residenza tra poco e ci lanceremo alla ricerca di una protagonista quindi, finalmente, La donna che cammina.

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