Toni, un thriller teatrale. Intervista a Paolo Zuccari

Un uomo che vive da solo con la sua schizofrenia. La decisione di rinunciare alle medicine per recuperare la donna che ama. Un viaggio mentale nella malattia che sfocia nel thriller. Dalla finestra della sua abitazione assiste a un omicidio. I primi sospetti ricadono su di lui. Chi è l’assassino? Cosa è accaduto? Ma soprattutto, tutto questo sta accadendo realmente? Sono questi gli elementi messi in gioco da Paolo Zuccari, regista, drammaturgo e attore dello spettacolo Toni, in scena al Teatro Argot Studio dal 3 all’8 marzo.

Una storia che, partendo dall’ispirazione hitchcockiana (La finestra sul cortile e Marnie), porta lo spettatore nella casa di Guido, facendogli vivere la sua condizione e narrando un’incredibile vicenda. Zuccari, lavorando su una storia avvincente, mostra, con grande sensibilità, cosa vuol dire vivere un disturbo e come questa condizione si traduce non solo nel rapporto con l’esterno, ma anche nei pericoli che un uomo può correre e nei danni che può recare a sé stesso. 

Toni: Perché hai scelto questo titolo. C’è un simbolismo particolare dietro questo nome?

Toni è un nome che si ispira a una presenza molto amica, vicina al mio vissuto e alla mia esperienza. Non è il nome di un cane, però per me richiama il tipo di dedizione che può avere un animale. È il nome che associo a una presenza calorosa, protettiva, a cui potermi affidare sempre. È una questione molto intima, ma non posso rivelare di più!

Leggendo la sinossi si percepisce un chiaro riferimento a La finestra sul cortile di Hitchcock. In che misura sono stati fonte d’ispirazione per lo spettacolo questo film e questo regista ?

Ho un innato amore per Hitchcock. Quand’ero molto giovane rimasi folgorato da alcuni suoi film come La finestra sul cortile, La donna che visse due volte e L’uomo che sapeva troppo, che in quel periodo furono restaurati e riproposti al cinema. Ma ce ne sono tanti altri, li ho visti e rivisti più volte. Non riesco proprio a farne a meno. Rispetto a La finestra sul cortile, oltre al fatto di guardare dalla finestra, ho trovato stimolante l’elemento della segregazione, l’essere chiusi in casa; poi ci sono anche riferimenti a Marnie e Io ti salverò, sempre di Hitchcock.

In Toni c’è la trama di un giallo: una persona è stata uccisa e il protagonista, Guido, sembra essere coinvolto nella vicenda. In realtà, questa è una traccia del plot che accompagna il testo: la vera storia, quella più profonda e intima, riguarda il personaggio stesso, il suo rapporto col passato e col suo disturbo. Si tratta di uno schizofrenico che ha dimenticato l’origine di questa malattia e nell’arco dello spettacolo avviene un doppio svelamento: uno riferito all’assassino che ha compiuto l’omicidio, l’altro che invece è un giallo più introspettivo, più intimo. E queste due linee, in un certo momento, convergono.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo spettacolo?

Quando ho scritto Toni l’ho immaginato come un monologo ma non come uno spettacolo per un solo attore. Volevo fare qualcosa che non fosse stato fatto prima, anche per potermi cimentare attorialmente con uno stile che non conoscevo e che non avevo ancora mai praticato. Il vero motore che mi ha spinto a scrivere Toni è stato il bisogno di inventare qualcosa nel linguaggio, nella resa, che restituisse la pluridirezionalità di un personaggio e che, al tempo stesso, avesse una sua semplicità e leggibilità, senza che il pubblico avesse difficoltà nel seguire gli sviluppi della storia.

In che modo la scelta di adottare una estetica thriller definisce il rapporto tra opera e pubblico in chiave voyeuristica?

Il voyeurismo non è sinonimo di thriller ma le persone affette da voyeurismo possono avere una caratterialità, un modo di operare nella vita che può assumere sfumature pericolose. Questo personaggio, però, rappresenta un pericolo per se stesso più che per gli altri. In lui il voyeurismo cela il desiderio che le cose vadano in un certo modo, per cui c’è il sospetto che egli veda le cose così come vorrebbe che fossero, piuttosto che per come sono realmente. A un certo punto, Guido perde la persona di cui è innamorato e, per recuperarla, decide di interrompere le cure. Smettendo di prendere le medicine, però, inizia a sospettare che i gesti che lei compie possano essere il riflesso del suo desiderio, della visione immaginifica che Toni ha del rapporto con la persona amata.

Cosa si cerca di evocare nello spettatore?

Tutto il lavoro mira a creare un’empatia tra il pubblico e Guido, altrimenti il meccanismo narrativo e spettacolare non funziona. Mi interessava raccontare la condizione di una persona “socialmente diversa”: è un uomo disturbato, che non sempre può fare tutto liberamente, spesso non riesce ad avere neanche degli amori o delle amicizie, non è in grado di costruire rapporti. Però, come accade frequentemente, se sei consapevole della tua condizione, sei pronto a fare qualunque cosa per dimostrare che invece sei come gli altri, andando contro tutto e tutti, anche rischiando la tua stessa vita. Questo per me è il vero nocciolo della questione: empatizzare con una persona che vive in una situazione di grande difficoltà.

Alla luce della tematica affrontata in Toni, è plausibile cogliere alcuni riferimenti a Joker, il film di Todd Phillips?

Quando l’ho visto avevo già scritto il testo, ma mi ci ha fatto pensare. Ora non so dire fin dove arrivano le similitudini, però spesso ho associato il film a quello che già stavo provando. Parlo proprio di quella condizione di isolamento: è qualcosa di molto doloroso, che tutti prima o poi sperimentano. Quando il grado di complessità di quella situazione si alza fino a diventare insostenibile, può indurre azioni pericolose e drammatiche – così come accade in Joker, senza però il rapporto tra individuo e società che costituisce la parte critica del film.

In Toni tutto ha una chiave più intima. È come se per 50 minuti lo spettatore vivesse con una persona che ha queste difficoltà: ci sono momenti di angoscia ma anche situazioni divertenti, non grottesche nella loro comicità, ma delicate. Non è un testo aggressivo, è già aggressiva la materia: ho cercato di renderla appetibile, di raccontare una storia con cui il pubblico potesse empatizzare. Questo è stato l’obiettivo principale.

Articolo a cura di Davide Notarantonio

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