Quando corpo e cultura diventano una cosa sola, la miseria umana cessa di esistere. Incontro con Carlo Massari

Beast without Beauty – C&C company

L’indagine sul corpo, sul peso specifico di diversi corpi che interagiscono tra di loro fino a costituire una società, in una una città con i suoi spazi urbani, è ciò che è emerso nel lavoro Lui Lei e L’Altro presentato da Carlo Massari al Festival Attraversamenti multipli, a Roma, e di recente a Brescia, al Festival Wonderland. Carlo Massari è anche il direttore artistico del progetto formativo Anfibia, inaugurato lo scorso 21 ottobre e che propone un percorso di approfondimento multidisciplinare per artisti e creatori contemporanei.

Il nostro incontro-intervista è avvenuto a Bologna in un intervallo “spazio-temporale” tra A peso morto e Les Miserable, l’ultima creazione di C&C Company, presentata alla NID Platform di Reggio Emilia e che con grande attesa debutterà nella Capitale il prossimo 21 dicembre nell’ambito del Festival Teatri di Vetro presso il Teatro India di Roma

Per iniziare: un approfondimento su Lui Lei e L’Altro e su A peso morto. 

Il trittico Lui Lei e L’Altro prende vita all’interno del macro progetto chiamato A peso morto.  Tre sono i caratteri principali, ma immagino che possano aumentare, come una serie di “Attraversamenti multipli”. Ci sono una figura maschile, l’anziano, una femminile e la terza, un super partes che guarda, non dall’alto ma dal basso, gli altri due. In qualche modo è una sorta di dio della periferia. Lì dove nasce, nel 2016 con l’intento di raccontare quei luoghi in maniera semplice.

Un tema che è molto presente e forte a livello internazionale, non solo in Italia, in questo momento. Il tentativo è quello di collegare gli spazi periferici, tutti quei luoghi che sono una sorta di dilatazione del centro di ogni città. Ogni periferia urbana ha di fatto una propria identità. Se guardiamo Roma, ad esempio, i suoi quartieri, le borgate, non avranno né pregi né difetti rispetto al centro di Roma. Avranno le loro peculiarità e una vita rappresentata e vissuta quotidianamente dalle persone che li abitano. Il problema è che l’espansione dei centri urbani tende ad annullare le identità periferiche. Vengono assorbiti, in un contesto di uniformità, sia il vecchietto che ascolta tutto il giorno la mazurka con la radiolina, sia la badante che parla una lingua diversa dalla sua.

Il mio vuole essere un tentativo di rendere partecipi le persone del fatto che ognuno conserva e consegna esperienze e memorie ad altri suoi simili. Lo descrivo come se fosse l’ultimo battito o fiato di queste persone. L’ultima loro possibilità per esprimersi, prima di sparire e di cadere nell’oblio come personaggi. In questa sorta di mescolanza in cui non sappiamo neanche noi che forma abbiamo. Il mio, il nostro, vuole essere un tentativo di rianimare degli eroi, dei guerrieri caduti in rovina.

Questo è un lavoro sulla miseria e fa parte di quello che è il percorso di ricerca della compagnia C&C. Nell’arco di un triennio, stiamo indagando, con il nostro lavoro, sula bestialità umana. Un esempio concreto di ciò è il dimenticarsi degli altri, di fatti. Di Forme di storia, per citare il titolo del libro di Hayden Whyte, ovvero forme di racconto in equilibrio tra la ricostruzione della storia e la rappresentazione della realtà.

Hai accennato alle fasi di anzianità e di oblio, nella conclusione di un ciclo biologico. Qual è il tuo pensiero sul tema della vecchiaia? Da giovanissimo ti sei mai sentito mentalmente più “anziano” rispetto ai tuoi coetanei? 

Ho iniziato a 14 anni il mio percorso professionale, il mio primo contratto è ancora incorniciato nella mia camera. Sicuramente mi sono dovuto relazionare molto presto con il mondo degli adulti, con qualcosa di più grande di me: entrare e muovermi all’interno di un sistema che non era quello adolescenziale, un sistema molto più complesso.

Questo tema mi ha sempre interessato e tuttora mi incuriosisce fortemente. Non a caso ci sono caratteri che contagiano i miei lavori in Beast without Beauty come nel prossimo Les Miserable. Nel 2021 ci sarà un nuovo progetto che proporremo come una miscellanea sull’anzianità. Mi affascina molto il corpo e la figura dell’anziano perché racchiude, è un accumulo di movimento, di gesto in implosione. C’è un meraviglioso spettacolo di Maguy Marin, May b, che racconta tutto questo. Lei è una coreografia francese che per me è maestra tanto quanto Pina Bausch. Un mito nella danza internazionale e mondiale che ha segnato e ha contribuito a contraddistinguere il mio stile. 

Lei usa la figura degli anziani in May b come cardini del suo lavoro proprio perché nonostante i loro limiti, portano dentro una vita di movimenti che hanno interiorizzato e vissuto. Io credo che ogni corpo è eternamente in dispersione e accumulo di informazioni. Trovo maggiormente interessante la senilità di un danzatore veterano che fa meno cose rispetto a un giovane ventenne che non ha ancora il carico di un bagaglio esperienziale su di sé. Non a caso questo fa parte del percorso di ricerca della nostra compagnia C&C, che vuol dire Corpo e Cultura, il principio a cui si ispira è la trasformazione. Di come l’uno può modificare l’altra e viceversa.

Beast without Beauty – C&C company

Il teatro, nella sua concezione più ampia, è legato all’idea della morte? Così come avviene per il corpo di una persona, nello stesso modo anche le emozioni, i ricordi di uno spettacolo si decompongono?        

In generale credo che l’atto performativo sia un rito, fin dai tempi degli antichi Greci, gli inventori di quelli che sono i principi, le basi del teatro. La morte è una parte molto forte e molto presente di questa ritualità. Per come la intendiamo noi occidentali, ma anche per gli orientali, è un processo naturale a cui nessun uomo si può sottrarre e, allo stesso tempo, comporta un meccanismo di cerimoniale codificato. Nel momento dopo la morte c’è la commemorazione, l’esaltazione, attraverso il funerale, della persona ma soprattutto della sua perdita. Il Teatro, in quanto rito la comprende pienamente. La sagra della Primavera di Pina Bausch è più che mai un esempio eclatante di tutto questo. Stravinskij compose Le sacre du printemps, quello che noi conosciamo e identifichiamo con il termine “sagra”. In realtà la traduzione più corretta e aderente con le sue origini sarebbe “Il rito della Primavera”.

Una celebrazione che è benaugurale ma che comprende anche il macabro in sé, ovvero il sacrificio di una vergine, la quale veniva uccisa. Quest’opera ha allargato i miei orizzonti, ho avuto la fortuna di farlo con Michela Lucenti del Balletto Civile e devo dire che è stato un incipit che ha cambiato non solo la prospettiva fisica ma anche la riflessione sul rapporto tra arte, ritualità e morte.    

Quale è stata è qual è la tua esperienza artistica nell’alternare spazi grandi e piccoli, urbani e non?  

In generale a me piace alternare i linguaggi che uso. Credo fortemente nell’arte che non a caso viene definita “anfibia” e che attraversa o viene attraversata da diversi codici. Costantemente contagiata, per giungere a una comunicazione più alta e altra. Detto questo, è necessario conoscere i paesaggi e i linguaggi artistici tanto quanto quelli fisici. La creazione in sala e al chiuso è qualcosa di molto grande, forte, complesso. Credo però che ci siano dei panorami e delle situazioni tipo Attraversamenti multipli che contengono una scenografia e delle luci naturali. Una complessità che io definirei cinematografica.

Qualcosa che in qualche modo sarebbe irriproducibile in teatro. Bisogna buttarcisi dentro come artisti, se piace come modalità. Mi ritorna in mente il ricordo di un momento, di quando provavo con i tacchi all’aperto, nell’isola pedonale di Largo Spartaco. Alcuni bambini mi guardavano stupefatti.

Quando me li sono tolti mi hanno chiesto: « Ma adesso non danzi più? Pensavamo che il tuo modo di muoverti e di danzare fosse provocato dai tacchi ». In qualche modo avevano ragione. C’erano anche delle signore anziane che mi hanno fatto i complimenti per come portavo quelle scarpe. Questi sono due chiari esempi di come nella realtà di un contesto specifico, si possa essere influenzati reciprocamente. Ho restituito a quelle persone una forma d’arte che ha contagiato me, in tutta la sua complessità. Essere integrati all’interno della società per me è alla base del mio lavoro artistico.

Andare a teatro è una scelta, ad Attraversamenti multipli è il teatro che va verso le persone. Questo vuol dire che per l’artista è una scelta quella di mettersi in gioco, è uno stare nudo, lì dove viene a mancare una quarta parete. La meraviglia consiste proprio nel vedere le persone e loro possono in contemporanea vedere te che sei in azione.Questa creazione teatrale credo che sia bistrattata non solo a Roma, ma in tutta Italia. Un Paese che vive di tante periferie che non sono considerate abbastanza, perché la cultura da noi è ancora qualcosa d’elite.

Alessandra Ferraro e Pako Graziani (direttori artistici del festival, ndr) sono ormai quasi venti anni che portano alla periferia una rassegna come Attraversamenti multipli, l’opportunità di una elevazione culturale. Questa è una gran cosa e non a caso ci conosciamo e collaboro con loro da quasi dieci anni. Proprio perché c’è una sintonia, una corrispondenza a livello di linguaggio e di pensiero. È diventato quasi un legame di idee, è come se guardandomi intorno, in quella piazza di Roma, ci fosse il mio necessario nutrimento, tanto quanto io posso esserlo per loro.

Les Miserable – C&C company

Il nutrimento di cui parli tu, la sfida che rappresenta, conduce all’unione delle singole unità di cui è composta una comunità civile o artistica?

Alla base c’è sempre l’idea del crollo, la caduta. Nel cadere a terra ci sono mille similitudini tra l’uno e l’altro. Per poter creare una cartina geografica, un mappamondo, in qualche modo prima bisogna perdersi in quello spazio. In questo caso, lavorare nel sociale e con la gente, a stretto contatto con le persone, fa sì che ci si possa perdere in una sorta di mare magnum, in un orizzonte fatto di elementi, di persone, di differenze. Quello che mi interessa realmente, qualunque sia il progetto che affronto, è che io lo stia trattando con le persone. Credo fortemente che, per quanto riguarda l’arte, la creazione consista nel perdersi, nella ricerca e nei pensieri, per poi affinarli, raffinarli e disegnarli per e con gli altri.

Noi partiamo sempre, come esseri umani, dal punto di vista soggettivo, personale per andare a trasformarlo e a renderlo oggettivo. Un mio pensiero, una mia visione, un mio obiettivo personale diventano qualcosa di condivisibile, di aperto, nel quale le persone si possono riconoscere. Se non avviene questo passaggio, per me non avrebbe nemmeno senso fare quello che faccio. Il giorno in cui non riuscirò più a rendere oggettivo un mio pensiero allora sarà giusto che io faccia altro. Quello che io contesto, in questo momento, a molti artisti e creatori è il far subire passivamente pensieri e visioni allo spettatore. Sia nell’ambito della danza sia in altri contesti artistici. 

Per concludere: puoi condividere con noi un approfondimento di Les Miserable ? 

Les Miserable è un progetto che fa sempre parte del progetto triennale di ricerca sulla bestialità umana. Giocando sul titolo della celebre opera di Victor Hugo, su quello che tutti conoscono come musical con l’omonimo titolo, il tentativo vuol essere quello di parlare della miseria umana. Mentre in Beast without Beauty c’è la brutalità, la cattiveria del fare male all’altro e agli altri, in Miserable c’è la miseria del lamentarsi delle cose ma lasciare che esse stesse vadano avanti in quel modo. Vedere situazioni o maltrattamenti, ma rimanere indifferenti come nella nostra società contemporanea. Gli atteggiamenti di buonismo, il tanto parlare che non si chiude in nulla.  Les miserables ha avuto la sua prima apertura Reggio Emilia al NID Platform l’11 e il 12 ottobre e avrà poi un’evoluzione, si potrà vedere il 21 dicembre a Roma presso il Teatro India, all’interno del festival Teatri di vetro che è co-produttore del lavoro. Insieme con me ci saranno Alice Monti, Stefano Roveda, Nicola Stasi.

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