Festival Gender Bender: visioni radicali sul presente

Con il titolo Radical Choc che si caratterizza subito come scevro da compromessi, è partita l’edizione 2019 del Festival Gender Bender di Bologna, arrivato alla sua diciassettesima edizione. Una stagione che sottolinea sin da subito la capacità di visione della realtà sociale e dei fenomeni del presente, prendendo chiaramente una posizione critica e costruttiva nei confronti dello stesso. Daniele Del Pozzo e Mauro Meneghelli hanno scritto il programma del festival, il cui formato è quello di un quotidiano stampato su carta non trattata e certificata (vien da lodare l’ottimo esempio di uso intelligente delle risorse), collocando questa programmazione alla luce della recente mobilitazione per l’ambiente – il Friday For Future – e delle sempre più urgenti istanze di discussione e formazione sulle questioni legate all’identità di genere e alle logiche di potere a essa connesse.

Un festival che getta l’occhio – nell’eternamente giovane/dotto/rosso capoluogo emiliano – alla cosiddetta Generazione Z, o dei Post-millenials: nati nel pieno della rivoluzione digitale e social, quest’ultima ha riconfigurato totalmente il modo di relazionarsi, di studiare, di accedere alle informazioni e alle comunicazioni. Questa generazione, cresciuta nel pieno della crisi economica e sociale, sta riscoprendo una nuova attenzione a temi di massima urgenza (la discriminazione di genere, il multiculturalismo, l’assenza di sistemi ideologici affidabili, l’ecologia), veicolati attraverso internet con una liquidità inimmaginabile prima d’ora. Il teatro non è esente da queste caratteristiche: le informazioni vengono elaborate in maniera sempre più liquida attraverso formati brevi – e di conseguenza spesso semplificate ai minimi termini –  e attraverso corpi velocemente collocabili in discorsi diretti, orientati a un’elaborazione veloce, fruibile, efficace.

È il caso di Harleking, creazione del talentuoso duo di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi, residenti a Berlino ed entrambi usciti dalla formazione Stoa diretta da Claudia Castellucci. Ispirato alla figura di Arlecchino, la maschera bergamasca che personifica la figura del servo astuto, avaro, occupato a raccontare bugie e tramare imbrogli per ingannare i padroni, i due autori riprendono il titolo di Re (-king) dall’origine germanica del nome Hölle König (re dell’inferno) e sdoppiano la sua figura attraverso una magistrale capacità di gestire le emozioni, mostrarne gli eccessi e i paradossi. La memoria va alla rilettura di Strehler per il Servitore dei due padroni di Goldoni, in cui Arlecchino è veramente il mattatore impietoso delle logiche di potere alle quali deve soggiacere. Notevole l’attenzione mimetica ai gesti che vengono ripetuti fino a creare delle grottesche, nella loro caratterizzazione letteraria di bizzarro, ironico e caricaturale. Panzetti e Ticconi passano attraverso diverse forme, dal riso incontrollato alla voracità fino alla violenza tragica di uno nei confronti dell’altro. Lo spettacolo cresce fino al “saluto romano” dei due performer, interpretando una cieca logica di potere verso il padrone, più attuale che mai.

Harleking, di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi

Sotto un’altra linea si pone la creazione di Yasmeen Godder, Common Emotions, già presentata al festival OperaEstate nel 2016: sei danzatori si confrontano con una partitura coreografica essenziale e molto leggibile, davanti a una scenografia colorata appesa come un tendone da circo, fatta di elementi colorati e tessuti bizzarri che ricordano le sagome e le colorazioni del teatro di figura. La regola è semplice: ogni qual volta un performer si metterà a fianco della scenografia, il pubblico (un numero variabile a seconda della richiesta) dovrà entrare in scena e andare dietro la tenda, ove riceverà delle istruzioni – qualcosa che accade, voci che trapelano da un altro luogo – e poi passerà per la scena in mezzo agli altri danzatori. Il risultato è entusiasmante (ma non inaspettato): nel mezzo della rappresentazione il pubblico è completamente dietro e davanti alla scena. Parla con i danzatori, si siede, si muove come in un laboratorio di teatro. La scelta qui è radicale, talmente netta – e a tratti “violenta” – da tagliare fuori coloro che decidono di rimanere nella condizione contemplativa tradizionale. Rimane però un coinvolgimento forse poco rischioso, sicuramente gioioso, che non richiede di indossare l’armatura dello “spettatore emancipato” raccontato da Jacques Rancière.

Cambiando nuovamente dimensione creativa, il lavoro di Riccardo Buscarini, coreografo piacentino formatosi a Londra e vincitore di numerosi riconoscimenti, porta in scena un duo maschile con un titolo estremamente catchy: L’età dell’horror. Andrew Gardiner e Mathieu Geffré si tengono le mani per tutti i sessanta minuti di spettacolo, girando sempre nello stesso senso nello spazio scenico e passando attraverso relazioni contrastanti: se all’inizio sembra una sessione di contact improvisation, col procedere del racconto vi sono picchi dinamici e cinetici che contraddistinguono l’istinto della fuga, controbilanciato dalla volontà di rimanere uniti. Lavoro accurato che presenta qualche difficoltà ad arrivare a un acme energetico e narrativo, rimanendo comunque costruito in modo coeso. Tutto avviene sulle composizioni di Die Kunst der Fuge di Bach, ma la musica non trova un dialogo serrato con le varie fughe. Buscarini conferma con questa creazione l’idea di utilizzare il corpo del danzatore esplorandone le estreme possibilità con una consapevole visione sul moderno e sulle sue possibili evoluzioni, già presente nel suo lavoro Athletes.

Condividi: