Mio padre, un magistrato – Intervista a Clara Costanzo

L’operazione messa in campo da Atcl Lazio e Regione Lazio persegue una volontà politica e sociale oltre che artistica: mirando a stabilire un contatto tra realtà territoriali poco note ed eventi culturali di rilievo, la rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura favorisce e rafforza il confronto con questioni d’interesse pubblico. L’atteso spettacolo Mio padre, un magistrato, in scena il 9 novembre alle ore 21:00 presso il Centro Polifunzionale di Fontana Liri (FR), riaccende il dibattito intorno alla lotta alla mafia. 

Rocco Chinnici

Clara Costanzo, attrice e regista, interpretando il ruolo di Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, magistrato assassinato da Cosa Nostra nel 1983, si fa portavoce di una storia di dolore e di ingiustizia che brucia sulla pelle di ogni cittadino onesto. Condannare la mafia che ammazza e distrugge, mantenendo vivo il ricordo di un uomo, di un padre, di un marito, di un magistrato sacrificatosi per il proprio Paese, è l’intento di questo lavoro ancora drammaticamente attuale. Clara Costanzo racconta genesi e obiettivi di Mio padre, un magistrato.

Il suo incontro con Caterina Chinnici, figlia del magistrato assassinato dalla mafia nel 1983, ha dato origine a Mio padre, un magistrato, spettacolo basato sulla vita di Rocco Chinnici, di cui è autrice e interprete. Come avvenne quell’incontro, cosa l’ha spinta a raccontare questa vicenda?

Sono siciliana ed ero in vacanza a casa, a Riposto, nell’agosto del 2015. Dal grande artista scultore Nino Ucchino, mi venne chiesto, in quanto attrice, di leggere alcuni estratti dal libro di Caterina Chinnici in occasione di una presentazione pubblica cui avrebbe partecipato anche l’autrice.  A Savoca, cittadina famosa per essere stata set del film Il Padrino, luogo dell’evento, arrivai con anticipo per avere il tempo di leggere con attenzione le pagine scelte. La lettura mi appassionò immediatamente e d’un fiato lessi tutto il libro. Fino a quel momento di Rocco Chinnici sapevo solo che era stato un magistrato ucciso da Cosa Nostra.

Mentre, di fronte a un folto pubblico, davo vita a quelle parole, sentivo su di me gli occhi attenti di Caterina, compiaciuta di quanto riuscissi a restituire verità alla sua semplice scrittura. Poi avemmo modo di parlare. Da quella sera per diversi giorni mi sentivo risuonare nell’anima quella storia e così chiamai Caterina per esprimerle la volontà di farne uno spettacolo. Lei si mostrò immediatamente lusingata. Avevo ben chiaro che tipo di spettacolo volessi allestire e sapevo che lo strumento imprescindibile sarebbe  dovuto essere il violino: Roberto Izzo è il miglior violinista che io conosca e appena gli raccontai al telefono il progetto, fu subito contagiato dal mio entusiasmo: sono sue tutte le musiche, eseguite dal vivo, e nostre le canzoni.

Attraverso il ricordo di Caterina Chinnici porta in scena la storia di un magistrato che, oltre a rappresentare un valoroso simbolo della lotta alla mafia, è qui presentato nelle vesti di uomo, padre e marito. In che modo ha lavorato sull’aspetto più intimo di una figura di tale rilevanza per l’intero Paese?

Ho studiato e letto molto su Rocco Chinnici e il periodo in cui è vissuto a Palermo. Quando ho incontrato nuovamente Caterina, mi sono fatta raccontare ancora altro anche per intuire quanto in lei ci fosse di suo padre. Dando spazio ai miei sentimenti di figlia orfana, ho lasciato che le parole riecheggiassero dentro di me. Ho cercato in me l’amore e il rispetto filiale, per dare verità al mio racconto, ho lasciato galoppare libere le mie emozioni prima di imbrigliarle nelle parole che ho scritto, scegliendole con cura una a una. Ho immaginato i luoghi, i colori, persino gli odori che racconto: li ho vissuti davvero.

Nella sua opera di debellamento di Cosa Nostra, Rocco Chinnici si è inoltre dedicato all’incontro con le nuove generazioni, convinto che l’acquisizione di una rinnovata coscienza da parte dei giovani, potesse donare vigore al futuro della Nazione. In questo senso, quanto la sua operazione artistica vuole perseguire gli intenti del magistrato favorendo, nella forma-spettacolo, la memoria e dunque la riattivazione di un dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Vivo come una necessità incondizionata raccontare questa storia, raccontare di un eroe, un martire, un uomo, un marito, un padre. Credo che, affinché la memoria resti vivida in chi ascolta, l’unica via percorribile sia quella dell’evocare emozioni. La musica e le parole veicolano moti dell’anima che restano scavati dentro. Sono sicura che Rocco Chinnici, quando andava a parlare nelle scuole, primo tra i magistrati a farlo, riuscisse a trascinare i ragazzi toccandoli con la fiamma ardente  della propria passione e determinazione. Smuovere le coscienze attraverso le emozioni è per me l’unica strada.

Cosa ha significato per lei, come interprete e come donna, vestire i panni di Caterina Chinnici, portatrice di una storia personale così intensa e dolorosa?

Il complimento più frequente e gradito che mi viene rivolto a fine spettacolo, è che, dopo qualche minuto dall’apertura del sipario, ci si dimentichi ch’io sia un’ interprete e si creda che a parlare sia proprio la figlia di Rocco Chinnici, Caterina magistrato, madre, moglie, figlia soprattutto. Questo ripaga tutto l’impegno, la fatica, il durissimo lavoro, la solitudine, la sofferenza che una tale scelta comporta.

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