Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista al regista Stefano Patti

Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista a Stefano Patti

Un uomo, un padre, un marito, nel corso di un pomeriggio si troverà a confrontarsi con tre donne, tre rappresentazioni carnali della parte più intima e oscura di sé stesso e ad affrontare le sue ossessioni pur di difendere la propria famiglia.

Dal 5 al 17 Novembre, dopo il successo all’interno della XVII edizione della Rassegna Trend, diretta da Rodolfo di Giammarco, Harrogate ritorna in un luogo storico di Roma, il Teatro Argot Studio di Trastevere. Per il terzo capitolo della stagione epico-teatrale ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso, Marco Quaglia e Alice Spisa, diretti da Stefano Patti, traducono scenicamente Harrogate, scritto dal drammaturgo inglese Al Smith. Harrogate è un trittico sull’ossessione, la repressione e la lussuria.

Ne parliamo con Stefano Patti, attore e regista anche di Echoes, spettacolo che abbiamo avuto modo di apprezzare negli scorsi anni, accolto con favore da parte della critica e del pubblico in occasione delle repliche in Italia e all’estero all’Edinburgh Festival Fringe, Tristan Bates Theatre di Londra e In Scena! Italian Theater Festival di New York.

Qual è stata la genesi creativa di Harrogate e quali le tematiche principali presenti nell’opera?

Lo spettacolo ha debuttato all’interno della XVII edizione della Rassegna Trend, diretta da Rodolfo di Giammarco, una rassegna che io e Marco Quaglia abbiamo inseguito per molto tempo perché Trend ha un’attenzione per la drammaturgia inglese che noi amiamo. Quando Rodolfo di Giammarco mi ha chiesto un testo, insieme ad Alice Spisa abbiamo trovato Harrogate di Al Smith, successivamente tradotto da Alice.

Sebbene non ci sia alcun omicidio, possiamo considerare il testo come un thriller: una drammaturgia molto intima, divisa in tre atti e ambientata all’interno di una cucina durante un unico giorno, dalle tre di pomeriggio fino alle dieci di sera. Harrogate racconta la parte più oscura di noi, quella più intima e profonda, la zona più sporca che la società vuole chiudere a chiave in un cassetto. Un’altra tematica è legata al ricordo, un fattore che mi ha profondamente affascinato quando ho letto il testo. C’è un ricordo che ossessiona il protagonista: questo ricordo, se non viene affrontato e non viene accettato nel tempo, può condurre a una nevrosi…

Come si configura il lavoro registico nel racconto noir della storia di questi personaggi?

Gran parte del lavoro registico è stato costruito sotto invito dell’autore. Nel senso che la drammaturgia inglese è affascinante anche perché ti mette davanti a una storia come quelle che noi amiamo vedere davanti a una serie TV. Non a caso, molti sceneggiatori di serie TV sono drammaturghi teatrali. Questo automaticamente e fortunatamente – aggiungerei – rompe l’idea di “chiave registica”: qui non c’è nessun idea di regia. Essendo anche un attore, ho deciso di mettere la regia totalmente al servizio della storia e dei personaggi. L’autore ha disegnato veramente dei caratteri bellissimi – questo è stato molto utile per gli attori – qualche volta anche schifosi; sono personaggi che questa società molto spesso rifiuta. Tutto il mio lavoro ha avuto come obiettivo la valorizzazione della storia e dei personaggi.

Sono contento di aver collaborato con una compositrice e musicista che è Virginia Quaranta in arte Bebawinigi che regala un colore unico alla pièce: è come se avesse fatto una regia musicale dell’opera. La scenografia è molto minimale, quindi non ci sono elementi disturbanti. L’autore vuole shockare lo spettatore puntando all’intimità. Al centro di Harrogate c’è la spettacolarità dell’uomo, delle sue debolezze e della sua impossibilità a correggersi. 

Harrogate al Teatro Argot Studio: intervista a Stefano Patti

In che modo lo spettacolo e i protagonisti stabiliscono una relazione con il pubblico?

Lo spettacolo, già dalla modalità di scrittura automaticamente declinata nella mia regia, invita gli spettatori a osservare la scena come in uno spioncino, attraverso una prospettiva voyeuristica.
In questo senso lo spettatore è invitato a spiare l’animo sporco di questi personaggi che affrontano determinate situazioni all’interno delle mura domestica. Sono molto contento di aver lavorato su questa drammaturgia ma soprattutto con questi attori, perché hanno una capacità di immergersi nella parte più oscura di sé stessi, portando allo shock emotivo chi guarda lo spettacolo. 

Noi siamo stati molti contenti delle quattro repliche in sold-out dell’anno scorso e del “passaparola” che c’è stato. Come dice Caryl Churchill, il teatro deve essere poco rassicurante e il nostro lo è. Così abbiamo cercato di affrontare insieme allo spettatore queste tematiche così spinose. Alla fine la palla viene data al pubblico. Non c’è giusto o sbagliato ma c’è un problema. Ciò che accade è un fatto che esiste nel mondo, come le guerre o le malattie, e verrà scoperto dal pubblico durante lo spettacolo. Sotto questo punto di vista, lo spettatore verrà molto responsabilizzato.

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