La vendetta di Ecuba secondo Giuseppe Argirò: il racconto di una tournée, tra storia e attualità

Un uomo che possa davvero dirsi libero non esiste. “Si è schiavi del denaro o del destino, della folla o della legge: tutte barriere all’agire”. È questa l’amara convinzione di Ecuba. Figlia di re, seconda moglie di Priamo, re di Troia, donna e madre afflitta dalla sciagura di sopravvivere a molti dei suoi diciannove figli. Di vedere cadere in guerra Ettore, il prediletto. Di consegnare Polissene agli Achei, affinché possa essere compiuto il sacrificio richiesto dall’ombra di Achille. La figlia adorata che per la sovrana avrebbe dovuto essere “nutrice, terra e bastone della vecchiaia”. E di scoprire che quel cadavere nudo, restituito dalle onde del mare, è ciò che resta di Polidoro. Il più giovane dei suoi figli, inviato in Tracia presso il genero Polimestore e da questi ucciso per impossessarsi del suo oro.

resti di Locri Epizefiri
Resti di Locri Epizefiri

Il regista Giuseppe Argirò conosce molto bene il rituale antico del Teatro. Quello che si realizza mediante lo sviluppo della vicenda e fino alla catarsi. Nel caso di Ecuba è un processo che attraversa diverse fasi: la guerra, la morte, la vendetta. Il ruolo della regina di Troia è interpretato da Francesca Benedetti, Premio Le Maschere Del Teatro Italiano 2018, sessant’anni di carriera i più grandi registi, da Ronconi a Strehler. Un cast di altissimo livello, i “fantastici otto”. Così li definisce Argirò durante la nostra intervista al tramonto. In un sito archeologico come il Tempio di Marasà, tra i resti di Locri Epizefiri, città della Magna Grecia fondata nel VII secolo a.C. sul Mar Ionio. 

Insieme con la signora Benedetti ci sono Maria Cristina Fioretti, Viola Graziosi, Maurizio Palladino, Graziano Piazza, Elisabetta Arosio, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci. Nessuna scenografia, solo una sedia ricoperta da un drappo rosso, un trono. Il disegno luci di alto profilo di Giovanna Venzi. Un piccolo sgabello e la cornice millenaria dei resti delle mura antiche in pietra calcarea bianca. La casa di Ecuba, viene lasciata all’immaginazione con i ricordi e i fasti di una nobiltà passata, caduta in disgrazia, e che non c’è più.  « Anche i costumi hanno la loro importanza – afferma il regista – perché c’è una dimensione epocale collegata alla contemporaneità, o meglio, alla fine dell’800. Gli uomini vestono abiti borghesi legati all’aspetto della ragione politica, con una vaga rilettura di alcuni momenti ibseniani o Cechoviani. Le donne hanno dei cappotti militari che affermano la pesantezza della guerra che loro sono costrette a portare. La loro vulnerabilità  è colpita dall’annullamento della ragione insito nella violenza » . Mai sottovalutare la forza di una donna però. Soprattutto quando sulle sue vecchie, stanche spalle ricade tutto il peso delle conseguenze e delle responsabilità. Come nel caso di Ecuba.

Ecuba di Euripide  Regia di Giuseppe Argirò
Ecuba di Euripide Regia di Giuseppe Argirò

Sono stati mesi di intensa tournée. Quali sono i suoi ricordi nel racconto di così tanti incontri con spettatori sempre diversi?

Abbiamo debuttato a Roma nel mese di marzo. Ho fatto un intervento sul testo e un lavoro di drammaturgia particolare per cui non posso definirla come un’ Ecuba completamente di Euripide. Ho riscritto alcuni monologhi per intero, rimanendo intatto però il livello di comprensione. Dopo un mese al Teatro Arcobaleno di Roma, abbiamo debuttato a Falerone il 22 luglio, in un bellissimo teatro antico. Il circuito estivo dell’Amat ha creato una rassegna sul mito, sviluppata presso i siti archeologici presenti nelle Marche. Non solo Urbisaglia e Falerone, ma anche Ascoli Piceno e tutti gli altri posti sparsi su quel territorio bellissimo. 

Successivamente ci siamo diretti verso gli scavi dell’area archeologica di Formia. La pioggia, purtroppo, ha imposto un cambiamento per quanto riguarda il luogo dello spettacolo. Siamo ritornati a Roma presso i Giardini della Filarmonica, nell’ambito della manifestazione I Solisti del Teatro, dove lo spettacolo ha ricevuto un grande riscontro di critica, da parte di testate giornalistiche come la Repubblica e il Corriere della Sera. È stato un momento di importante partecipazione, terminato il quale abbiamo iniziato la nostra tournée estiva. Una data molto importante è stata quella del primo agosto presso il Plautus Festival a Sarsina, una rassegna interamente dedicata a Plauto. In seguito siamo stati a Segesta, dove abbiamo trascorso due giorni all’insegna di una grandissima risposta del pubblico. Abbiamo avuto anche una standing ovation e sette minuti di applausi. Subito dopo siamo stati a Tindari, in quel teatro meraviglioso che si affaccia sul mare e infine siamo arrivati qui in Calabria, il 7  agosto al Castello di Roccella Jonica e l’8 al tempio di Marasà a Locri.

Con quale modalità è avvenuta la composizione del cast?

L’idea di Ecuba nasce in una situazione conviviale, lo diciamo spesso con Francesca Benedetti. Ci siamo incontrati un po’ di tempo fa e le ho proposto il ruolo da protagonista. Lei pensava che io scherzassi, invece mi sono adoperato affinché quel proposito, emerso da un pourparler, da una situazione non di teatro, potesse determinarsi concretamente. Io ragiono anche un po’ per intuizioni. In quel caso mi sono immaginato alcuni aspetti iconologici di quel testo, legati proprio all’idea della persona che non è solo la fisicità. È nato un rapporto bellissimo, di grande empatia con la signora Benedetti, al punto che ci saranno dei progetti futuri. Uno di questi sarà l’allestimento di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams in cui lei sarà la protagonista, un ruolo perfetto per lei. 

C’era bisogno di un livello alto per la composizione del cast e la scelta è ricaduta su persone che stimo e con le quali ho una frequentazione. Viola Graziosi la conoscevo già e con Graziano Piazza avevamo espresso a Segesta il pensiero di lavorare insieme. Gianluigi Fogacci lo conosco da 30 anni, da quando lui faceva la Bottega di Gassman ed io l’Istituto Nazionale  di Dramma Antico, il nostro è stato solo un appuntamento rimandato. Anche con Sergio Basile ci siamo incontrati sul campo. Per me è stato come allenare una squadra di grandi solisti. Dovunque andiamo non passa inosservato il cast, la compagine di grandi attori e mi chiedono frequentemente come sia stato amalgamare tutti loro insieme. Ho sempre risposto che è come allenare una squadra: l’allenatore deve scegliere i ruoli giusti nel disporre i giocatori in campo. Questo è il mio compito e loro sono stati meravigliosi, uniti. Il teatro si fa solo quando c’è una grande squadra. Loro non ringraziano singolarmente, ma tutti insieme, in un modo molto europeo e poco italiano. Lasciano una semplice dimensione di omaggio alla signora Benedetti. Questo è un grandissimo risultato perché il teatro non deve essere soltanto l’elogio dell’attore, il compiacimento o il  narcisismo, ma l’innamorarsi di un progetto e il tendere tutti verso lo stesso obiettivo.

Ecuba di Euripide  Regia di Giuseppe Argirò
Ecuba di Euripide Regia di Giuseppe Argirò

Il linguaggio teatrale ha subito l’abbraccio più o meno mortale della comunicazione della cultura digitale?  

Mi ritrovo molto spesso a dibattere sul problema della tecnologia, del linguaggio in relazione  all’emotività e sul cambiamento epocale che abbiamo vissuto. Innanzitutto dobbiamo dire che quando scegliamo di raccontare un testo attraverso la parola dei classici è perché vogliamo recuperare la sintassi emotiva che i Greci ci hanno insegnato e che oggi è stata più o meno dimenticata. Quello che diceva Pasolini, tanti anni fa, e che in maniera profetica è sotto gli occhi di tutti. Si vive in un’epoca di sviluppo o meglio di progresso senza evoluzione. L’incremento della tecnologia non è stato accompagnato da una crescita dell’interiorità dell’essere umano. Il linguaggio tecnologico è paratattico. È fatto di frammentazione, non di sintassi. Annulla le congiunzioni, l’articolazione del pensiero. Tutto deve essere rapido, immediato, riduttivo.

Il codice linguistico degli sms o di WhatsApp è diventato, da un certo punto di vista, uno stato di convenzione. Tutto questo entra in contatto e ha che fare con la lingua intesa come la ricerca di sé attraverso l’altro. E ciò avviene mediante l’ausilio della parola che è un bene apparentemente vacuo, ma assolutamente ineludibile, quindi, profondamente necessario. Vive di una doppia gloria: la parola esiste quando viene pronunciata. Quando si smette di farlo, muore. Questa fragilità della parola è anche la sua immensa forza. Essa ci permette di aumentare le nostre scelte lessicali, di acquisire una dialettica più coinvolgente e affabulatoria. Siamo costretti a cercare le parole nella prosecuzione logica delle nostre idee e nel nostro inconscio. Quando abbiamo a che fare con la tecnologia, sicuramente siamo in una situazione non di calore, ma più fredda. I termini devono essere precisi, estremamente sintetici e devono mirare ad uno scopo. Quello di una comunicazione immediata, che deve colpire. Per quanto riguarda il teatro, la tecnologia  rappresenta un contributo nella dimensione del multimediale: immagini, video, audio e musiche, il tridimensionale. 

Nel nostro spettacolo, quando siamo nei teatri, ci avvaliamo di proiezioni della luna, del mare e della neve molto interessanti. Abbiamo lavorato intere notti, io e i tecnici, al montaggio di questi video. Mi avvalgo spesso di questo supporto perché mi piace integrare il linguaggio del teatro con quello del cinema. La parola però vince sempre, nel teatro è azione. È “parola agita”, come diceva Pirandello in un celeberrimo saggio, che iniziava con questo titolo, dove si chiedeva se la “macchina parlante”, ovvero il cinema, abolirà il teatro. La risposta è negativa, il teatro durerà per sempre anche se è in un’eterna convalescenza. Purtroppo non gode di ottima salute anche perché gli spettatori sono oggettivamente pochi. Il teatro è stato un luogo non solo di visione ma anche di condivisione. Era uno spazio dibattimentale, assembleare, che affermava il suo calore profondamente politico. Oggi non è più così e ci si può accorgere di questo anche dalle reazioni degli spettatori che sono poco avvezzi al mantenere una soglia di attenzione che non sia quella limitata del tempo televisivo. Con la voglia talvolta di cambiare canale. Per chi non è abituato, il teatro è uno sforzo perché presuppone un’attività di pensiero straordinaria. Lo spettatore viene coinvolto dal punto di vista emotivo, entra dentro la storia, per cui il suo non è un atteggiamento passivo. In definitiva, tecnologia e teatro da una parte si possono anche aiutare a vicenda, ma dall’altra sono due linguaggi profondamente differenti. La prima crea un mito, un’apparente socialità. Possiamo arrivare a tutti, ma di fatto siamo in una dimensione solipsistica. Sono cambiati totalmente i meccanismi della socializzazione, pensiamo a quei Social finalizzati agli incontri. Persone che non avevano il coraggio di esistere adesso invece si espongono con una capacità di scelta piuttosto determinante. La dipendenza ce l’abbiamo tutti. Se lasciassimo per un periodo abbastanza lungo i nostri smartphone, avremmo sicuramente uno scompenso, una turbativa. Basti pensare ai ragazzini che vivono in simbiosi con i loro telefonini in mano. Non è facile che il linguaggio della tecnologia possa incontrare quello del teatro. La sua esperienza millenaria si basa sulla condivisione, sulla ritualità. Quello tecnologico è un rito prettamente individuale.

Tra i temi presenti nella drammaturgia di Euripide: la vendetta, la  solitudine, il dolore, l’ineluttabilità della storia, del destino quali hanno rappresentato una sfida è una complessità maggiore da un punto di vista registico e interpretativo?

Tutti. Perché parliamo di archetipi che sono radicati nella memoria collettiva. Gli aspetti che hai citato fanno parte della vita delle pesone, da sempre. I Greci avevano avuto una capacità di intuizione, anche se ovviamente erano molto lontani dall’avvento di un sapere psicologico, che è quello freudiano e di Jung. Bisognerà aspettare i primi del ‘900 perché questo accada. Di fatto loro avevano già intuito quanto l’inconscio potesse essere potente nello stato d’animo dell’uomo. “I doni migliori degli uomini sono dati a noi attraverso la follia”, lo andava sostenendo Platone. La follia per i Greci era qualcosa di molto simile alla verità che a sua volta è molto simile alla proiezione del nostro inconscio.Credo che tutto questo affermi il valore ineludibile della memoria collettiva che permette a tutti noi di riconoscerci  e di immedesimarci: la maternità, la vendetta, l’ineluttabilità della sorte, la dimensione eroica. Tutto ciò che i Greci raccontavano faceva parte della vita degli esseri umani. Per questo funzionava il meccanismo della catarsi perché era un processo di identificazione che non avveniva fino in fondo. C’era lo schermo di protezione degli spettatori che assistevano in una dimensione proiettiva e ne venivano in qualche modo purificati. Quando vediamo Ecuba ci chiediamo se la sua vendetta sia giusta o meno.

È giusto uccidere l’uomo che ha ammazzato suo figlio per denaro e per avidità? Dal punto di vista della madre forse lo è, ma è giusto nell’ordine di una giustizia come termine di regolamentazione di una società civile? È una domanda determinante da un punto di vista giuridico. La risposta è contenuta nell’Orestea che ha come aspetto fondativo il passaggio dallo stato di natura allo stato di diritto. Nell’Antigone dove avviene la messa in discussione della legge e dello stato di diritto. Vero è che la legge è determinante per regolamentare la vita di un consorzio umano e civile, ma è anche vero che la legge può sbagliare. “Nel massimo della legge c’è il massimo dell’ingiustizia”: questo ce lo racconta l’Antigone dove è assoluto il conflitto tra la ragione di  stato e le istanze più profonde dell’emotività e del cuore. Ecuba cerca di ripristinare una sorta di giustizia, pur sapendo che sta compiendo un crimine efferato. Nonostante si sforzi di dimostrare ad Agamennone che quello che sta facendo è giusto, attraverso delle ragioni filosofiche che però non possono essere suffragate dai fatti. Il suo piano non è totalmente giusto, è un gesto profondamente cogitato con dentro uno stratagemma straordinario. Diciamo che la questione rimane aperta rispetto alla necessità di questa vendetta. Di certo non è la vendetta di Medea, la quale uccide i figli della rivale e che però lo fa per ripristinare la circolarità del Sacro. Medea aveva visitato la terra e quindi voleva ritornare in una condizione divina. Ecuba è profondamente umana e ha che fare con quella che è l’imperfezione assoluta dell’umanità. 

Ecuba di Euripide  Regia di Giuseppe Argirò
Ecuba di Euripide Regia di Giuseppe Argirò

Un altro elemento presente in Ecuba è  l’indifferenza degli Dei. Un sentimento che oggi  sembra essere diventato una vera e propria mancanza di riferimento divino. Qual è la sua riflessione?

Gli Dei sono presenti, sono indifferenti? C’è una sorta di Deus absconditus, una sorta di Dio che esiste ma che sovrintende relativamente poco a quelle che sono le imprese umane. Noi sappiamo che la cosmografia dei Greci era estremamente variegata per cui le divinità intervenivano anche maniera capricciosa e ponevano l’uomo in condizione di amartema,  di errore, che creava poi la metabolè, il ribaltamento della situazione. La presenza degli Dei molto spesso giunge da intralcio a quello che poi è l’azione, dominato, la necessità di agire, l’ ananke. Ecuba è una tragedia di profondissima umanità. La dimensione degli Dei è poco presente, si parla invece del corpo già degradato di una società. Degli uomini che si devono assumere le responsabilità delle loro malefatte.

Credo anche che siamo in un’epoca in cui stiamo cercando la nostra spiritualità attraverso diverse strade e stiamo comprendendo che non esiste un’unica via per lo spirito. Ci sono diverse possibilità e ognuno ha il diritto di coltivare la propria. L’importante è riuscire a creare un attimo di silenzio nella nostra anima e forse a condividere qualcosa che ci possa in qualche modo trascendere. Come in tutti i grandi momenti di insicurezza abbiamo bisogno di affidarci a qualcosa. Credo che oggi il problema sia non di essere tolleranti ma di avere la capacità inclusiva. Di includere qualsiasi afflato legato alla spiritualità quando questo persegue comunque un giusto anelito dell’essere umano.

Saranno ancora una volta i classici a salvare la società da un impressionante processo di disumanizzazione?

Saranno gli uomini stessi a farlo, se vorranno salvarsi ,sicuramente con l’aiuto dei classici. Perché non possiamo vivere senza i classici: hanno detto tutto, insegnano una strada maestra di grandissima, assoluta profondità però credo che aspetti molto all’essere umano  avere la convinzione di coltivare e di scegliere quotidianamente quale strada perseguire. Quindi nel pieno, assoluto, libero arbitrio, nel bene o nel male i classici ci possono soltanto aiutare nel momento in cui abbiamo qualche dubbio. A volte non solo chiariscono le domanda ma riescono anche a fornire le risposte.

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